Alfredo e Giovanni Di Bruno sono due relitti lucidissimi della vecchia Milano: baffi, frezza bianca, qualche anno di galera e una memoria piena di piazze, bische, rapine e nobildonne. Vivono ancora insieme a Lambrate, in una casa enorme e decadente, e guardano il presente come due reduci che non hanno mai smesso di diffidare dei conformisti. Sono gli autori di Riocontra, un libercolo di parole parlate all’incontrario, nato in quella stessa Milano tra la fine degli Anni 70 e gli 80, nelle compagnie di quartiere, tra paninari, bar, sale giochi e piazze dove il linguaggio serviva insieme a riconoscersi e a non farsi capire dagli altri. Non era una lingua con regole fisse, ma un gergo mobile, costruito rovesciando e deformando le parole secondo il suono, rimasto poi in vita in piccoli gruppi e trasformato oggi in memoria di una città scomparsa.
Negli ultimi 10 anni il Riocontra è cambiato. Come Milano
Ho trovato il Riocontra nella tasca del sedile di un aereo in partenza da Parigi. Tornavo dal Roland Garros. Era un Ita Airways, anche se Alfredo e Giovanni Di Bruno insistono perché scriva Lufthansa. «Fa più chiove», dice Alfredo. «E metti business», aggiunge Giovanni. «Non ero in business». «Hai una certa età ormai. Devi dire business». Sono passati quasi 10 anni dalla prima intervista a Lettera43 e i due fratelli vivono ancora nella stessa casa di Lambrate, tra tappeti turchi, amari fuori produzione, un tavolo da biliardo riscaldato e una statua di Atatürk appesa a testa in giù perché «non entrava nell’ascensore». Il libro, invece, è cambiato. Come Milano. Perché avete deciso di rifare il Riocontra dopo tanto tempo? «Perché pensavamo di avere chiuso un discorso e invece avevamo soltanto smesso di parlarne», risponde Alfredo. «Il Riocontra era rimasto lì, nei cassetti, nelle tasche dei giubbotti e nella bocca di quelli che continuavano a usarlo senza sapere più da dove arrivasse». La nuova edizione era in preparazione da anni, ma ogni volta qualcosa la faceva sparire: una cartella dimenticata, una bozza prestata, una tasca che cambiava aria. «Noi non siamo persone organizzate», precisa Giovanni. «Siamo persone che, ogni tanto, ritrovano quello che avevano perso». Il momento decisivo è arrivato durante una grande manifestazione passata sotto casa. «C’era un casino pazzesco», ricorda Giovanni. «Studenti, operai, ambientalisti, anarchici, pensionati, gente con le bandiere e gente che probabilmente aveva sbagliato fermata. Tutti insieme, che a Milano ormai è già una cosa rivoluzionaria». Il corteo si dirigeva verso la tangenziale. «Volevano occuparla», dice Giovanni. «Magari volevano attraversarla», lo corregge Alfredo. «Quando hai una certa età anche attraversare una strada sembra un gesto politico». I fratelli non scesero. «Abbiamo aperto la finestra». «Però ci siamo scaldati». Giovanni, il più nichilista, era convinto che dopo pochi giorni nessuno avrebbe più parlato della protesta. «Funziona sempre così. Per alcune ore sembra che il sistema debba crollare. Il giorno dopo girano le fotografie. Il terzo giorno organizzano un dibattito per capire che cosa è successo. Al quarto cercano tutti casa su Immobiliare.it». «Le manifestazioni finiscono», conclude Alfredo. «Il libro rimane». Giovanni lo guarda. «A meno che non lo dimentichi sull’aereo».

«Una regola appena la scrivi, non vale più»
Ma che cos’è davvero il Riocontra? Un gergo, una lingua o un gioco? «Non è semplicemente parlare al contrario», risponde Alfredo. «E non è una lingua che impari facendo gli esercizi». «Non c’è la lezione uno: come ordinare il fumo», aggiunge Giovanni. Il Riocontra nasce nelle compagnie, nelle piazze, nei bar, nelle bische e negli intervalli tra un guaio e l’altro. Le parole cambiano da zona a zona e persino da persona a persona. A volte vengono invertite le sillabe, altre volte deformate, accorciate o ricostruite fino a farle suonare nel modo giusto.
«Il suono viene prima della regola», spiega Giovanni. «Se una parola funzionava, rimaneva. Se suonava male, moriva». Qualche regola esisteva, ma nessuno sentiva il bisogno di scriverla. Perché «appena la scrivi, non vale più», precisa Alfredo.
«Il Riocontra serviva anche a capire chi avevi davanti. Uno apriva bocca e tu sapevi se era della piazza, se era passato di lì o se stava solo facendo scena». Il loro libro, quindi, non è un dizionario. Non pretende di stabilire che cosa sia corretto e che cosa non lo sia. «È una testimonianza», dice Giovanni.
«Noi non volevamo insegnare alla gente come parlare. Volevamo ricordare chi parlava». Dietro ogni parola ci sono un luogo e una storia: una sbronza, una rapina, una galera, un amico scomparso o una nobildonna incontrata dalla porta della servitù. «Non puoi prendere soltanto il termine e buttare via tutto il resto», dice Alfredo. «Se separi la parola dalla persona e dalla piazza, ti resta il rumore. E oggi di rumore ce n’è già abbastanza».
Il Riocontra vuoto usa la parola come un cappellino: la metti, fai la foto e sembri venire dalla strada
In questi anni il Riocontra è finito nei pezzi dei rapper, nei podcast e persino nella pubblicità. «Se un rapper viene dalla piazza e parla così, parla così», dice Alfredo. «La lingua non è nostra e non siamo noi a distribuire le licenze». Il problema, spiegano, nasce quando il Riocontra viene utilizzato come un certificato istantaneo di autenticità. «Una drepa qui, una foba là», fa Giovanni. «Poi nel ritornello metti Lambrate anche se sei cresciuto davanti al golf club. È come mettere il rumore del tram dentro una canzone e dire che hai raccontato Milano».
Insomma, non parlano di un Riocontra falso, ma di un Riocontra vuoto. «Il falso almeno prova a imitare qualcosa», continua Giovanni. «Quello vuoto usa la parola come un cappellino. La metti, fai la fotografia e sembri subito uno che viene dalla strada». Alcuni rapper, riconoscono, hanno tenuto in vita parole che rischiavano di scomparire. Altri le hanno trasformate in accessori. «Prima la parola serviva a non farti capire», dice Alfredo. «Adesso serve a farti riconoscere dall’algoritmo».
Lo stesso è accaduto con i podcast, la pubblicità, i nomi dei locali e perfino le operazioni immobiliari. Giovanni racconta che un nuovo palazzo avrebbe dovuto chiamarsi La Drepa. «Gli appartamenti costavano talmente tanto che la drepa non poteva entrarci». Le parole, secondo i fratelli, vengono consumate per eccesso di utilizzo. «Prima finiscono nella canzone», dice Alfredo. «Poi sulla maglietta, poi sulla tote bag». «Poi le usa il Comune», conclude Giovanni. «A quel punto sono morte». In 10 anni sono comparsi anche studiosi, collezionisti ed esperti capaci di distinguere un’inversione autentica da una sbagliata. «L’Accademia della Crusca della rapina», li definisce Alfredo. «Vogliono mettere le regole a una cosa nata per scappare dalle regole», aggiunge Giovanni. «Fanno i convegni e decidono che una parola si gira così e non cosà». Alfredo taglia corto: «Se suona di merda, suona di merda. Non puoi salvarla con una commissione».

«A Milano quello che prima era un quartiere è diventato un marchio»
Ma come è cambiata Milano rispetto alla prima edizione? «È diventata Monte Carlo senza il mare», risponde Alfredo. «E senza il casinò», aggiunge Giovanni. «Il casinò è l’immobiliare». Secondo i fratelli, dopo Expo tutti si aspettavano una città più aperta, più equa e internazionale. «Pensavano che sarebbe diventata Berlino», dice Giovanni. «È diventata un Autogrill a cielo aperto. Entri, consumi, fai una fotografia e riparti».
Le officine sono diventate caffetterie, le ferramenta spazi multifunzionali e le case delle nonne affitti brevi. Quello che prima era un quartiere diventa un marchio; quello che era un panettiere diventa un’esperienza urbana. Il simbolo di tutto è la casa ereditata.
«Uno dice: con l’affitto normale non ci campo», spiega Alfredo. «Allora la mette su Airbnb». «Così si alza da solo il fitto», aggiunge Giovanni. «L’affitto». «Fitto è più Riocontra». Il proprietario pensa di essersi salvato, ma altre cento persone fanno la stessa scelta e alla fine nessuno riesce più ad abitare in città. «L’uno su mille ce l’ha fatta», dice Alfredo. «Ma quello che ce l’ha fatta aveva già la casa della nonna». La responsabilità, precisano, non è soltanto della politica. «La gente fa il 25 aprile, canta Bella ciao e poi torna a casa ad alzare l’affitto», continua Alfredo. «Il capitalismo suo va bene perché è artigianale». «A filiera corta», interviene Giovanni. «Sfrutta uno che abita vicino». La cosa che li irrita di più è l’assenza di autocritica. «Puoi anche fare il tuo business», dice Alfredo. «Ma non raccontarti che stai liberando il quartiere mentre lo rendi inabitabile».
Che fine hanno fatto le piazze e la Milano popolare raccontata nel primo libro? «Le piazze ci sono ancora», dice Giovanni. «Solo che sono piene di tavolini». Per sedersi bisogna ordinare qualcosa. Una volta, ricordano, la piazza era il luogo dove si poteva perdere tempo senza doverlo giustificare. «Adesso se resti fermo 10 minuti arriva uno con il menu», dice Alfredo. «Oppure pensa che stai aspettando il rider». Il nuovo libro vuole restituire voce al «sapie». «Che cos’è il sapie?». «La piazza». «Ma non è il contrario». «Suona bene».
«Il maranza non era una provenienza, era un curriculum»
Ricordano i campetti di via Dezza, dove si incontrano ancora ragazzi, adulti, vecchi e maranza.
Ai loro tempi, precisano, il maranza poteva essere italianissimo. «Era quello di 30 anni che viveva di espedienti», racconta Alfredo. «Tuta, motorino, cugino con la Golf e sempre un amico che gli doveva dei soldi». «Non era una provenienza», aggiunge Giovanni. «Era un curriculum». Oggi, invece, la parola viene usata quasi automaticamente per indicare un ragazzo nordafricano con il borsello. «È diventata una parola razzista», dice Alfredo. «Prima descriveva un modo di stare al mondo. Adesso descrive una faccia».
I fratelli non credono neppure che Milano sia diventata più violenta. «Negli Anni 90 era peggio», sostiene Giovanni. «Solo che i rapinatori erano italianissimi, quindi oggi li ricordano come folklore». Rievocano via Padova, Calvairate e Cimiano: coltelli, motorini rubati, automobili bruciate. «A nostro padre rubarono il cofano della macchina», racconta Alfredo. «Soltanto il cofano?» «Era un bel cofano». Poco dopo provarono a rivenderglielo. «Era lo stesso?» «Aveva ancora dentro i documenti». «I documenti erano nel cofano?». «Erano altri anni».

«Il problema è fare business e continuare a chiamarlo lotta»
Perché ve la prendete tanto con i compagni che hanno aperto i bar? L’intervista continua davanti a una parmigiana, due vitelli tonnati e due friselle.
«Il problema non è che aprono un bar», spiega Giovanni. «Il problema è che trasformano tutto in business e continuano a chiamarlo lotta». «Dodici euro un cocktail», dice Alfredo. «Quindici con la scorza d’arancia resistente». Dietro il bancone restano la falce e martello, le fotografie delle occupazioni e i manifesti contro la speculazione. Ma si accetta American Express.
«Una volta nei bar un piatto di minestra non si negava a nessuno», dice Alfredo. «Adesso te lo portano in una ciotolina», aggiunge Giovanni. «Due cucchiai, una spruzzata di burrata e una foglia traumatizzata». «Venti euro». «Pane escluso». Quello che contestano è la trasformazione di ogni cosa in un prodotto: la casa, la piazza, il quartiere, la protesta e perfino il Riocontra. «Mettono una parola al contrario nel nome del locale», dice Alfredo. «Poi il cocktail costa 16 euro e lo chiamano popolare».
Non risparmiano nemmeno chi critica la gentrificazione. «C’è quello che denuncia Milano dal suo appartamento di 200 metri quadri», dice Giovanni. «Con la governante». «Non Big Mano. Una governante progressista». Il povero, concludono, piace finché rimane abbastanza lontano da poter essere raccontato. «Appena prende il tuo stesso ascensore», dice Alfredo, «diventa un problema di sicurezza».

Che fine ha fatto Giulio?
E Giulio? È ancora in Audi? Giulio, il vecchio mecenate del tabacco e storico editore dei fratelli, compare ancora nelle appendici del libro. Ma oggi non lavora più con le sigarette: si occupa di data center. «Prima riempiva il mondo di fumo», dice Alfredo. «Adesso lo riempie di calore». La sua vecchia azienda sostiene di voler costruire un futuro senza sigarette. «Ma continua a venderle?». «Per finanziare la transizione». Tra Giulio e i Di Bruno ci sarebbe stato uno scazzo. Lui sostiene che il tabacco appartenga al passato. Loro considerano questa posizione un tradimento personale. «Uno lavora tutta la vita nel fumo e poi vuole un mondo senza fumo», dice Giovanni. «È come se un rapinatore aprisse un corso sulla sicurezza domestica». I fratelli continuano a fumare. Alfredo sigarette, Giovanni pipa, sigari e qualunque cosa riesca ad accendere. «Una volta ha fumato una pizza», racconta Alfredo. «Era sottile», si difende Giovanni. Ma sigarette elettroniche, mai. «Abbiamo dei principi». Nonostante lo scazzo, Giulio conserva una pagina nella nuova edizione. «Ai mecenati non si nega una nota a piè di pagina», dice Alfredo. «Soprattutto se hanno ancora i server». Il cameriere prova a dividere la frisella. Si spezza in cinque parti irregolari. Giovanni la guarda. «Ecco la sinistra». Il conto è di 87 euro. «La rivoluzione è finita», dice Alfredo. «Perché?». «Il pane era escluso». Prima di salutarli ripeto la domanda di 10 anni fa. «Che fine ha fatto Giulio?». Alfredo si tiene la pancia. «Giulio è sempre lì». «In Audi?». Giovanni indica il cielo: «No. Adesso è nel cloud».
