«In virtù della sua Università di appartenenza, lei può rappresentare una minaccia alla sicurezza di questo Paese e per questa ragione deve rendere accessibili tutti i suoi profili social media per un controllo rafforzato». Non è una frase proferita in Russia, Cina, Iran o Corea del Nord. È quello che Carlo, all’epoca studente all’Università di Harvard, si è sentito dire presentatosi dalle autorità americane per il rinnovo del suo visto studentesco. «Non avrei mai immaginato di ritrovarmi in una situazione simile. Sono cresciuto associando gli Stati Uniti alla libertà di parola, ma la mia esperienza ad Harvard mi ha portato a riconsiderare completamente questo mito», spiega a Lettera43 Carlo, che a maggio 2026 si è laureato in Public policy.
Un mezzo passo falso può portare all’intervento dell’Ice
Studiare nelle università americane ai tempi di Donald Trump è un’esperienza tutt’altro che serena. Anche in un ateneo prestigioso come Harvard. A partire dalla primavera del 2025, l’amministrazione repubblicana si è lanciata in diversi attacchi all’indipendenza del sistema universitario statunitense. Alcuni atenei, tra cui Harvard e la Columbia, sono stati trascinati in battaglie legali e minacciate di tagli, anche totali, ai fondi federali. Questi annunci hanno portato a una maggiore attenzione mediatica su quanto stava accadendo. Ma anche se oggi i fari sono meno forti di un anno fa, la situazione è tutt’altro che migliorata. A iniziare dalla paura che anche un mezzo passo falso possa portare all’intervento dell’Ice, l’ormai famigerata agenzia federale addetta ai rimpatri che turba il sonno di molti studenti internazionali. Anche italiani.

Il miraggio di un futuro professionale negli States
Federica Rinaldi, graduate student italiana ad Harvard, racconta: «Il senso di insicurezza è decisamente aumentato, specialmente per chi, come me, è lì con un visto studentesco. D’altra parte, però, riconosco il mio privilegio di essere italiana, con annesse implicazioni di genere, provenienza migratoria, e aspettative di ritorno, che mi pone in una condizione di immigrata diversa rispetto a chi è vittima delle principali azioni dell’Ice. Non è chiaro come l’università si porrebbe di fronte a eventuali tensioni o eventi, e questo toglie un po’ di sicurezza; o meglio, mi lascia la percezione che, se mai qualcosa dovesse succedere, sarei “da sola”». Il senso di instabilità è forte. «Durante la mia esperienza ho trovato un ambiente molto aperto e internazionale. Però sarebbe ingenuo dire che nulla sia cambiato», spiega Giovanni Pintor, studente alla Harvard Kennedy School. «Tra molti studenti internazionali si percepisce una maggiore incertezza rispetto a qualche anno fa, soprattutto quando si parla di visti, immigrazione o futuro professionale negli Stati Uniti».

Il Medio Oriente resta un argomento tabù
Se il visto è la minaccia esplicita, l’autocensura è il rischio che si corre. E secondo Carlo è proprio sul Medio Oriente che il confine si fa più rigido, indipendentemente dall’appartenenza politica. «Ricordo un amico americano di famiglia ebraica dirmi sottovoce durante una pausa caffè: “Carlo, capisco la tua rabbia nel vedere tanti tacere davanti a quello che succede a Gaza, ma qui se metti un post critico su Israele, anche se sei ebreo e americano, può costarti la carriera”. Non lo diceva con rassegnazione. Lo diceva come si comunica una regola del gioco che tutti conoscono e nessuno osa discutere». «Questa verità si è rafforzata in numerose occasioni», continua Carlo. «Nelle parole di un professore che ha visto la sua carriera e le sue ambizioni ridimensionate per colpa di un libro critico nei confronti della relazione tra le due nazioni; nella cautela dei principali esponenti dell’ateneo quando si parlava di Medio Oriente al fine di non adirare i donatori. Nelle chat di Whatsapp e nelle pagine di Instagram come Canary Watch in cui si segnalavano gli studenti che avessero osato presentarsi in ateneo con qualche simbolo riconducibile alla Palestina».

Alla costante ricerca di un nemico
L’atteggiamento aggressivo nei confronti dei “non allineati” si avverte anche in molti dibattiti interni che tendono a concentrarsi solo sugli Stati Uniti. Secondo Carlo, «nella narrazione americana non sembra esserci spazio per una collaborazione pacifica con gli altri Stati. In classe ti viene spiegato come la marina cinese stia crescendo, come la Russia avanzi nell’Artico con l’obiettivo di proiettare potere verso il continente americano. Un seminario dopo l’altro, un ospite dopo l’altro, sempre la stessa domanda al centro: come fermiamo il nemico? Non esiste la possibilità che un Paese possa crescere economicamente e militarmente senza rappresentare una minaccia esistenziale. Non esiste l’idea che la leadership globale possa essere condivisa, distribuita, negoziata. Esiste solo la logica binaria del primato: o io o te. E tutto ciò che mette in discussione quel primato va fermato con qualsiasi mezzo». E anche per gli alleati non sembra esserci spazio per una collaborazione autentica. «Ho sentito dire durante un seminario che l’Unione europea è “un progetto creato da Washington per tenere a bada la Germania ed evitare altri scontri”. Un concetto ribadito sia da un ex esponente di spicco dell’amministrazione Clinton sia da un repubblicano. Come se uno dei più grandi progetti di sempre di pace e collaborazione fosse solo una manovra di palazzo e non la volontà di milioni di cittadini», racconta Carlo.

Lo strabismo di Trump sulla ricerca
Quella americana sotto Trump sembra una leadership strabica: da un lato professa una superiorità sempre più netta, dall’altra però taglia proprio nel settore dove si pongono le basi per la crescita, cioè l’università e la ricerca. «Sono stati tagliati i fondi per i posti in ufficio, il supporto per andare a conferenze, la quantità e tipologia di ospiti, invitate e invitati ai seminari, e via dicendo», sottolinea Rinaldi. «Questo limita un po’ la ricchezza di esposizioni e stimoli di cui uno studente può beneficiare. Più preoccupante, e ancora in fase di assestamento, è il taglio dei fondi per i progetti di ricerca, specialmente per chi fa ricerca nel Sud globale o su temi di genere, vanno cercate nuove fonti di finanziamento. Rimane vero che l’ateneo dove studio è sempre molto ricco di risorse e privilegiato. Le coorti dell’anno prossimo però saranno enormemente ridotte, la metà degli ammessi rispetto al mio anno, e questo può impattare lo scambio e lo sviluppo di conoscenze tra pari». La risposta a questa situazione sempre più difficile, e secondo Pintor sta proprio nella comunità universitaria: «La sensazione generale che porto via da Harvard non è quella di un’università chiusa in una bolla ideologica. Piuttosto, quella di una comunità che sta cercando di capire come navigare un periodo di forte cambiamento politico e sociale, negli Stati Uniti e nel mondo. E forse la lezione più importante che ho imparato lì è che, nei momenti di polarizzazione, la capacità di ascoltare diventa ancora più importante della capacità di parlare». Trump permettendo.
