In casa della Leonardino Del Vecchio editore ci si muove tra i curriculum di cani da tartufi, penne deliziose e giovani raffinati analisti, i cui nomi sono tutti annotati nel taccuino di Mario Orfeo, l’uomo deputato a costruire la gioiosa macchina da guerra che farà di Quotidiano Nazionale un giornale coi controfiocchi. Almeno a guardare le ambizioni e i soldi messi in quantità per realizzarle.

Intanto però Leonardino, controverso erede di una dinastia che si sta dilaniando sull’eredità del padre, un merito ce l’ha: è anche grazie a lui se il morente mercato dei giornalisti si è improvvisamente ravvivato. Per anni non si muoveva foglia. Chi aveva una poltrona se la teneva stretta, chi la perdeva difficilmente ne trovava un’altra e gli editori, quando sentivano pronunciare la parola assunzione, d’istinto pensavano alla Madonna di Ferragosto.
Rimesso in movimento un settore dato per spacciato
Adesso invece si compra, si vende e soprattutto si paga. E pare anche parecchio. Merito di Del Vecchio, ma anche dei vari Theo Kyriakou e Alberto Leonardis, nuovi padroni di Repubblica e Stampa, che hanno rimesso in movimento un settore dato per spacciato.
Il vero deus ex machina resta però lui, Lmdv, specie adesso che può disporre come crede delle sue azioni Luxottica, per la soddisfazione delle banche che, avendogli prestato tanti soldi, cominciavano a spazientirsi. Dopo aver rilevato QN, cioè i quotidiani degli eredi Riffeser, ed essere salito al 30 per cento del Giornale (ma l’intenzione prima o poi è di prenderselo tutto), si è lasciato convincere da un’idea piuttosto controcorrente: che per fare i giornali servano i giornalisti. Così ha aperto il portafoglio e dato mandato al buon Orfeo di prenderne un bel manipolo.
Preso anche il Gianni Letta dell’editoria italiana
Nel frattempo ha irrobustito anche la componente manageriale con Francesco Dini, una specie di Gianni Letta dell’editoria italiana. Uno che con discrezione è passato da Carlo De Benedetti a John Elkann e adesso a Del Vecchio senza colpo ferire, sopravvivendo a proprietà e cambi della guardia. Dote non secondaria in un ambiente dove i padroni cambiano più spesso di chi li consiglia.

Resta da capire se Leonardino abbia capito fino in fondo in che mestiere si è infilato. Perché lui compra un po’ di tutto, dalle acque minerali ai ristoranti, dagli stabilimenti balneari alle case di produzione cinematografiche, e il sospetto è che consideri i giornali un’altra tessera da aggiungere al mosaico piuttosto variegato che sta mettendo insieme. Solo che un giornale non è un’acqua minerale e nemmeno un bagno sulla spiaggia: oltre a comprarlo, bisogna sapere che cosa farne. Ma questo, eventualmente, è un discorso che viene dopo.
Orfeo ha cominciato puntando ai bersagli grossi
Orfeo, ex direttore di Repubblica, dei telegiornali della Rai e di tanto altro, ha cominciato puntando ai bersagli grossi: Guido Boffo, che si era quasi accasato a Il Gazzettino di Venezia, e Mattia Feltri, che stazionava senza grandi prospettive alla guida dell’HuffPost per di più orfano di quel “Buongiorno” che quotidianamente lo gratificava di complimenti.
Ma la campagna acquisti è tutt’altro che conclusa. Sul taccuino di Orfeo ci sono Carmelo Caruso ed Ermes Antonucci del Foglio, Mattia Ferraresi di Domani, Alessandro Da Rold della Verità e Giacomo Salvini del Fatto Quotidiano. Poi gli opinionisti, da Edoardo Nesi a Pietrangelo Buttafuoco passando per Roberto Regoli, e altri che si aggiungeranno.
Leonardino del resto non bada a spese. E qui viene la parte che appassiona maggiormente le redazioni: gli stipendi. Si parla di cifre favolose che, secondo quello che nella letteratura orale si definisce racconto cumulativo, crescono passando di bocca in bocca. Uno guadagna 100, ma chi lo riferisce lo fa arrivare a 150, che dopo un caffè con uno che la sa più lunga sono già 200, fino all’ora dell’aperitivo, quando il fortunato con quel che prende potrebbe tranquillamente comprarsi un attico. Vero, falso? Poco importa. La notizia è che da parecchio tempo a nessuno passava per la testa di invidiare lo stipendio di un giornalista.
Cuzzocrea ha rifiutato la direzione dell’HuffPost
Il movimento non riguarda soltanto la nascente editoriale di Del Vecchio. L’uscita di Feltri dall’HuffPost ha lasciato libera una casella per la quale si era pensato ad Annalisa Cuzzocrea. Lei ci ha riflettuto e alla fine, a meno di un ripensamento all’ultimo minuto, ha preferito restare vicedirettrice di Repubblica. Non tutte le promozioni, viste da vicino, hanno necessariamente l’aria di esserlo.

Adesso all’HuffPost dovranno cercare un altro direttore. E magari, già che ci sono, anche un modello di business sostenibile, visto che dalla nascita il sito ha una certa familiarità con il rosso dei bilanci. A Repubblica, intanto, Stefano Cappellini dovrebbe presto liberarsi di quell’interim che, appiccicato a un direttore, somiglia tanto a una data di scadenza.

Insomma, è tornato il calciomercato delle penne, liturgia che sembrava sepolta. Per 15 anni il settore ha conosciuto una sola direzione: l’uscita. Tagli, prepensionamenti, incentivi all’esodo: il giornalista, da depositario di un certo status, era diventato solo una voce di costo. Poi internet, i social, i bilanci in perdita, l’intelligenza artificiale, e ogni piano industriale finiva sempre allo stesso modo, col taglio dei redattori. Ora che le copie scendono, le edicole chiudono e da vent’anni si celebra il funerale della carta stampata, qualcuno ha ricominciato a cercarli. E perfino a pagarli molto bene.
Forse il valore di un giornale sta anche in quelli che lo fanno
Potrebbe essere il canto del cigno. Si sa che gli ultimi esemplari di una specie, quando diventano rari, acquistano valore. Oppure può darsi che i nuovi editori abbiano riscoperto una banalità che i vecchi avevano dimenticato: nell’epoca in cui tutti scrivono, postano e commentano, si ergono a influencer di non si sa bene cosa, un giornale ha ancora bisogno di qualcuno capace di trovare una notizia e magari anche di scriverla bene. Sarebbe una discreta vendetta della storia su chi pensava che il problema dei giornali fossero i giornalisti. Adesso che sono diminuiti, e i lettori pure, fatti due conti si è scoperto che forse il valore di un giornale stava anche in quelli che lo facevano.














