In un’intervista telefonica con un ristretto gruppo di media internazionali, alla quale ha partecipato anche La Stampa, il presidente Volodymyr Zelensky ha affrontato i principali nodi della guerra in Ucraina. Il suo messaggio è stato netto: Kyiv è disponibile al compromesso, ma non intende essere l’unica parte a fare concessioni. Il cuore dell’intervista ha riguardato i contatti diplomatici tra Stati Uniti, Ucraina e Russia. Zelensky ha riconosciuto agli emissari americani Steve Witkoff e Jared Kushner un ruolo importante nel riavvio dei negoziati. La guerra, tuttavia, continua a pesare soprattutto sul fronte della difesa aerea. «Abbiamo bisogno di missili», ha detto Zelensky. Il nodo delle forniture dei sistemi per proteggere i cieli ucraini da missili e droni-jet del Cremlino è al centro dei rapporti con la Casa Bianca. A partire dal programma Freyja, sul quale il leader ucraino spera di ottenere l’appoggio di Washington. La questione dovrebbe essere sollevata anche nel prossimo incontro con Trump, che Zelensky conta di avere intorno al 20 settembre.
Zelensky: «Fedorov? Non lo sento da molto tempo»
Durante il colloquio si è parlato anche di Mykhailo Fedorov, ex ministro della Difesa ucraino, oggi indicato come consigliere del ministro italiano Guido Crosetto per l’innovazione e le tecnologie militari. «A dire il vero, non lo vedo né lo sento da molto tempo», ha dichiarato Zelensky, aggiungendo di non avere notizie precise sui suoi spostamenti. «Mi dicono che si trovi all’estero. Non ho dettagli, nessuna chiamata, nessun messaggio».
Alessandro Di Battista «sta affrontando nel migliore dei modi la fase successiva all’intervento» e «non vede l’ora di riprendere le sue battaglie». È quanto si legge nell’ultimo aggiornamento riguardante l’ex deputato del M5s, fornito sui social dalla sua Associazione Schierarsi, che ha colto l’occasione per ringraziare i medici del reparto di Neurochirurgia dell’Hospital Clínico Quirúrgico Hermanos Ameijeiras dell’Avana «con tutto il cuore per lo straordinario lavoro svolto, per la professionalità e per la dedizione con cui hanno affrontato una situazione estremamente delicata, confermando ancora una volta l’eccellenza della sanità cubana». Ringraziamenti anche per «le autorità italiane, l’Unità di Crisi della Farnesina e, in particolare, per l’ambasciatrice Simona De Martino». Nel post pubblicato sui social, Schierarsi ha poi ribadito «la necessità di mantenere la massima prudenza nella diffusione delle informazioni» sulle condizioni di salute di Di Battista.
Il rientro in Italia programmato e poi rinviato
Di Battista, colpito da un malore mentre si trovava a Cuba per un reportage per il Fatto Quotidiano, sarebbe dovuto tornare in Italia sabato 5 settembre con un’aeroambulanza dall’Avana, dove era stato trasportato dopo un primo ricovero in gravi condizioni a Santa Clara, in seguito a forti dolori alla testa. Ma i piani sono saltati a causa di un peggioramento delle condizioni di salute, che ha reso necessario un intervento chirurgico.
I carabinieri del Nucleo Investigativo e i poliziotti della Squadra Mobile hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di sette persone accusate – a vario titolo – dell’omicidio dell’ex capo degli ultrà della Lazio Fabrizio Piscitelli, detto ‘Diabolik‘, ucciso il 7 agosto 2019 con un colpo di pistola al Parco degli Acquedotti, a Roma.
Manifesti appesi a Roma a un anno dall’omicidio di Piscitelli (Imagoeconomica).
Le persone individuate come mandanti dell’omicidio
Attraverso intercettazioni ambientali e telefoniche e l’analisi di chat criptate, gli inquirenti hanno raccolto gravi elementi indiziari sull’esistenza di un accordo criminoso tra diversi clan romani, volto a tutelare i rispettivi interessi nel narcotraffico. Michele Senese, storico capo dell’omonimo clan considerato dominante nell’area in cui venne eseguito l’agguato, è stato individuato come mandante apicale: avrebbe fornito l’assenso preventivo determinante per l’uccisione di Piscitelli, che si era reso autonomo nel traffico di stupefacenti assieme a Fabrizio Fabietti e si rifiutava di corrispondere la quota pattuita sui profitti delle sue attività illecite. Leandro Bennato (mandante e organizzatore), a capo avrebbe deliberato l’eliminazione di ‘Diabolik’ ritenendolo un concorrente scomodo sul mercato della cocaina e, il giorno del delitto, avrebbe fornito supporto diretto scortando il killer(Raul Esteban Calderon è stato però assolto in appello) a bordo di uno scooter rubato.
La panchina su cui fu uccisio Fabrizio Piscitelli (Ansa).
Il terzo presunto mandante è Alessandro Capriotti, broker della cocaina conosciuto negli ambienti criminali come “il Fornaro” o “il Miliardero”: avrebbe contribuito a organizzare la trappola mortale fissando un appuntamento con Piscitelli nel Parco degli Acquedotti all’ora dell’omicidio. Il sicario, travestito da runner, lo colpì poi con uno sparo in testa sorprendendolo alle spalle mentre era seduto su una panchina. Le persone arrestate sono accusate a vario titolo di omicidio aggravato con metodo mafioso, estorsione con armi da guerra, tentato omicidio e associazione finalizzata al narcotraffico.
Escalation nelle acque del Golfo Persico e di quello dell’Oman, dove gli Stati Uniti hanno colpito e distrutto cinque petroliere iraniane, a seguito di un attacco dei pasdaran contro una serie di imbarcazioni che tentavano di varcare Hormuz. La risposta americana ha portato a nuovi raid dei Guardiani della rivoluzione, che hanno messo nel mirino obiettivi statunitensi in Giordania.
Gli attacchi iraniani contro due navi della Marina Usa
La nuova escalation è cominciata con gli attacchi dell’Iran contro due navi della Marina americana, otto petroliere e 10 «imbarcazioni non conformi» che tentavano di attraversare lo stretto di Hormuz. I pasdaran, dopo i raid in mare, hanno avvertito di essere pronti ad attaccare «tutte le petroliere presenti nei porti di Kuwait e Bahrein, che ospitano tali terroristi e sono complici delle loro azioni criminali, sia che si trovino all’ancora sia ormeggiate in banchina». L’Iran ieri aveva dichiarato di aver catturato drone subacqueo dell’esercito statunitense all’imbocco di Hormuz.
CENTCOM forces destroyed five Iranian crude oil carriers, Sept. 8, after the Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) targeted a U.S. Navy warship with ballistic missiles twice over the past two days. The U.S. warship successfully evaded the attempted Iranian attacks and… pic.twitter.com/Gi8a2tloN1
La risposta americana: distrutte cinque petroliere iraniane
Poco dopo, il Comando centrale militare Usa ha comunicato la distruzione di cinque petroliere iraniane in risposta ai «ripetuti tentativi» di Teheran di attaccare due unità americane – una portaerei e un cacciatorpediniere – bersagliate invano con missili balistici e da crociera: quattro sono state colpite nel Golfo dell’Oman, all’esterno di Hormuz, e una accanto all’isola di Kharg, nel Golfo Persico.
Video footage of the moments when IRAN launched a massive barrage of solid- and liquid-fueled missiles at US bases in Jordan tonight. pic.twitter.com/o6kQgHYNAd
Il raid dei pasdaran contro una base aerea Usa in Giordania
A quel punto Teheran ha condotto un attacco missilistico contro l’aeroporto di Muwaffaq Salti, in Giordania, dove sono schierate decine di caccia americani, utilizzando munizioni a grappolo: almeno 30 gli ordigni lanciati. L’esercito di Amman ha reso noto di aver abbattuto 18 razzi provenienti dall’Iran, mentre due «sono caduti in aree disabitate», senza fare vittime.
Il governo britannico, sotto la nuova leadership di Andy Burnham, ha annunciato sanzioni senza precedenti contro il commercio di prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, seguito a ruota dall’impegno a fare lo stesso sottoscritto da altri 11 Paesi tra cui Canada, Francia e alcuni stati europei (Italia esclusa). Israele ha risposto chiudendo il consolato del Regno Unito a Gerusalemme est.
L’intervento del ministro Miliband
La scure nei rapporti è stata fatta calare alla Camera dei Comuni da Ed Miliband, titolare del Foreign office nella nuova compagine. Il ministro, con Burnham seduto al suo fianco, ha formalizzato la definizione degli insediamenti israeliani come entità «illegali», denunciandone l’espansione a partire dal contestato progetto E1 in Cisgiordania. Nato da genitori di radici ebraico-polacche in fuga dal nazismo, Miliband ha rivendicato con orgoglio la propria origine di ebreo della diaspora e ricordato i suoi familiari uccisi nell’Olocausto e i legami con Israele, Paese di cui si è detto «amico». Nel contempo, ha tuttavia sottolineato come il suo ebraismo e il riconoscimento del «diritto alla difesa dello Stato d’Israele» non siano in contrasto con il sostegno a uno «Stato di Palestina» nel quadro di una pace fondata sulla «soluzione dei due Stati». Una prospettiva che l’azione dei coloni e la politica del governo Netanyahu sta portando alla «distruzione», ha proseguito, dopo aver richiamato sia le «traumatiche» devastazioni di Gaza negli ultimi tre anni e le «sofferenze indicibilii» patite da uomini, donne e bambini nella Striscia, sia il «terrorismo dei coloni» estremisti in Cisgiordania. Mentre ha rinfacciato a Netanyahu e soci di «chiudere gli occhi» rispetto alla «pulizia etnica» imputata tanto ai coloni quanto all’incitamento esplicito di ministri come i super falchi Itamar Ben Gvir o Bezalel Smotrich.
L’Alternative für Deutschland si differenzia da buona parte dei partiti di estrema destra in Europa, sovranisti e radicali, per non essere costruita intorno a leader carismatici e per certi versi insostituibili. Nessuno tra Tino Chrupalla e Alice Weidel, la coppia che a livello nazionale regge le sorti della formazione fondata nel 2013, rappresenta il prototipo della figura forte che nel corso degli ultimi decenni si è presentata e si presenta sotto varie spoglie nei Paesi del continente.
Ulrich Siegmund con Tino Chrupalla e Alice Weidel (foto Ansa).
Qualche esempio? In Austria la Fpö (Freiheitliche Partei Österreichs, il Partito della libertà d’Austria) era guidata da Jörg Haider e ora da Herbert Kickl, in FranciaJean-Marie Le Pen aveva ceduto il comando alla figlia Marine, in Olanda l’eredità di Pim Fortuyn è stata raccolta da Geert Wilders. In Ungheria è stato Viktor Orbán il rappresentante forse più noto del populismo nazionalista che un po’ ovunque ha avuto emuli, tra ieri e oggi, dalla Polonia dei gemelli Kaczynski al Regno Unito di Nigel Farage.
In Italia i precursori del partito destrorso fortemente personalizzato sono stati Umberto Bossi con la Lega Nord e Silvio Berlusconi con Forza Italia. Negli Stati Uniti i riferimenti sono quelli di Donald Trump e del movimento Maga (Make America great again) e del tecno-nazionalismo personificato da Elon Musk.
Nessuno si ricorda più dei recenti predecessori di Weidel e Chrupalla
In Germania le cose sono diverse e nessuno si ricorda più dei recenti predecessori di Weidel e Chrupalla, da Bernd Lucke passando per Frauke Petry e Jörg Meuthen. Ora sugli scudi c’è Ulrich Siegmund, che rischia di diventare il primo governatore dell’AfD e ha modellato la frazione locale a sua immagine, conducendola al trionfo. Ma si tratta appunto di un leader regionale e il futuro rimane ancora incerto.
Candidati noti nei propri Länder, perfetti sconosciuti altrove
La forza dell’Alternative für Deutschland sta più che altro nell’insieme del movimento e nella rete che lo forma, non nei singoli. I candidati a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove si vota domenica 20 settembre, sono noti sì nei propri Länder, sono dei perfetti sconosciuti però altrove: Kristin Brinker, architetta berlinese, e il duo costituito da Leif-Erik Holm ed Enrico Schult, che rischia di ripetere a Schwerin il successo di Siegmund a Magdeburgo, non appaiono certo modelli di carisma e trascinatori di folle. Porteranno comunque l’AfD in prima fila, consolidando un trend che in questo momento pare difficile da contrastare.
Höcke aspira a diventare leader, ma i guai giudiziari…
Björn Höcke, capo del gruppo parlamentare in Turingia, dove nel 2024 l’AfD è diventata il primo partito senza però arrivare al governo, è il personaggio che aspirerebbe a diventare l’unico leader a livello nazionale, ma rimarrà invece con gran probabilità confinato dov’è, anche solo per essere stato condannato due volte per aver pronunciato uno slogan nazista.
Björn Höcke.
Höcke è considerato comunque uno degli ideologi più estremisti del partito, colui che ha tradotto in prassi l’ideologia identitaria e nazionalista. L’ex leader della fazione radicale Der Flügel, sciolta ufficialmente ma rimasta dominante nei contenuti, ha sempre integrato nei programmi e nei discorsi i richiami alla cosiddetta rivoluzione conservatrice, imbevuta di nostalgia nazionalsocialista.
Tra i pensatori di riferimento c’è il teorico del concetto di remigrazione
Con lui, nella schiera dei pensatori e presunti tali, dentro o vicini all’Alternative für Deutschland, ci sono anche Hans-Thomas Tillschneider, deputato regionale nella Sassonia-Anhalt e promotore del riavvicinamento ideologico al Movimento identitario, e Martin Sellner, teorico del concetto di remigrazione, ossia espulsione di massa di immigrati, inclusi cittadini naturalizzati.
Anche Götz Kubitschek, stratega e vordenker, pensatore di riferimento, della nuova destra tedesca è con la casa editrice Antaios uno degli elementi fondamentali del complesso puzzle strutturale dell’AfD.
Götz Kubitschek.
Un’onda anomala che ha saputo cavalcare bene i social media
L’onda anomala dell’Alternative für Deutschland, dunque, più che sulla scia di un unico leader carismatico scorre su una rete ampia e diversificata, anche capillare, che ha fondato sui social media la propria ascesa, come ha mostrato Siegmund in Sassonia-Anhalt. L’esempio è anche quello di Jean-Pascal Hohm, deputato regionale del Brandeburgo e leader della nuova organizzazione giovanile legata al partito, Generation Deutschland.
I messaggi nazionalisti sono inoltre veicolati attraverso i nuovi media con il supporto di influencer come Naomi Seibt, una sorta di anti-Greta Thunberg, arrivata anche alla corte di Musk; oppure di Reinhild Boßdorf, alla guida del network femminile Lukreta, con l’obiettivo di avvicinare le giovani donne all’ideologia del partito.
Insomma, l’ultradestra tedesca non ha un uomo solo al comando, ma un fronte ampio e stratificato, più adatto a intercettare gli elettori in questo momento: non è un caso che i risultati in Sassonia-Anhalt abbiano certificato come l’AfD sia il primo partito, con percentuali differenti, in diverse categorie di elettori, soprattutto tra i giovani, gli operai e le persone in difficoltà economiche.
Nessun nuovo trailer, ma il minutaggio della serie promette ore di immersione nel mondo creato da William Gibson
In attesa di un trailer più corposo di quello pubblicato nel corso dell'estate da Apple TV per Neuromancer, serie tratta dall'omonimo romanzo del cyberpunker William Gibson, una voce di corridoio molto bene informata ha divulgato i titoli e il minutaggio dei dieci episodi che vanno a comporre la prima stagione e che trovate di seguito:
1. Chiba City Blues – 57 minuti
2. An Algebra of Need – 55 minuti
3. Go For Chaos – 46 minuti
4. The Flatline – 49 minuti
5. A Chain of Winter – 54 minuti
6. The Doll – 45 minuti
7. Mne*mon*ic – 41... - Leggi l'articolo
«E una diretta Twitch della prima notte di nozze, no?». Difficile risparmiarsi un pizzico di malignità, all’indomani del matrimonio-show di Luì e Sofì, alias Me Contro Te, celebrato sabato scorso all’Unipol Dome di Milano davanti a 6 mila spettatori paganti ed esultanti, specie quelli che avevano comprato i biglietti più economici e si sono visti spostare nelle prime file più costose, dove c’erano molti antiestetici vuoti da riempire.
Ma la frecciata nasce già spuntata. Innanzitutto, perché i due giovani content creatorper bambini emanano la sensualità di un set di pentolini giocattolo, e la fantasia più sfrenata che può suggerire la loro prima notte è una battaglia a cuscinate. E poi perché il matrimonio dei Me Contro Te è stato effettivamente consumato, non in pubblico, ma dal pubblico, intendendo per “consumo” l’acquisto e l’uso di beni e servizi: oltre al biglietto, il meet-and-greet e il merchandising a tema, magliette, fermagli, cerchietti luminosi con velo andati letteralmente a ruba fra le piccole “Trote” (così si chiamano i loro fan).
L’età berlusconiana e lo sdoganamento delle nozze farsa
Quanto a validità, queste nozze ne avevano meno dello sposalizio di mia figlia quattrenne con il “morosino” dell’asilo, celebrato 20 anni fa nel giardinetto della scuola con un fazzoletto in testa al posto del velo e un bouquet di pratoline spelacchiate. Ma lo scimmiottamento dei sacri riti matrimoniali è l’ultima cosa che si può rimproverare a Luì e Sofì, in un Paese che ha innalzato a padre della patria uno specialista in sponsali-farsa, Silvio Berlusconi. Resta ancora un mistero l’identità della sua pseudo-sposa nella finta cerimonia officiata nel giardino di Villa Certosa nel 2008 e immortalata dal fotoreporter Antonello Zappadu; anche troppo nota è un’altra “fortunata”, Marta Fascina, impalmata per finta dal Cav a Villa Gernetto nel 2022 e oggi stipendiata per davvero da noi contribuenti come parlamentare di Forza Italia, con un tasso di assenze che sfiora l’88 per cento.
Adriano Galliani e Gianni Letta al matromonio simbolico di Silvio Berlusconi e Marta Fascina (Imagoeconomica).
Solo un’operazione commerciale?
Qualcuno insinua che il matrimonio sia solo un’operazione commerciale per rinfocolare l’interesse intorno ai Me Contro Te, il cui successo comincia ad appannarsi, dopo un decennio di splendore in cui Luigi Calagna e Sofia Scalia, i due sconosciuti fidanzatini di Partinico, né belli né brutti, che postavano su YouTube le loro sfide a chi metteva più schifezze sulla sua pizza, hanno costruito un impero tentacolare, con un canale YouTube da quasi 7 milioni di iscritti, film campioni d’incassi, spettacoli in teatro, serie tv, podcast, libri, gadget e corredi scolastici, tutto firmato Luì e Sofì.
E se l’Unipol Dome non era pieno come un uovo, la diretta Twitch del The Wedding Show ha registrato 100 mila contatti. «La mia infanzia si sposa», era il commento più frequente al video in cui i due piccioncini confidavano le loro “emozioni” alla vigilia del grande giorno (in realtà, da come ci ridevano su, sembravano i primi a considerarlo una pagliacciata, atteggiamento molto sano e lucido che andrebbe adottato dai nubendi in genere).
I Me Contro Te come spunto per l’educazione affettiva
C’è chi ci è cresciuto, con i Me Contro Te, in anni in cui le tivù generaliste avevano smesso di produrre contenuti per l’infanzia e si limitavano a trasmettere paccate di Masha e Orso e Peppa Pig. Luì e Sofì erano come due baby-sitter che avrebbero avuto bisogno loro stessi di una baby-sitter: allegri, sciocchini, giocavano con il cibo, paciugavano con lo slime, smentendo tutti i cliché sui siciliani scettici, fatalisti, fissati con sesso e morte. L’escapismo perfetto per la sparuta generazione post-2008, rari figli unici di adulti sempre più tristi, arrabbiati e sfiduciati. Col tempo, i maschietti si sono disamorati dei Me Contro Te, forse per quel Luì troppo poco sbruffone e testosteronico che non “comanda” abbastanza e non dice parolacce. Per lo stesso motivo, le bambine continuano ad amarli anche da più grandi, vagheggiando in loro una possibilità di coppia eterosessuale giocosa, spensierata, insolitamente paritaria, lontana dalla trita dinamica “immaturo-versus-saccentella” tipica di cartoni, film e telefilm per ragazzi (e non solo).
Un modello tutt’altro che tradizionale e che, a pensarci bene, potrebbe essere spendibile anche come spunto per l’educazione affettiva: i Me Contro Te ci mostrano un uomo e una donna che sono migliori complici e compagni di giochi, che sanno fantasticare e progettare insieme e dividersi equamente le responsabilità. E, facendolo, guadagnano un sacco di soldi, il che non guasta.
I Me contro te al photocall del film Missione giungla nel 2023 (Ansa).
Adesso manca solo il baby shower a base di slime
Tutto vero (soldi a parte), o vero per finta, come il matrimonio milanese? In rete si vocifera che Calagna e Scalia in realtà non stiano più insieme da tempo, e che la coppia resista solo per difendere il marchio. Altri invece ipotizzano che le loro nozze siano solo il primo passo di un upgrade che, con la nascita di un figlio, trasferirà i Me contro Te nella categoria dei “family vlogger”. In questo caso, organizzati e previdenti come sono, Luì e Sofì avranno già opzionato l’Unipol Dome per il baby shower. A base di slime, naturalmente.
«Ho letto che avrei espresso un commento sessista nei confronti di Elly Schlein, definendola “inguardabile” in una chiacchierata informale con un gruppo di conoscenti. Lungi da me essere considerato sessista. Il mio riferimento era inteso esclusivamente da un punto di vista politico». Così il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis in un post su X, a proposito di alcuni suoi commenti a margine di un incontro promosso a Napoli da Forza Italia.
«Ritengo che, in questi anni, Elly Schlein avrebbe dovuto sedersi al tavolo della politica, invece di condannare reiteratamente ed esprimere continue manifestazioni di dissenso. Le idee e la visione politica dell’opposizione possono anche essere apprezzate da chi governa – ha spiegato – ma se ogni qual volta si alimenta il contrasto, allora si diventa stancanti e pertanto si rischia di essere “inguardabili”».
Una costellazione di donne appassionate di fantascienza: scrittrici, saggiste, illustratrici. Ora le si può conoscere tramite un sito web dedicato.
Le prime apparizioni a Stranimondi e poi alla Italcon di Genova. Poi anche un libro, uscito nel 2025 per Delos Digital. Il gruppo Fantascientiste (femministe)ⁿ è ormai una realtà consolidata: ne fanno parte al momento, in ordine alfabetico, Romina Braggion, Laura Coci, Claudia Corso Marcucci, Angelica De Palo, Elisa Franco, Giuliana Misserville, Giovanna Repetto, Silvia Tebaldi, Nicoletta Vallorani, cui si unisce affettuosa, da lontano, dice il sito, Daniela Piegai.
Una comunità – anzi, una costellazione – che si propone di promuovere la presenza... - Leggi l'articolo
Oggi sessant'anni fa andava in onda negli Stati Uniti il primo episodio di Star Trek, The Man Trap. Sei decenni dopo il franchise è ancora popolare ma vive un momento di crisi.
A dirla tutta, il vero sessantesimo anniversario del debutto di Star Trek in televisione era l'altro ieri, il 6 settembre, anniversario della messa in onda del primo episodio sul canale canadeve CTV. Del resto canadese era l'attore principale, William Shatner, come anche James Doohan, l'ingegnere Scott.
L'anniversario però è per convenzione fissato sulla prima negli Stati Uniti, 8 settembre 1966, The Man Trap, Trappola umana in italiano, scritto da George Clayton Johnson. Si trattava del sesto episodio girato, ma fu il primo a essere mandato in onda. Il primo episodio... - Leggi l'articolo
La vittoria schiacciante di Alternative für Deutschland nel piccolo land della Sassonia-Anhalt ha un’importanza che travalica i confini tedeschi, in quanto certifica l’avanzata di un’ombra nera sulla Germania. E, dunque, nel cuore d’Europa. Resta da capire se riuscirà a governare, ma intanto il trionfo di AfD ha evidenziato una spaccatura nel centrodestra in Italia. Se Matteo Salvini ha infatti esultato per il successo della formazione di ultradestra tedesca, l’altro vicepremier Antonio Tajani ha invece mostrato preoccupazione. Giorgia Meloni, invece, per il momento tace.
Complimenti all’amica @Alice_Weidel e a tutta AfD per il trionfo in Sassonia-Anhalt!
Un successo clamoroso, che evidenzia la forte richiesta di cambiamento, sicurezza e lavoro. Alla faccia di chi, a sinistra, alimentava paure e scenari catastrofici.
Salvini esulta (e si trova d’accordo con Vannacci)
«Complimenti all’amica Alice Weidel e a tutta AfD per il trionfo in Sassonia-Anhalt! Un successo clamoroso, che evidenzia la forte richiesta di cambiamento, sicurezza e lavoro. Alla faccia di chi, a sinistra, alimentava paure e scenari catastrofici», ha scritto Salvini sui social. «Paura? Terrore? Pericolo? No, si chiama democrazia. Un’altra Europa è possibile», ha aggiunto il segretario della Lega. Il trionfo dell’ultradestra in Sassonia-Anhalt è riuscito peraltro a mettere d’accordo gli ex alleati Salvini e Roberto Vannacci.
Il fondatore di Futuro Nazionale ha infatti scritto su Facebook: «L’Europa cambia. Merz ha l’ulcera. Monti dovrà dedicare la sua scarsa energia anche a loro. Nessun dorma». Vannacci, eletto al Parlamento europeo con la Lega, dopo l’addio al Carroccio è poi passato nel gruppo Europa delle Nazioni Sovrane, di cui fa parte AfD.
Ulrich Siegmund, leader di AfD in Sassonia-Anhalt (Imagoeconomica).
La preoccupazione di Tajani: «Pessima notizia»
Per Tajani, invece, la vittoria di AfD è «una pessima notizia», in quanto «affermazione di una forza politica che è antitetica rispetto ai valori liberali e occidentali». Il segretario di Forza Italia ha poi dichiarato: «Questo risultato, senz’altro doloroso, ci obbliga anche a registrare e comprendere le paure di molti europei e che per l’ennesima volta chiama l’Ue, a cominciare dai suoi vertici istituzionali, a una presa d’atto: il percorso d’integrazione comunitaria non è un automatismo, i valori occidentali di libertà, solidarietà, ripudio di qualsiasi sirena delle autocrazie non rappresentano una conquista definitiva ma un obiettivo che va conservato e perseguito giorno dopo giorno». Come detto, nessun commento è invece ancora arrivato da Fratelli d’Italia e dalla premier Giorgia Meloni.
Doveva tornare in Italia venerdì 4 settembre, ma un’operazione ha costretto Alessandro Di Battista a rimanere ancora ricoverato a L’Avana. Fonti mediche citate dal Corsera hanno chiarito che l’intervento è riuscito e che l’ex deputato, come da prassi in questi casi, è stato sedato e rimarrà in questa condizione, in terapia intensiva, almeno per un paio di giorni. «Parlare di ciò che accadrà nelle prossime settimane è prematuro», hanno detto persone a lui vicine. Tanto che, anche chi prova a ipotizzare le date di un possibile ritorno in Italia, si tiene un margine abbastanza largo: «Potrebbe stare a Cuba altre quattro settimane, fino a 30 giorni dopo l’operazione. Sarà lunga l’attesa».
Cos’è successo
L’attivista e reporter, che era sull’isola per un reportage per il Fatto Quotidiano, si trova da una settimana all’ospedale Hermanos Ameijeiras di L’Avana dove è stato trasportato dopo un primo ricovero in gravi condizioni a Santa Clara, in seguito a forti dolori alla testa. Da allora, sulle sue condizioni circolano molte voci, ma poche informazioni certe. Nei giorni scorsi sono arrivati nella capitale cubana la compagna e madre dei suoi due figli Sahra Lahouasnia e due medici dell’ospedale Gemelli – un neurochirurgo e un rianimatore – per collaborare con l’equipe locale al suo caso.
L’Iran nei prossimi giorni annuncerà una nuova zona a traffico limitato nel Golfo Persico, assieme alle mappe di un nuovo corridoio di navigazione attraverso lo stretto di Hormuz, frutto di un accordo in via di definizione con l’Oman. Lo ha reso noto il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baqaei, parlando di «negoziati seri e costruttivi» con Muscat, nonostante «fasi alterne a causa delle interferenze e delle pressioni esercitate da alcune parti terze».
Teheran: «La rotta sarà registrata all’Organizzazione Marittima Internazionale»
Una volta raggiunto l’accordo definitivo, «il memorandum d’intesa congiunto tra Iran e Oman per l’istituzione di una rotta marittima temporanea sicura nello stretto di Hormuz sarà registrato ufficialmente all’Organizzazione Marittima Internazionale», ha aggiunto Baqaei. Nelle stesse ore Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, ha spiegato che la nuova zona a traffico limitato partirà dal punto in cui ha inizio il blocco navale statunitense contro l’Iran e si estenderà verso aree del Golfo Persico. Per quanto riguarda la totale apertura di Hormuz, ha aggiunto, Teheran si impegnerà a garantirla «solo quando loro gli americani cesseranno i sabotaggi, le minacce e gli attacchi» contro la Repubblica Islamica.
In arrivo il primo sciopero dei treni di settembre. I macchinisti e i capitreno aderenti all’Assemblea nazionale del personale di macchina e di bordo hanno confermato una protesta di 24 ore che prenderà il via nella serata di lunedì 7 settembre, alle ore 21, e si concluderà martedì 8 settembre alla stessa ora. L’agitazione coinvolgerà il personale del Gruppo Fs italiane, di Italo e di Trenord. Durante lo sciopero, i treni potrebbero subire cancellazioni, ritardi e variazioni – anche prima dell’inizio e dopo la sua conclusione. Le informazioni aggiornate sui collegamenti garantiti sono disponibili sui canali digitali delle imprese ferroviarie, presso le biglietterie e attraverso il personale di assistenza clienti.
Le fasce di garanzia
Come previsto dalla normativa sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali, i treni già in viaggio al momento dell’inizio dell’agitazione raggiungeranno comunque la destinazione finale se questa è raggiungibile entro un’ora dall’avvio dello sciopero. Per il trasporto regionale sono inoltre assicurati i servizi minimi nelle fasce orarie di maggiore affluenza, ovvero dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21. Per conoscere nel dettaglio i collegamenti intercity, eurocity e alta velocità garantiti è possibile consultare gli elenchi pubblicati da Trenitalia e Italo sui rispettivi siti.
Antonio Ingroia è entrato a far parte di Controcorrente, il movimento dell’ex inviato de Le IeneIsmaele La Vardera. Alla base della decisione, ha spiegato l’ex pubblico ministero, «la condivisione di valori che converge in una visione politica nella quale la legalità rappresenta un elemento centrale e non negoziabile». L’ingresso di Ingroia, pm del processo sulla trattativa Stato-mafia e oggi avvocato, riguarda esclusivamente al movimento regionale siciliano di Controcorrente: pertanto manterrà contestualmente i suoi ruoli di presidente di un movimento politico nazionale come Azione Civile e della Fondazione Spazio Legalità.
Ismaele La Vardera (Imagoeconomica).
«Metterò a disposizione la mia esperienza e il mio impegno nella difesa della legalità e della Costituzione per supportare il movimento nella sua attività, con l’obiettivo di contribuire alle istanze di cambiamento ormai non più differibili, che vogliamo portare avanti insieme», ha dichiarato Ingroia. In vista delle Politiche del 2027, Controcorrente a fine luglio aveva ufficializzato la federazione con Progetto Civico Italia, movimento politico fondato da Francesco Onorato, assessore del Comune di Roma, guidato in Sicilia da Carmelo Miceli.
In casa della Leonardino Del Vecchio editore ci si muove tra i curriculum di cani da tartufi, penne deliziose e giovani raffinati analisti, i cui nomi sono tutti annotati nel taccuino di Mario Orfeo, l’uomo deputato a costruire la gioiosa macchina da guerra che farà di Quotidiano Nazionale un giornale coi controfiocchi. Almeno a guardare le ambizioni e i soldi messi in quantità per realizzarle.
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).
Intanto però Leonardino, controverso erede di una dinastia che si sta dilaniando sull’eredità del padre, un merito ce l’ha: è anche grazie a lui se il morente mercato dei giornalisti si è improvvisamente ravvivato. Per anni non si muoveva foglia. Chi aveva una poltrona se la teneva stretta, chi la perdeva difficilmente ne trovava un’altra e gli editori, quando sentivano pronunciare la parola assunzione, d’istinto pensavano alla Madonna di Ferragosto.
Rimesso in movimento un settore dato per spacciato
Adesso invece si compra, si vende e soprattutto si paga. E pare anche parecchio. Merito di Del Vecchio, ma anche dei vari Theo Kyriakou e Alberto Leonardis, nuovi padroni di Repubblica e Stampa, che hanno rimesso in movimento un settore dato per spacciato.
Il vero deus ex machina resta però lui, Lmdv, specie adesso che può disporre come crede delle sue azioni Luxottica, per la soddisfazione delle banche che, avendogli prestato tanti soldi, cominciavano a spazientirsi. Dopo aver rilevato QN, cioè i quotidiani degli eredi Riffeser, ed essere salito al 30 per cento del Giornale (ma l’intenzione prima o poi è di prenderselo tutto), si è lasciato convincere da un’idea piuttosto controcorrente: che per fare i giornali servano i giornalisti. Così ha aperto il portafoglio e dato mandato al buon Orfeo di prenderne un bel manipolo.
Preso anche il Gianni Letta dell’editoria italiana
Nel frattempo ha irrobustito anche la componente manageriale con Francesco Dini, una specie di Gianni Letta dell’editoria italiana. Uno che con discrezione è passato da Carlo De Benedetti a John Elkann e adesso a Del Vecchio senza colpo ferire, sopravvivendo a proprietà e cambi della guardia. Dote non secondaria in un ambiente dove i padroni cambiano più spesso di chi li consiglia.
Francesco Dini (foto Imagoeconomica).
Resta da capire se Leonardino abbia capito fino in fondo in che mestiere si è infilato. Perché lui compra un po’ di tutto, dalle acque minerali ai ristoranti, dagli stabilimenti balneari alle case di produzione cinematografiche, e il sospetto è che consideri i giornali un’altra tessera da aggiungere al mosaico piuttosto variegato che sta mettendo insieme. Solo che un giornale non è un’acqua minerale e nemmeno un bagno sulla spiaggia: oltre a comprarlo, bisogna sapere che cosa farne. Ma questo, eventualmente, è un discorso che viene dopo.
Orfeo ha cominciato puntando ai bersagli grossi
Orfeo, ex direttore di Repubblica, dei telegiornali della Rai e di tanto altro, ha cominciato puntando ai bersagli grossi: Guido Boffo, che si era quasi accasato a Il Gazzettino di Venezia, e Mattia Feltri, che stazionava senza grandi prospettive alla guida dell’HuffPost per di più orfano di quel “Buongiorno” che quotidianamente lo gratificava di complimenti.
Ma la campagna acquisti è tutt’altro che conclusa. Sul taccuino di Orfeo ci sono Carmelo Caruso ed Ermes Antonucci del Foglio, Mattia Ferraresi di Domani, Alessandro Da Rold della Verità e Giacomo Salvini del Fatto Quotidiano. Poi gli opinionisti, da Edoardo Nesi a Pietrangelo Buttafuoco passando per Roberto Regoli, e altri che si aggiungeranno.
Leonardino del resto non bada a spese. E qui viene la parte che appassiona maggiormente le redazioni: gli stipendi. Si parla di cifre favolose che, secondo quello che nella letteratura orale si definisce racconto cumulativo, crescono passando di bocca in bocca. Uno guadagna 100, ma chi lo riferisce lo fa arrivare a 150, che dopo un caffè con uno che la sa più lunga sono già 200, fino all’ora dell’aperitivo, quando il fortunato con quel che prende potrebbe tranquillamente comprarsi un attico. Vero, falso? Poco importa. La notizia è che da parecchio tempo a nessuno passava per la testa di invidiare lo stipendio di un giornalista.
Cuzzocrea ha rifiutato la direzione dell’HuffPost
Il movimento non riguarda soltanto la nascente editoriale di Del Vecchio. L’uscita di Feltri dall’HuffPost ha lasciato libera una casella per la quale si era pensato ad Annalisa Cuzzocrea. Lei ci ha riflettuto e alla fine, a meno di un ripensamento all’ultimo minuto, ha preferito restare vicedirettrice di Repubblica. Non tutte le promozioni, viste da vicino, hanno necessariamente l’aria di esserlo.
Annalisa Cuzzocrea (foto Imagoeconomica).
Adesso all’HuffPost dovranno cercare un altro direttore. E magari, già che ci sono, anche un modello di business sostenibile, visto che dalla nascita il sito ha una certa familiarità con il rosso dei bilanci. A Repubblica, intanto, Stefano Cappellini dovrebbe presto liberarsi di quell’interim che, appiccicato a un direttore, somiglia tanto a una data di scadenza.
Stefano Cappellini (Ansa).
Insomma, è tornato il calciomercato delle penne, liturgia che sembrava sepolta. Per 15 anni il settore ha conosciuto una sola direzione: l’uscita. Tagli, prepensionamenti, incentivi all’esodo: il giornalista, da depositario di un certo status, era diventato solo una voce di costo. Poi internet, i social, i bilanci in perdita, l’intelligenza artificiale, e ogni piano industriale finiva sempre allo stesso modo, col taglio dei redattori. Ora che le copie scendono, le edicole chiudono e da vent’anni si celebra il funerale della carta stampata, qualcuno ha ricominciato a cercarli. E perfino a pagarli molto bene.
Forse il valore di un giornale sta anche in quelli che lo fanno
Potrebbe essere il canto del cigno. Si sa che gli ultimi esemplari di una specie, quando diventano rari, acquistano valore. Oppure può darsi che i nuovi editori abbiano riscoperto una banalità che i vecchi avevano dimenticato: nell’epoca in cui tutti scrivono, postano e commentano, si ergono a influencer di non si sa bene cosa, un giornale ha ancora bisogno di qualcuno capace di trovare una notizia e magari anche di scriverla bene. Sarebbe una discreta vendetta della storia su chi pensava che il problema dei giornali fossero i giornalisti. Adesso che sono diminuiti, e i lettori pure, fatti due conti si è scoperto che forse il valore di un giornale stava anche in quelli che lo facevano.
Storica vittoria dell’estrema destra tedesca di Alternative für Deutschland in Germania. Nel piccolo land della Sassonia-Anhalt, dove vive il 3 per cento della popolazione tedesca, AfD ha trionfato alle elezioni regionali col 44,5 per cento dei voti: consensi raddoppiati in cinque anni, peraltro in una tornata elettorale che ha registrato un’affluenza attorno all’80 per cento. Crollo della Cdu: i cristiano-democratici sono precipitati al 18 per cento, la metà delle preferenze dell’ultima volta. L’AfD non è riuscita a conquistare la maggioranza assoluta: ha infatti ottenuto 41 scranni su 83. Ne manca uno per governare la Sassonia-Anhalt e quindi per avere come presidente il leader regionale Ulrich Siegmund: la Bündnis Sahra Wagenknecht ha aperto a una possibile collaborazione con l’ultradestra: «Decideremo sempre in base alla sostanza», ha dichiarato Claudia Wittig, che era la candidata di punta del partito, fondato tre anni fa da alcuni dissidenti di Die Linke.
Manifesto elettorale di Ulrich Siegmund (Ansa).
Chi è Ulrich Siegmund
Siegmund, che recentemente lo Spiegel ha definito “l’uomo più pericoloso della Germania”, è nato il 25 ottobre 1990 a Havelberg, pochi giorni dopo la riunificazione tedesca. Ed è cresciuto a Tangermünde, altro piccolo centro della Sassonia-Anhalt, dove vive tuttora con moglie e figlia. Ha studiato economia aziendale e psicologia economica e, prima di dedicarsi alla politica, ha lavorato nel settore commerciale: aveva infatti fondato un’azienda di deodoranti per ambienti. Il suo percorso politico è iniziato nella Cdu, poi il passaggio nel 2014 all’AfD, con cui due anni dopo è stato eletto al parlamento della Sassonia-Anhalt, dove dal 2022 è copresidente del gruppo del partito. Seguitissimo su Tik Tok (dove ha 660 mila follower) e Instagram, amante delle motociclette, nell’ufficio ha appeso un ritratto di Otto von Bismarck ed è considerato uno dei leader più radicali di AfD: nel 2023 partecipò alla riunione segreta che si tenne nel 2023 nei pressi a Berlino, durante la quale attivisti dell’estrema destra discussero un piano di remigrazione per espellere dalla Germania milioni di persone di origine straniera. Prima delle elezioni regionali era stato scelto come candidato presidente del land col 97 per cento dei voti.
L’arrivo in moto di Ulrich Siegmund al seggio elettorale (Ansa).
Tim ha comunicato che l’amministratore delegato Pietro Labriola e i dirigenti con responsabilità strategiche del Gruppo hanno portato in adesione le azioni detenute all’opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) totalitaria volontaria promossa da Poste italiane. L’offerta è di 1,67 euro cash e 0,218 azioni del gruppo postale di nuova emissione per ogni azione Tim consegnata. Il corrispettivo è stato ritenuto congruo dal punto di vista finanziario dal cda del Gruppo, che ne ha valutato positivamente il razionale e le prospettive industriali. L’adesione del top management si è chiusa nella scorsa settimana e i dettagli relativi alle singole operazioni saranno resi pubblici attraverso le comunicazioni di internal dealing, si legge in una nota. Salvo proroga con una finestra di riapertura dal 20 al 25 settembre, la chiusura dell’opas è fissata per l’11 settembre e venerdì 4 settembre le adesioni erano il 5,4 per cento. Percentuale che ha fatto salire la quota di Poste intorno al 25 per cento, ancora lontano dall’obiettivo minimo del 66,67 per cento.
Nel grande Palio bancario che da mesi tiene occupati governo, banchieri e retroscenisti, Federico Freni ha improvvisamente cambiato contrada. E siccome non è un passante ma il sottosegretario all’Economia, per di più leghista, la cosa merita qualche attenzione. A Cernobbio ha definito l’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps «strutturata, importante e intelligente», liquidando invece la contromossa di Luigi Lovaglio come «difensiva» e «meno strutturata». Parole abbastanza nette da non poter essere archiviate nella cartella delle dichiarazioni diplomatiche. Tanto più che, fino a questo momento, dalle parti del governo le simpatie sembravano pendere decisamente verso Siena.
Federico Freni (Ansa).
La difesa bipartisan della senesità del Monte
Giorgia Meloni aveva già fatto capire di non gradire l’ipotesi dello «smembramento» del Monte che seguirebbe alla vittoria di Intesa, con una parte degli sportelli destinata al sistema Unipol-Bper. Adolfo Urso, ancora domenica, è tornato sulla necessità di preservare l’integrità di Mps. E attorno alla banca più antica d’Italia si era formato uno di quegli schieramenti trasversali che in politica nascono quando gli interessi in gioco sono così importanti da prevalere sulle appartenenze. A difesa della senesità del Monte si era infatti schierata anche una parte del Pd, custode di una memoria territoriale che evidentemente sopravvive alle disavventure del passato. Il rapporto tra la sinistra e Mps non ha bisogno di essere ricordato ai senesi, e forse nemmeno agli azionisti che pagarono caro il conto dell’acquisizione di Antonveneta e della successiva crisi, conclusa con il salvataggio dello Stato.
Adolfo Urso (Imagoeconomica).
Le rassicurazioni di Cimbri
Nel frattempo Carlo Cimbri con una lunga intervista al Sole 24 Ore aveva però provveduto a togliere qualche argomento ai difensori dell’identità senese, assicurando che il Monte avrebbe conservato nome e radicamento territoriale. Dettaglio non proprio irrilevante: Cimbri è il presidente di Unipol, la cassaforte assicurativa cresciuta dentro quel mondo cooperativo che per decenni ha rappresentato uno degli architravi economici della sinistra italiana. Così, mentre pezzi del Pd si preoccupavano della sorte di Siena, proprio dal mondo delle cooperative arrivavano rassicurazioni sul fatto che l’operazione Intesa non avrebbe cancellato Mps dalla carta geografica.
Carlo Cimbri (Imagoeconomica).
Freni cambia le geometrie della Lega
Poi è arrivato Freni. Che, oltre a essere sottosegretario al Mef, porta sulla giacca il distintivo della Lega. Matteo Salvini non perde occasione per prendersela con le grandi banche, e soprattutto con le due più grandi, Intesa e UniCredit, accusate di gigantismo e chiamate più volte a contribuire, con i loro profitti, alle necessità dei conti pubblici. Freni, invece, ha appena promosso senza troppi giri di parole l’operazione costruita da Carlo Messina. Naturalmente un conto sono gli extraprofitti e un altro le aggregazioni bancarie. Ma Freni da tempo gravita nell’orbita di Giancarlo Giorgetti, che dentro il Carroccio rappresenta una sensibilità assai diversa da quella salviniana. Non a caso proprio Giorgetti lo aveva indicato per la presidenza della Consob, prima che il veto di Forza Italia, contraria a mettere un esponente politico alla guida dell’Authority, lo convincesse a ritirarsi. La sua sortita su Mps finisce quindi inevitabilmente dentro le geometrie di una Lega nella quale il segretario non sembra più avere il monopolio della linea. C’è Salvini che picchia sui colossi bancari, c’è Freni che frena e promuove l’operazione del più grande di quei colossi. E c’è Giorgetti che, il giorno dopo, rimette prudentemente la palla al centro proclamando la «totale neutralità» del Tesoro.
Federico Freni e Giancarlo Giorgetti (Ansa).
Il fronte governativo pro-Lovaglio si incrina
Forza Italia, dal canto suo, ha scelto una posizione più semplice e anche più coerente con la propria tradizione: a decidere dovrà essere il mercato. Antonio Tajani lo ha ripetuto a Cernobbio. Mps va del tutto privatizzata e saranno gli azionisti a stabilire se sia migliore il progetto di Intesa o quello di Lovaglio. Una posizione che consente agli azzurri di non arruolarsi esplicitamente con Messina, anche se simpatizzano con le sue ragioni, ma soprattutto di non finire nella trincea senese. A restarci sono soprattutto Fratelli d’Italia e quella parte del partito che vede nell’autonomia del Monte qualcosa da preservare. È qui che l’uscita di Freni assume un peso che va oltre il giudizio tecnico sulle due operazioni. Perché rompe l’immagine di una maggioranza di governo schierata con Lovaglio e lascia intravedere, anche sul risiko bancario, sensibilità molto diverse.
Antonio Tajani e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
L’ombra francese e la partita per Generali
Dietro c’è poi un’altra storia, che da Siena porta direttamente a Trieste passando per Milano e Parigi. Luigi Bisignani l’ha raccontata sul Tempo mettendo al centro non Mps ma Generali. La sua tesi è che la catena delle operazioni immaginate da Lovaglio possa finire per rafforzare enormemente la presenza francese nel risparmio gestito italiano. Il passaggio è questo. Crédit Agricole è già il primo azionista di Banco Bpm. Se Mps conquistasse Bpm, i francesi si ritroverebbero con un peso rilevante anche nel capitale del Monte. E Mps, dopo aver conquistato Mediobanca, si trova ormai nel cuore del sistema che porta a Generali. Crédit Agricole, Bpm, Mps, Mediobanca, Generali: basta unire i puntini per capire perché qualcuno, a Roma, cominci a guardare con una certa apprensione verso Parigi.
Il logo di Generali (Imagoeconomica).
Due patriottismi finanziari per due conclusioni contrarie
È il rovescio più curioso dell’intera vicenda. Chi sostiene Lovaglio lo fa anche in nome della difesa di un campione italiano e dell’autonomia di Siena, chi ne diffida teme invece che proprio quella costruzione possa consegnare ai francesi una leva importante sul risparmio gestito nazionale. Due opposti patriottismi finanziari che conducono a conclusioni perfettamente contrarie. E forse è per questo che la battaglia è diventata così politica. Non si discute più soltanto di quale offerta sia migliore, ma di chi controllerà cosa quando il rumore delle armi sarà cessato. Mps, Banco Bpm, Mediobanca e Generali sono ormai caselle della stessa scacchiera e ogni mossa ne sposta almeno un’altra. In teoria, ma in tempi di sovranismo e golden power agitati a vanvera, dovrebbe decidere il mercato. Giorgetti proclama la neutralità del Tesoro, Tajani invita la politica a stare fuori dalle banche e lo stesso Freni assicura che la quota del Mef non servirà a condizionare l’esito della partita. Nel frattempo ministri, sottosegretari e leader di partito discutono ogni giorno di chi debba comprare chi. Il mercato, insomma, sarà anche sovrano, ma intorno c’è troppa gente che lo vuole condizionare.
Un settembre ancora più piatto di agosto: le cose più interessanti sono l'ennesimo reboot di Resident Evil e la riedizione di Avengers: Endgame
Un settembre moscissimo, in attesa della stagione inverarnale che porterà diversi titoli di grande rilievo. La novità maggiore è un film d'animazione Dreamworks, L’isola dimenticata. Poi c'è il nuovo reboot di Resident Evil e la nuova edizione di Avengers: Endgame.
The Mandalorian And Grogu
3 settembre, film, Disney+. Reduce dallo scarso successo in sala, record negativo di incassi per un film di Star Wars, il “puntatone” di Mandalorian è arrivato in streaming su Disney+.
Guarda il video: The Mandalorian and Grogu |... - Leggi l'articolo
Prima, la buona notizia: dopo avere ormai perso il conto delle ondate di calore susseguitesi nell’estate 2026, i negazionisti del cambiamento climatico stanno cominciando finalmente a rivedere le loro posizioni – parliamo dei negazionisti classici alla Claudio Borghi, quelli che chiedono il Var per ogni rilevazione barometrica e sostengono che faceva caldissimo anche nell’antica Roma, come dimostrano tutti quegli schiavi con i ventagli nel film peplum. E ora, le due cattive notizie: la prima è che molti ex santommaso del clima, dopo aver accettato a malincuore l’evidenza, proprio non riescono a fare il passettino successivo, e cioè a riconoscere che con il surriscaldamento globale che quest’estate ha trasformato l’Europa in una friggitrice ad aria c’entriamo anche noi e le nostre abitudini energivore ed eco-insostenibili.
Sì fenomeno, la grandine e le trombe d'aria ci sono sempre state come quella famosa del 13 Giugno 1874 che distrusse la Galleria Vittorio Emanuele che era appena stata costruita. Centinaia di feriti gravi per la grandine e per le vetrate che cadevano sulla folla. pic.twitter.com/DVXlMvzIaR
Tutti balleremo allegramente la conga incoronati stile Carmen Miranda
La seconda è che pur di non alleggerire di un grammo la nostra pachidermica impronta di carbonio, parecchi, da negazionisti, stanno convertendosi al termo-ottimismo alla Ignazio La Russa, e ci invitano ad abbracciare con entusiasmo la prospettiva di un’Italia Repubblica delle banane non solo in senso politico, ma anche climatico, dove, negli intervalli tra un tifone e l’altro, tutti balleremo allegramente la conga incoronati stile Carmen Miranda di frutta tropicale a chilometro zero.
Nel fotomontaggio, Ignazio La Russa e Carmen Miranda.
Forse qualcuno quando sente “fossile” pensa alle impronte di dinosauro
Perché tanta riluttanza a collegare qualche neurone in più e ad ammettere che per mitigare gli effetti del cambiamento climatico bisogna puntare con più decisione sull’energia green, invece di sostenere la domanda di combustibili fossili con sconti e bonus a singhiozzo? Forse è colpa dell’espressione “combustibili fossili”, che nella sua equivocità può risultare fuorviante. Il pubblico meno addentro alle questioni energetiche (cioè praticamente tutti i politici di destra) quando sente la parola “fossile”, di primo acchito non pensa al gas, al petrolio o al carbone, ma agli ammoniti, alle impronte di dinosauro o agli scheletri di mammut, tutte cose che si trovano nei musei di paleontologia, non nei distributori lungo le strade.
Un momento della manifestazione Climate Pride a Roma per chiedere lo stop ai combustibili fossili (foto Ansa).
Del resto, a chi mai verrebbe in mente di fare il pieno con le zanne di smilodonte? Nemmeno al ministro Gilberto Pichetto Fratin, probabilmente. Si capisce come l’insistenza sulla necessità di «abbandonare il fossile» cada nel vuoto, eccezion fatta per le frange teo-con lefebvriane, che ben prima della sinistra ecologista diffidavano dei fossili in quanto mettono in dubbio il racconto biblico della creazione del mondo in sette giorni.
Gilberto Pichetto Fratin (foto Imagoeconomica).
Non saranno le continue ondate di caldo, né le cifre dei morti riconducibili alle temperature fuori controllo, né gli eventi meteorologici estremi e ravvicinati a far prendere sul serio la crisi climatica a gente persuasa che il disastro in Nepal sia stato deliberatamente provocato dai cinesi puntando un miliardo di phon contro i ghiacciai dell’Himalaya.
Una donna guarda gli effetti del disastro in Nepal (foto Ansa).
L’unica ossessione delle destre: l’immigrazione
Il clima rientrerà nell’agenda politica delle destre solo quando riusciranno a ricondurle alla loro unica ossessione: l’immigrazione. Non come effetto (siccità e inondazioni costringono davvero migliaia di persone a lasciare le loro terre), ma, al contrario, come causa: i responsabili dell’aumento abnorme e rapido delle temperature in Europa non sarebbero le emissioni di anidride carbonica, ma i migranti dall’Africa e dal subcontinente indiano. Non contenti di snaturarci con l’islam, il couscous e il cricket, ci avrebbero sbolognato il caldo dalle loro regioni natie, per anticipare la sostituzione etnica voluta da George Soros (sempre lui), con una sostituzione climatica che ci renderà tutti più scuri, infiacchiti e in ciabatte anche a Natale.
George Soros (foto Ansa).
Detto così sembra uno scherzo, ma attenzione: il periodo pre-elettorale, come il sonno della ragione, genera mostri. E non è difficile immaginare un post in cui il leghista Borghi evidenzia il nesso fra l’avvento degli stranieri e la sparizione delle mezze stagioni, o Matteo Salvini che accusa gli immigrati pakistani di avere importato le piogge monsoniche in pianura Padana.
Il problema di ogni invenzione è che, una volta passato il brivido della novità, occorre trovarle un‘applicazione. In parole povere, deve servire a qualcosa. Oggi con l’Intelligenza artificiale siamo un po’ come il dottor Frankenstein alle prese con il suo mostro. Prendiamo per esempio i dipendenti di un’azienda: il lavoratore apre il chatbot, gli pone una domanda a cui probabilmente avrebbe saputo rispondere da solo, riceve una risposta che forse non gli servirà nemmeno. Se un tempo negli uffici si fingeva di lavorare, adesso bisogna anche fingere di usare l’intelligenza artificiale. È uno dei paradossi della nuova rivoluzione tecnologica. Chiedo a un’amica: «Ma tu la usi?». «Sì». «Per fare cosa?». «Boh, tipo per sintetizzare un documento o cose così». È ovvio che questa non è la regola e che molte applicazioni semplificano davvero il lavoro quotidiano. Ma è altrettanto vero che l’IA avrebbe dovuto liberarci dalle attività ripetitive e da tutto quel lavoro che occupa tempo senza produrre granché. È davvero così?
(foto di Israel Andrade, via Unsplash).
C’è il rischio di confondere il modello con la realtà
L’esempio più lampante riguarda i focus group virtuali. Per decenni le aziende hanno pagato persone in carne e ossa per sedersi in una stanza a parlare di prodotti, campagne e idee. Era terribilmente imperfetto. C’era chi arrivava in ritardo, chi cambiava continuamente idea, chi si contraddiceva. Insomma erano “solo” esseri umani. Oggi invece è possibile costruire migliaia di individui artificiali. Consumatori virtuali a cui si attribuiscono caratteristiche, preferenze, personalità, opinioni. Possiamo chiedere loro che cosa pensano di un prodotto e simulare la reazione di un’intera popolazione. Il risultato? Un’illusione di scala e velocità. Ma anche il rischio di confondere il modello con la realtà.
Tra i lavoratori cresce la sfiducia nell’IA
Il punto è che, così facendo, stiamo portando l’IA all’interno di territori sempre più complessi e sempre più umani, fatti di giudizi, relazioni, intuito, fiducia. E i lavoratori non ne sembrano più così entusiasti. Secondo una recente analisi di Glassdoor, una sorta di Trustpilot in cui i dipendenti recensiscono le aziende, tra maggio 2025 e maggio 2026 le menzioni sull’intelligenza artificiale sono aumentate del 240 per cento. Fin qui, niente di sorprendente. Ma è l’evoluzione del sentiment a colpire. Nel 2019, infatti, l’81 per cento delle recensioni che riguardavano l’IA erano positive. Nel 2026, la quota è scesa al 43 per cento. Segno che i lavoratori, soprattutto le donne e le nuovegenerazioni, cominciano a diffidare dell’adozione di questa tecnologia. Entrando nel dettaglio, emerge che le critiche si concentrano su temi precisi: paura che l’IA elimini posti di lavoro (20 per cento dei commenti negativi); timori che venga usata come mezzo di sorveglianza (10 per cento); l’obbligo di usare strumenti senza aver ricevuto una formazione adeguata (14 per cento); la percezione che l’intelligenza artificiale peggiori l’esperienza del cliente e, più in generale, distolga l’azienda dal suo core business (13 per cento). In alcuni settori, il rifiuto dell’IA è quasi totale. Tra gli addetti alla gestione e liquidazione dei sinistri assicurativi, per esempio, il 98 per cento dei commenti è negativo, con lamentele che riguardano errori da correggere, metriche di utilizzo imposte e, più in generale, sfiducia nella qualità del lavoro automatizzato.
(foto di Igor Omilaev, via Unsplash).
Perché è necessario rispondere alla domanda: «Sì, ma a cosa serve?»
Viene così il dubbio che le aziende non abbiano ancora capito fino in fondo a cosa serva l’IA. E lo stesso vale per i lavoratori. È uno strumento per aumentare la produttività? Per tagliare posti? Per controllare il rendimento di un dipendente? O la si adotta solo perché lo fanno tutti? Ogni epoca ha avuto la sua parola magica: innovazione, sinergia, transformation, disruption. Adesso è il momento dell’IA che ha tutta l’aria di non essere una moda passeggera. Sicuramente l’intelligenza artificiale cambierà profondamente il modo in cui lavoriamo. Ma proprio per questo quella domanda, «Sì, ma a cosa serve?», merita una risposta convincente per non perdere di vista il senso stesso del lavoro.
La campanella non è ancora suonata ma molte famiglie italiane stanno già facendo i conti con il nuovo anno scolastico (letteralmente). Secondo l’ultima rilevazione dell’Osservatorio nazionaleFederconsumatori, infatti, nel 2026 il corredo scolastico costerà in media 673,60 euro per alunno, il 2,3 per cento in più rispetto all’anno scorso. Dentro ci sono zaino, astuccio, quaderni, penne e tutto il materiale da sostituire; a questa cifra, dalla scuola media in poi, si devono aggiungere i libri: mediamente 545,66 euro per i testi obbligatori e due dizionari, l’1,6 per cento in più rispetto al 2025 (anche se i libri di seconda mano consentono di risparmiare oltre il 29 per cento). Ma è soprattutto quando si cambia ciclo scolastico, che la spesa si impenna: per un ragazzo che entra in prima media, Federconsumatori stima 561,61 euro tra libri e due dizionari (arrivando a 1.235,21 euro se si aggiunge il corredo), mentre, per chi comincia le superiori, il totale schizza a 1.478,75 euro. E questo senza neanche aver acquistato un computer: per pc e altre dotazioni tecnologiche – tablet, webcam, microfono, antivirus e programmi – la cifra lievita ancora molto.
Bambini in prima elementare (Ansa).
La mappa dei sostegni alle famiglie
In Italia, lo sappiamo, l’istruzione è pubblica, ma completamente gratuita lo è solo fino a un certo punto: alle elementari, i libri di testo vengono forniti dai Comuni; dalle medie in poi, invece, esistono tetti ministeriali al costo dei libri e agevolazioni per le famiglie con redditi più bassi, che però dipendono da Regioni e Comuni, e hanno requisiti Isee e importi differenti. La stessa Federconsumatori, nella mappa degli aiuti appena pubblicata, sintetizza la situazione con un efficace «regione che vai, agevolazione che trovi». Proprio il costo dei libri è diventato quest’estate un piccolo caso sui social grazie a Filippa Lagerbäck. La conduttrice, nata e cresciuta in Svezia e da molti anni residente in Italia, ha criticato su Instagram la pratica – a quanto pare molto “italiana” – di ricorrere continuamente a nuoveedizioni di libri, cosa che rende più complicato acquistare testi di seconda mano. «In Svezia i libri vengono consegnati all’inizio dell’anno scolastico e devono essere restituiti alla fine. Mia madre non ha mai speso un centesimo per i libri scolastici», ha ricordato.
(foto di Markus Spiske via Unsplash).
Il modello svedese: materiali, libri, mensa e trasporti gratis
Quello di Filippa Lagerback non è solo un ricordo personale: la normativa svedese stabilisce infatti che nella scuola dell’obbligo l’istruzione debba essere gratuita e che gli alunni debbano avere accesso senza costi a libri e altri strumenti necessari all’apprendimento. Anche i pasti scolastici non comportano alcuna spesa per le famiglie e, quando ricorrono determinate condizioni, lo stesso vale per il trasporto casa-scuola. Ovviamente anche in Svezia le famiglie sostengono spese legate alla vita scolastica, ma il perimetro di ciò che viene considerato «parte dell’istruzione gratuita» è più ampio. A cominciare proprio dai libri necessari a seguire le lezioni.
Come funziona nel resto d’Europa
Anche in questo caso, comunque, Paese che vai, istruzione che trovi. In Francia, ad esempio, i libri sono gratuiti nella scuola primaria e nei collèges (la nostra scuola media), mentre nei lycées intervengono spesso le Regioni; soprattutto, però, esiste l’Allocation de rentrée scolaire, un contributo nazionale legato al reddito che viene erogato alle famiglie prima dell’inizio dell’anno scolastico (e che quest’anno ammonta a 426,87 euro per i bambini dai 6 ai 10 anni, a 450,41 euro per i ragazzi tra 11 e 14 anni e a 466,02 euro per quelli tra i 15 e i 18). In Germania, per le famiglie economicamente più fragili, interviene il pacchetto Bildung und Teilhabe (Stato sociale per l’istruzione e la partecipazione) che, nel 2026, prevede 195 euro per figlio destinati al materiale scolastico e alla possibilità di coprire, in presenza dei requisiti, altre voci come gite, mensa, trasporto e attività extrascolastiche. Persino nel Regno Unito, dove alle spese per i libri e il materiale scolastico si aggiunge quella – poco familiare agli studenti italiani – dell‘uniforme, il costo dell’istruzione è diventato oggetto di intervento pubblico: a partire proprio da quest’anno, il Children’s Wellbeing and Schools Actha fissato nuove regole per ridurre i costi scolastici a carico delle famiglie, obbligando gli istituti a garantire l’accesso a uniformi di seconda mano e limitando fortemente i capi firmati/logati obbligatori.
(foto di Kimberly Farmer via Unsplash).
Una scuola gratuita solo sulla carta
Se, quindi, in Italia lo Stato garantisce la gratuità dei libri alle elementari e interviene successivamente attraverso tetti di spesa e una galassia di bonus locali (tra cui quello fino a 1.500 euro per studente per le scuole paritarie, introdotto nell’ultima legge di Bilancio e molto contestato), la Francia versa direttamente a milioni di famiglie un assegno per affrontare la rentrée, mentre la Germania sostiene le spese scolastiche dei nuclei più fragili. La Svezia, invece, considera libri, materiali necessari e mensa parte integrante della scuola pubblica, dimostrando da sola la differenza tra una scuola formalmente gratuita e una che lo è davvero.
«Il sole sta per tramontare a Occidente. Tutto è tranquillo nella Città Proibita». Guo Degang ha sostituito con queste parole il verso di una canzone patriottica dedicata al lago Weishan. Improvvisazione che ha fatto finire uno dei comici più popolari della Cina sotto indagine. Pochi giorni dopo, nello Hebei, lo scultore Gao Zhen è stato condannato a tre anni di carcere per opere in cui Mao Zedong appare inginocchiato, deformato o davanti a un plotone d’esecuzione. Due episodi avvenuti in rapida successione che lasciano intendere i limiti entro i quali devono muoversi comici e artisti cinesi. In entrambi i casi, l’intervento delle autorità ha protetto i simboli della storia rivoluzionaria dalla satira.
Guo Degang nei guai per aver ironizzato su una canzone patriottica
Prima è arrivata la notizia dell’indagine aperta su Guo. Il comico è considerato uno dei principali artefici del rilancio delloxiangsheng, un genere tradizionale di comicità basato su giochi di parole e improvvisazione. Ma improvvisare su una delle canzoni più amate dal Partito comunista, utilizzata nelle celebrazioni per l’anniversario della Repubblica Popolare, gli sta causando dei guai. Tutto è cominciato il 24 luglio, quando Guo si è esibito a Wuhan in un adattamento dell’opera Ji Gong, il Buddha vivente. Nei panni del monaco irriverente del folklore cinese ha intonato Suonando la mia amata pipa, brano composto nel 1956 per il film Guerriglieri della ferrovia, dedicato alla resistenza comunista contro l’occupazione giapponese. Nel testo originale il sole tramonta a Occidente e la quiete scende sul lago Weishan. Guo ha trasferito la scena nella Città Proibita, aggiungendo alla canzone alcune rime burlesche. Il brano fa parte del repertorio patriottico della Repubblica popolare e nel 2019 il dipartimento della Propaganda del Partito comunista lo aveva incluso fra le 100 canzoni scelte per celebrare il 70° anniversario dello Stato.
Guo Degang (da Youtube).
Uno spettatore però ha denunciato Guo per aver «distorto e volgarizzato un’opera rivoluzionaria classica» e violato la morale pubblica e tanto è bastato perché l’ufficio della Cultura e del Turismo di Wuhan aprisse un’inchiesta. L’esibizione era stata autorizzata, ma la variante introdotta da Guo non compariva nei materiali presentati per l’approvazione preventiva. Il risultato? Alcuni dei suoi spettacoli in programma sono stati cancellati e il caso è finito sotto la lente delle autorità. Sui social cinesi se ne discute molto, con opinioni anche opposte. Una parte degli utenti considera intoccabile Suonando la mia amata pipa. «L’arte deve servire il popolo, se al popolo non piace, non fate questo tipo di arte», recita uno dei commenti rilanciati dai media statali. Altri giudicano le autorità «troppo sensibili» e difendono l’esibizione come una normale improvvisazione coerente con l’opera di Ji Gong.
Gao Zhen condannato per aver leso l’onore di «eroi e martiri»
Pochi giorni dopo la notizia dell’indagine su Guo, è giunta quella della condanna di Gao Zhen. A fine agosto, il Tribunale popolare di Sanhe lo ha riconosciuto colpevole di aver leso la reputazione e l’onore degli «eroi e martiri», infliggendogli il massimo previsto per la fattispecie di reato: tre anni di reclusione. Gao, che era residente negli Stati Uniti, è stato arrestato il 26 agosto 2024 e ha già trascorso due anni in custodia cautelare. Se l’appello annunciato dalla difesa non modificherà la sentenza, uscirà dal carcere a fine agosto 2027. Gao ha acquisito notorietà internazionale per il progetto Gao Brothers lanciato con il fratello. Il duo è diventato celebre per le opere sulla Rivoluzione culturale, la censura e il culto di Mao. Alla base c’è un’esperienza personale. Il padre dello scultore, classificato come «nemico di classe», morì in detenzione durante la Rivoluzione culturale. Quel trauma familiare attraversa i lavori contestati, realizzati fra il 2005 e il 2009. In Mao’s Guilt, il Grande timoniere è inginocchiato in una posa di pentimento. Nella serie Miss, Mao ha seno femminile e naso da Pinocchio. In The Execution of Christ, uomini con le sembianze di Mao puntano i fucili contro Gesù. Durante la perquisizione dello studio dell’artista, le autorità hanno sequestrato decine di opere, fra sculture, dipinti e fotografie. Le sculture sono anteriori sia alla legge del 2018 sulla protezione degli eroi e dei martiri sia all’introduzione, nel 2021, dello specifico reato. La mancata pubblicazione delle motivazioni lascia irrisolto il punto centrale del procedimento: se sia stata punita la realizzazione delle opere oppure una loro diffusione successiva. Amnesty International e Human Rights Watch denunciano un’applicazione retroattiva della norma.
Perché aumentano i controlli sulla comicità dal vivo
Quelli di Guo e Gao non sono gli unici casi. Nel 2023 una battuta sui cani costò alla società del comico Li Haoshi una multa di 14,7 milioni di yuan. Li aveva associato due animali che inseguivano uno scoiattolo a uno slogan dell’Esercito popolare di liberazione. Nel 2022, la comica Li Bo è stata multata per aver ironizzato sulla quarantena imposta a Shanghai durante la pandemia di Covid. Negli anni, in Cina la comicità dal vivo ha conquistato spazio come alternativa meno levigata alla televisione. Pressioni lavorative, matrimoni, ansia sociale e discriminazioni entrano nei monologhi con ampia libertà. Ma la crescita economica (e di audience) del settore sta attirando un controllo più stretto e, in alcuni casi, sanzioni o condanne. Soprattutto quando si toccano i simboli della storia della Repubblica Popolare, alterando la compostezza richiesta dalla memoria ufficiale.
I vincitori del maggiore premio della fantascienza, indizi sul nuovo film di Star Trek, Mark Ruffalo e l'antisemitismo, la seconda stagione di Ahsoka nella settimana di Fantascienza.com
È ancora una donna a vincere il Premio Hugo per il miglior romanzo, Alix Harrow, l'autrice di Le streghe in eterno, col suo nuovo lavoro The Everlasting. L'anno scorso aveva vinto Robert Jackson Bennett, interrompendo una sequenza di Hugo femminili che andava avanti dal 2016. Una donna anche nella categoria romanzo breve, la canadese Amal El-Mohtar. Anche tra i finalisti le donne sono predominanti. È un femomeno interessante che si presta a diversi tipi di ragionamento. Uno di questi può essere: quanto incide il genere dei votanti all'Hugo? Nei primi decenni del... - Leggi l'articolo
Guardando il profilo Instagram di Camelia Mihailescu Vannacci, la consorte del generale Roberto Vannacci, saltano agli occhi alcune ripetizioni rivelatrici: la prima è la sottolineatura, reiterata, che lei è un’immigrata rumena. «Vi salutano il kebabbaro turco e la zingara rumena», dicono i due, a turno, nel video postato da Camelia per fare gli auguri di ferragosto ai follower; e «Saluti al mio amico Vladimir e al cavallo di Troia italiano. Vi saluta l’immigrata rumena», dice con enfasi da attrice consumata nell’ultimo post filo-russo; e di nuovo: «Vi saluta l’immigrata rumena», alla fine del video in cui spiega perché mostrò il dito medio a due donne sul lungomare di Viareggio, dopo che queste avevano chiesto a un’orchestrina di intonare Bella ciao al passaggio di Vannacci.
La condizione di immigrata deve pesarle, ed essere evidentemente esorcizzata, anche solo per poter rispondere per le rime a chi le scrive, nei commenti: «Non ti ha ancora remigrata tuo marito?». Due lauree, in giurisprudenza e psicologia, la moglie di Vannacci parla quattro lingue e scrive i post in tre, italiano, inglese e rumeno, per difendere il marito.
Vannacci e la moglie su Diva e Donna.
Usa molto il reclaiming: la laurea in psicologia non è stata inutile
Nelle rare interviste rilasciate, a il Giornale e a Un giorno da pecora, sostiene di non essersi mai sentita discriminata in quanto rumena, ma l’uso sistematico del reclaiming, l’appropriarsi di termini usati in modo dispregiativo come «zingaro», è un modo per disarmare l’interlocutore; dicendolo per prima, Camelia Mihailescu è come se rivendicasse per sé il diritto di definirsi così, togliendo agli altri l’eventuale possibilità di insultarla: la laurea in psicologia non è stata inutile.
Con soli 216 post pubblicati su Instagram (il primo il 22 dicembre 2022) ha raggiunto oltre 13,5 mila follower, seguendo appena 280 profili, tra cui il profilo de La zanzara: a Giuseppe Cruciani dedica alcuni post innamorati, in uno si vede lei tra Cruciani e Vannacci, con la didascalia «L’immigrata rumena e i due fasci»; in un altro lo definisce, in rumeno, «Inegalabilul, ireverențiosul, rebelul, dar mereu suuuuper simpaticul».
Una polemica persino sul chewing gum
Mette diligentemente i like a tutti i post di Laura Ravetto e, a una sommaria analisi dei suoi profili social, risulta evidente che lei si espone per combattere, per dividere, per polarizzare. Fa molto uso di filtri e i selfie sono tutti in modalità narcisistica e compulsiva, le pose tutte da attrice, gli abiti spesso lunghi. Su un post di Facebook se la prende con la stampa di sinistra perché hanno notato che, durante un’intervista, masticava visibilmente un chewing gum: «Dilemma: mentre una persona esce dal bagno (toilette), un giornalista la rincorre per una intervista. La donna stava masticando, da libera e normale cittadina (italo-romena), una cingomma. Secondo voi, la doveva sputare di fronte alle telecamere???».
Citazioni di Proust che sembrano biscotti della fortuna
Poi, in un post su Instagram, ecco una citazione di Proust, a commento di una sua foto in abito lungo nero: «Cerca e conserva sempre un pezzo di cielo sopra di te»; purtroppo la celebre frase che Legrandin rivolge al giovane narratore nel primo capitolo della Recherche «Cercate di conservare sempre un lembo di cielo sopra la vostra vita, ragazzo mio… avete un’anima bella, di una qualità rara, una natura d’artista; non lasciatele mancare ciò di cui ha bisogno», contestualizzata tra queste foto, con sfondo di villetta a schiera e barbecue, fa l’effetto dei biscotti della fortuna che danno nei ristoranti cinesi a fine pasto, che contengono sempre un bigliettino con sopra scritta una sciocchezza.
«In casa nostra comanda il matriarcato»
Ai 133 commenti, la maggior parte derisori, sotto questo post lei risponde puntigliosamente: a tutti. Significa che si è messa di buzzo buono per creare engagement: rispondere in modo che ritiene brillante a chi le dice «ma parla italiano!» le serve per guadagnarsi altri follower e, in ogni caso, per avere l’ultima parola; in un altro post confessa che «in casa nostra comanda il matriarcato. Roberto è così disordinato!».
Un’arma per la comunicazione in un momento delicato
Forse si appresta a gestire lei in prima persona la comunicazione del generale in un momento delicato, in cui alcuni militari che hanno aderito a Futuro Nazionale sono finiti sotto indagine. Lo staff di Vannacci e del partito attualmente non opera da un unico studio di comunicazione centralizzato, ma fa perno su diverse sedi logistiche e operative divise tra la sua attività politica, quella parlamentare e di movimento: da Piazza San Lorenzo in Lucina a Roma, sede di Fn, dove lavorano Massimiliano Sironi e Lorenzo Gasperini, a Bruxelles e Strasburgo, dove l’ufficio accreditato segue il Vannacci parlamentare europeo, fino a Viareggio, sede legale del Movimento dove opera il Comitato Il Mondo al contrario. E dai profili social di Camelia, ovviamente, sempre più caldi, sempre più attivi.
È il 2019 e siamo nel talk politico DiMartedì. Corrado Augias, dialogando con Pierluigi Bersani, afferma che «essere di destra è facile perché significa assecondare le spinte istintive». Essere di sinistra, continua, chiede invece di superare i sentimenti più immediati attraverso il ragionamento e la conoscenza. Se cito quella scena è perché, negli ultimi giorni, qualcuno l’ha riesumata accostandola alle parole di Stefano Bonaccini, presidente del Partito democratico, che lo scorso 24 agosto ha affermato che in Italia il voto «a Meloni e prima a Salvini» sarebbe «in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città» e «di chi sta peggio economicamente». L’accostamento, tuttavia, confonde due discorsi differenti. Nelle parole di Augias c’era una precisa gerarchia tra forme superiori e inferiori della coscienza politica, tipica di un certo mondo della sinistra italiana. Bonaccini cercava invece, con una formulazione esposta all’equivoco, di descrivere una frattura elettorale e di invitare il proprio campo a interrogarsi sulla perdita di consenso presso ceti che un tempo costituivano una parte essenziale del radicamento sociale della sinistra.
Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).
Che rapporto ha oggi la politica con le diseguaglianze culturali?
Conviene dunque lasciare alle spalle la disputa sulla presunta superiorità della sinistra. Un dato esiste: la destra ottiene risultati migliori tra chi possiede livelli inferiori di istruzione formale, mentre il voto progressista cresce tra i più scolarizzati. Ma istruzione, reddito e territorio sono variabili strettamente intrecciate: se la destra raccoglie oggi consensi consistenti nei ceti popolari, nelle periferie e nelle aree interne, è naturale ritrovare nel medesimo elettorato livelli medi di scolarizzazione inferiori. «Tra le persone meno scolarizzate la destra raccoglie più voti» e «le persone meno scolarizzate votano a destra» non sono dunque affermazioni equivalenti. Se il titolo di studio non può essere separato dalle condizioni sociali entro cui matura, la domanda interessante diventa un’altra: quale rapporto intrattiene oggi la politica con le diseguaglianze culturali? Una parte dei gruppi sociali ai quali la sinistra novecentesca aveva rivolto la propria promessa di emancipazione appare oggi più lontana dal suo campo. Che cosa è accaduto nel frattempo?
Giorgia Meloni (Ansa).
La scomparsa dei luoghi di formazione
La politica di massa del secolo scorso non si limitava a registrare preferenze già costituite, ma le organizzava. Le sezioni dei partiti, le Case del popolo, i sindacati, i patronati, il movimento cooperativo e, sull’altro versante, le parrocchie e l’associazionismo cattolico costituivano una trama capillare entro la quale persino l’erogazione di un servizio poteva diventare occasione di relazione, discussione, apprendimento. Certo, quelle istituzioni producevano anche un certo conformismo, tuttavia rispondevano, in forme oggi difficilmente riproducibili, a una domanda che la loro scomparsa ha lasciato intatta: attraverso quali luoghi una democrazia forma culturalmente i propri cittadini? In quegli spazi, si poteva possedere la quinta elementare e avere l’occasione di leggere ogni giorno un quotidiano, o lavorare in fabbrica e imbattersi in una discussione sulla politica internazionale. Il titolo di studio non esauriva la quantità di mondo alla quale una persona aveva avuto accesso.
I pericoli della pedagogia politica
Andrea Minuz, nel suo recente libro Egemonia senza cultura, ha mostrato quanto sia problematico continuare a utilizzare il lessico gramsciano dell’egemonia ̶ comune anche alla destra meloniana ̶ dopo la dissoluzione del mondo che gli attribuiva consistenza. Una società pluralista deve anzi forse diffidare di qualunque pedagogia politica che pretenda di conoscere in anticipo la destinazione verso cui educare i cittadini. Altra cosa, però, è interrogarsi sulle condizioni della mediazione, cioè su come è organizzato lo spazio sociale che separa l’immediatezza dal giudizio riflesso. La distinzione tra immediatezza e riflessione, infatti, non coincide affatto con quella tra destra e sinistra, ma attraversa entrambe. Esistono istinti identitari e adesioni irriflesse in ogni campo politico. Il problema di una democrazia è piuttosto disporre di luoghi nei quali gli istinti immediati del popolo possano diventare riflessione nella mediazione di una discussione pubblica.
Una manifestazione di CasaPound (Ansa).
Se l’unica mediazione diventa quella invisibile del populismo
La vecchia politica di massa, con tutti i suoi limiti, aveva cura delle infrastrutture della mediazione (partiti, sindacati, associazioni) oggi molto sbiadite. Forse mai come in quest’epoca abbiamo avuto tanta cultura disponibile (si pensi all’immensità dei materiali disponibili in rete), e mai così deboli istituzioni della mediazione culturale. Se la sinistra scopre questa frattura soltanto davanti alle urne, chiedendosi come riconquistare elettori che si sono rivolti altrove, potrà soltanto inseguirne linguaggi e priorità, imitando avversari da cui pure si dice distante. Una politica progressista dovrebbe invece considerare parte dell’emancipazione la ricostruzione delle condizioni della mediazione. Il perché è semplice: quando queste vengono meno, chi possiede già istruzione, tempo e risorse culturali può supplirvi da sé; chi ne possiede meno resta maggiormente esposto all’immediatezza, cioè alle mediazioni tanto potenti quanto invisibili che il populismo contemporaneo sa utilizzare con grande efficacia.
Le automobili, l’intelligenza artificiale e le energie rinnovabili sono già il passato. La Cina ha un nuovo obiettivo: diventare leader mondiale delle interfacce cervello-computer (Bci), sistemi che permettono di creare un collegamento diretto tra il cervello umano e un dispositivo esterno. A Pechino il settore sta vivendo una forte accelerazione. Le autorità sanitarie hanno approvato una serie di prodotti basati sulla tecnologia cerebrale mentre, grazie al sostegno economico e politico del governo, numerose start-up stanno lavorando allo sviluppo di trattamenti per patologie come l’Alzheimer e la paraplegia.
Un chip di Neuralink da impiantare nel cervello.
Il mercato può superare i 14 miliardi entro il 2035
Nel 2025 in Cina il settore delle Bci valeva circa 759 milioni di dollari e, secondo le stime, dovrebbe raggiungere i 904 milioni entro il 2028. Ma è soprattutto nel decennio successivo che la crescita potrebbe accelerare portando il mercato a superare i 14 miliardi entro il 2035. Nell’attuale piano quinquennale, valido dal 2026 al 2030, il governo di Xi Jinping ha inserito le interfacce cervello-computer tra le industrie del futuro su cui puntare insieme alla tecnologia quantistica, al 6G e alla fusione nucleare. Il motivo? L’ambizione di dominare le tecnologie, ma anche la necessità di risolvere i sempre più numerosi disturbi neurologici conseguenza dell’invecchiamento della popolazione.
China's domestically developed semi-invasive brain-computer interface (BCI) system "Beinao No. 1" has completed 16 implantations and is expected to be piloted in qualified Grade-A tertiary hospitals nationwide in 2027. With the longest implantation lasting for over a year,… pic.twitter.com/Ow86CgUmc4
Negli ultimi mesi la National medical products administration, l’autorità cinese che supervisiona e approva farmaci e dispositivi medici, ha autorizzato diversi prodotti legati alle Bci. Tra i più interessanti troviamo il sistema dell’azienda Tiankai Suishi (Tianjin) Intelligent Technology, una cuffia dotata di elettrodi che rileva i segnali elettrici del cervello e aiuta i medici a individuare eventuali deficit cognitivi. Via libera anche a un driver per microelettrodi di StairMed (start-up sostenuta da Tencent e Alibaba) utilizzato per impiantare Bci durante gli interventi neurochirurgici.
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).
Neuracle Medical Technology ha invece ottenuto la prima approvazione cinese per una Bci impiantabile destinata a pazienti con lesioni del midollo spinale. A Shanghai, infine, è stata emessa la prima prescrizione per Neo, un sistema pensato per aiutare i pazienti a recuperare il movimento della mano.
Beijing Leads in Brain-Computer Interface (BCI) Research
China has designated brain-computer interface (BCI) as a key future industry under the 15th Five-Year Plan (2026-2030), and Beijing is making major strides in BCI research and clinical applications. A cutting-edge field…
Start-up e finanziamenti: come funziona l’ecosistema del Dragone
La Cina può contare su un ecosistema pressoché completo che va dalla ricerca di base allo sviluppo tecnologico fino alle applicazioni commerciali dei dispositivi fatti e finiti. Accanto alle start-up operano università, fornitori di componenti e istituzioni pubbliche con un ruolo sempre più importante delle amministrazioni locali. La provincia dello Zhejiang, per esempio, ha messo in campo incentivi per favorire la quotazione in Borsa delle aziende del settore. La città di Shenzhen punta ad accompagnarne l’espansione internazionale e a facilitare fusioni e acquisizioni. Pechino, invece, ha scelto il distretto di Changping come principale polo della capitale per concentrare ricerca, imprese e investimenti sulle Bci.
Auto, razzi e Bci: la Cina sfida Musk a tutto campo
Neuralink, l’azienda fondata da Elon Musk, resta il principale riferimento mondiale nel settore delle Bci, ma Pechino vuole cambiare gli equilibri e punta a creare almeno due o tre colossi di livello globale entro il 2030. Del resto, sul fronte delle auto elettriche, il Dragone ha già conquistato una posizione dominante con colossi come BYD che hanno superato Tesla nelle vendite globali.
Stand Byd (Imagoeconomica).
E nel settore spaziale la società pechinese LandSpace è appena riuscita a recuperare il primo stadio di un razzo: un chiaro avvertimento alla regina dei razzi riutilizzabili SpaceX, sempre di proprietà del tycoon naturalizzato statunitense. Yao Dezhong, direttore dell’Istituto di Scienze del cervello del Sichuan, ha profetizzato: «Le nuove politiche cinesi non cambieranno le cose dall’oggi al domani. Credo che tra tre o cinque anni vedremo gradualmente alcuni prodotti Bci passare a un servizio pratico effettivo per il pubblico». Musk è avvisato.
La madre di tutte le riforme è finita in cantina, e anche la figlia non se la passa un granché bene. Proprio mentre celebra il record di longevità del suo governo, Giorgia Meloni sa di aver mancato almeno uno dei suoi obiettivi dichiarati: la Costituzione rimarrà di fatto la stessa di quando è arrivata a Palazzo Chigi. Il premierato che si sarebbe voluta intestare, infatti, non vedrà la luce, e anche la riforma elettorale che avrebbe dovuto garantire stabilità di governo e potere ai cittadini sta deviando dai suoi propositi. Tutta colpa di un metodo per nulla strategico e molto, troppo, situazionista.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
La montagna ha partorito nuovamente un topolino
All’inizio fu il presidenzialismo. Ma durò poco perché l’idea di cominciare la legislatura con uno scontro con il Quirinale non era consigliabile. La premier ha allora provato con il premierato, «madre di tutte le riforme», ma anche lì la strada è stata tutta in salita e mamma riforma è finita su un binario morto. Ora al rush finale della legislatura, Meloni ci prova con la legge elettorale ma a fronte di grandi dichiarazioni di intenti il percorso è accidentato perché il centrodestra (ma il centrosinistra non è da meno) procede per tentativi, cambiando modello a ogni nuovo sondaggio.
Le regole imposte a maggioranza non portano lontano
L’obiettivo dichiarato era lodevole e strategico per il Paese: garantire stabilità all’Italia e tradurre il voto degli elettori in un governo che durasse cinque anni. «Mettere fine alla stagione dei ribaltoni», «dare all’esecutivo un orizzonte di legislatura» erano gli slogan. Poca condivisione e poco confronto con l’opposizione non hanno aiutato l’iter della legge elettorale, nonostante la storia recente abbia fatto capire ormai anche ai sassi che le regole imposte a maggioranza non portano lontano.
Il balletto tra ballottaggio, norma anti-cespuglio e preferenze
Poi… Poi la Lega ha cominciato a calare nei sondaggi, e ha perso quota l’ipotesi ballottaggio; poi Roberto Vannacci ha rinfacciato alla premier di aver promesso le preferenze e allora sono state reintrodotte ma in versione soft con il capolista bloccato (dopo essere state impallinate alla Camera dai franchi tiratori); poi Noi Moderati ha puntato i piedi, è stata aggiunta una riga anti-cespugli (meccanismo per cui in una coalizione solo il primo dei partiti che non raggiunge il 3 per cento, cioè il miglior perdente, sia conteggiato nel calcolo del premio di maggioranza) che però potrebbe essere modificata e su cui era stato allertato pure il Quirinale; poi Futuro Nazionale è salito nei sondaggi e per arginarlo è tornato in auge il ballottaggio, durato però lo spazio di un mattino perché nuovamente affossato dalla Lega. Insomma, un bel pastrocchio. Qualche testacoda, peraltro, si è registrato anche nel campo largo, con il Pd storicamente a favore del ballottaggio ed Elly Schlein ora invece nettamente contraria per il timore di schiacciarsi troppo sulla linea di Giuseppe Conte.
Antonio Tajani e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
La mancanza di una bussola rischia di aumentare l’astensionismo
Insomma, sguardo lungo zero, volontà di dare al Paese uno strumento che duri e dia una struttura solida men che meno. Tutto l’iter è stato guidato dalla spasmodica attenzione ai sondaggi, dalla sollecita sensibilità ai malumori di un partito o di un partitino, al nervoso timore di perdere un punto a favore del vicino. Al netto della possibilità di trovarsi di nuovo con un mostriciattolo giuridico che ottenga effetti ben diversi da quelli che ci si era prefissati, il timore è anche un altro. Se giustamente la premier si era posta come obiettivo quello di combattere «la disaffezione al voto», lo spettacolo di un percorso di riforma elettorale stiracchiato e senza bussola rischia di non invogliare gli elettori ad andare alle urne. E sarebbe un danno per tutti, anche per chi vincerà, chiunque esso sia.