Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky attraverso X ha annunciato un rimpasto di governo proponendo la sostituzione del primo ministro Yulia Svyrydenko. «L’Ucraina sta cambiando la sua strategia politica. A ciascuna area prioritaria della politica estera verrà affidata una persona specifica con una solida esperienza, in grado di attuare quanto concordato a livello di leadership e quanto auspicato dal popolo ucraino. Le aree più importanti includono gli Stati Uniti e i nostri accordi sulle licenze per la produzione dei sistemi Patriot, nonché altre forme di cooperazione bilaterale in materia di sicurezza, che devono tradursi in vantaggi concreti per i nostri Paesi e per le aziende ucraine e americane. Lo stesso vale per il nostro lavoro interno. Ci sono nuove sfide e nuovi compiti e, di conseguenza, in Ucraina inizieranno i cambiamenti di personale per garantire l’attuazione della strategia politica aggiornata», ha scritto. E ancora: «Ho discusso i dettagli con il primo ministro ucraino Yulia Svyrydenko. Abbiamo stabilito che questi cambiamenti richiedono un rinnovo del Consiglio dei ministri. Sono grato a Yulia per il suo lavoro chiaro, costante ed efficace, per i suoi anni di servizio proficuo nella squadra ucraina, e le ho offerto l’opportunità di guidare un nuovo e importante settore di relazioni con un partner chiave. Mi aspetto che, insieme ai parlamentari, apporteremo i corrispondenti cambiamenti al governo ucraino. Ci saranno cambiamenti anche tra i vertici delle forze dell’ordine».
News
Morto a 78 anni l’attore Sam Neill: i suoi ruoli più iconici
È morto a 78 anni l’attore Sam Neill, famoso aver interpretato il paleontologo Alan Grant nella saga di Jurassic Park. «La perdita è stata improvvisa e inaspettata, ma confortata dal fatto che Sam fosse libero dal cancro», si legge in un comunicato della famiglia pubblicato su Instagram. L’attore, nato in Irlanda del Nord e cresciuto in Nuova Zelanda, aveva annunciato ad aprile di essere guarito da un tumore del sangue al terzo stadio.
Non solo Alan Grant: i ruoli più importante della carriera di Sam Neill
Come detto, Neill è noto al grande pubblico soprattutto per il personaggio del paleontologo Grant, apparso in Jurassic Park nel 1993, ripreso in Jurassic Park III e poi, quasi due decenni più tardi, in Jurassic World – Il dominio. Interprete versatile, Neill nel corso della sua lunga carriera, oltre che in blockbuster ha recitato anche in film indipendenti e varie serie televisive. Nel 1981, al fianco di Isabelle Adjani, fu il protagonista maschile di Possession, pellicola tra l’horror psicologico e il dramma sentimentale, diretta da Andrzej Żuławski e diventata cult anni dopo la sua uscita nelle sale. Nel 1988 recitò accanto a Meryl Streep in Un grido nella notte, dramma ispirato a una nota vicenda di cronaca australiana: la scomparsa della neonata Azaria Chamberlain, che durante un campeggio con la famiglia fu uccisa da un cane selvatico nel deserto. Nel 1990 aveva interpretato il capitano Vasily Borodin, “secondo” del comandante Marko Ramius alias Sean Connery in Caccia a Ottobre Rosso. Nel 1993 uscì Lezioni di piano, film vincitore della Palma d’oro a Cannes, che lo vede nel ruolo del marito della protagonista Ada McGrath. L’anno successivo Neill fu John Trent, paziente in un ospedale psichiatrico e investigatore assicurativo, protagonista dell’horror Il seme della follia. Tra i suoi film più celebri c’è poi L’uomo bicentenario, in cui fu il papà della famiglia Martin, che acquista un androide (interpretato da Robin Williams) inaspettatamente capace di provare emozioni. Più di recente, Neill era tornato alla ribalta nei panni dell’investigatore Chester Campbell, principale nemico della famiglia Shelby nelle prime due stagioni della serie Peaky Blinders.
Stefano Cappellini nominato direttore ad interim di Repubblica
Il Gruppo Gedi ha nominato Stefano Cappellini direttore responsabile ad interim di Repubblica con effetto immediato. L’ha annunciato l’editoe spiegando che «forte della sua profonda conoscenza del giornale, della sua redazione e dei suoi valori, Cappellini assumerà la piena responsabilità della direzione editoriale della testata fino al completamento definitivo del processo di nomina del direttore responsabile». La nomina segue le dimissioni di Mario Orfeo.
È stato direttore de Il Riformista e caporedattore de Il Messaggero
Entrato nel giornale nel 2016, ha ricoperto incarichi di crescente responsabilità, affermandosi come una delle firme di riferimento nell’analisi politica e nell’attualità. In precedenza ha diretto Il Riformista ed è stato caporedattore de Il Messaggero. «Desidero rivolgere a Stefano Cappellini i miei migliori auguri per questa nuova responsabilità», ha dichiarato Mirja Cartia d’Asero, amministratore delegato del Gruppo Gedi. «Sono certa che la sua solida esperienza, il suo lungo impegno nel giornale e le sue straordinarie qualità professionali gli consentiranno di guidare Repubblica con autorevolezza durante questa fase di transizione».
L’Unità, la trattativa Pd-Romeo e il piano B Schlein
No, non è finita. Il 7 luglio l’editore Alfredo Romeo ha sospeso le pubblicazioni de l’Unità, motivando la decisione con il fallimento della trattativa per riportare il quotidiano sotto il controllo del Partito Democratico. In realtà, a quanto filtra dal Nazareno, potrebbe trattarsi solo di una tappa intermedia di una trattativa che, in effetti, facilissima non è. Ma nemmeno naufragata.
Dalla prima crisi ai progetti di rilancio
Il nodo è tutto nella compagine societaria che dovrà gestire il rilancio del giornale fondato nel 1924 da Antonio Gramsci. Romeo vuole un riconoscimento per averlo salvato dalla morte definitiva nel 2023, acquistandolo all’asta per 910 mila euro e quindi impedendo che il suo centenario si trasformasse in un mesto ricordo del caro estinto. I problemi de l’Unità sono di antica data. Nel 1997 sono entrati a far parte della compagine gli imprenditori Alfio Marchini e Giampaolo Angelucci, quest’ultimo oggi editore di Libero, il Giornale e Il Tempo. La débâcle dei giornali, non solo di partito, era già ben avviata e nel 2000 c’è stata la prima sospensione delle pubblicazioni. Fu un vero e proprio trauma per l’intellighenzia progressista, che si mobilitò attraverso una cordata guidata dall’editore Alessandro Dalai: nel 2001 il giornale è tornato in edicola, affidato alla direzione di Furio Colombo.

Da Soru a Romeo
Nel 2008 lo ha acquistato Renato Soru, patron di Tiscali e poi presidente della Regione Sardegna ed europarlamentare. Su consiglio di Walter Veltroni, Soru ha affidato la direzione a Concita De Gregorio. I conti continuavano però a essere più rossi della testata e la non condivisione del piano di risanamento ha portato a una nuova sospensione nell’agosto 2014. L’anno successivo, sotto la segreteria di Matteo Renzi, l’ennesimo tentativo di rilancio è stato affidato a una compagine della quale la fondazione Eyu, legata al Pd, controllava il 20 per cento, mentre l’80 per cento era nelle mani della Piesse, società editoriale nata in seno alla Pessina Costruzioni di Massimo Pessina, proprio per acquisire il controllo dello storico foglio d’informazione. Non a caso, Piesse apparteneva per il 40 per cento allo stesso Pessina e per il restante 60 per cento a Guido Stefanelli, ad della società di costruzioni con una specializzazione nel risanamento di aziende in difficoltà. Nel caso specifico, l’operazione non è riuscita alla perfezione: nel giugno 2017 l’Unità è sparita per l’ennesima volta dalle edicole, avviando una procedura fallimentare terminata solo nel 2023 con l’avvento di Romeo, imprenditore attivo nei settori Real Estate, Property Management, hotellerie di lusso e servizi urbani infrastrutturali. Operazione peraltro non esente da polemiche, vista l’esclusione di un’ampia parte dei giornalisti che facevano parte della redazione. Fin da allora, però, Romeo prospettava il ritorno della testata nell’alveo del Pd come traguardo naturale della sua iniziativa imprenditoriale.

La trattativa in corso
Nel progetto di Romeo, però, c’è la permanenza nella cabina di comando del giornale, seppure con un ruolo minoritario. L’imprenditore è pronto a cedere il 90 per cento de l’Unità al Pd a «un prezzo meramente simbolico», mantenendo però nelle proprie mani il residuo 10 per cento. L’idea non convince affatto i vertici dem, che vorrebbero segnare una netta discontinuità rispetto alla soluzione adottata in epoca renziana. Per un partito politico che ambisce a conquistare il governo del Paese, entrare in affari con un imprenditore privato non è considerata una buonissima idea e questo a prescindere da Romeo e dai suoi coinvolgimenti professionali con il settore pubblico: varrebbe per chiunque. Per convincerlo a cambiare idea, il Pd ha messo sul tavolo un’offerta importante: circa un milione di euro, ben più sostanziosa di quanto speso per l’acquisto all’asta e ancora più rilevante se consideriamo lo stato di salute del mercato editoriale. Romeo per ora non cede e lo stop delle pubblicazioni è un netto segnale della sua determinazione in tal senso. Vedremo se sarà anche un ultimatum.

La svolta progettata da Elly Schlein
A quanto Lettera43 può rivelare, il Pd sta pensando a un piano-B molto diffuso in editoria (e non solo): la formula del rent-to-buy, ovvero l’acquisto finalizzato al successivo passaggio di proprietà. Questo consentirebbe a Romeo di ottenere il suo riconoscimento come proprietario effettivo della rinata Unità, ma col controllo operativo interamente in mano alla struttura che il Pd intende formare ad hoc, mettendosi al riparo da qualunque interpretazione maliziosa. Dopo un periodo di transizione di alcuni anni (circa otto, si mormora), ci sarebbe il passaggio di proprietà definitivo, con il ritorno della testata nella sua casa naturale, il Nazareno.

Il Pd vuole fare l’editore, ma puro
Il dossier è nelle mani di Michele Fina, giovane senatore e tesoriere dei dem. È lui a descrivere la situazione come «il mondo alla rovescia», perché ormai da 30 anni i giornali cercano imprenditori disposti a sostenerli – e faticano a trovarli – mentre nel caso specifico il partito vuole andare avanti con le proprie gambe, configurandosi come editore «puro» in un mercato dove la quasi totalità dei player ha invece altri core-business. L’obiettivo del Pd non è certo realizzare margini economici. L’investimento iniziale è importante, ma la gestione sarà necessariamente affidata ai pochi dipendenti rimasti in redazione (circa sei), rafforzati da molti collaboratori. Sono previsti anche successivi interventi di sostegno al ritorno in auge della testata, nel contesto di un piano economico che punta al pareggio.

Si punta a chiudere l’operazione prima delle Politiche
Il vero scopo dell’operazione è, ovviamente, identitario. Le vicissitudini del proprio giornale di riferimento hanno rappresentato una ferita per l’elettorato storico del partito, che in questo periodo dell’anno si raduna nelle varie feste che ancora si chiamano dell’Unità, nonostante tutto. Il progetto editoriale non è ancora definito e quindi è molto presto per capire chi erediterà la direzione oggi affidata a Piero Sansonetti. Ma da qui alle elezioni politiche del 2027, salvo che non vengano anticipate, si punta a chiudere l’operazione sul piano formale, così da affrontare la difficile sfida a Giorgia Meloni con l’ausilio della storica testata. Fondata da Antonio Gramsci e (auspicabilmente) resuscitata da Elly Schlein. L’importanza politica di questa sfida è ben sottolineata dall’appello rivolto sia a Romeo che al Pd affinché la trattativa vada a buon fine, un’iniziativa firmata, tra gli altri, da Dacia Maraini, Gad Lerner, Nadia Urbinati, Anna Foa, Fausto Bertinotti, Moni Ovadia, Ivano Fossati ed Edith Bruck, scrittrice sopravvissuta ad Auschwitz. Un sogno collettivo di una sinistra orgogliosa delle proprie radici.

Il nuovo Riocontra: chiacchierata con i fratelli Di Bruno su Milano e dintorni
Alfredo e Giovanni Di Bruno sono due relitti lucidissimi della vecchia Milano: baffi, frezza bianca, qualche anno di galera e una memoria piena di piazze, bische, rapine e nobildonne. Vivono ancora insieme a Lambrate, in una casa enorme e decadente, e guardano il presente come due reduci che non hanno mai smesso di diffidare dei conformisti. Sono gli autori di Riocontra, un libercolo di parole parlate all’incontrario, nato in quella stessa Milano tra la fine degli Anni 70 e gli 80, nelle compagnie di quartiere, tra paninari, bar, sale giochi e piazze dove il linguaggio serviva insieme a riconoscersi e a non farsi capire dagli altri. Non era una lingua con regole fisse, ma un gergo mobile, costruito rovesciando e deformando le parole secondo il suono, rimasto poi in vita in piccoli gruppi e trasformato oggi in memoria di una città scomparsa.
Negli ultimi 10 anni il Riocontra è cambiato. Come Milano
Ho trovato il Riocontra nella tasca del sedile di un aereo in partenza da Parigi. Tornavo dal Roland Garros. Era un Ita Airways, anche se Alfredo e Giovanni Di Bruno insistono perché scriva Lufthansa. «Fa più chiove», dice Alfredo. «E metti business», aggiunge Giovanni. «Non ero in business». «Hai una certa età ormai. Devi dire business». Sono passati quasi 10 anni dalla prima intervista a Lettera43 e i due fratelli vivono ancora nella stessa casa di Lambrate, tra tappeti turchi, amari fuori produzione, un tavolo da biliardo riscaldato e una statua di Atatürk appesa a testa in giù perché «non entrava nell’ascensore». Il libro, invece, è cambiato. Come Milano. Perché avete deciso di rifare il Riocontra dopo tanto tempo? «Perché pensavamo di avere chiuso un discorso e invece avevamo soltanto smesso di parlarne», risponde Alfredo. «Il Riocontra era rimasto lì, nei cassetti, nelle tasche dei giubbotti e nella bocca di quelli che continuavano a usarlo senza sapere più da dove arrivasse». La nuova edizione era in preparazione da anni, ma ogni volta qualcosa la faceva sparire: una cartella dimenticata, una bozza prestata, una tasca che cambiava aria. «Noi non siamo persone organizzate», precisa Giovanni. «Siamo persone che, ogni tanto, ritrovano quello che avevano perso». Il momento decisivo è arrivato durante una grande manifestazione passata sotto casa. «C’era un casino pazzesco», ricorda Giovanni. «Studenti, operai, ambientalisti, anarchici, pensionati, gente con le bandiere e gente che probabilmente aveva sbagliato fermata. Tutti insieme, che a Milano ormai è già una cosa rivoluzionaria». Il corteo si dirigeva verso la tangenziale. «Volevano occuparla», dice Giovanni. «Magari volevano attraversarla», lo corregge Alfredo. «Quando hai una certa età anche attraversare una strada sembra un gesto politico». I fratelli non scesero. «Abbiamo aperto la finestra». «Però ci siamo scaldati». Giovanni, il più nichilista, era convinto che dopo pochi giorni nessuno avrebbe più parlato della protesta. «Funziona sempre così. Per alcune ore sembra che il sistema debba crollare. Il giorno dopo girano le fotografie. Il terzo giorno organizzano un dibattito per capire che cosa è successo. Al quarto cercano tutti casa su Immobiliare.it». «Le manifestazioni finiscono», conclude Alfredo. «Il libro rimane». Giovanni lo guarda. «A meno che non lo dimentichi sull’aereo».

«Una regola appena la scrivi, non vale più»
Ma che cos’è davvero il Riocontra? Un gergo, una lingua o un gioco? «Non è semplicemente parlare al contrario», risponde Alfredo. «E non è una lingua che impari facendo gli esercizi». «Non c’è la lezione uno: come ordinare il fumo», aggiunge Giovanni. Il Riocontra nasce nelle compagnie, nelle piazze, nei bar, nelle bische e negli intervalli tra un guaio e l’altro. Le parole cambiano da zona a zona e persino da persona a persona. A volte vengono invertite le sillabe, altre volte deformate, accorciate o ricostruite fino a farle suonare nel modo giusto.
«Il suono viene prima della regola», spiega Giovanni. «Se una parola funzionava, rimaneva. Se suonava male, moriva». Qualche regola esisteva, ma nessuno sentiva il bisogno di scriverla. Perché «appena la scrivi, non vale più», precisa Alfredo.
«Il Riocontra serviva anche a capire chi avevi davanti. Uno apriva bocca e tu sapevi se era della piazza, se era passato di lì o se stava solo facendo scena». Il loro libro, quindi, non è un dizionario. Non pretende di stabilire che cosa sia corretto e che cosa non lo sia. «È una testimonianza», dice Giovanni.
«Noi non volevamo insegnare alla gente come parlare. Volevamo ricordare chi parlava». Dietro ogni parola ci sono un luogo e una storia: una sbronza, una rapina, una galera, un amico scomparso o una nobildonna incontrata dalla porta della servitù. «Non puoi prendere soltanto il termine e buttare via tutto il resto», dice Alfredo. «Se separi la parola dalla persona e dalla piazza, ti resta il rumore. E oggi di rumore ce n’è già abbastanza».
Il Riocontra vuoto usa la parola come un cappellino: la metti, fai la foto e sembri venire dalla strada
In questi anni il Riocontra è finito nei pezzi dei rapper, nei podcast e persino nella pubblicità. «Se un rapper viene dalla piazza e parla così, parla così», dice Alfredo. «La lingua non è nostra e non siamo noi a distribuire le licenze». Il problema, spiegano, nasce quando il Riocontra viene utilizzato come un certificato istantaneo di autenticità. «Una drepa qui, una foba là», fa Giovanni. «Poi nel ritornello metti Lambrate anche se sei cresciuto davanti al golf club. È come mettere il rumore del tram dentro una canzone e dire che hai raccontato Milano».
Insomma, non parlano di un Riocontra falso, ma di un Riocontra vuoto. «Il falso almeno prova a imitare qualcosa», continua Giovanni. «Quello vuoto usa la parola come un cappellino. La metti, fai la fotografia e sembri subito uno che viene dalla strada». Alcuni rapper, riconoscono, hanno tenuto in vita parole che rischiavano di scomparire. Altri le hanno trasformate in accessori. «Prima la parola serviva a non farti capire», dice Alfredo. «Adesso serve a farti riconoscere dall’algoritmo».
Lo stesso è accaduto con i podcast, la pubblicità, i nomi dei locali e perfino le operazioni immobiliari. Giovanni racconta che un nuovo palazzo avrebbe dovuto chiamarsi La Drepa. «Gli appartamenti costavano talmente tanto che la drepa non poteva entrarci». Le parole, secondo i fratelli, vengono consumate per eccesso di utilizzo. «Prima finiscono nella canzone», dice Alfredo. «Poi sulla maglietta, poi sulla tote bag». «Poi le usa il Comune», conclude Giovanni. «A quel punto sono morte». In 10 anni sono comparsi anche studiosi, collezionisti ed esperti capaci di distinguere un’inversione autentica da una sbagliata. «L’Accademia della Crusca della rapina», li definisce Alfredo. «Vogliono mettere le regole a una cosa nata per scappare dalle regole», aggiunge Giovanni. «Fanno i convegni e decidono che una parola si gira così e non cosà». Alfredo taglia corto: «Se suona di merda, suona di merda. Non puoi salvarla con una commissione».

«A Milano quello che prima era un quartiere è diventato un marchio»
Ma come è cambiata Milano rispetto alla prima edizione? «È diventata Monte Carlo senza il mare», risponde Alfredo. «E senza il casinò», aggiunge Giovanni. «Il casinò è l’immobiliare». Secondo i fratelli, dopo Expo tutti si aspettavano una città più aperta, più equa e internazionale. «Pensavano che sarebbe diventata Berlino», dice Giovanni. «È diventata un Autogrill a cielo aperto. Entri, consumi, fai una fotografia e riparti».
Le officine sono diventate caffetterie, le ferramenta spazi multifunzionali e le case delle nonne affitti brevi. Quello che prima era un quartiere diventa un marchio; quello che era un panettiere diventa un’esperienza urbana. Il simbolo di tutto è la casa ereditata.
«Uno dice: con l’affitto normale non ci campo», spiega Alfredo. «Allora la mette su Airbnb». «Così si alza da solo il fitto», aggiunge Giovanni. «L’affitto». «Fitto è più Riocontra». Il proprietario pensa di essersi salvato, ma altre cento persone fanno la stessa scelta e alla fine nessuno riesce più ad abitare in città. «L’uno su mille ce l’ha fatta», dice Alfredo. «Ma quello che ce l’ha fatta aveva già la casa della nonna». La responsabilità, precisano, non è soltanto della politica. «La gente fa il 25 aprile, canta Bella ciao e poi torna a casa ad alzare l’affitto», continua Alfredo. «Il capitalismo suo va bene perché è artigianale». «A filiera corta», interviene Giovanni. «Sfrutta uno che abita vicino». La cosa che li irrita di più è l’assenza di autocritica. «Puoi anche fare il tuo business», dice Alfredo. «Ma non raccontarti che stai liberando il quartiere mentre lo rendi inabitabile».
Che fine hanno fatto le piazze e la Milano popolare raccontata nel primo libro? «Le piazze ci sono ancora», dice Giovanni. «Solo che sono piene di tavolini». Per sedersi bisogna ordinare qualcosa. Una volta, ricordano, la piazza era il luogo dove si poteva perdere tempo senza doverlo giustificare. «Adesso se resti fermo 10 minuti arriva uno con il menu», dice Alfredo. «Oppure pensa che stai aspettando il rider». Il nuovo libro vuole restituire voce al «sapie». «Che cos’è il sapie?». «La piazza». «Ma non è il contrario». «Suona bene».
«Il maranza non era una provenienza, era un curriculum»
Ricordano i campetti di via Dezza, dove si incontrano ancora ragazzi, adulti, vecchi e maranza.
Ai loro tempi, precisano, il maranza poteva essere italianissimo. «Era quello di 30 anni che viveva di espedienti», racconta Alfredo. «Tuta, motorino, cugino con la Golf e sempre un amico che gli doveva dei soldi». «Non era una provenienza», aggiunge Giovanni. «Era un curriculum». Oggi, invece, la parola viene usata quasi automaticamente per indicare un ragazzo nordafricano con il borsello. «È diventata una parola razzista», dice Alfredo. «Prima descriveva un modo di stare al mondo. Adesso descrive una faccia».
I fratelli non credono neppure che Milano sia diventata più violenta. «Negli Anni 90 era peggio», sostiene Giovanni. «Solo che i rapinatori erano italianissimi, quindi oggi li ricordano come folklore». Rievocano via Padova, Calvairate e Cimiano: coltelli, motorini rubati, automobili bruciate. «A nostro padre rubarono il cofano della macchina», racconta Alfredo. «Soltanto il cofano?» «Era un bel cofano». Poco dopo provarono a rivenderglielo. «Era lo stesso?» «Aveva ancora dentro i documenti». «I documenti erano nel cofano?». «Erano altri anni».

«Il problema è fare business e continuare a chiamarlo lotta»
Perché ve la prendete tanto con i compagni che hanno aperto i bar? L’intervista continua davanti a una parmigiana, due vitelli tonnati e due friselle.
«Il problema non è che aprono un bar», spiega Giovanni. «Il problema è che trasformano tutto in business e continuano a chiamarlo lotta». «Dodici euro un cocktail», dice Alfredo. «Quindici con la scorza d’arancia resistente». Dietro il bancone restano la falce e martello, le fotografie delle occupazioni e i manifesti contro la speculazione. Ma si accetta American Express.
«Una volta nei bar un piatto di minestra non si negava a nessuno», dice Alfredo. «Adesso te lo portano in una ciotolina», aggiunge Giovanni. «Due cucchiai, una spruzzata di burrata e una foglia traumatizzata». «Venti euro». «Pane escluso». Quello che contestano è la trasformazione di ogni cosa in un prodotto: la casa, la piazza, il quartiere, la protesta e perfino il Riocontra. «Mettono una parola al contrario nel nome del locale», dice Alfredo. «Poi il cocktail costa 16 euro e lo chiamano popolare».
Non risparmiano nemmeno chi critica la gentrificazione. «C’è quello che denuncia Milano dal suo appartamento di 200 metri quadri», dice Giovanni. «Con la governante». «Non Big Mano. Una governante progressista». Il povero, concludono, piace finché rimane abbastanza lontano da poter essere raccontato. «Appena prende il tuo stesso ascensore», dice Alfredo, «diventa un problema di sicurezza».

Che fine ha fatto Giulio?
E Giulio? È ancora in Audi? Giulio, il vecchio mecenate del tabacco e storico editore dei fratelli, compare ancora nelle appendici del libro. Ma oggi non lavora più con le sigarette: si occupa di data center. «Prima riempiva il mondo di fumo», dice Alfredo. «Adesso lo riempie di calore». La sua vecchia azienda sostiene di voler costruire un futuro senza sigarette. «Ma continua a venderle?». «Per finanziare la transizione». Tra Giulio e i Di Bruno ci sarebbe stato uno scazzo. Lui sostiene che il tabacco appartenga al passato. Loro considerano questa posizione un tradimento personale. «Uno lavora tutta la vita nel fumo e poi vuole un mondo senza fumo», dice Giovanni. «È come se un rapinatore aprisse un corso sulla sicurezza domestica». I fratelli continuano a fumare. Alfredo sigarette, Giovanni pipa, sigari e qualunque cosa riesca ad accendere. «Una volta ha fumato una pizza», racconta Alfredo. «Era sottile», si difende Giovanni. Ma sigarette elettroniche, mai. «Abbiamo dei principi». Nonostante lo scazzo, Giulio conserva una pagina nella nuova edizione. «Ai mecenati non si nega una nota a piè di pagina», dice Alfredo. «Soprattutto se hanno ancora i server». Il cameriere prova a dividere la frisella. Si spezza in cinque parti irregolari. Giovanni la guarda. «Ecco la sinistra». Il conto è di 87 euro. «La rivoluzione è finita», dice Alfredo. «Perché?». «Il pane era escluso». Prima di salutarli ripeto la domanda di 10 anni fa. «Che fine ha fatto Giulio?». Alfredo si tiene la pancia. «Giulio è sempre lì». «In Audi?». Giovanni indica il cielo: «No. Adesso è nel cloud».
Chiedo all’Intelligenza artificiale: se il manager si affida ciecamente al bot
C’è una nuova specie umana che si aggira nelle sale riunioni: il Ceo innamorato dell’intelligenza artificiale. Non si limita a usarla: la venera. Le chiede consigli strategici, le sottopone organigrammi e arriva persino a porle la domanda delle domande: «Lo licenzio questo?». Non è uno scherzo. È quanto emerge da una recente inchiesta che ha raccolto le testimonianze di diversi lavoratori americani i cui capi, ormai ossessionati dai chatbot, avevano cominciato a prendere decisioni aziendali, comprese assunzioni e licenziamenti, basandosi quasi esclusivamente sui consigli del bot. «Bot delle mie brame, dimmi…».

Quando in azienda le direttive dell’IA diventano la Bibbia
C’è, per esempio, l’avvocato impiegato in una startup che racconta di un capo arrivato a imporre a tutto lo staff di consultare l’intelligenza artificiale prima di ogni riunione. Aveva persino fatto costruire un documento di centinaia di pagine, ribattezzato internamente la Bibbia, che i dipendenti avrebbero dovuto interrogare al posto dei colleghi per capire come svolgere il proprio lavoro. E che dire dello specialista IT che descrive un supervisore intento a copiare quasi ogni conversazione avuta con colleghi e collaboratori dentro ChatGPT, chiedendo al chatbot se si fosse comportato correttamente? La risposta era quasi sempre rassicurante e finiva puntualmente per confermare qualunque decisione avesse già preso. Un altro caso riguarda una piattaforma software per l’industria manifatturiera. Qui il fondatore ignorava sistematicamente le analisi di mercato del team commerciale, preferendo fidarsi di ciò che gli suggeriva il chatbot, anche quando contraddiceva l’esperienza diretta di chi lavorava sul campo ogni giorno. In altre parole, ignorava il contesto. Che è esattamente ciò che fa tutta la differenza del mondo. E giù novantadue minuti di applausi per questa pantomima fantozziana.

La fiducia cieca nel bot crea caos e instabilità
Il paradosso, notato da molti, è che questa fiducia cieca nell’intelligenza artificiale, presentata come uno strumento di efficienza, produceva ambienti di lavoro sorprendentemente più caotici e instabili, con ruoli che cambiavano di settimana in settimana in base all’ultima conversazione con il bot. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Umanità varia in cerca disperata di leadership, di qualcuno capace di assumersi dei rischi e prendere decisioni. Il risultato? Un capo sempre meno disposto ad ascoltare le persone e sempre meno capace di entrare in sintonia con loro (empatia, la chiamano quelli bravi) perché l’intelligenza artificiale gli restituisce costantemente l’immagine di sé che desidera vedere.
Gli esseri umani diventano numeri e statistiche
È un’immagine che fa sorridere e insieme inquieta, perché racconta un fenomeno reale. L’IA non entra più soltanto nelle vite private delle persone, nei loro rapporti e nelle loro solitudini; si insedia sempre più a fondo anche nelle stanze dove si decide chi lavora e chi no. In un recente libro scritto da un gruppo di professori della Duke University e della Carnegie Mellon University, Moral AI and How We Get There, il tema della disumanizzazione mediata dall’intelligenza artificiale viene spiegato con grande precisione. Il meccanismo è semplice: meno si percepisce l’altro come essere umano, meno si prova empatia; e meno empatia si prova, meno ci si interroga sulle conseguenze che le proprie decisioni possono avere sulle persone. L’IA può contribuire ad amplificare questa distanza in molti modi, a partire dalla tendenza a trattare gli esseri umani come numeri, dati o statistiche, anziché come persone in carne e ossa, con un vissuto imperfetto e inserite in uno specifico contesto.

L’amplificazione dei bias e la produzione di false certezze
Non è l’intelligenza artificiale, di per sé, a essere crudele. È uno strumento e, come tutti gli strumenti, amplifica le tendenze di chi lo utilizza. Proprio perché restituisce risposte apparentemente oggettive, rischia però di conferire una patina di razionalità a decisioni che meriterebbero più dubbi, non meno. Il rischio non è tanto che l’intelligenza artificiale prenda il sopravvento sulle persone, quanto che siano le persone a smettere di sentirsi responsabili delle proprie scelte. Il problema principale non è l’autonomia dell’IA, bensì l’abdicazione della responsabilità da parte degli esseri umani. I sistemi di intelligenza artificiale amplificano infatti i bias già esistenti e producono una falsa certezza che finisce per erodere la responsabilità nei processi decisionali organizzativi, marginalizzando l’esperienza e il giudizio umano.
Dopo le attività ripetitive, si automatizza il giudizio
Per anni si è immaginato che l’intelligenza artificiale avrebbe automatizzato soprattutto le attività ripetitive. Quello che invece emerge da questi racconti è qualcosa di diverso: l’automazione del giudizio. Non perché i manager rinuncino formalmente a decidere, ma perché iniziano a cercare nella macchina ciò che fino a poco tempo fa cercavano nei colleghi: conferma, legittimazione e, forse soprattutto, la rassicurante sensazione di non essere soli nel peso delle proprie decisioni.
L’Europa boccheggia, Pechino vende: il boom dei condizionatori cinesi
Temperature record, caldo estremo, notti tropicali. L’Europa è alle prese con un’estate torrida ma soltanto il 20 per cento delle famiglie del continente dispone di un condizionatore per combattere la canicola. Molte persone stanno correndo ai ripari acquistando in extremis dispositivi refrigeranti di vario tipo. La maggior parte di questi prodotti arriva dalla Cina, che oggi rappresenta circa il 40 per cento delle esportazioni globali di condizionatori. Per l’Unione europea, impegnata a ridurre il deficit commerciale con Pechino, non è un problema da poco.
La corsa europea ai condizionatori cinesi
L’Europa dipende fortemente dai prodotti cinesi e la corsa all’acquisto dei condizionatori Made in China ne è un chiaro esempio. Tra i modelli più richiesti spicca il PortaSplit realizzato dal colosso degli elettrodomestici Midea. Costa circa 900 euro ed è un apparecchio portatile che non richiede né l’installazione permanente né fori sui muri, consentendo di aggirare le norme a tutela del patrimonio storico in vigore in molte città europee. La domanda di prodotti simili è salita alle stelle. Sui social media cinesi sono addirittura comparsi numerosi annunci di spedizionieri che pubblicizzano rotte aeree ad hoc per accelerare le consegne ai rivenditori europei.
Inside Chinese AC maker Midea's smart factory, it takes only 6 seconds to assemble a new AC on the line.
— Li Zexin 李泽欣 (@XH_Lee23) July 3, 2026
The factory has full 5G coverage, AI-powered real-time monitoring, automated unmanned packaging, and robotic transport.
Europe lacks more than just ACs. pic.twitter.com/xubVPto4AF
Perché il caldo rallenta i piani dell’Unione europea
Bruxelles vuole ridurre il suo deficit commerciale con la Cina. Nel 2025 il disavanzo nei confronti di Pechino è aumentato del 15 per cento, raggiungendo i 360 miliardi di euro. Nel primo trimestre del 2026 si è ulteriormente ampliato, toccando i 98 miliardi, il livello più alto mai raggiunto dal 2022. Il caldo estremo, almeno a giudicare dai dati, non farà altro che alimentare l’import di condizionatori cinesi contribuendo ad ampliare il deficit dell’Ue con il Dragone.
Un mercato che entro il 2034 potrebbe valere 35 miliardi di euro
Nella prima metà del 2026 le esportazioni di condizionatori dalla Cina verso l’Ue hanno raggiunto i 3,2 miliardi (+43,2 per cento su base annua). Nessuno dei cinque marchi di condizionatori più venduti in Europa appartiene a un’azienda continentale. La top 5 stilata da Euromonitor International comprende i produttori cinesi Haier, Gree Electric Appliances e Midea seguiti da Beko (Turchia) e Daikin (Giappone). I primi tre controllano circa il 32 per cento del mercato europeo in termini di volumi di vendita al dettaglio: un mercato che vale circa 27 miliardi e che le proiezioni danno in crescita fino a oltre i 35 miliardi entro il 2033/2034.

Tra affari e propaganda: Pechino gioca la sua partita
Il paradosso per l’Ue è servito. Dopo aver accusato Pechino di inondare il mercato europeo con merci a basso costo e adottato misure protezionistiche, Bruxelles scopre che i cittadini non possono fare a meno dei condizionatori del Dragone. La singolare situazione in cui si trova l’Europa non è passata inosservata in Cina, un Paese che utilizza l’aria condizionata persino per refrigerare gli animali nelle fattorie. Il sito Wenxuecity ha osservato con ironia quanto sta accadendo in Francia chiedendosi se «i francesi vivono davvero peggio dei maiali cinesi». Per i media la narrazione è semplice: i condizionatori Made in China stanno salvando l’Europa da un’estate di fuoco. Per l’Unione europea saranno invece mesi infernali. Non solo a causa delle temperature estreme ma anche per le tensioni commerciali con il gigante asiatico destinate ad aggravarsi.
C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
«Per quel che riguarda il pane la cosa è chiara, per quel che riguarda la pace anche. Ma la questione cardinale della primavera va risolta a ogni costo». Vladimir Majakovskij scrive questi versi in anni in cui in Europa stanno montando paure e smarrimenti collettivi che preparano l’ascesa dei regimi totalitari. Tempi che assomigliano molto a quelli che stiamo vivendo noi ora.
L’utopia concreta lanciata da Bifo
Corsi e ricorsi. Suggestioni. Che ripropongono «la questione cardinale della primavera», nella sua invocazione di bellezza, di invito a superare le contingenze materiali e politiche, per abbracciare un cambiamento radicale. A proporre questo esercizio di “utopia concreta“, di sfida temeraria a un sistema incapace di sopire un bellicismo trionfante e di ristabilire un clima sociale positivo, è Franco Berardi detto Bifo. Lo storico agitatore politico e digitale che dalle proteste del ’77, che ebbero il loro epicentro a Bologna (Radio Alice e gli Indiani metropolitani), a oggi non ha mai smesso di fare sentire la sua voce eretica e ripropone ora la questione della primavera. Non una primavera simbolica, bensì quella che ci attende il prossimo anno. La primavera del 2027.

Per scongiurare il peggio serve l’imprevedibile
Si voterà infatti in importanti Paesi europei. In Francia, Spagna, Grecia, Italia, e ovunque è forte il rischio di generalizzata avanzata della destra estrema. «Non possiamo essere sicuri di nulla», scrive Bifo, «neppure del fatto che nella primavera del 2027 ci saremo ancora, né che le condizioni di civiltà minime per svolgere elezioni politiche esisteranno ancora. Il nazionalismo russo e quello ucraino, il nazismo sionista, la mafia guerrafondaia trumpista stringono in una morsa i destini del continente, mentre dall’interno monta un’onda nera e i razzisti si preparano a dare il colpo di grazia in Germania e nel Regno Unito». Supponiamo invece che fra un anno siamo ancora qui, continua, in quel caso nell’area mediterranea dobbiamo attenderci l’accentuazione dei fattori di crisi più importanti: riarmo accelerato, guerra, recessione, dilagare delle aggressioni razziste, deportazioni, sprofondamento delle condizioni sociali. L’incipit è catastrofico, però il seguito prende quota velocemente e con piglio quasi allegro prova a delineare un approccio reattivo e positivo. «Certo se realisticamente si valuta che il peggio sia inevitabile occorre che qualcuno si occupi dell’imprevedibile».

Perché fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Sembra un esercizio di prestidigitazione, ma vale la pena seguire il ragionamento di Bifo. La premessa è che non si può rispondere razionalmente a chi è irragionevole. Non si può opporre la ragione a chi fa discorsi di pancia. Ma rifiutando il catastrofismo della destra, come se implicasse venir meno a questioni di stile, la sinistra ha sbagliato completamente, perché i toni catastrofici («siamo invasi», «la nostra civiltà è sotto attacco», «il nostro benessere è a rischio») sono nel sentimento della maggioranza degli europei. Spiace prenderne atto, ma non siamo mai stati così depressi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Bisogna dunque cambiare registro, ma non seguendo il copione della destra, bensì ribaltandolo completamente. Alle cupe narrazioni nordiche che hanno ispirato e ancora ispirano il nazismo, alle mitologie della destra fondate sull’identità, la proprietà, la competizione, la nazione bisogna opporre le solari mitologie mediterranee: conviviali, rilassanti, sensuali.
La terapia paradossale permette di uscire dalla trappola
La “questione della primavera” prossima ed elettorale, nel pensiero di Bifo, si riassume in questo rovesciamento di prospettiva, metodo e contenuti. Ovvero applicando alla politica la «terapia paradossale» che ha i suoi teorici nella Scuola di Palo Alto, nello psicanalista Paul Watzlawick e nell’antropologo Gregory Bateson. È una modalità terapeutica per quelle situazioni in cui sembra impossibile guarire una patologia resistente a ogni cura, che consiste nel ridefinire il campo e modificarne il perimetro, nel non rispettare le regole del gioco e nel confondere le identità: pragmatica paradossale. Watzklawick parla di «ristrutturazione del campo», che significa cambiamento delle premesse e del significato che attribuiamo alle parole, definizione di una cornice imprevista per l’azione, che permetta di uscire dalla trappola costituita dalle regole stabilite. La ristrutturazione non modifica i fatti concreti, ma i significati attribuiti alla situazione, e in tal modo instaura un nuovo gioco.
Il terreno su cui ci si deve confrontare è quello della follia
Se trasferiamo, sempre seguendo il ragionamento di Bifo, questa metodologia del paradosso alla politica e alla competizione elettorale della prossima primavera, il confronto e il programma devono essere di tutt’altro tipo e tono di quelli usati sin qui.
Di fronte a esagitati e fuori di testa, a personaggi che si comportano e dicono cose assurde occorre mettersi sullo stesso piano, ancorché con valori e proposte radicalmente opposti. Ma altrettanto fantastici e paradossali. Perché la ragionevolezza non basta di fronte alla follia. Dunque è sul terreno della follia che occorre misurarsi.
«Quel che occorre», scrive Bifo, «è un programma inverosimile: un limite all’orario di lavoro settimanale di 36 ore con penalità per le aziende che non lo rispettano, aumenti salariali uguali per tutti, azzeramento della spesa militare, penalizzazione economica per chi produce e diffonde plastica, regolarizzazione di cinquecentomila migranti».

Rispolveriamo i vecchi slogan del ’68 e del ’77
Su questo tono si potrebbe continuare, magari riproponendo e ripescando slogan del ’68 e del ‘77. «Vogliamo tutto e subito», «Chiediamo l’impossibile», «Reddito intero lavoro zero: tutta la produzione all’automazione». Ma in realtà la provocazione del contestatore di sempre del sistema capitalistico, che invita a cambiare gioco e campo da gioco, non è così folle come sembra. Cosa fanno infatti e come si comportano i vari Putin, Musk, Trump e compagnia varia di folli, mai così numerosi come in questi ultimi anni? Se ci limitiamo al presidente Usa, vediamo come equilibrio e ragionevolezza siano completamente assenti. Dice cose tremende, parla di amore nei vertici Nato, chiama l’Iran la repubblica islamica del Giappone, minaccia sfracelli se non si fa come dice lui, al mattino dice e al pomeriggio smentisce. In altre parole Trump non gioca sul campo condiviso, ma solo sul campo che decide lui. Sulla base di quel che gli gira o ritiene per lui più conveniente.

Più che un programma da campo largo ne occorre uno da altro campo
Arduo che in vista della prossima primavera elettorale Schlein, Conte e soci prendano alla lettera i consigli di Bifo. Però una dichiarata propensione a non inseguire la destra sul suo terreno, varando un programma non da campo largo ma da altro campo, aiuterebbe. Proposte sfidanti, progetti ambiziosi e toni conviviali, accoglienti, aperti sarebbero un buon modo di porre la “questione della primavera”. Di rivolgersi, e forse essere ascoltati, da quel 50 per cento di italiani che non va più a votare perché sinistra e destra sono uguali.
Harvard ai tempi di Trump, ovvero studiare con la paura: il racconto degli italiani
«In virtù della sua Università di appartenenza, lei può rappresentare una minaccia alla sicurezza di questo Paese e per questa ragione deve rendere accessibili tutti i suoi profili social media per un controllo rafforzato». Non è una frase proferita in Russia, Cina, Iran o Corea del Nord. È quello che Carlo, all’epoca studente all’Università di Harvard, si è sentito dire presentatosi dalle autorità americane per il rinnovo del suo visto studentesco. «Non avrei mai immaginato di ritrovarmi in una situazione simile. Sono cresciuto associando gli Stati Uniti alla libertà di parola, ma la mia esperienza ad Harvard mi ha portato a riconsiderare completamente questo mito», spiega a Lettera43 Carlo, che a maggio 2026 si è laureato in Public policy.
Un mezzo passo falso può portare all’intervento dell’Ice
Studiare nelle università americane ai tempi di Donald Trump è un’esperienza tutt’altro che serena. Anche in un ateneo prestigioso come Harvard. A partire dalla primavera del 2025, l’amministrazione repubblicana si è lanciata in diversi attacchi all’indipendenza del sistema universitario statunitense. Alcuni atenei, tra cui Harvard e la Columbia, sono stati trascinati in battaglie legali e minacciate di tagli, anche totali, ai fondi federali. Questi annunci hanno portato a una maggiore attenzione mediatica su quanto stava accadendo. Ma anche se oggi i fari sono meno forti di un anno fa, la situazione è tutt’altro che migliorata. A iniziare dalla paura che anche un mezzo passo falso possa portare all’intervento dell’Ice, l’ormai famigerata agenzia federale addetta ai rimpatri che turba il sonno di molti studenti internazionali. Anche italiani.

Il miraggio di un futuro professionale negli States
Federica Rinaldi, graduate student italiana ad Harvard, racconta: «Il senso di insicurezza è decisamente aumentato, specialmente per chi, come me, è lì con un visto studentesco. D’altra parte, però, riconosco il mio privilegio di essere italiana, con annesse implicazioni di genere, provenienza migratoria, e aspettative di ritorno, che mi pone in una condizione di immigrata diversa rispetto a chi è vittima delle principali azioni dell’Ice. Non è chiaro come l’università si porrebbe di fronte a eventuali tensioni o eventi, e questo toglie un po’ di sicurezza; o meglio, mi lascia la percezione che, se mai qualcosa dovesse succedere, sarei “da sola”». Il senso di instabilità è forte. «Durante la mia esperienza ho trovato un ambiente molto aperto e internazionale. Però sarebbe ingenuo dire che nulla sia cambiato», spiega Giovanni Pintor, studente alla Harvard Kennedy School. «Tra molti studenti internazionali si percepisce una maggiore incertezza rispetto a qualche anno fa, soprattutto quando si parla di visti, immigrazione o futuro professionale negli Stati Uniti».

Il Medio Oriente resta un argomento tabù
Se il visto è la minaccia esplicita, l’autocensura è il rischio che si corre. E secondo Carlo è proprio sul Medio Oriente che il confine si fa più rigido, indipendentemente dall’appartenenza politica. «Ricordo un amico americano di famiglia ebraica dirmi sottovoce durante una pausa caffè: “Carlo, capisco la tua rabbia nel vedere tanti tacere davanti a quello che succede a Gaza, ma qui se metti un post critico su Israele, anche se sei ebreo e americano, può costarti la carriera”. Non lo diceva con rassegnazione. Lo diceva come si comunica una regola del gioco che tutti conoscono e nessuno osa discutere». «Questa verità si è rafforzata in numerose occasioni», continua Carlo. «Nelle parole di un professore che ha visto la sua carriera e le sue ambizioni ridimensionate per colpa di un libro critico nei confronti della relazione tra le due nazioni; nella cautela dei principali esponenti dell’ateneo quando si parlava di Medio Oriente al fine di non adirare i donatori. Nelle chat di Whatsapp e nelle pagine di Instagram come Canary Watch in cui si segnalavano gli studenti che avessero osato presentarsi in ateneo con qualche simbolo riconducibile alla Palestina».

Alla costante ricerca di un nemico
L’atteggiamento aggressivo nei confronti dei “non allineati” si avverte anche in molti dibattiti interni che tendono a concentrarsi solo sugli Stati Uniti. Secondo Carlo, «nella narrazione americana non sembra esserci spazio per una collaborazione pacifica con gli altri Stati. In classe ti viene spiegato come la marina cinese stia crescendo, come la Russia avanzi nell’Artico con l’obiettivo di proiettare potere verso il continente americano. Un seminario dopo l’altro, un ospite dopo l’altro, sempre la stessa domanda al centro: come fermiamo il nemico? Non esiste la possibilità che un Paese possa crescere economicamente e militarmente senza rappresentare una minaccia esistenziale. Non esiste l’idea che la leadership globale possa essere condivisa, distribuita, negoziata. Esiste solo la logica binaria del primato: o io o te. E tutto ciò che mette in discussione quel primato va fermato con qualsiasi mezzo». E anche per gli alleati non sembra esserci spazio per una collaborazione autentica. «Ho sentito dire durante un seminario che l’Unione europea è “un progetto creato da Washington per tenere a bada la Germania ed evitare altri scontri”. Un concetto ribadito sia da un ex esponente di spicco dell’amministrazione Clinton sia da un repubblicano. Come se uno dei più grandi progetti di sempre di pace e collaborazione fosse solo una manovra di palazzo e non la volontà di milioni di cittadini», racconta Carlo.

Lo strabismo di Trump sulla ricerca
Quella americana sotto Trump sembra una leadership strabica: da un lato professa una superiorità sempre più netta, dall’altra però taglia proprio nel settore dove si pongono le basi per la crescita, cioè l’università e la ricerca. «Sono stati tagliati i fondi per i posti in ufficio, il supporto per andare a conferenze, la quantità e tipologia di ospiti, invitate e invitati ai seminari, e via dicendo», sottolinea Rinaldi. «Questo limita un po’ la ricchezza di esposizioni e stimoli di cui uno studente può beneficiare. Più preoccupante, e ancora in fase di assestamento, è il taglio dei fondi per i progetti di ricerca, specialmente per chi fa ricerca nel Sud globale o su temi di genere, vanno cercate nuove fonti di finanziamento. Rimane vero che l’ateneo dove studio è sempre molto ricco di risorse e privilegiato. Le coorti dell’anno prossimo però saranno enormemente ridotte, la metà degli ammessi rispetto al mio anno, e questo può impattare lo scambio e lo sviluppo di conoscenze tra pari». La risposta a questa situazione sempre più difficile, e secondo Pintor sta proprio nella comunità universitaria: «La sensazione generale che porto via da Harvard non è quella di un’università chiusa in una bolla ideologica. Piuttosto, quella di una comunità che sta cercando di capire come navigare un periodo di forte cambiamento politico e sociale, negli Stati Uniti e nel mondo. E forse la lezione più importante che ho imparato lì è che, nei momenti di polarizzazione, la capacità di ascoltare diventa ancora più importante della capacità di parlare». Trump permettendo.
Il costo dell’infertilità tra investimenti, ritorni e il solito ritardo italiano
Per anni la procreazione medicalmente assistita (Pma) è stata raccontata come una questione etica, sanitaria o individuale. Meno si è parlato del suo impatto economico. Eppure, l’infertilità ha un costo che va ben oltre quello sostenuto dalle persone: pesa sul Servizio sanitario nazionale, alimenta la mobilità sanitaria e il turismo procreativo, si intreccia con il calo delle nascite e, in ultima analisi, con la sostenibilità economica del Paese.
L’infertilità riguarda circa una persona su sei nel mondo
Secondo il registro nazionale della Pma dell’Istituto superiore di sanità, nel 2023 sono state trattate in Italia 89.870 coppie e, grazie alla procreazione medicalmente assistita, sono nati 17.235 bambini, pari al 4,5 per cento delle nascite. Numeri in crescita, mentre quello totale dei nuovi nati continua a diminuire. E non si tratta di un tema solo italiano: l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che l’infertilità riguardi circa una persona su sei nel mondo, rendendola una questione di salute pubblica prima ancora che un problema individuale.
Il conto pagato dalle coppie, con forti differenze territoriali
Per chi affronta un percorso di Pma il costo è in larga parte privato. Prima dell’ingresso della fecondazione assistita nei Livelli essenziali di assistenza (Lea), molte coppie sostenevano integralmente le spese, spesso ricorrendo al settore privato o spostandosi in altre regioni o all’estero. Anche oggi, però, nonostante l’inserimento nei Lea rappresenti una svolta importante, rimangono forti differenze territoriali: in diverse aree del Paese i centri pubblici sono ancora insufficienti, le liste d’attesa lunghe e la mobilità sanitaria resta elevata.

Il costo di un percorso non si limita alla procedura medica: farmaci, viaggi, trasferte (anche all’estero) possono trasformare il desiderio di avere un figlio in un investimento da migliaia o decine di migliaia di euro. A queste cifre si aggiungono quelle più difficili da quantificare: il tempo sottratto al lavoro, gli spostamenti continui verso i centri specializzati e, non di rado, la necessità di rinviare o modificare progetti di vita e professionali.
Quanto costa allo Stato? Cosa dice lo studio italiano
Se il costo per le coppie è evidente, meno intuitivo è quello sostenuto dal sistema pubblico. Negli ultimi anni il dibattito si è concentrato soprattutto su quanto costi finanziare la Pma, più raramente ci si è chiesti quanto costi, invece, non finanziarla. In questo cambio di prospettiva si inserisce uno studio italiano pubblicato nel 2025 sulla rivista Health Economics Review, che, per la prima volta, prova a misurare non soltanto la spesa sostenuta dal Servizio sanitario nazionale, ma anche il vantaggio economico che le nascite ottenute grazie alla Pma possono generare nel lungo periodo.
La Pma come investimento che garantisce un ritorno fiscale positivo
Matteo Scortichini, statistico alla facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata, e tra gli autori della ricerca, spiega a Lettera43: «La Pma non dovrebbe essere valutata esclusivamente come una prestazione sanitaria che genera costi immediati. Nel nostro lavoro abbiamo stimato che, a fronte di una spesa sanitaria rilevante, le nascite ottenute tramite Pma possono generare nel corso della vita un ritorno fiscale positivo per lo Stato, attraverso contributi, imposte e partecipazione futura al mercato del lavoro».
L’analisi ha preso in esame oltre 33 mila donne sottoposte a trattamenti di Pma e ha stimato una spesa sanitaria complessiva di circa 337 milioni di euro. A fronte di circa 16.300 bambini nati vivi, il beneficio fiscale netto nell’arco della loro vita sarebbe pari a circa 3,3 miliardi di euro.

Naturalmente, avverte Scortichini, questo non significa che la fecondazione assistita possa invertire da sola il declino demografico italiano. «Non può risolvere il problema né sostituire politiche più ampie per la natalità, il lavoro femminile e la conciliazione famiglia-lavoro. Ma, se inserita in una strategia pubblica, può essere letta come investimento sociale ed economico, non soltanto come costo sanitario».
In Francia il tema della fertilità da anni è parte integrante del welfare
Il confronto europeo dimostra come la fertilità possa essere affrontata come una leva di politica sociale ed economica. La Francia, per esempio, da alcuni anni ha iniziato a considerare la procreazione medicalmente assistita parte integrante del suo sistema di welfare, tant’è che la legge di bioetica del 2021 ha esteso l’accesso alla Pma anche alle donne single e alle coppie di donne.

In Italia, invece, l’accesso resta limitato alle sole coppie eterosessuali e, per superare questa disparità, l’Associazione Luca Coscioni ha lanciato la proposta di legge di iniziativa popolare “Pma per tutte”, per portare la riforma in parlamento.
La Spagna è il principale polo europeo della medicina della riproduzione
Diverso è il caso della Spagna, che oltre ad avere una normativa tra le più avanzate d’Europa, è diventata il principale polo continentale della medicina della riproduzione. Ogni anno migliaia di pazienti stranieri scelgono le cliniche spagnole per la maggiore disponibilità di donatrici di ovociti, i tempi d’attesa più contenuti e l’elevata specializzazione dei centri.
Intorno alla Pma si è così sviluppato un ecosistema economico che comprende ricerca, laboratori, strutture sanitarie, turismo medico, servizi alberghieri e di interpretariato. Un settore ad alto valore aggiunto che genera occupazione e attrae investimenti, trasformando la fertilità anche in un asset economico.
Al contrario, da noi il ritardo culturale e organizzativo sulla donazione di gameti continua a pesare: la fecondazione eterologa era vietata dalla Legge 40, ma è stata resa legale nel 2014 dalla Corte costituzionale. Il sistema nazionale della donazione, però, non è mai decollato e quasi tutti i gameti utilizzati dai centri italiani di Pma provengono ancora da banche estere, soprattutto spagnole (il 98,9 per cento degli ovociti donati, secondo l’ultima relazione del ministero della Salute).

Significa che l’Italia – anche attraverso il nostro Ssn – è costretta ad acquistare materiale biologico all’estero, finendo per alimentare un mercato sviluppato oltreconfine. Non è un caso che tra le proposte dell’Associazione Luca Coscioni ci sia anche quella di introdurre un congruo rimborso delle spese per le donatrici di gameti, sul modello di altri Paesi europei.
Investire prima: cos’è il social freezing
Un’altra strada che alcune Regioni stanno già percorrendo è quella della preservazione della fertilità, per provare a ridurre (almeno in parte) il ricorso alla Pma in età più avanzata. Il cosiddetto social freezing – la crioconservazione degli ovociti per motivi non medici – consente infatti alle donne di preservare la fertilità “congelandola” a quando la capacità riproduttiva è più elevata e rimandando l’eventuale gravidanza a un momento successivo.
La Regione Puglia, nel 2025, è stata la prima in Italia a introdurre un contributo fino a 3 mila euro per il social freezing destinato alle donne tra i 27 e i 37 anni con Isee non superiore a 30 mila euro, mentre iniziative analoghe sono al vaglio o in discussione in altre Regioni, dal Veneto alla Sicilia, dalla Toscana alla Basilicata. L’obiettivo non è incentivare una maternità tardiva né presentare la crioconservazione degli ovociti come garanzia di gravidanza futura, ma offrire uno strumento in più in un Paese in cui l’età media al primo figlio continua ad aumentare.

Anche sotto il profilo economico la logica è quella della prevenzione: preservare la fertilità quando le probabilità di successo sono maggiori potrebbe ridurre in futuro il ricorso a trattamenti più complessi, costosi e meno efficaci. È la stessa conclusione a cui è arrivato anche lo studio sopracitato, firmato da Andrea Marcellusi, Matteo Scortichini, Giulio Guarnotta, Mark Connolly e Andrea Busnelli, e che ha individuato proprio nell’accesso più precoce ai trattamenti uno degli elementi in grado di massimizzare i benefici sanitari ed economici della Pma.
Perché la guerra commerciale tra Ue e Cina passa dai pacchi di Temu
La guerra commerciale è entrata nella cassetta della posta. Per anni Europa, Stati Uniti e Cina hanno combattuto su acciaio, auto elettriche, semiconduttori, pannelli solari e batterie. Ora una parte dello scontro passa da oggetti molto più piccoli: una maglietta da pochi euro, una cover per smartphone, un giocattolo, un cavo Usb, un accessorio per la casa. Dal primo luglio 2026 l’Unione europea applica un dazio fisso da 3 euro sui pacchi e-commerce sotto i 150 euro provenienti da Paesi extra-Ue, chiudendo l’esenzione doganale che per anni ha favorito il modello delle piattaforme low cost asiatiche. La misura resterà in vigore fino al 2028, quando entrerà in funzione il nuovo sistema doganale europeo previsto dalla riforma del Codice doganale. Ma qual è la partita dietro queste mosse?
Il numero che ha spaventato Bruxelles
La dimensione del fenomeno ha cambiato i termini del dibattito. Secondo i dati del parlamento europeo, nel 2024 sono entrati nell’Unione 4,6 miliardi di pacchi e-commerce sotto i 150 euro, il doppio rispetto all’anno precedente. Il 91 per cento proveniva dalla Cina. Nel 2025 il flusso è salito ancora, fino a quasi 6 miliardi di pacchi, secondo Reuters e Associated Press. Il salto da 1,4 miliardi di spedizioni nel 2022 a 5,8 miliardi nel 2025 mostra che il problema non riguarda più una nicchia dell’e-commerce, ma è diventato una parte strutturale del commercio con l’estero europeo.
La soglia dei 150 euro era diventata un vantaggio competitivo
L’esenzione sotto i 150 euro era nata per semplificare la gestione delle importazioni di modesto valore. Con l’esplosione dell’e-commerce cinese si è trasformata in uno dei principali vantaggi competitivi delle grandi piattaforme. Prezzi bassi, produzione flessibile e spedizioni dirette hanno permesso a Temu e Shein di raggiungere milioni di consumatori europei con costi inferiori rispetto ai distributori tradizionali.
La tassa sui pacchi è anche una tassa sulla logistica
Il dazio europeo modifica il cuore del modello Temu-Shein, cioè la convenienza della spedizione diretta. Reuters ha segnalato che il nuovo regime può rendere più costoso l’invio di pacchi con più categorie di prodotto e spingere le piattaforme a usare maggiormente magazzini dentro l’Unione. Shein ha già iniziato ad aumentare la capacità logistica europea, mentre altri operatori potrebbero seguire la stessa strada per ridurre l’impatto dei nuovi costi doganali.

Qui si vede la vera posta in gioco. Bruxelles non vuole soltanto incassare 3 euro a pacco. L’obiettivo è costringere i grandi marketplace a cambiare geografia commerciale. Meno spedizioni dirette dalla Cina, più magazzini europei, più responsabilità sugli importatori, più dati doganali, più controlli sui prodotti. Se il meccanismo funzionerà, una parte dell’e-commerce ultra low cost sarà obbligata a diventare più europea nella logistica, nei controlli e nella presenza fisica sul mercato.
Sicurezza e concorrenza entrano nello stesso dossier
Negli ultimi due anni Bruxelles ha intensificato i controlli sui prodotti venduti dalle grandi piattaforme extraeuropee, collegando il tema doganale a quello della sicurezza dei consumatori. La Commissione europea ha aperto indagini nei confronti di Temu nell’ambito del Digital Services Act per verificare il rispetto degli obblighi sulla vendita di prodotti potenzialmente illegali o non conformi alle norme europee, mentre Shein è stata richiamata insieme alla rete Cpc (Consumer protection cooperation) per possibili violazioni della normativa europea a tutela dei consumatori.
La risposta cinese è già iniziata e potrebbe accelerare
Le piattaforme non sono rimaste ferme. Temu e Shein stanno progressivamente modificando il loro sistema logistico, aumentando la presenza in Europa e diversificando le catene di distribuzione. L’obiettivo è semplice: concentrare una parte maggiore delle merci già all’interno dell’Unione, riducendo il numero delle spedizioni dirette dalla Cina e attenuando l’impatto del nuovo regime doganale. Reuters segnala che questa strategia è già in corso e potrebbe accelerare nei prossimi mesi.
Come la guerra commerciale entra nella vita quotidiana
Ogni modifica delle regole doganali può incidere sul prezzo finale di una maglietta, di un caricabatterie o di un paio di scarpe acquistati con uno smartphone. È una trasformazione significativa: accanto ai grandi porti e alle fabbriche, il commercio internazionale si gioca ogni giorno anche attraverso milioni di ordini effettuati con un cellulare.

La scelta europea apre anche un interrogativo politico. Una parte dei consumatori ha trovato nelle piattaforme cinesi un modo per contenere il costo della vita durante gli anni dell’inflazione elevata. Bruxelles dovrà dimostrare che la nuova disciplina serve a riequilibrare il mercato e a rafforzare i controlli, evitando che venga percepita semplicemente come un aumento dei prezzi.
La globalizzazione cambia pelle
Per oltre 20 anni l’obiettivo principale è stato eliminare gli ostacoli agli scambi. Oggi le principali economie mondiali stanno seguendo una direzione diversa. Gli Stati Uniti hanno ristretto il regime de minimis per gran parte delle importazioni provenienti dalla Cina, l’Europa introduce un nuovo sistema per le micro spedizioni e Pechino riorganizza la sua rete logistica per adattarsi alle nuove regole. Il commercio internazionale continua a crescere, ma si muove dentro un quadro molto più politico rispetto al passato.
I convitati di pietra, una grande idea di Mari che si perde nel funambolismo narrativo
L’idea da cui nasce I convitati di pietra, vincitore non senza polemiche dell’ultimo Strega, è una di quelle che fanno pensare di avere fra le mani un grande romanzo. Un gruppo di ex compagni della III A del liceo milanese Berchet si ritrova un anno dopo la maturità alla prima di quella che diventerà una lunga sequela di cene di classe. È da lì che parte lo spunto destinato a governare tutto il libro di Michele Mari: una riffa macabra dove, a ogni cena, ciascuno versa una quota e il montepremi andrà diviso soltanto fra gli ultimi tre rimasti vivi. Dentro ci sono tutti gli ingredienti del romanzo: avidità, amicizia, invidia, tempo, morte. Sembra il punto d’incontro fra Georges Simenon, Friedrich Dürrenmatt e il miglior Mari, quello capace di trasformare un artificio narrativo in un esperimento morale. Purtroppo è anche il punto più alto del libro. Da lì in avanti il meccanismo, invece di stringersi, comincia lentamente ad allentarsi.

Mari mette in scena una folla di personaggi, ma li lascia vivere tutti alla stessa distanza. Entrano e poi spariscono per decine di pagine. Quando riemergono, in mezzo a una trentina di protagonisti, il lettore deve fare mente locale per ricordarsi chi siano. Hanno nomi che ne sottolineano vizi ed eccentricità, a volte perversioni. Ma la loro fisionomia, invece di farsi carne, resta sagoma. Più che persone sembrano funzioni narrative chiamate a tenere in piedi l’ingranaggio.
La trama si ramifica, tra il noir e l’assurdo
È qui che il libro comincia a mostrare il suo limite. Ogni nuova morte dovrebbe restringere il campo dei papabili al premio finale e rendere i superstiti umanamente più interessanti. Accade invece il contrario. La trama si ramifica, si disperde in deviazioni sempre più improbabili, sospese tra il noir e l’assurdo. Così quello che all’inizio sembrava un apologo sul tempo e sul modo in cui consuma le persone diventa progressivamente un esercizio di funambolismo narrativo.

A questa dispersione si aggiungono le ossessioni private dell’autore. Il suo alter ego, Lothar Semprini, vive diviso fra la monumentale biografia di Gene Hackman che sta scrivendo e una passione compulsiva per i fumetti (non a caso porta il nome del fedele assistente di Mandrake). Sono pagine che raccontano moltissimo di Mari e poco dei personaggi. Ed è curioso, perché lo scrittore milanese ha sempre saputo trasformare le sue ossessioni in letteratura. Qui invece succede quasi il contrario. È la letteratura che finisce per inseguire le sue ossessioni. Il risultato è che, mentre i morti aumentano, il coinvolgimento del lettore diminuisce. E ci si comincia a chiedere se l’autore riuscirà mai a uscire dal labirinto che lui stesso ha costruito.
Ogni rilancio alza la posta e abbassa la credibilità
Mari sembra innamorarsi della propria libertà inventiva proprio nel momento in cui il romanzo avrebbe bisogno di disciplina. Ogni rilancio alza la posta e abbassa la credibilità. Il paradosso, invece di illuminare la realtà, finisce per sostituirla. E quando un personaggio che si chiama Brodo si suicida ingerendo una montagna di dadi Knorr, il gioco smette definitivamente di sorprendere.

C’è poi un altro limite, forse ancora più decisivo. Una storia costruita attorno alla sopravvivenza regge soltanto se, a un certo punto, il lettore sceglie da che parte stare. Qui invece i personaggi restano figure funzionali alla trama. Se ne conoscono manie e ossessioni, ma non si va oltre la superficie.
Non delude perché manca di ambizione, ma perché ne ha troppa
Mari possiede una scrittura capace di improvvise accensioni che pochi altri saprebbero permettersi senza cadere nel manierismo. Questa volta però anche lo stile sembra rispecchiare il difetto del progetto, con l’autore che finisce per ammirare se stesso più che accompagnare il lettore dentro la storia. Alla fine resta una sensazione paradossale. I convitati di pietra non delude perché manca di ambizione, ma perché ne ha troppa. L’impressione è che Mari avesse trovato un’idea straordinaria, ma che il romanzo non sia stato capace di servirla a dovere.
Attentato a Ranucci, perquisita l’abitazione del factotum di Lavitola
Nell’ambito delle indagini sull’attentato a Sigfrido Ranucci è stata effettuata una perquisizione nell’abitazione di Gomes Clesio Tavares, factotum del presunto mandante Valter Lavitola: l’uomo, ritenuto l’intermediario con la banda che ha piazzato l’ordigno all’esterno della casa del conduttore di Report, si trova al momento in Camerun. Clesio Tavares convive nell’abitazione perquisita assieme alla compagna, che è stata ascoltata dai carabinieri come persona informata sui fatti.

Lavitola stava per partire per l’Africa
Intanto emergono nuovi sviluppi riguardanti Lavitola: il presunto mandante dell’attentato a Ranucci, a cui è legato da un rapporto di amicizia, era pronto a lasciare l’Italia in direzione dell’Africa. Il faccendiere aveva infatti già acquistato il biglietto aereo e la perquisizione della sua abitazione, nel corso della quale gli sono stati sequestrati smartphone e pc, è scattata dopo che gli investigatori lo hanno visto uscire di casa con un trolley.
Rai sospende le repliche estive di Report
Intanto, «in attesa che si faccia piena chiarezza sulla delicata e complessa vicenda che vede coinvolto il conduttore Sigfrido Ranucci», la Direzione Approfondimento della Rai «ha ritenuto opportuno sospendere cautelativamente la messa in onda delle repliche estive della trasmissione televisiva Report, a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico».
Perché Hormuz mostra i limiti dell’asse tra Iran e Cina
«Prenderemo sicuramente in considerazione privilegi speciali per i Paesi amici come la Cina, soprattutto quelli che ci sono stati vicini durante le difficili condizioni del periodo bellico». Le parole dell’ambasciatore iraniano a Pechino, Abdolreza Rahmani Fazli, aprono una prospettiva tutt’altro che lineare sul futuro delle dinamiche sullo Stretto di Hormuz. Teheran sostiene di non voler imporre veri e propri pedaggi, ma «tariffe di servizio» legate alla sicurezza, al transito marittimo e alla gestione ambientale, con la partecipazione dell’Oman. La distinzione lessicale cambia però poco sul piano pratico e politico. Se quelle tariffe fossero davvero applicate in modo differenziato, premiando i Paesi “amici”, Hormuz diventerebbe di fatto una sorta di filtro geopolitico.

Per Pechino Teheran è solo un tassello della strategia mediorientale
La Cina, in questo schema, sarebbe il primo beneficiario naturale. Intanto perché è una delle maggiori acquirenti di energia dal Golfo, e poi perché negli ultimi anni è diventata il principale interlocutore economico dell’Iran, il partner che ha continuato a garantire ossigeno commerciale a Teheran anche negli anni delle sanzioni e dell’isolamento. Fazli ha legato esplicitamente questa prospettiva alla continuità tra il defunto Ali Khamenei e il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei, entrambi descritti come favorevoli a rapporti «positivi, attivi e di sostegno» con Pechino. Eppure, l’eventuale trattamento di favore non racconta solo la vicinanza tra Cina e Iran. Racconta anche la loro distanza. Teheran ha bisogno di Pechino molto più di quanto Pechino abbia bisogno di Teheran.
L’Iran vede nella Cina il principale acquirente del proprio petrolio, una sponda diplomatica nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, un potenziale investitore e uno dei pochi grandi attori capaci di parlare con Washington senza apparire ostile a Teheran. Per la Cina, invece, l’Iran è importante ma non indispensabile. È un tassello della sua presenza in Medio Oriente, non il perno esclusivo della sua strategia regionale.

Per la Cina è prioritario garantire la libertà di navigazione
Questa asimmetria spiega la cautela cinese. Pechino ha difeso il principio del negoziato tra Iran e Stati Uniti, ha criticato la guerra e ha mantenuto stretti contatti con Teheran, ma non ha mai fatto propria l’idea di una politicizzazione permanente di Hormuz. Anzi, anche nei giorni scorsi il ministero degli Esteri cinese ha continuato a ribadire che lo stretto è una via d’acqua internazionale e che il ripristino di un transito sicuro e senza ostacoli risponde agli interessi di tutte le parti. La Cina può accettare benefici pratici. Molto più difficilmente può legittimare un principio che, domani, potrebbe essere usato altrove contro i suoi stessi interessi. La Repubblica Popolare è la prima potenza manifatturiera del Pianeta, la maggiore esportatrice di beni e uno dei Paesi più dipendenti dalla stabilità delle rotte commerciali globali. Per Pechino, la libertà di navigazione è una condizione materiale della propria crescita. Ed è anche per questo che, durante la crisi, Xi Jinping ha scelto una linea sottile. A un abbraccio a Teheran e a uno scontro frontale con Washington ha preferito una diplomazia indiretta, affidata in larga parte al Pakistan. Islamabad si è ritagliata un ruolo centrale nella mediazione tra Stati Uniti e Iran, ma dietro la sua azione si è intravista più volte la sagoma della Cina. È una strategia coerente con uno dei grandi tratti della politica estera cinese contemporanea: esercitare influenza senza assumersi fino in fondo il costo dell’esposizione.

Una crisi prolungata è lo scenario da evitare
La guerra ha offerto alla Cina anche alcuni vantaggi tattici. Le sue riserve energetiche, la diversificazione degli approvvigionamenti e la crescita delle tecnologie pulite hanno attenuato l’impatto dello shock rispetto ad altre economie asiatiche. Mentre molti Paesi soffrivano l’aumento dei costi di energia, fertilizzanti e materie prime, Pechino ha potuto rafforzare la propria immagine di partner stabile e persino beneficiare dell’accelerazione della domanda di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici, settori nei quali domina. Ma anche qui il vantaggio ha un limite.
Una crisi prolungata nello Stretto di Hormuz danneggerebbe la domanda globale, aggraverebbe i costi logistici e colpirebbe proprio il modello economico cinese, ancora fortemente dipendente dall’export. La Cina può reggere meglio di altri uno shock energetico. Non può permettersi un mondo in cui ogni rotta strategica diventa ostaggio di una crisi regionale.
L’Iran vorrebbe fare di Hormuz una leva permanente
Dopo il fragile accordo di tregua, Hormuz diventa il banco di prova di un’ambizione più ampia: quella di presentare la Cina come potenza responsabile, capace di parlare con tutti, ma ancora riluttante ad assumere i costi tradizionali di una superpotenza.
Ecco perché l’offerta iraniana di un trattamento speciale è, per Pechino, insieme utile e scomoda. Utile perché riduce i costi per le proprie navi, protegge gli approvvigionamenti e conferma il valore della relazione con Teheran. Scomoda perché rischia di incardinare un principio pericoloso: quello secondo cui il passaggio attraverso una rotta internazionale può dipendere dal grado di amicizia con lo Stato rivierasco.
La frase di Fazli, allora, è rivelatrice proprio perché ambigua. Sembra annunciare un premio alla Cina, ma mette in luce anche i limiti del rapporto. L’Iran vorrebbe trasformare Hormuz in una leva permanente. La Cina vorrebbe che Hormuz tornasse a funzionare in modo stabile.
Un precedente pericoloso
Il ragionamento dei funzionari cinesi è semplice: se Hormuz diventasse una rotta a condizioni politicamente differenziate, altri choke point potrebbero un giorno essere riletti nello stesso modo. Malacca, Bab el-Mandeb, Suez, Panama, i nodi dei cavi sottomarini e persino le rotte dei minerali critici: tutto ciò che connette l’economia globale potrebbe diventare meno universale e più selettivo. E spesso, in quei casi, sono gli Stati Uniti o i loro partner ad avere il controllo.
Ok dell’Ue a un nuovo capitolo di negoziati: si avvicina l’adesione dell’Ucraina
I 27 Paesi dell’Unione europea hanno deciso all’unanimità di aprire un nuovo cluster di negoziati di adesione con Ucraina e Moldova, in particolare il numero 6 sulle relazioni esterne, segnando un ulteriore passo nel lungo e complesso percorso verso l’ingresso dei due Paesi. Lo ha reso noto l’Irlanda, che detiene attualmente la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue. Il sesto capitolo negoziale verrà affrontato dal 14 luglio.

L’accelerata dopo la sconfitta di Orban in Ungheria
La decisione si inserisce sulla scia della spinta generata dal cambio di governo in Ungheria, che sotto Viktor Orban aveva continuato a porre paletti al processo di adesione dell’Ucraina. L’Ue ha avviato ufficialmente i negoziati di adesione con Kyiv e Chisinau a metà giugno con l’apertura del primo cluster, quello dei Fondamentali. Dopo il via libera a capitolo 6, per Kyiv restano ancora in sospeso quattro cluster negoziali: il numero 2 (mercato interno), il 3 (competitività e crescita inclusiva), il 4 (agenda verde e connettività sostenibile) e il 5 (risorse, agricoltura e coesione). Potrebbero essere aperti a partire da settembre.

Le chiusure dei cluster per Albania e Montenegro
I Ventisette hanno inoltre deciso di chiudere in via provvisoria i capitoli negoziali 25 (scienza e ricerca), 26 (istruzione e cultura) e 30 (relazioni esterne) per l’Albania; e i capitoli negoziali 8 (politica della concorrenza) e 29 (Unione doganale) per il Montenegro.
Repubblica, l’assemblea dei giornalisti sfiducia il direttore dimissionario Orfeo
L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di Repubblica ha accolto con stupore le dimissioni del direttore Mario Orfeo, che da settembre ricoprirà il medesimo ruolo in un’azienda concorrente (Editoriale Nazionale, editore di Qn, Resto del Carlino, Nazione e Giorno). I cronisti l’hanno sfiduciato in nome del conflitto di interessi che si viene a creare tra l’attuale direzione di Repubblica e l’annunciato incarico. «Direttore, riteniamo che non sia opportuno che da oggi faccia il giornale, visto che è stato ufficialmente comunicato il tuo passaggio alla concorrenza», ha detto Matteo Pucciarelli, membro del Comitato di redazione (a nome di tutta la rappresentanza sindacale), durante la consueta riunione del mattino. Orfeo avrebbe replicato preannunciando una denuncia all’Ordine dei giornalisti, continuando poi la riunione. Il Cdr presenterà anche al presidente del cda Mirja Carta D’Asero la richiesta di sospenderlo dalla funzione di direttore, sostenendo che i vicedirettori possono guidare il giornale nell’attesa della nomina del nuovo capo.
Il Cdr: «Urgente nuovo direttore che rispecchi i valori del giornale»
In una nota, il Cdr ha aggiunto che «la redazione, nei mesi di trattativa tra la vecchia e nuova proprietà, non ha mai smesso di avere una posizione critica, pubblica e di grande preoccupazione per il destino editoriale di Repubblica». E ancora: «I primi mesi dopo l’acquisizione di Antenna sono stati sinora di stallo, un tempo di incertezza che non può durare oltre. Pretendiamo un piano industriale, un serio progetto di rilancio e il coinvolgimento della redazione negli investimenti del gruppo Antenna in Italia. È urgente, intanto, la nomina di un nuovo direttore, in grado di rispecchiare appieno i valori fondativi di Repubblica, in linea con la storia e l’identità del giornale e di chi lavora al quotidiano con passione e impegno». Intanto martedì sarà a Roma Theodore Kyriakou, presidente del Gruppo Antenna, anche se al momento non ci sono incontri convocati con il Cdr.
L’Ue contro Meta per il design di Instagram e Facebook: le accuse
Ritenendo che il design di Instagram e Facebook crei dipendenza, la Commissione europea ha contestato in via preliminare a Meta una violazione della legge sui servizi digitali (Dsa). Se le conclusioni verranno confermate, il colosso di Mark Zuckerberg rischia una multa fino al 6 per cento del fatturato annuo mondiale.

Perché il design dei due social creerebbe dipendenza
Nel mirino in particolare lo scroll infinito, l’autoplay, le notifiche push e le raccomandazioni altamente personalizzate (grazie ai like): secondo l’esecutivo Ue si tratta di strumenti che favoriscono un uso compulsivo delle piattaforme social, con rischi per il benessere fisico e mentale degli utenti, in particolare minorenni e persone vulnerabili. La Commissione europea ritiene che Meta abbia sottovalutato l’effetto di strumenti e anche ignorato le informazioni disponibili sul tempo trascorso dai minori sulle piattaforme durante le ore notturne, così come sull’impatto di formati come reel e storie. Analoghe criticità riguardano i controlli parentali, giudicati efficaci solo per genitori con adeguate competenze tecniche, e le iniziative di sensibilizzazione sulla salute mentale.

Meta si difende dalle accuse dell’Unione europea
«Non concordiamo con questi risultati preliminari che non tengono adeguatamente conto delle misure significative che abbiamo adottato per proteggere gli adolescenti», si legge in un comunicato di Meta. «Da quando è stata avviata questa indagine abbiamo lanciato gli account per teenager che proteggono automaticamente i ragazzi e danno ai genitori il controllo consentendo di bloccare accesso a Instagram di notte e limitare il tempo di uso giornaliero a soli 15 minuti». E poi: «Condividiamo l’impegno della Commissione europea nel garantire ai ragazzi esperienze online sicure e positive e continueremo a collaborare con loro in modo costruttivo».
Intesa Sanpaolo presenta il rapporto 2026 Italian maritime economy
Srm, il centro studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo, ha presentato il 13esimo rapporto annuale Italian Maritime Economy, intitolato Stretti e rotte marittime nel nuovo scenario globale. Le crisi dello Stretto di Hormuz, del Mar Rosso e del Canale di Suez, insieme alla riorganizzazione delle catene globali del valore, stanno modificando la geografia del commercio mondiale e il ruolo delle grandi rotte marittime. In questo scenario porti, shipping e logistica diventano sempre più decisivi per la competitività dei sistemi produttivi e per la sicurezza degli approvvigionamenti. Il rapporto analizza questi fenomeni attraverso l’evoluzione degli scenari geostrategici, la trasformazione dei traffici marittimi, il ruolo dei nuovi corridoi logistici — tra cui l’Imec — e la crescente centralità del Mediterraneo come piattaforma di collegamento tra Europa, Asia e Africa. Particolare attenzione è dedicata all’Italia, al contributo della blue economy, alla performance dei porti e al ruolo dell’intermodalità ferro-mare. La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto movimentare più merci, ma connettere meglio porti, reti ferroviarie, infrastrutture, aree produttive e mercati internazionali. In questo quadro, investimenti, ultimo miglio, digitalizzazione degli scali e nuove normative ambientali europee rappresentano leve decisive per rafforzare la competitività del sistema logistico-portuale italiano.
I punti principali del rapporto
- Hormuz, Suez e Mar Rosso cambiano la geografia del commercio mondiale. Dallo Stretto di Hormuz transitava il 37 per cento del commercio mondiale di greggio. La quasi chiusura ha coinvolto volumi pari al 10 per cento della produzione mondiale di petrolio.
- Le navi cambiano rotta, le supply chain si ridisegnano. Carrier e operatori logistici hanno risposto alle crisi con deviazioni, transhipment e rotte alternative.
- Usa e Cina si allontanano, l’Asia si riorganizza. Nel 2025 l’import Usa dalla Cina è sceso del 30 per cento, mentre quello dai Paesi Asean è cresciuto del 29 per cento. Pechino compensa il calo degli scambi con gli Usa aumentando le esportazioni verso Africa (+25,8 per cento) e Sud-Est asiatico (+13,4 per cento).
- Il Mediterraneo cresce anche con Suez in crisi. Nel 2025 i principali porti container dell’area hanno superato i 72 milioni di Teu, con una crescita del 5,9 per cento.
- Il Mare Nostrum guarda al 2030. Il traffico container mediterraneo è previsto in crescita del 15 per cento nel prossimo quinquennio, sopra la media mondiale.
- L’Italia resta una potenza dell’export. Nel 2025 il commercio estero italiano ha superato 1.200 miliardi di euro, con un export pari a 643 miliardi. Via mare si muove circa un quarto dei nostri scambi internazionali in valore.
- I porti italiani superano quota 500 milioni di tonnellate. Nel 2025 le Autorità di sistema portuale hanno movimentato 511 milioni di tonnellate di merci, in crescita del 3,5 per cento.
- Container e Ro-Ro trainano la crescita degli scali. I container raggiungono 132 milioni di tonnellate, il Ro-Ro 122 milioni, con tutti i principali segmenti in aumento.
- Short Sea Shipping, Italia sempre prima in Europa. Il nostro Paese movimenta 304 milioni di tonnellate e detiene una quota di mercato del 15,6 per cento.
- La nuova sfida dei porti è la connessione con i mercati. Oltre 13 miliardi di euro di investimenti in Italia puntano su ultimo miglio, ferrovia, accessibilità marittima e digitalizzazione.
Saluti romani al corteo per Ramelli: confermate 23 assoluzioni
La Corte d’Appello di Milano ha confermato le assoluzioni di 23 militanti di estrema destra imputati per aver fatto saluti romani e risposto alla chiamata del “presente” al corteo che si era tenuto il 29 aprile 2019 in memoria di Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù ucciso a 19 anni da un commando di Avanguardia Operaia nel 1975. I giudici di secondo grado hanno stabilito che «il fatto non sussiste».
La Procura di Milano aveva fatto ricorso ad aprile del 2025
La Procura di Milano aveva presentato ricorso in appello ad aprile del 2025, dopo la sentenza di primo grado che aveva assolto i 23 imputati perché chiamata del “presente” e il saluto romano, messi in atto da un migliaio di persone, non rappresentavano una «condotta potenzialmente idonea alla ricostituzione del partito fascista», ma solo un «omaggio e ricordo del giovane trucidato per le sue idee politiche». Da qui la non applicabilità della Legge Scelba. I cortei dei militanti di estrema destra per Ramelli a Milano, come quella in ricordo dei morti di Acca Larentia a Roma, si tengono ogni anno. Nella continua altalena tra condanne e assoluzioni per le parate neofasciste, in un processo relativo al corteo del 2018 sono arrivate invece condanne (quattro mesi) per 13 militanti.
La carta Arianna Meloni nella difficile partita della destra a Roma: lo spiffero
Al momento è solo una scommessa, una suggestione che ritorna, uno scenario da fantapolitica. Ma per le due sorelle Meloni può essere una soluzione politicamente furba. Se da un lato Giorgia vuole concludere la legislatura da presidente del Consiglio, battendo il record da Guinness dei Primati e poi ricandidarsi alle elezioni politiche del 2027, alleati permettendo, dall’altro c’è anche la sorella Arianna che ha un suo ruolo. Oltre a guidare il partito (ma tutti rimpiangono Francesco Lollobrigida, «che come ministro non sarà ricordato negli annali, ma in via della Scrofa metteva tutti in riga», spifferano quelli di Fratelli d’Italia) coltiva ambizioni politiche. E deve condividerle con la sorella Giorgia. Qui esce con tutta la sua virulenza “il problema Roma”.
Il solito Rampelli e il disturbo di Vannacci
Mentre a sinistra, anzi nel campo largo, è già pronto il candidato al Campidoglio, ossia il sindaco uscente Roberto Gualtieri, ringalluzzito dal successo sui social (fuori dalla Capitale, però, perché quei video in città non piacciono per niente) e dai miliardi per la città elargiti dal governo Meloni, a destra ancora non esiste uno straccio di nome in campo. A parte Fabio Rampelli, il vicepresidente della Camera dei deputati che corre (come sempre) una partita tutta sua, ora c’è pure l’incubo della discesa in campo del generale Roberto Vannacci con il suo partito Futuro nazionale, che potrebbe anche schierare come candidato sindaco l’ex inquilino del Campidoglio Gianni Alemanno, innanzitutto con l’obiettivo di contare le forze nella città e fare uno sgambetto alla destra. Insomma, alla fine Vannacci potrebbe essere il migliore alleato di Gualtieri, una sorta di “campo largo aggiunto” pur facendo parte di uno schieramento situato politicamente dall’altra parte.

L’elemento chiave: election day sì o no?
In mancanza di candidati, veniamo dunque all’idea: Arianna Meloni candidata sindaca di Roma. Mediaticamente porterebbe un vantaggio: un raddoppio della presenza politica del “brand Meloni”, a livello locale e nazionale, che darebbe vita a un bombardamento comunicazionale, dicono gli esperti, con la moltiplicazione meloniana. E forse proprio per questo Giorgia non vuole l’election day per le Comunali e le Politiche, un tema che scalda il Quirinale dato che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella preferisce evitare spese inutili, facendo notare che due appuntamenti elettorali a breve distanza rappresenterebbero uno spreco di denaro pubblico. Separare le urne, facendo votare una volta per le Politiche e un’altra per le Comunali, consentirebbe però a Meloni di scindere le due campagne elettorali e testare la forza del partito a livello locale, specie nel caso di una candidatura della sorella Arianna a Roma.
Gualtieri rafforzato dall’asse con Caltagirone
Tra i tanti problemi che la Capitale porta in evidenza, oltre all’amministrazione capitolina, c’è anche il comportamento editoriale del gruppo di Francesco Gaetano Caltagirone, che con Il Messaggero ogni giorno elogia la gestione Gualtieri. Prendiamo come esempio le pagine di giovedì 9 luglio della cronaca romana del quotidiano di via del Tritone. Apertura su una “non notizia”, cioè la ridefinizione delle aree e dei quartieri di Roma che ora sono diventati addirittura 332. «Stilata con metodi scientifici», si legge, la «pianta della Capitale non veniva redatta dal 1961, quando furono individuate 165 aree urbane»: per un costruttore è un argomento vitale, per il lettore normale forse no.
Seguitiamo: “Atac, terzo bilancio positivo”, dove si sottolinea che per l’azienda municipalizzata è «un bilancio tutto con il segno più», «conti ancora in ordine», con un elenco di elogi che non finisce mai. Sotto, “Rifiuti, via libera al piano, la Tari ritoccata del 5 per cento” con la spiegazione benevola di «rialzi dovuti ma limitati». Se una volta ogni rincaro veniva bacchettato senza pietà dal Messaggero, ora viene giustificato scrivendo di un prossimo «potenziamento dei servizi sul territorio senza precedenti», con l’impegno del Campidoglio a «contenere al minimo l’incremento della tariffa Tari». Nessuna voce dissonante, solo l’azienda cara a Gualtieri che parla e minimizza l’aumento.
Stesso trattamento di favore per il governatore Rocca
Analogo trattamento lo ha la Regione Lazio di Francesco Rocca, con articoli sulle imprese regionali che «investono sempre di più» con una fotona del governatore, e in un’altra pagina la nascita del Garante per i diritti per gli anziani del Lazio. In questo panorama, il patto siglato tra Caltagirone e Gualtieri a Villa Miani, nel corso di un lungo pomeriggio romano, sembra non concedere spazi a un candidato alternativo della destra.

La tentazione di lanciare Arianna resta comunque forte. Evitando l’election day, se arrivasse prima l’appuntamento con le Politiche, il piano potrebbe portare le due sorelle in parlamento, una alla Camera e l’altra al Senato, e da senatrice Arianna farebbe con grande serenità la sua campagna elettorale per il Campidoglio. Una sorta di paracadute, nel caso l’avventura non andasse in porto: una poltrona a Palazzo Madama, comunque, ci sarebbe.
Caso dei “30 secondi”, condannato il sindacalista che molestò una hostess
La Corte d’Appello di Milano nel secondo grado bis ha condannato a un anno e due mesi Raffaele Meola, imputato per violenza sessuale nel processo scaturito dalla denuncia di una hostess, Barbara D’Astolto, che raccontò nel 2018 di aver subito abusi a Malpensa dall’ex sindacalista, che lavorava all’aeroporto lombardo, durante un incontro fissato per una vertenza. I giudici hanno anche riconosciuto a carico dell’imputato una provvisionale di risarcimento a favore della vittima da 10 mila euro.

Il caso aveva suscitato forti polemiche
Meola era stato assolto in primo e secondo grado Meola perché – avevano scritto i giudici nelle sentenze – D’Astolto avrebbe potuto opporsi nei 30 secondi di durata della molestia. Poi, la Cassazione, dopo un ricorso del pg Angelo Renna (che aveva chiesto due anni per Meola), ha annullato con rinvio l’ultimo verdetto per il nuovo giudizio. Il «ritardo nella reazione» della vittima, ovvero «nella manifestazione del dissenso» è «irrilevante» per la configurazione della violenza sessuale, aveva scritto a febbraio del 2025 la Cassazione, motivando l’annullamento con rinvio della doppia assoluzione. Le motivazioni del verdetto di oggi saranno depositate tra 90 giorni.
D’Astolto: «Ho pagato un prezzo molto alto»
«C’è il sollievo per quella che spero sia la fine di una vicenda che in questi anni ha riempito tutta la mia vita. Ho pagato un prezzo molto alto», ha dichiarato D’Astolto. «Difficilmente è passato un giorno senza che la mia testa andasse a questa vicenda. Non c’è mai stata una giornata in cui il mio cervello sia stato libero da questi pensieri». Il suo legale ha parlato di «sentenza spartiacque».
Vodafone, Xavier Niel rileva le quote di Etisalat e diventa primo azionista
Emirates Telecommunications Corporation (Etisalat) ha ceduto la sua intera quota del 16,2 per cento in Vodafone all’imprenditore francese Xavier Niel, fondatore del gruppo Iliad e principale azionista di Le Monde, che diventa così il principale azionista della multinazionale britannica operante nel settore delle telecomunicazioni.

La partecipazione di Etisalat è stata valutata 5,1 miliardi di euro
La partecipazione della compagnia telefonica emiratina Etisalat è stata valutata 5,1 miliardi di euro, con un premio del 15 per cento rispetto all’ultimo prezzo delle azioni Vodafone: verrà rilevata dalla società veicolo Vega, detenuta dalla famiglia di Niel. L’imprenditore francese aveva peraltro già rilevato una quota del 2,5 per cento in Vodafone nel 2022. Dopo Niel i principali azionisti sono i fondi Blackrock con il 7,1 per cento e Vanguard con il 5,8 per cento, seguiti dall’imprenditore svizzero Martin Ebner, il quale detiene il 3,1 per cento. L’investimento di Vega in Vodafone sarà interamente finanziato da Xavier Niel (che aveva tentato di comprare Vodafone Italia, poi ceduta a Swisscom) e da istituzioni finanziarie, senza alcun ricorso e senza alcun impatto sulla leva finanziaria di alcuna entità controllata dal gruppo della famiglia Niel, si legge in una nota.
Sanità, quali sono le Regioni con l’assistenza migliore (e peggiore)
La Regione italiana capace di offrire la migliore assistenza sanitaria è il Veneto. Lo evidenzia il Nuovo sistema di garanzia allestito dal ministero alla Salute, basata su 88 indicatori suddivisi nelle tre macroaree di prevenzione, assistenza distrettuale e ospedaliera, a cui è stato assegnato un punteggio compreso tra 0 e 100, per un massimo teorico di 300 punti. Subito dietro il Veneto, che svetta con 288 punti, l’Emilia-Romagna (282) riesce a conquistare la seconda posizione, scavalcando la Toscana (280) che scivola così al terzo posto. Il top five poi il Piemonte (272) e la Provincia autonoma di Trento (271).
Lombardia in sesta posizione
I dati si riferiscono al 2024. La Lombardia (270) si trova in sesta posizione, seguita da Umbria (254), Liguria (250), Friuli Venezia-Giulia (248) e Puglia (242), prima Regione del Sud. Scorrendo la classifica troviamo poi appaiate Marche e Lazio (237), seguite da Abruzzo (229), Valle d’Aosta (213), Sardegna (212) e Campania (209).
Ultima in classifica la Calabria
Per quanto riguarda la parte bassa della classifica, in quint’ultima posizione c’è la Provincia autonoma di Bolzano (206, peggior risultato per un territorio del Nord). Appena sotto la Basilicata (205). Terzultima la Sicilia (196), poi il Molise (192). Fanalino di coda la Calabria (189).
Come funziona il calcolo del Ministero
Il Nuovo sistema di garanzia valuta la qualità dell’assistenza sanitaria erogata attraverso un’analisi capillare. Il modello prevede 88 indicatori, a loro volta suddivisi in sottoindicatori, raggruppati in tre macroaree:
Prevenzione collettiva: include parametri come la copertura vaccinale nei bambini e l’efficacia delle campagne di screening.
Assistenza distrettuale: analizza la gestione delle cure sul territorio, l’appropriatezza prescrittiva dei farmaci e la tempestività dei mezzi di soccorso.
Assistenza ospedaliera: monitora l’efficienza dei ricoveri, la percentuale di parti cesarei e i tassi di mortalità a breve termine per patologie acute come l’ictus.
EasyJet, il fondo Apollo rilancia con un’offerta più alta di Castlelake
EasyJet ha ricevuto una nuova offerta dalla società di private equity Apollo Global Management di 5,7 miliardi di sterline. Una proposta di circa il 3,6 per cento superiore all’ultima offerta di Castlelake, che la compagna low-cost «non intende più raccomandare». Al contrario, i termini finanziari dell’offerta di Apollo «sono a un livello tale da indurre la società a raccomandarla agli azionisti». L’improvvisa entrata in gioco del fondo segue diversi round di negoziazione tra EasyJet e Castlelake, che aveva continuamente aumentato la propria offerta per avviare i colloqui. Apollo ha affermato che gli azionisti della compagnia aerea avranno la possibilità di convertire le proprie azioni esistenti in una cosiddetta alternativa di “stub equity“, attraverso la quale i fondi Apollo manterranno il loro investimento nella compagnia aerea. Ha anche dichiarato che si impegnerà a soddisfare la condizione necessaria affinché gli investitori esteri possano controllare una compagnia aerea europea. La normativa prevede che le compagnie aeree siano controllate in maggioranza da un’entità europea, un ostacolo che Castlelake aveva cercato di superare assumendo due dirigenti irlandesi del settore aereo.
L’avvertimento di Israele agli Usa: «L’Iran ha un nuovo piano per uccidere Trump»
L’intelligence israeliana ha condiviso con quella statunitense nuove informazioni che indicherebbero un nuovo piano dell’Iran per uccidere Donald Trump. Lo riporta il Wall Street Journal, spiegando che tale circostanza segnerebbe un’escalation nella guerra tra Washington e Teheran Da anni, evidenzia il Wsj, Teheran ha promesso apertamente di vendicarsi di Trump per l’assassinio di Qassem Soleimani, alto generale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, avvenuto durante in un raid su Baghdad il 3 gennaio 2020, durante primo mandato del tycoon. Parlando con i giornalisti a margine del vertice Nato di Ankara, lo stesso Trump aveva fatto riferimento alle minacce contro di lui: «Vogliono eliminare il leader degli Stati Uniti, cioè me. Sono il primo della lista. Finora immagino di essere stato un po’ fortunato, ma forse non durerà a lungo».

Spagna, maxi incendio boschivo in Andalusia: 11 morti
Un maxi incendio boschivo nell’area di Los Gallardos, nella provincia andalusa di Almeria in Spagna, ha provocato almeno 11 morti. L’ha reso noto l’assessore regionale alla Presidenza e alle Emergenze, Antonio Sanz, precisando che il numero potrebbe ancora variare, data la complessità delle operazioni di spegnimento sul terreno. Quattro persone di nazionalità britannica sono morte in un’auto, mentre le altre sette vittime sono decedute mentre stavano cercando di fuggire. Si contano inoltre otto feriti, quattro dei quali in gravi condizioni con ustioni. 122 persone sono state trasferite al teatro del municipio di Lubrin e nel palasport della località di Garrucha, tutte provenienti dal Comune di Bedar evacuato. In totale sono un migliaio le persone evacuate.
Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Giuseppe Conte, Roberto Vannacci, Alessandro Di Battista. La quinta colonna del soft power russo in Italia. Non si tratta di essere prezzolati: aderiscono al filo-putinismo perché ci credono o perché è conveniente crederci. «Stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti», dice il leader del M5s sul palco napoletano della prima riunione comiziale del campo largo (o meglio ristretto, non c’era Matteo Renzi), suscitando le comprensibili perplessità di quei riformisti superstiti del Pd che ancora chiedono: ma che davero davero dobbiamo allearci con questo signore?

Si inserisce, nel dibattito sulla Russia, pure il generale in pensione: «Non sono d’accordo con Conte, è lui che è d’accordo con me». E non è un modo di dire, visto che questa settimana le delegazioni di Lega, M5s e FN hanno votato contro la relazione del 2025 del Parlamento europeo sull’Ucraina, testo in cui vengono accolti positivamente gli sforzi del Paese verso l’adesione ai Ventisette.

Le litanie anti-europeiste di Dibba
Insomma non ce la vogliono proprio l’Ucraina nell’Unione, d’altronde per codesti signori Putin ha delle sue solide ragioni per volere la conquista di Kyiv. A dare manforte alle preziose opinioni putiniste ovviamente c’è anche Di Battista. Paper First, casa editrice del Fatto Quotidiano, ha inaugurato qualche tempo fa la collana SmartBook e la prima uscita è stata La Russia non è il mio nemico firmato Dibba, nel quale viene descritto un Paese immaginario a uso e consumo del Cremlino. La linea editoriale è la stessa del Fatto, come dimostrano gli editoriali travaglisti che ormai si sono sintonizzati su due standard: Renzi è un fellone e deve stare a casa sua, Putin ha delle ragioni che voialtri europeisti da strapazzo non vedete. Con una pubblica opinione così a che serve spendere milioni per comprare la gente? C’è gente che lo fa gratis, per l’engagement. Dibba lo fa forse per farci sghignazzare, anche quando è troppo serio e si lancia nelle litanie antieuropeiste nei suoi libercoli: «Basti pensare che finora l’Unione europea ha sostenuto il regime di Zelensky con quasi 200 miliardi di euro di denaro pubblico. Non solo. La folle strategia europea, sostenuta evidentemente dalla massiccia campagna denigratoria nei confronti di tutto quel che è russo, è servita a far accettare alle pubbliche opinioni del vecchio continente non solo i maxi-finanziamenti a Kyiv e le consegne di armamenti (molti dei quali spariti e presumibilmente finiti sul mercato nero), ma anche la sostituzione del gas russo, economico e di ottima qualità, con il gnl statunitense (gas naturale liquefatto), peggiore, più caro e molto più inquinante, dato che arriva in Europa non attraverso un gasdotto ma trasportato da immense navi-cisterne», scrive Dibba. Se la «denigrazione della Russia e dei russi» servisse almeno «ad arricchire l’Europa, non dico che arriverei ad approvarla ma almeno a comprenderla; ma la strategia Nato/Ue sta invece impoverendo l’Europa e contemporaneamente sta riducendo drasticamente le possibilità per l’Ucraina di restare un Paese sovrano».

Pd e FdI sono pronti a gestire i filoputiniani di area?
Ora, tutti questi signori saranno impegnatissimi in vista delle elezioni politiche del 2027. Conte, Vannacci, Travaglio con i suoi editoriali in cui condiziona la direzione politica del M5s. Dibba pure, visto che pare stia meditando di fare un partito suo. Conte, Vannacci e Dibba rischiano comunque di essere un serio problema per le coalizioni, perché rappresentano delle sacche di propaganda in lotta con la democrazia liberale. Tutti hanno buone possibilità di fare danni. Soprattutto chi è già saldamente in campo. Conte può far deragliare il campo largo, magari riuscendo persino a diventarne il capo in caso di primarie. Vannacci può condizionare il dibattito pubblico della destra al contempo bastonando e offrendosi al destra-centro. Pd e Fratelli d’Italia sono pronti a gestire i filo-putiniani di area? Fin qui parrebbe di no.

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