Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha annunciato che, nel prossimo Consiglio dei ministri, porterà un decreto all’interno del quale c’è anche il rinvio il blocco alla circolazione delle auto diesel Euro 5 in alcune zone d’Italia. «Uno stop insensato», ha detto a Mattino 5, specificando che la norma è inserita in un provvedimento «che abbiamo scritto per dare ossigeno a centinaia di migliaia di persone per tutto il 2027». «L’ideologia pseudo-green di Bruxelles sta facendo danni. Vorrei che a Bruxelles ci fosse gente più equilibrata», ha aggiunto. Dal primo ottobre, in assenza di nuovi interventi, entreranno in vigore le limitazioni alla circolazione delle autovetture diesel Euro 5 nelle aree urbane di Milano, Monza, Brescia e Bergamo. La Regione Lombardia ha confermato questo calendario, ma Salvini punta a fermare tutto prima della scadenza.
Politica
Il piano di Crosetto: «Navi italiane a Bab el-Mandeb senza aspettare l’Ue»
Con una mossa politica che punta a velocizzare il ripristino della navigazione nello stretto di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso, nuovamente nel mirino degli Houthi dello Yemen, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato di aver «deciso, con il capo di Stato maggiore, di non aspettare che sia Aspides (la missione europea, ndr) a stabilire se le navi possono passare o meno». «Probabilmente ci attiveremo in modo tale che le navi italiane possano iniziare a passare senza aspettare che la burocrazia europea si sommi alla nostra perché ritardare i tempi in casi come quello significa ritardare l’economia, significa aggravare problemi», ha spiegato. Crosetto ha quindi dato indicazioni ai vertici della Difesa affinché in pieno coordinamento, effettuino un’attenta valutazione della situazione operativa e di sicurezza nel Mar Rosso e predispongano un piano per garantire il libero transito attraverso lo Stretto.
Verso Pontida: una mappa aggiornata delle fazioni leghiste
Sarà la prima Pontida dopo la morte di Umberto Bossi. Il Senatùr, va detto, non era più una presenza assidua sul pratone. La sua ultima volta fu nel 2017, ai tempi della critica alla svolta nazionale salviniana, quando non gli fu concesso di parlare dal palco. Dopodiché saltò, anche per ragioni di salute, tutti i raduni a partire dal 2018. Nonostante questo la famiglia ha voluto che i suoi funerali fossero celebrati proprio nell’abbazia di Pontida. Gli amici hanno organizzato una messa in suo ricordo: l’appuntamento, promosso dall’ex senatore Giuseppe Leoni, è per sabato 19 settembre, giorno in cui Bossi avrebbe compiuto 85 anni. Dopo la funzione, i bossiani pianteranno un ulivo in segno di «pace e riconciliazione», ha spiegato Leoni, invitando i militanti a portare una manciata di terra da casa «in segno di unità e fratellanza».

Come sono cambiati gli equilibri dopo la morte di Bossi
Ma quest’anno il clima che si respira sotto il cielo di Pontida non è esattamente pacifico. Persino questa iniziativa è vista con sospetto perché si sovrappone a quella della Lega Giovani, in programma il giorno prima del raduno, come sempre. Bossi avrebbe voluto una “pacificazione”, va dicendo da mesi Leoni. Ma quello che resta del partito che fondò 35 anni fa è un movimento con un leader indebolito, schiacciato dalla crescita dei consensi di Giorgia Meloni prima e di Roberto Vannacci poi. Un partito profondamente balcanizzato al suo interno. Ecco dunque una mappa del ‘pratone’ leghista, sconvolto negli equilibri dopo la morte del fondatore e dopo le contestazioni interne al segretario arrivate in agosto.

Il cerchio magico di Salvini: lo staff, i fratelli e i falchi
Attorno al leader Matteo Salvini si è creato da tempo un ‘cuscinetto’ di protezione molto attivo, costituito sostanzialmente dal suo staff, il portavoce Cristiano Bosco e il responsabile comunicazione Davide Vecchi, amico della fidanzata Francesca Verdini. Sarebbe stata proprio lei ad aver favorito la sostituzione di Matteo Pandini, ‘promosso’ all’Enav, con l’ex direttore del Tempo. Poi ci sono i sottogruppi del cerchio magico. Il primo è formato dai “fratelli”, gli amici di lunghissimo corso: i milanesi Alessandro Morelli e Igor Iezzi e gli ex commissari lombardi Fabrizio Cecchetti ed Eugenio Zoffili. Quest’ultimo si è dato un gran daffare questa estate per controllare i movimenti dei critici Massimiliano Romeo e Attilio Fontana, presenziando a tutte le presentazioni del libro del capo della Lega lombarda. Altra sottocategoria è quella dei falchi sovranisti che, a ogni situazione di confusione, riescono a conquistare spazio e visibilità: tra questi figurano l’ideologo della Flat tax Armando Siri e gli economisti euroscettici Claudio Borghi e Alberto Bagnai.
I ribelli nordisti: la fronda lombarda
Dalla morte di Bossi è cresciuto il malcontento sotterraneo della base lombarda: il segretario Romeo e il governatore Fontana sono i principali interpreti di questo disagio. Da tempo chiedono un ritorno ai temi della Lega delle origini: attenzione alle identità locali e lotta al centralismo. È un movimento soprattutto lombardo (del resto Bossi fondò la Lega lombarda nel 1984 e da questa promosse la federazione di tutte le Leghe autonomiste nella Lega Nord nel 1991) ed è sostenuto dalle segreterie provinciali di Brescia, Bergamo, Varese e Sondrio. Tra i ribelli più attivi c’è l’assessore regionale agli Enti locali Massimo Sertori, molto vicino a Giancarlo Giorgetti. Nel direttivo lombardo del 7 agosto, questa fronda è arrivata a chiedere un “passo di lato” di Salvini e un “rinnovamento” della leadership. Del direttivo fanno parte anche alcuni ex deputati come Daniele Belotti, storico speaker di Pontida ed ex segretario bergamasco.
L’asse scricchiolante dei governatori
Fino a qualche mese fa unito – la foto del pranzo a base di sushi alla vigilia delle Regionali venete a testimoniare l’alleanza – il fronte degli amministratori più influenti si è sostanzialmente diviso dopo la ribellione lombarda. Del gruppo facevano parte Fontana e Romeo, insieme al governatore del Friuli Venezia-Giulia Massimiliano Fedriga, al presidente della Provincia di Trento Maurizio Fugatti e al presidente del Consiglio regionale veneto Luca Zaia. Mentre Fugatti quest’estate si è distinto per aver evitato il selfie con Salvini in vacanza a Pinzolo (il trentino continua a chiedere la revisione del divieto di terzo mandato), Zaia, pur molto critico nei confronti di Salvini, non ha appoggiato la ribellione lombarda, mentre Fedriga lo ha fatto sottotraccia e solo in un primo momento. Alla base dello scontro tra governatori e segretario, lo stop al terzo mandato che ha bloccato la ricandidatura di Zaia e bloccherà quella di Fedriga, Fontana e Fugatti. Per mesi i governatori hanno insistito affinché Salvini ottenesse un’apertura alla modifica delle regole da parte degli alleati di centrodestra, contrari a cambiarle. Invece Salvini è sembrato non troppo convinto della battaglia. Forse – malignano i critici – anche per togliersi di torno figure ingombranti. In più, con il via libera degli alleati alla candidatura del leghista Alberto Stefani in Veneto, il segretario ha firmato un impegno a cedere a Fratelli d’Italia la candidatura in Lombardia quando si andrà a votare nel 2028, scatenando così l’ira dei lombardi.
I sudisti capitanati da Durigon
il vicesegretario Claudio Durigon è il dominus della fazione dei sudisti, comparsa nel 2017 con la svolta nazionale voluta da Salvini. Negli ultimi mesi ogni strategia sembra passare da Durigon. Lui ha gestito il negoziato per un accordo con Zaia, saltato lo scorso giugno. E sempre Durigon ha organizzato la convention romana alle Officine Farneto per illustrare le idee della Lega in vista della «finanziaria», come si chiamava la legge di bilancio fino al 2009. La kermesse, documentata con grandeur sui social della Lega, è sembrata ai più una sorta di esibizione del potere di Durigon. Eppure, nei corridoi di via Bellerio, si mormora che il vicesegretario abbia avviato le trattative per passare con FdI a ridosso delle Politiche e che stia addirittura negoziando posti per altri colleghi, come Simonetta Matone, Roberto Marti e persino un fedelissimo salviniano come Andrea Paganella. Da settimane di lui Zaia dice che sarà il primo a tradire.
I basculanti tornati fedeli alla linea
Ci sono poi i basculanti. In questa categoria rientra la maggior parte della classe dirigente leghista che, a seconda di come tira l’aria, è pronta a riposizionarsi in base alle prospettive di ricollocamento. Nel gruppo figurano le “Erinni”, Silvia Sardone e Susanna Ceccardi, un tempo molto critiche della gestione salviniana, anche se per motivi diversi, ora sono riallineatissime. Sardone si era alleata con Romeo, e fino a qualche mese fa si esibiva in dure invettive contro la gestione della sicurezza da parte del governo. Dopo essersi imposta alle Primarie milanesi e aver incassato la promessa di una candidatura per Palazzo Marino, tutto sembra essere rientrato. Così come Ceccardi. L’europarlamentare toscana ha fatto la guerra a Roberto Vannacci alle Regionali dell’anno scorso ed è stata protagonista di un duro scontro su questo tema con Salvini durante un consiglio federale. Uscito dalla Lega il generale, Ceccardi si è riscoperta salviniana. Poi ci sono Andrea Crippa e Luca Toccalini, gli ex giovani, creature puramente salviniane. Il fidanzato di Anna Falchi è caduto in disgrazia più volte per le sue dichiarazioni critiche nei confronti di Meloni, tanto che la sua nomina a vicesegretario non è stata rinnovata nel congresso di Firenze dell’aprile 2025. Ora appare riabilitato. Così come Toccalini, a lungo critico con il segretario dopo che quest’ultimo lo ha costretto a ritirare la candidatura contro Romeo al congresso lombardo. Infine, il caso più eclatante è quello del capogruppo alla Camera Riccardo Molinari. Tra i più critici fino a qualche mese fa sulla strategia e l’organizzazione del partito, il piemontese è completamente rientrato nei ranghi.
I don Abbondio della Lega
Se il romanzo lombardo per eccellenza, I Promessi sposi, ci ha regalato una figura unica, quella del pavido don Abbondio, la Lega di Bossi-Maroni è riuscita nell’impresa di raddoppiarla. Noti per la mancanza di iniziativa politica e per la capacità di sopravvivere a tutte le stagioni, i ministri Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli sanno fare benissimo ciò che hanno fatto durante la loro lunga vita politica: obbedire al capo. Per tutta l’estate, secondo alcuni retroscena ben informati, hanno mandato avanti i ribelli lombardi appoggiandone le istanze ma quando è stato il momento di venire allo scoperto avrebbero tirato indietro la mano. Buona parte della militanza imputa loro la responsabilità dell’immobilismo che sta facendo precipitare il partito. Nella famiglia Calderoli ha parlato però la moglie del ministro, Gianna Gancia, che in pieno agosto in un’intervista a Repubblica ha inveito contro gli «opportunisti e i ruffiani». «Chi critica Salvini lo osannava», ha puntualizzato.
Gli ex e i nostalgici sulle barricate
C’è infine una folta schiera di ex, fuoriusciti o espulsi dal partito, che vorrebbe riesumare le battaglie della Lega Nord. Il primo è Paolo Grimoldi che da qualche anno ha dato vita al partito Patto per il Nord. Poi ci sono l’ex deputato Gianluca Pini e l’ex assessore lombardo Gianni Fava che hanno presentato ricorso in tribunale affinché si tenga il congresso della Lega Nord, formazione tenuta in vita come ‘bad company’ per saldare il debito con lo Stato in seguito alla condanna per uso irregolare dei rimborsi elettorali. Pini e Fava sostengono che la ‘vecchia’ Lega Nord detenga il simbolo di Alberto da Giussano con lo spadone e vorrebbero bloccarne l’uso da parte della Lega Salvini premier.
Vannacci a Orvieto, l’ex generale a testa in giù nel volantino dell’Anpi
Dal 18 al 20 settembre Orvieto ospiterà il Forum dell’indipendenza italiana, evento della destra sociale nato nel 1999 che quest’anno si svolgerà sotto l’egida di Futuro Nazionale. La città umbra sarà per tre giorni la capitale del sovranismo: oltre a Roberto Vannacci e Gianni Alemanno (oggi iscritto a FN), è attesa anche una delegazione dalla Germania di Alternative für Deutschland. Ebbene, in concomitanza col convegno sovranista la sezione locale dell’Anpi, in collaborazione con Articolo 21, Spi-Cgil e Rose Rosse d’Europa, ha organizzato un «picchetto democratico e antifascista»: sul volantino che promuove l’iniziativa, oltre a una serie di figure che nei secoli hanno dato lustro a Orvieto, campeggia anche Vannacci a testa in giù.

In alto nel volantino si legge una citazione di Francesco De Gregori: «Generale, questa non è la sua trincea. Quindi, per favore, resti dietro la collina». Nel testo viene ricordato che Orvieto «è stata cantiere per Beato Angelico e Luca Signorelli, per Ippolito Scalza e per Emilio Greco, autore delle porte bronzee del Duomo». E che in città «papa Urbano IV istituì nel 1264 la festa universale del Corpus Domini; insegnò San Tommaso d’Aquino; trovò asilo papa Clemente VII in fuga dal Sacco di Roma». Inoltre «Sigmund Freud studiò gli affreschi del Duomo per i suoi saggi sulla memoria e sul lapsus» e «William Turner ne fu stregato». Orvieto, aggiungono poi gli organizzatori della mobilitazione, «ha dato i natali a Luigi Barzini, a Livio Orazio Valentini, all’ironia di Anna Marchesini e alla tenacia civile di Luca Coscioni», nonché ai sette martiri di Camorena, giovani antifascisti e renitenti alla leva fucilati dai nazifascisti il 29 marzo 1944. Per cui Vannacci, di orgogliose simpatie nostalgiche, non può che essere un intruso. E questo vale anche per il suo «attendente» Alemanno.
Alemanno: «Un motivo in più per venire e ridere di questi trogloditi»
«Il volantino parla degli uomini di cultura che sono nati a Orvieto, ma l’esito è sempre lo stesso: il nemico politico va messo a testa in giù. Questa volta tocca a Vannacci», ha scritto Alemanno sui social. «L’Anpi e Articolo 21 chiamano alla mobilitazione antifascista per impedirci di svolgere il nostro Forum dell’indipendenza italiana sotto l’egida di Futuro Nazionale. Come se non bastasse mi qualificano come “l’attendente del Generale”», ha aggiunto poi l’ex sindaco di Roma: «Questo sarà solo un motivo in più per vederci ad Orvieto, diffondere le nostre idee e ridere di questi trogloditi».
Dopo la diserzione, ecco l’anticapitalismo: i Giovani Dem fanno ancora discutere
Non bastava l’appello alla diserzione da parte di Virginia Libero, segretaria dei Giovani Democratici. A pochi giorni di distanza i “baby” del Pd tornano a far discutere con Marco Rocco De Luca, consigliere comunale di Cesena, che sempre dalla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia ha esortato i compagni di partito a «distruggere questo capitalismo e creare un nuovo sistema economico». Un altro intervento, insomma, destinato a riaccendere il confronto sull’identità della nuova generazione dem e, più in generale, del Pd.
Quelle sopra sono le parole scelte per la didascalia del video pubblicato sul suo profilo Instagram. De Luca, che della giovanile del Pd è responsabile nazionale Cultura Politica, Fondazioni, Memoria e Antifascismo, dal palco di Reggio Emilia ha arringato così la platea: «Sì, noi siamo i figli, noi siamo i nipoti della storia del comunismo italiano e nel concreto dobbiamo liberarci dal giogo imperialista di Trump e degli Stati Uniti, dall’ossessiva retorica sionista, dalla tentazione di cedere alle sirene del capitalismo, del capitale, del liberismo e salpare finalmente con coraggio verso nuovi orizzonti».
L’affondo di Marattin: «Serve un Comitato di Liberazione Nazionale contro il campo largo»
«E voi che pensavate che l’attacco al neo-liberismo della segretaria Schlein – o l’invito alla diserzione della segreteria dei giovani – fosse abbastanza. Sentite un po’ qua invece, va», ha scritto sui social Luigi Marattin, deputato e segretario nazionale del Partito Liberaldemocratico, commentando il video di De Luca. Raggiunto da Adnkronos, ha poi ironizzato: Ho cambiato idea. Ho sempre pensato che non servisse una sorta di Comitato di Liberazione Nazionale contro il pericolo fascista. Invece serve. Contro il campo largo però».
E voi che pensavate che l’attacco al neo-liberismo della segretaria Schlein – o l’invito alla diserzione della segreteria dei giovani – fosse abbastanza.
— Luigi Marattin (@marattin) September 17, 2026
Sentite un po’ qua invece, va. pic.twitter.com/G4Vk8rZc71
Perché con il Melonellum il voto in autunno è una via quasi obbligata
Cortocircuito elettoral-istituzionale alle viste. Se infatti una volta approvata la legge elettorale ci saranno dei ricorsi alla Corte Costituzionale, il giudizio sulla legittimità del Melonellum potrebbe impattare sulla data delle prossime Politiche rischiando un braccio di ferro tra Palazzo Chigi e Quirinale.
L’ultimo passaggio alla Camera
Come è ovvio i ‘se’ sono molti. Vediamoli. Innanzitutto il grande ‘se’ è legato all’approvazione della riforma. Il testo approderà alla Camera il 28 settembre per la terza e teoricamente ultima lettura. Giorgia Meloni ha già annunciato che metterà la fiducia, ma a Montecitorio c’è anche il voto finale che può essere a scrutinio segreto e, anche se assai poco probabili, non sono escluse sorprese come quella dello scorso luglio sulle preferenze. Ora il testo è cambiato e sembra esserci un patto di maggioranza. Secondo tutti gli opinionisti reggerà, ma a volte il diavolo sta nei dettagli.

I tempi della Corte Costituzionale sono un’incognita
Una volta approvata la riforma, come è già stato annunciato dalle opposizioni, saranno attivati comitati per avviare le procedure in vista del ricorso presso la Consulta. E qua i tempi diventano determinanti. Perché il primo step è una denuncia alle Corti d’Appello per lesione del diritto di voto. Se anche solo un giudice si rivolgerà alla Corte Costituzionale, questa dovrà avviare l’iter del ricorso ma, fatti due conti con il calendario, siamo già arrivati a novembre. Innanzitutto si dovrà attendere la formazione dei comitati per il sì e per il no e poi la loro costituzione in giudizio presso la Corte. A quel punto quasi sicuramente la Consulta sceglierà un procedimento d’urgenza. Ma abbiamo già scavallato il Capodanno. E tra le possibilità c’è la collisione tra i tempi della decisione dei giudici costituzionali e l’indizione delle elezioni.

La prudenza del Quirinale
Vero, la premier ha assicurato che intende arrivare «alla scadenza della legislatura», che è a settembre, ma ogni tanto a Palazzo Chigi torna l’idea di anticipare il voto ad aprile. In quel caso i ritmi sarebbero molto serrati. La sentenza della Corte potrebbe infatti arrivare verso gennaio-febbraio, ma per poter votare il 18 aprile (la data del voto la sceglie il governo) bisogna sciogliere le Camere (e questo invece spetta al Presidente della Repubblica) al più tardi tra fine febbraio e inizi marzo, cioè tra 45 e 70 giorni prima della data delle elezioni. Ora il dubbio è: se Giorgia Meloni si presentasse a metà febbraio al Quirinale per dire: «Ho finito il mio compito, voglio andare a votare a fine aprile», Mattarella scioglierebbe le Camere pur sapendo che incombe la sentenza della Corte con il rischio di una bocciatura del Melonellum?

L’arma propagandistica del Parlamento delegittimato
Chi lo conosce prevede che di certo non si metterebbe di traverso fino a dar vita a un governo alternativo: diventare il supercapo dell’opposizione non è certo la sua aspirazione. Ma di certo consiglierebbe un supplemento di pazienza alla premier, per attendere la sentenza. Se Meloni insistesse, ci troveremmo davanti a uno scontro tra Palazzo Chigi e Quirinale ben più manifesto di quelli avvenuti finora. L’unica certezza è che se si votasse con il Melonellum e questo poi venisse giudicato incostituzionale, l’esito delle elezioni non sarebbe annullato. Certo l’arma propagandistica del Parlamento delegittimato verrebbe usata dagli sconfitti, ma a livello istituzionale nulla cambierebbe. Insomma, i ‘se’ sono moltissimi, dando fiducia alle parole della premier, si voterà a settembre. Ma nella politica italiana vale la regola di James Bond: mai dire mai.
Il bollo auto di Meloni, l’Ici di Berlusconi, denti e cataratte: tutte le mance elettorali
Con la sospensione (guarda caso proprio nel 2027, anno elettorale) del bollo per le auto e le moto di potenza inferiore a 80 kW, misura pomposamente definita dalla premier come l’abolizione di «una delle tasse più odiate dagli italiani», Giorgia Meloni ha giocato la sua prima carta – anzi mancia – in vista delle Politiche in programma l’anno prossimo. Una mossa alla Cetto La Qualunque da parte della premier, che curiosamente aveva denigrato chi in passato aveva proposto una misura analoga, citando proprio il personaggio di Antonio Albanese. Che, va detto, ha molti punti in comune con uno dei predecessori di Meloni a Palazzo Chigi…
Il 14 dicembre 2025, dal palco di Atreju, Giorgia Meloni mi attaccava perché avevo proposto l’esenzione dal bollo auto.
— Pasquale Tridico (@PTridico) September 17, 2026
«Roba che Cetto La Qualunque in confronto è Otto von Bismarck», diceva.
Oggi il suo Governo approva l’esenzione dal bollo auto per il 2027. pic.twitter.com/BIxiF2IgXt
Meloni prendeva in giro Tridico e Renzi, che se ne sono ricordati
«Per batterci alle elezioni il centrosinistra si è giocato ogni carta possibile, inclusi il riconoscimento dello Stato della Palestina se avessero vinto nelle Marche e l’esenzione dal bollo auto se avessero vinto in Calabria. Roba che Cetto La Qualunque in confronto è Ottone di Bismarck». Dal palco di Atreju 2025, Meloni aveva ironizzato così su Pasquale Tridico, che da candidato governatore calabrese aveva proposto la sospensione del bollo. E l’europarlamentare del Movimento 5 stelle se n’è ricordato: «Meloni mi aveva denigrato, definendomi Cetto La Qualunque. Mi chiedo dunque se la presidente del Consiglio continui a pensarla alla stessa maniera e se con coerenza definisca la sua proposta una mossa da Cetto La Qualunque». Non solo: Matteo Renzi ha ripescato un post del 2016 in cui Meloni lo aveva attaccato definendolo «mago della distrazione di massa» e «venditore di pentole» per l’idea (ai tempi di Palazzo Chigi) di abolire il bollo per alcune categorie di auto e i motorini.
La premier ha poi risposto al leader di Italia Viva (che a sua volta ha controreplicato): «Bravo Matteo. Oggi hai scoperto la differenza tra annunciare e realizzare». Renzi, per la cronaca, in passato aveva proposto l’abolizione del canone Rai.
Giorgia Meloni sta soffrendo i miei post di questi giorni. Oggi mi ha attaccato nei commenti. Le ho risposto così! Ma come sarebbe bello se Giorgia avesse il coraggio di confrontarsi in un dibattito vero anziché lasciare un messaggino e poi scappare. Lo farà mai? pic.twitter.com/Mw8v2NybNG
— Matteo Renzi (@matteorenzi) September 17, 2026
Tra stop al bollo e mille euro per tutti, la realtà eguaglia la fantasia
C’è poco da fare: la realtà a volte supera (o quantomeno eguaglia) la fantasia. In un fiume di promesse di totale anarchia fiscale, Cetto La Qualunque si diceva pronto all’abolizione delle bollette del gas e della luce, ma anche dell’Ici (ci torneremo), della Tari, del bollo (eccoci) e dell’assicurazione auto. Il personaggio di Albanese prometteva poi anche mille euro a persona, anzi 2 mila, e un’imbiancatura gratis della casa.
Meloni ha abolito (sebbene parzialmente, temporaneamente e pure qualunquemente) il bollo auto e, in effetti, in qualche modo si era mossa per far sì che gli italiani ricevessero mille euro: era successo a fine marzo del 2020, quando all’inizio della pandemia aveva esortato l’allora premier Giuseppe Conte a elargire tale cifra a chi avesse dichiarato di averne bisogno.
Il maestro indiscusso delle mance elettorali resta Berlusconi
Se vogliamo però parlare di mance elettorali, il maestro resta Silvio Berlusconi. Il Cav nel 2006 fece la promessa – mantenuta – di abolire l’imposta comunale sugli immobili (Ici). Che poi fu reintrodotta, sotto forma di Imu, dal governo tecnico di Mario Monti intervenuto per mettere qualche pezza e riordinare i conti pubblici.
In seguito, intervistato dal Giornale, promise – di nuovo, e con tanto di disegno di legge pronto – l’abolizione dell’imposta municipale unica sulla prima casa, definendola «una tassa insopportabile».
Nel 2010, durante un comizio elettorale in Piazza San Giovanni a Roma per le Regionali, Berlusconi annunciò un piano straordinario che avrebbe sconfitto definitivamente i tumori entro tre anni: la sparata suscitò all’epoca fortissime critiche sia dall’opposizione sia dalla comunità scientifica.
E poi ci sono i tormentoni: dentiere e cure odontoiatriche per gli anziani che non potevano permettersele si sono ripresentati in varie tornate elettorali, a partire dal 2001 e fino al 2022. Curiosamente, un anno dopo la morte di Berlusconi la Regione Lombardia ha parzialmente approvato una misura simile.
Spese veterinarie pagare per cani e gatti
Il Cav amava promettere, assieme alle cure dentistiche gratuite, anche operazioni alla cataratta a costo zero. E poi non si possono dimenticare le proposte per l’esenzione fiscale o l’assegnazione di sussidi mensili per chi adotta o possiede un cane o un gatto, per coprire spese veterinarie e cibo. Anche questo un altro cavallo di battaglia berlusconiano.
Bollo auto, la gara a destra a metterci il cappello sopra e le proteste di chi ci perde
Avete capito bene, aboliremo il bollo auto. In realtà per ora lo sospendiamo e basta, ma non stiamo a sottilizzare. La mossa berlusconiana in stile Ici 2006 sembra proprio la più classica delle mancette pre-elettorali, e nel governo è partita la gara a metterci il cappello sopra. Troppo ghiotta da rivendicare come propria idea: così Giorgia Meloni, dopo averla annunciata in Consiglio dei ministri, ha pubblicato due video sui suoi canali social, il secondo dei quali per dire che la misura non sarà valida solo per il 2027 ma diventerà strutturale (tanto per le coperture ci pensa Giancarlo Giorgetti). L’intervento era ripreso dall’ospitata di mercoledì sera su Rete4 da Nicola Porro, dove la premier si è pigliata i meriti.

Matteo Salvini, sponda Lega, non è stato da meno: prima un video per le strade di Roma proprio davanti al suo ministero dei Trasporti, inquadrato per bene, con la targa in bella vista, a ricordare che la materia è la sua, il merito è il suo, la promessa era la sua. E poi di sera stesso copione, sempre su Rete4, stavolta da Paolo Del Debbio.

E Antonio Tajani? Mica poteva far sembrare che Forza Italia non c’entrasse nulla: oltre a essere andato pure lui in tivù, identico canale dei colleghi (grande originalità), stavolta da Bianca Berlinguer, ha mandato avanti il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto (uno che tra l’altro punta a fargli le scarpe alla guida del partito, dopo le elezioni, ma questa è un’altra storia), che ha ricordato come fosse stato proprio lui il primo a escogitare la geniale trovata!

«Lo scorso 13 giugno, in un’intervista al Messaggero, fui il primo a lanciare l’idea di una misura bandiera, facilmente riconoscibile dai cittadini e in linea con quanto aveva fatto negli scorsi decenni il presidente Silvio Berlusconi. Avevo proposto l’abolizione del bollo auto a livello nazionale, e dopo qualche settimana anche il mio partito, Forza Italia, aveva fatto propria questa suggestione. Oggi quella proposta diventa una misura concreta del governo guidato da Giorgia Meloni». Insomma è merito di tutti, tranne che di Roberto Vannacci, ricordatevelo quando sarete nel segreto dell’urna l’anno prossimo.
Le proteste delle Regioni per il mancato introito
Poi ci sono le polemiche alimentate da chi questa decisione la subirà. Il governatore della Regione Toscana Eugenio Giani per esempio. Che proprio non ci sta a vedersi soffiare 300 milioni di euro di introiti per aiutare Meloni nell’anno che precede l’appuntamento con le elezioni politiche. E sul Fatto Quotidiano Giani è partito con la protesta, che ha anche solide basi giuridiche, secondo numerosi costituzionalisti. Le Regioni, a cominciare da quelle di sinistra, non staranno a guardare, ma la premier rischia di vedersela brutta anche con le amministrazioni guidate dalla destra, prive di fondi derivanti dal bollo.

Dalle parti di Urso non c’è grande entusiasmo
Non solo: la decisione meloniana ha messo in subbuglio due ministeri, quelli del già citato Salvini e di Adolfo Urso. Perché in effetti pure in via Veneto, sede del dicastero delle Imprese e del Made in Italy, nonostante Urso sia dello stesso partito della premier, ossia Fratelli d’Italia, non si registra grande entusiasmo: era stata appena presentata la nuova Lancia Gamma, e al Mimit ci tengono sempre tantissimo ad avere in mano il boccino degli incentivi sulle auto, tra rottamazioni e passaggio all’elettrico. Sì, perché in fondo la scelta di limitare l’annullamento del bollo alle vetture meno potenti è, di fatto, un incentivo per indirizzare gli italiani a comprare quelle piccole e con pochi cavalli. Una modalità che può drogare il mercato, come succede ogni volta che viene adottata una decisione politica in tema di tasse e imposte.

Come cambieranno gli acquisti degli italiani?
Chi voleva un’auto veloce dirotterà le sue preferenze su una lenta? L’incentivo è un argomento di stretta competenza del Mimit di Urso: «Un furto d’auto in piena regola», scherza qualcuno, con Palazzo Chigi che ha sfilato la politica sulla motorizzazione a chi dovrebbe gestirla. Come andrà a finire? Intanto finiranno ferme sui piazzali delle concessionarie le auto con oltre 109 cavalli (l’equivalente degli 80 kW indicati dalla misura governativa), una soglia “amica” del gruppo Stellantis, che non ha in portafoglio vetture da Formula 1. Qualcuno maligna dicendo che rimane fuori, per esempio, il modello di Dacia Duster da 120 cavalli, e Dacia – che fa parte del gruppo Renault – piace molto a chi vuole viaggiare risparmiando. Alla fine, per Meloni saranno più le rimostranze che gli applausi, dato che è stata adottata una scelta selettiva, e non universale. E pensare che la buonanima del Cavaliere voleva abolirlo per tutti, questo bollo auto, prima nel 2008 e poi nel 2017, sempre – guarda caso – in occasione di una campagna elettorale.

Busta con proiettile e minacce recapitata al ministro Valditara
Nelle scorse settimane, presso il ministero dell’Istruzione e del Merito, è stata recapitata una busta indirizzata a Giuseppe Valditara, contenente un proiettile e una lettera con frasi minatorie. La notizia, riportata da Adnkronos, è stata nei fatti confermata da Giorgia Meloni, che sui social ha espresso «piena solidarietà» al ministro «per le gravi minacce ricevute».
Esprimo la mia piena solidarietà e quella del Governo al Ministro Giuseppe Valditara per le gravi minacce ricevute.
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) September 17, 2026
Un proiettile e una lettera minatoria sono vili atti intimidatori che non possono trovare spazio in una democrazia.
Confidiamo nel lavoro delle Forze dell’ordine…
Meloni: «Atto intimidatorio che non può trovare spazio in una democrazia»
«Un proiettile e una lettera minatoria sono vili atti intimidatori che non possono trovare spazio in una democrazia. Confidiamo nel lavoro delle Forze dell’ordine per fare piena luce sull’accaduto e in una condanna netta e unanime da parte di tutte le forze politiche», ha scritto Meloni. Sul caso è stata sporta denuncia agli organi di polizia.
Il guaio meridionale di Meloni: una questione di voti, non di legge elettorale
Puoi cambiare la legge elettorale, ma non puoi cambiare gli elettori: il destino di Giorgia Meloni e del suo governo, cioè la riconferma a Palazzo Chigi della premier più longeva della storia repubblicana oppure il suo ritorno all’opposizione, dipendono dal Sud. La questione meridionale 2.0 angoscia il centrodestra: del resto, se nel 2022 Meloni e i suoi alleati hanno vinto le elezioni è stato soltanto perché l’allora segretario del Partito democratico Enrico Letta, su suggerimento di Washington, aveva detto “no” a ogni ipotesi di accordo con il Movimento 5 stelle, considerato inaffidabile sull’Ucraina. Ora l’ascesa di Roberto Vannacci con Futuro Nazionale, che potrebbe essere escluso dal centrodestra per lo stesso motivo, è una specie di nemesi storica.

Così, con Pd e M5s divisi, il centrodestra si aggiudicò 121 collegi uninominali su 147 disponibili alla Camera e 59 su 74 al Senato. Il centrosinistra a guida dem ne vinse solo 12 alla Camera, tra Toscana, Emilia-Romagna, Roma e Valle d’Aosta, e cinque al Senato, tra Milano, Firenze, Bologna, Modena e ancora nella Capitale (più altri 2 seggi vinti in coalizione con gli autonomisti in Trentino-Alto Adige). Il M5s da solo prevalse in 10 collegi alla Camera, tra Napoli, Palermo e Foggia, e cinque al Senato: quattro tra Napoli e provincia e uno a Palermo. Se Pd e M5s si fossero presentati uniti (insieme agli altri alleati di sinistra), secondo le simulazioni, nel 2022 il centrodestra non avrebbe avuto la maggioranza: sarebbe sceso a circa 177 seggi (rispetto ai 237 ottenuti alla Camera, dove la maggioranza è a 201), mentre l’attuale centrosinistra unito avrebbe raggiunto quota 174 seggi. Il Terzo Polo avrebbe ottenuto circa 21 seggi.
I collegi uninominali sarebbero stati un problema? Eliminiamoli
Identica situazione al Senato: il centrodestra si sarebbe fermato a 89 seggi, sotto la soglia di maggioranza di 101 seggi, mentre l’alleanza Pd-M5s avrebbe conquistato circa 86 seggi. Naturalmente si tratta di un puro esercizio di politicismo, perché lo scenario sarebbe cambiato. Fatto sta che Meloni, considerato che questa volta i collegi uninominali, col centrosinistra unito, sarebbero stati un problema, si è tolta il pensiero e li ha eliminati, facendoli sparire dalla nuova legge elettorale.
Campania e Puglia, batosta per la destra alle Regionali
Non può però, come detto all’inizio, far sparire gli elettori, che al Sud, in particolare in Campania e Puglia, popolosissime regioni, continuano a regalarle amarezze. È il caso di ricordare che le Regionali di novembre 2025 hanno visto trionfare Roberto Fico in Campania con il 61 per cento e Antonio Decaro in Puglia col 65 per cento.

Anche il referendum sulla riforma della Giustizia ha visto al Sud una netta prevalenza dei no (65 per cento in Campania, 57 per cento in Puglia, ma pure 60 per cento in Sicilia e 57 per cento in Calabria, due regioni guidate dal centrodestra). Come mai al Sud il centrodestra ha tanti problemi? Non aiuta, di certo, la battaglia (tra l’altro persa pure quella, ma per la sentenza della Corte costituzionale) sull’Autonomia differenziata, bandiera leghista che a sud di Roma viene vista come il fumo negli occhi.

La questione però è più profonda: nel Meridione, innanzitutto, si sente molto di più la crisi, che morde le caviglie di cittadini e imprese: salari bassi, costi energetici alti, affitti alle stelle e deindustrializzazione fanno più presa delle battaglie mediatiche su Report o sulla famiglia nel bosco, della quale, ci sia consentito, non frega veramente niente a chi ha il problema di comprare i libri per i figli che vanno a scuola.
Fratelli d’Italia ha un problema di classe dirigente
Ma andando più in profondità, al Sud, e in Campania in particolare, che è la terza regione d’Italia per numero di abitanti, la Lega non esiste per ragioni storico-culturali, Forza Italia regge perché può contare su grandi portatori di voti, mentre Fratelli d’Italia non ha una classe dirigente in grado di rispondere alle esigenze degli elettori.
Tanti si stanno arruolando fra le truppe di Vannacci
Tranne rarissimi casi, i big del partito di Giorgia Meloni trascurano quasi scientificamente il rapporto con i famosi “territori”: le sezioni chiudono, i dirigenti cittadini vengono abbandonati al loro destino e spesso e volentieri, per ragioni facilmente comprensibili, fanno i bagagli e se ne vanno. Dove? Qualcuno, pur di avere la possibilità di “fare politica” (ci siamo capiti), se ne va col centrosinistra; tanti altri si stanno arruolando fra le truppe del generale Vannacci.

Poi ci sono le beghe territoriali, i duelli, le gelosie, come accade per esempio in Puglia, con il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, fedelissimo della Meloni, in rotta con il commissario europeo Raffaele Fitto. Per quel che riguarda poi le lotte intestine al centrodestra, la Sicilia è un caso di scuola: tutti contro tutti, e cittadini in attesa che la politica si dedichi ai loro problemi. Ecco perché, Melonellum o Stabilicum, Rosatellum o Italicum, se Meloni vuole tornare a Palazzo Chigi deve necessariamente riallacciare il rapporto con il Sud. Sempre che sia ancora in tempo.

Il governo abolisce il bollo, ma non per tutte le auto: le cose da sapere
Ne aveva parlato Antonio Tajani e alla fine è arrivata: in Consiglio dei ministri è approdata l’abolizione del bollo auto, almeno per quelle di piccola e media potenza, in gran parte utilizzate dalle famiglie per gli spostamenti quotidiani. La misura, che verrà applicata «ai versamenti della tassa automobilistica il cui termine ordinario di pagamento cade nel periodo compreso tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2027», riguarderà il 70 per cento di tutte le automobili e tutti i motocicli, per un totale di circa 14 milioni e mezzo di veicoli. Ogni cittadino avrà diritto a una sola agevolazione. «Oggi il Governo cancella una delle tasse più odiate dagli italiani», ha commentato Giorgia Meloni. La misura comporterà un minor gettito per 2,29 miliardi.
Commissione Vigilanza Rai, ultimatum di La Russa
«Sulla Vigilanza Rai, oggi ho comunicato che sono scaduti i termini. Tuttavia ho dato altri 6-7 giorni fino a martedì. Mercoledì provvederò, come è mio dovere, a nominare i componenti dei gruppi che non fossero pervenuti, partendo dal dato apicale e scendendo per i rami». Lo ha detto Ignazio La Russa, al termine della conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama. «Se per caso si dimettessero anche quelli e se nel frattempo gli altri gruppi mi daranno i nomi, la commissione può funzionare fino a nuova fase. Può funzionare lo stesso», ha aggiunto il presidente del Senato: «Adesso non sono rimasti in carica perché si sono dimessi tutti. Invece se poi rimane in carica una parte, si va avanti ovviamente se c’è il numero legale».

La replica delle opposizioni a La Russa
Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd, ha dichiarato che le opposizioni non accetterebbero i nomi eventualmente indicati da La Russa: «Quello che ci preoccupa di più è il tentativo di forzatura sulle nomine legate alla commissione di Vigilanza Rai. È vero che sono scaduti i termini, ma è bene che restino scaduti perché, come abbiamo detto nella conferenza dei capigruppo, quelle dimissioni in blocco dell’opposizione sono arrivate perché la maggioranza per due anni ha preso in ostaggio la commissione non consentendole di operare». Boccia ha poi inviato il ministro Giancarlo Giorgetti a «smettere di tenere in ostaggio il Media Freedom Act forse per paura di non continuare a lottizzare a Rai, come ha fatto in compagnia di Palazzo Chigi in questi tre anni».

Le dimissioni in blocco del 2 luglio
La commissione parlamentare bicamerale è stata azzerata il 2 luglio. Nella stessa giornata erano arrivate prima le dimissioni della presidente Barbara Floridia, che aveva denunciato un organo di garanzia «tenuto in ostaggio da chi governa», e di tutti i membri dell’opposizione. A stretto giro era poi arrivato il passo indietro dei rappresentanti delle forze di governo, ma con motivazioni opposte: deputati e senatori della maggioranza avevano infatti parlato di una commissione di Vigilanza Rai «occupata, sequestrata e strumentalizzata in maniera irresponsabile dalla sinistra». Successivamente, le opposizioni avevano annunciato il rifiuto di indicare i nuovi componenti, così come invece esplicitamente richiesto con una lettera da La Russa e Lorenzo Fontana, presidenti di Senato e Camera, inviata rispettivamente ai capigruppo di Palazzo Madama e Montecitorio.
La guerra di FdI a Bertolaso in Lombardia e le altre pillole del giorno
Tira aria pesante in Regione Lombardia. Non stupisce, certo. Ma le fibrillazioni tra alleati si sono fatte più intense. Il nodo del contendere è sempre lui: Guido Bertolaso, assessore al Welfare, legatissimo ad Attilio Fontana e mai digerito da Fratelli d’Italia. Da questa estate tiene banco lo scontro sul piano nomine presentato da Bertolaso: sostituire al Niguarda il pensionando Alberto Zoli, che ha già presentato le dimissioni, con il numero uno della Direzione regionale Welfare Mario Melazzini, il quale a sua volta lascerebbe la poltrona all’attuale dirigente dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco Maria Grazia Colombo, molto stimata dall’assessore. Nella riunione di Giunta di lunedì 14 settembre, invece di trovare la quadra, si è aggiunto il caso del Pio Albergo Trivulzio, con FdI schierata contro la proroga di Francesco Paolo Tronca. L’ennesimo no che ha irritato – per usare un eufemismo – Fontana, il quale ha lasciato l’aula sbattendo la porta e convocando in separata sede gli assessori leghisti.

In realtà i meloniani punterebbero a rimandare ogni decisione a dicembre, quando, alla scadenza dei manager di tutte le Asst e Ats, contano di fare man bassa di poltrone. Non bastasse, martedì si è aperto un nuovo fronte. In Consiglio regionale Bertolaso è stato chiamato a rispondere a un’interrogazione del meloniano Matteo Forte sul fine vita e sul suicidio assistito di Domenico Zuccarella: Romano La Russa ha chiesto il ritiro delle linee della Regione volute proprio da Bertolaso. Insomma, ogni occasione è buona per picconare l’assessore che già nel 2025 FdI aveva tentato di “commissariare”, provocando un mezzo terremoto.

Ora ci risiamo: Bertolaso, poco avvezzo alla diplomazia politica e all’arte del compromesso, potrebbe persino arrivare a lasciare l’incarico. Una delega su cui FdI da tempo ha puntato gli occhi, ma alla quale difficilmente la Lega rinuncerebbe. E Fontana? Il governatore, dopo le critiche a Matteo Salvini ricucite solo per metà, è in una posizione delicata all’interno del partito. E forse agli occhi di FdI non è più intoccabile, tanto che c’è il sospetto che il pressing dei meloniani lombardi sia stato in qualche modo sdoganato da via della Scrofa. Anche il presidente della Regione verso l’addio? Sarebbe quasi un unicum visto che l’unico governatore lombardo a dimettersi è stato Roberto Formigoni nel 2013, però lo scenario non era certo paragonabile a quello attuale.

Tentare di sfiduciare Fontana, poi, non sarebbe una mossa molto furba. Il partito di Meloni, stando all’accordo stretto con la Lega, esprimerà il candidato governatore del centrodestra, e la responsabilità di aver causato la caduta della Giunta si potrebbe ripercuotere anche sulle Politiche 2027, senza contare che alle prossime Comunali di Milano, Roma e Napoli il centrodestra rischia di perdere. E quindi? I più realisti prevedono che da qui a fine consiliatura, nel 2028, sarà una lenta agonia, salvo sorprese ovviamente. Un po’ come sta accadendo nella Lega…
Per Meloni comincia “Fenix. Il tempo del coraggio”
Il 16 settembre a Roma, all’Eur, comincia “Fenix. Il tempo del coraggio”, kermesse cara a Gioventù Nazionale che sarà chiusa domenica da Giorgia Meloni. L’elenco dei partecipanti è chilometrico: Francesco Rocca, presidente Regione Lazio, Marina Calderone, ministra del Lavoro e delle politiche sociali, Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le politiche di coesione, Gianfranco Fini, ex presidente della Camera, Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, il renziano Roberto Giachetti, Ignazio La Russa, presidente del Senato intervistato da Peter Gomez. Fenix sarà anche l’occasione per presentare Senza maschera di Tommaso Longobardi (che ha da poco lasciato la comunicazione social di Meloni per impegnarsi, si dice, nella campagna elettorale) e The Italian dream di Alexander Ross. Da popcorn l’incontro “L’anticomunismo e la violenza antifascista dagli Anni 70 a oggi” con Franco Cardini, Giampiero Mughini, Gennaro Sangiuliano e Francesco Storace.
Urso e il passo più lungo della Gamma
La nuova Lancia Gamma arriva da Adolfo Urso, in via Veneto. Al Mimit l’appuntamento era fissato per le 17 di mercoledì 16 settembre, ma poi è stato repentinamente anticipato di un paio d’ore. L’auto prodotta a Melfi, secondo quanto dicono a Stellantis, dovrebbe partecipare alle prossime gare di acquisto della pubblica amministrazione, e la visita romana del gruppo guidato da John Elkann servirebbe anche a questo.
Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
Sono bastate poche parole per spaccare il Partito democratico: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori». A pronunciarle dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia è stata la 28enne Virginia Libero, da un anno segretaria dei Giovani democratici, entrata a gamba tesa su uno degli argomenti su cui il campo largo sta cercando una linea comune, che – a dire il vero – manca pure tra i frequentatori del Nazareno.
La segretaria nazionale dei Giovani Democratici, Virginia Libero: “Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno ad un vero conflitto, alle armi andateci voi, perché noi organizzeremo i disertori”.@PolitikosIt pic.twitter.com/tUJbt2q5gT
— Politikos (@politikosit) September 14, 2026
Libero, la schleiniana iscritta alla giovanile dem dai tempi di Bersani
Libero, padovana (è nata a Salvazzano Dentro) e fresca di laurea in giurisprudenza, pro Pal e con un passato scout, alle ultime elezioni regionali in Veneto ha ottenuto 5 mila voti, non sufficienti per l’approdo al Consiglio con il Pd. Dove milita ormai da 13 anni, dato che si è iscritta alla giovanile quando ne aveva 15, ai tempi addirittura della leadership di Pier Luigi Bersani. Oggi è una schleiniana di ferro. «Mi piaceva l’idea di un partito che teneva dentro tante anime della sinistra e provava a dare risposte istituzionali», aveva spiegato al Corriere dopo essere stata indicata come candidata unitaria alla guida dei Giovani democratici.
Le critiche e gli applausi a Libero, tra riferimenti alla Resistenza e all’Ucraina
Già, le tante anime della sinistra. Le sue dichiarazioni hanno agitato in particolare i riformisti del Pd. «”Organizzeremo i disertori”, scandisce la segretaria del Giovani democratici. Non è quello che fecero i giovani che scelsero di partecipare alla Resistenza, o i giovani americani che vennero qui a combattere (e molti a morire) per liberarci dai nazifascisti – e che ogni 25 aprile giustamente celebriamo», ha scritto sui social l’eurodeputato Giorgio Gori: «Non è quello che ci chiede la Costituzione, che all’articolo 52 recita: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”».
“Organizzeremo i disertori”, scandisce la segretaria del Giovani Democratici.
— Giorgio Gori (@giorgio_gori) September 15, 2026
Non è quello che fecero i giovani che scelsero di partecipare alla Resistenza, o i giovani americani che vennero qui a combattere (e molti a morire) per liberarci dai nazifascisti – e che ogni 25…
Sulla stessa lunghezza la senatrice Sandra Zampa, che definendo «ripugnante» il concetto di organizzare i disertori, ha ringraziato «con il cuore chi si è battuto per liberarci da nazifascisti». Arturo Parisi, tra i fondatori del Pd, ha dichiarato: «L’Art.11 si limita al ripudio della guerra solo per i pigri che non riescono a leggere oltre la quinta parola. Quanto alla “giovanissima” dem, ben oltre il sogno, annuncia la diserzione mentre già oggi i nostri contrastano ogni aggressione sul fianco est dell’Unione Europea».
Libero, molto vicina a Elly Schlein, è stata difesa dai deputati Arturo Scotto («Di fronte a chi teorizza che in Europa dobbiamo acquisire una mentalità di guerra è una boccata di ossigeno») e Matteo Orfini («Il fatto che ci siano ragazze e ragazzi che continuano a sognare la pace è una delle poche cose che dà speranza»), così come da Laura Boldrini: «Il suo discorso è stato chiaro, radicale e inequivocabile. Ha dato voce a generazioni di giovani che ripudiano la guerra».
I chiarimenti (per modo di dire) della segretaria dei Giovani dem
Boldrini parla di discorso «chiaro e inequivocabile», ma raggiunta da Repubblica la diretta interessata ha trovato opportuno fare – appunto – dei chiarimenti.
Ripeterebbe le stesse frasi, ha assicurato, spiegando però che non si riferivano all’Ucraina, principale nodo da sciogliere col M5s: «Siamo pacifisti, ma Kyiv non c’entra nulla con quello che ho detto dal palco. Sappiamo da che parte stare, dalla parte dell’Ucraina».
Per la cronaca, a Reggio-Emilia (chiamando Schlein col nome di battesimo Elena) aveva detto: «Per noi parlare di patria significa ripudiare la guerra, significa dare a tutti un salario dignitoso, garantire cure. Significa che nessuno nel nostro Paese deve sentirsi solo, al punto da perdere ogni singola speranza. Per arrivare a tutto questo, ci servono scelte politiche coraggiose da fare. E la sinistra questo coraggio ce lo deve avere». Intervistata dal Nordest, Libero alla domanda su cosa intendesse, ha risposto: «Che non ci abitueremo mai al fatto che la guerra, le armi, il vilipendio sistematico del diritto internazionale siano la strada considerata normale, o addirittura giusta, per risolvere le controversie».

Le critiche di FdI: «Noi preferiamo una generazione che non scappa»
Le parole di Libero, che restano piuttosto nebulose, hanno però offerto il fianco dem alle critiche di Fratelli d’Italia. «A una generazione di disertori, noi preferiamo una generazione che non scappa», ha detto al Foglio Fabio Roscani, deputato e presidente di Gioventù nazionale, la giovanile di FdI, con dichiarazioni dal sapore vannacciano. «Il Pd prova a fare l’equilibrista. Dice di voler sostenere l’Ucraina, di condannare Vladimir Putin e allo stesso tempo contesta le spese militari per la difesa». Ma, ha aggiunto, «la nostra capacità di difesa è la nostra capacità di difendere la nostra stessa libertà, fare finta di non capirlo serve soltanto ad avere uno slogan da usare in campagna elettorale».
È Silvia Sardone la carta di Salvini per blindare il raduno di Pontida?
La ‘pasionaria’ Silvia Sardone si prepara a essere una delle protagoniste del raduno di Pontida. Dopo le tensioni con i governatori, Matteo Salvini conta di accendere l’entusiasmo dei lombardi con l’annuncio di una candidatura leghista a sindaco di Milano. Intanto la macchina organizzativa della Lega, una delle più rodate tra i partiti italiani, sta lavorando a pieno ritmo per preparare un evento degno del ‘sacro prato’. Oltre al palco da montare, ci sono i pullman da organizzare e i gazebo da sistemare per riempire i vuoti.

L’imperativo è prevenire ogni tipo di contestazione
Quest’anno però c’è una preoccupazione in più ad agitare gli animi. Dopo il processo a Salvini andato in scena nel corso del direttivo lombardo del 7 agosto scorso, niente è più come prima nonostante la ‘tregua’ romana con l’asse nordista. Il segretario teme ancora possibili contestazioni sul pratone. Cori e fischi, come è accaduto al termine dei funerali di Umberto Bossi. O magari uno striscione come accadde sempre a Pontida nel 2011, quando, in cima alla collina di fronte al palco, comparve la scritta «Maroni presidente del Consiglio».

Molti sono poi convinti che faranno più rumore i big assenti di quelli che si alterneranno al microfono. Dai responsabili della sicurezza ai Giovani della Lega di Luca Toccalini – che, come ogni anno, si riuniscono il giorno prima del raduno (e cioè sabato 19 settembre) – l’imperativo è uno solo: prevenire le contestazioni. Ed è in questa ottica che si lascerà spazio alla vicesegretaria Sardone, tra le più applaudite dell’edizione 2025.

Le mire di Sardone su Palazzo Marino
In via Bellerio si mormora che la ‘pasionaria’ qualche settimana fa sia stata addirittura tentata da Futuro Nazionale. Pare però che il primo incontro con Roberto Vannacci sia andato male. Da allora Sardone sarebbe rientrata nei ranghi, stoppando le critiche al governo di centrodestra e a Salvini mosse nei mesi precedenti per riallinearsi con il segretario, certa di poter ottenere ciò che vuole: ovvero la candidatura a Palazzo Marino.

Un tempo vicina al segretario lombardo, Massimiliano Romeo, contro la fazione dei salviniani ‘duri e puri’ guidata dagli ex commissari regionali Fabrizio Cecchetti ed Eugenio Zoffili, l’eurodeputata avrebbe preso via via le distanze da Romeo e dal governatore lombardo Attilio Fontana, capifila dei “ribelli”. Non è dunque escluso che Sardone, vincitrice tra l’altro delle ‘primarie’ leghiste di fine giugno, possa avere la meglio sul forzista Matteo Perego di Cremnago e sul leader di Noi moderati, Maurizio Lupi, sostenuto da Ignazio La Russa. Nella spartizione delle candidature, a Fratelli d’Italia dovrebbe andare la scelta di chi far correre a Roma mentre Forza Italia pare più interessata alle candidature in altre città, alla fine dei conti.

Le frizioni in Regione Lombardia e il pressing di FdI su Fontana
Non se la passa meglio Fontana. A Palazzo Lombardia si sono riacutizzate le tensioni tra gli alleati e lunedì la riunione di Giunta ha assunto i contorni di uno psicodramma, con il governatore che, imbufalito, ha lasciato la sala sbattendo la porta, chiamando poi a rapporto gli assessori leghisti. La seduta dell’esecutivo lombardo è stata quindi sospesa e rinviata a giovedì. Il presidente era irritato per l’ostruzionismo degli alleati al rinnovo di Francesco Paolo Tronca a commissario al Pio Albergo Trivulzio, una protesta contro i piani dell’assessore al Welfare Guido Bertolaso, da sempre nel mirino dei meloniani lombardi. Indebolito dal deterioramento del rapporto con Salvini, Fontana appare meno protetto dagli attacchi degli alleati. Finora i colpi erano stati attutiti dai vertici nazionali di Fratelli d’Italia, mentre ora il pressing si è fatto incontenibile.

Intanto il coordinatore regionale di Forza Italia Alessandro Sorte chiede il riconoscimento del peso del suo partito in Consiglio dopo che un altro leghista, Riccardo Vitari, ha traslocato da Vannacci andando a raggiungere l’ex morattiano Luca Ferrazzi e l’ex FdI Pietro Macconi. I tre hanno così formato il primo gruppo consiliare regionale di FNV in Italia.

Il Giornale attacca Vannacci, cosa c’è dietro lo scontro frontale a destra
Altro che le scaramucce dentro il campo largo del centrosinistra. A destra rischia di andare in scena uno scontro frontale molto più tonitruante. La bomba, giornalisticamente parlando, l’ha sganciata Lirio Abbate dalle pagine del suo nuovo datore di lavoro, il Giornale, dove si è trasferito non senza clamore dopo una carriera passata, tra gli altri, a L’Espresso e a Repubblica. Il nuovo vicedirettore con delega alle inchieste investigative e giudiziarie ha esordito in prima pagina il 15 settembre con un’inchiesta su Roberto Vannacci, la minaccia da destra per Giorgia Meloni.

“Esclusivo. I conti che non tornano del generale super fetecchia”, è il titolo dell’articolo, che racconta «la mappa dei fondi e le zone d’ombra di Futuro Nazionale. Dagli imprenditori delle ferrovie all’edilizia fino ai lobbisti, tutti gli interessi dell’europarlamentare finiti nei dossier a Bruxelles. E torna di moda quel soprannome con cui divenne famoso all’Accademia militare». Boom. Un approfondimento, tra l’altro, pubblicato solo nella sua prima parte, con la seconda attesa per mercoledì 16 settembre.
Mentre a sinistra preparano i popcorn, l’ex generale ha risposto su Facebook: «Il titolo accusa, l’articolo insinua, i fatti non dimostrano nulla. Continuate pure a dedicarci prime pagine, inchieste e titoli scandalistici. Ogni vostro attacco vale più di mille manifesti. Noi restiamo trasparenti. Voi restate ossessionati. Ci vediamo al prossimo sondaggio». Secondo il Giornale però è solo la replica di chi si è arrampicato sugli specchi.
Per rispondere al fango, Alemanno getta fango su Abbate
A difendere Vannacci e chiedere una tregua ci ha pensato anche Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma che si è avvicinato politicamente a Futuro Nazionale dopo l’uscita dal carcere e ora controlla i team Vannacci nella Capitale. «Mi sembra assurdo che un quotidiano di destra come il Giornale metta in prima pagina un’inchiesta di Lirio Abbate contro il generale Vannacci», ha scritto su Instagram, con tanto di video annesso. «Chi è Lirio Abbate? È un giornalista d’inchiesta modello Report che fu il principale inventore della vicenda Mafia Capitale. Dai suoi articoli e dai suoi libri è partita un’indagine che ha infangato per anni tutta Roma e che è stata un attacco durissimo contro la mia amministrazione in Campidoglio e contro tutta la destra romana».
Quindi l’appello a Tommaso Cerno: «Chiedo al direttore del Giornale, che conosco come una persona seria, un liberale autentico difensore dei diritti, se è giusto che un giornale di destra utilizzi questi metodi per tentare di infangare una persona di destra come Vannacci. Il generale risponderà del merito di questo articolo che a me sembra tutta fuffa, ma io dico a Tommaso Cerno: per favore fermiamoci prima che sia troppo tardi! Non si possono usare questi metodi, oltretutto da destra contro una persona di destra!».

Il nervosismo della premier e i sondaggi che preoccupano
Meloni in questo periodo di avvicinamento alle elezioni del 2027 viene descritta come molto nervosa, ed è chiaro che dietro l’attacco al leader di Fn ci sia il tentativo della stampa di destra, a partire proprio da il Giornale di proprietà di Antonio Angelucci, parlamentare leghista, di fare scudo al governo e provare a sminare il più possibile la trappola Vannacci. Intanto, secondo il sondaggio Swg del 14 settembre per il Tg La7, l’ex generale nelle intenzioni di voto è salito ancora dello 0,2 per cento, arrivando a quota 7,9 per cento, che gli vale la seconda posizione tra le forze di destra, ormai stabilmente sopra a Forza Italia, ferma al 6,9 per cento, e alla Lega (scesa dal 5,7 per cento al 5,5 per cento).

D’altronde è stato lo stesso Cerno, nel suo editoriale, a descrivere l’inchiesta come un lavoro che «scoperchia il vaso di Pandora tra finanziamenti e contraddizioni di un ufficiale così poco gentiluomo da voler rosicchiare voti alla premier».
Vannacci in un’intervista al Giornale di Brescia ha detto che «Meloni si è persa per strada dall’inizio», non escludendo una possibile entrata in un eventuale futuro esecutivo Meloni, ma soltanto sulla base di «un accordo scritto» e senza oltrepassare le sue «linee rosse». Certo, per ora non c’è proprio aria di armistizio. In attesa della seconda puntata dell’inchiesta. Mentre lettori ed elettori di destra sembrano frastornati e affollano i commenti sotto i post di Cerno e del Giornale: «Così state facendo il gioco della sinistra».
Accise, in arrivo un’altra proroga dello sconto sul diesel
Il governo si appresta a inserire nel nuovo decreto carburanti, atteso per domani pomeriggio sul tavolo del Consiglio dei ministri, un’altra proroga del taglio delle accise sul gasolio, in scadenza alla mezzanotte di giovedì 17 settembre. L’intervento, che si tradurrà in uno sconto sul diesel di 17,1 centesimi al litro, avrà una validità di 7-10 giorni.
Nuovo rinvio per gli aiuti selettivi annunciati da Meloni
L’ulteriore proroga della riduzione delle accise sul gasolio si è resa «necessaria», filtra da Palazzo Chigi, perché non sono ancora pronti gli aiuti selettivi, cioè i sostegni mirati annunciati a fine agosto da Giorgia Meloni. Con il provvedimento in arrivo domani saliranno a 16 i decreti varati dal governo per provare a contenere l’impennata dei prezzi alla pompa.
I cicchetti di Lollo, Zingaretti a Formello: le pillole del giorno
A Roma, nello spazio della Nuvola all’Eur, sono le 18 di un lunedì sera e improvvisamente arriva il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida. D’altronde c’è il Roma Bar Show, alla prima giornata, e se la mattina il protagonista è stato il presidente dell’Ice (Italian Trade & Investment Agency) Matteo Zoppas, Lollo giunge sulla scena molto dopo: prima tappa allo stand della Regione Calabria e poi via tra degustazioni, cicchetti vari e superalcolici. Nel giro viene “scortato” da Micaela Pallini, Cavaliere del lavoro con un grande spazio nella Nuvola per i suoi prodotti: e così via tra amari, aniciati, liquori, sciroppi e altri prodotti ad alto grado alcolico. Non mancano aceti balsamici e gin, ma Lollo “tiene botta” e continua a visitare la fiera. L’angolo dell’olio (vi ricordate quando sosteneva fosse normale pagare una bottiglia di extravergine 30 euro?) diventa un momento di relax. Certo, la vita da ministro dell’Agricoltura è durissima, ci vuole un fisico bestiale.
Zingaretti gira lontano da Lotito
Luca Zingaretti sta girando a Formello per Paramount+ la nuova serie originale Il metodo Paraldi, che lo vede protagonista. La direzione è affidata a Giuseppe Gagliardi, produzione di Simona Ercolani per Stand by Me. Un “crime drama originale” in cui il giallo si mescola al piacere del buon bere e del buon mangiare. Marco Paraldi, interpretato da Zingaretti, è un ex giornalista diventato vinaio: la serie è liberamente tratta dai romanzi del “corrierista” Fabrizio Roncone. Zingaretti custodisce un segreto: dato che deve presentarsi ogni giorno a Formello, luogo delle riprese, gli toccherebbe passare davanti al centro sportivo della Lazio di Claudio Lotito (sulla quale tra l’altro si è appena aperto un nuovo filone giudiziario). Pare invece che Zingaretti, tifosissimo della Roma e fratello di Nicola, europarlamentare del Pd, compia un lungo percorso per evitare di avere sotto gli occhi il quartier generale biancoceleste del parlamentare di Forza Italia, contestatissimo dai tifosi che disertano lo stadio Olimpico. Certo, così si aumenta di qualche chilometro la strada da fare, ma questo tour permette di arrivare alla meta, sul set, senza dover fare un pellegrinaggio quotidiano a casa dei rivali…

Corona lancia il Movimento per la verità: ma con chi?
«Io sono il nuovo Berlusconi, più bello, più giovane, meno inciucione, più pulito, più trasgressivo». Fabrizio Corona ha presentato il suo progetto politico: Movimento per la verità, evocando il Cav. Nessuna sorpresa, vista la clip di lancio in cui, con tanto di libreria alle spalle, aveva scimiottato la celebre discesa in campo del 1994.
Il Manifesto politico, se così si può definire, è un mix confuso tra liberalismo e Dio Patria e Famiglia (slogan a suo dire tradito dall’attuale governo). Ha parlato di immigrazione, di legalizzazione di tutte le droghe, di sanità, di scuola, di giovani e di over 50, di intelligenza artificiale, di Rai politicizzata. E ha dichiarato guerra alle famigerate Big Tech, il tutto dal pulpito di YouTube. Già che c’era ha pure annunciato la nascita della ‘sua’ piattaforma – King TV – e di un social dedicato (un po’ come Truth di Donald Trump) dove è convinto di poter dire e pubblicare tutto ciò che vuole. La promessa di fondo è ingenua quanto elementare: «In che cosa sono bravo io? A fare i soldi. Quindi sono qui per far fare i soldi al nostro Paese». Magari potrebbe cominciare saldando il debito che da anni ha con l’Agenzia delle Entrare e che al 2026 ammonta a oltre 15 milioni di euro. Il video si conclude con una guasconata delle sue: se i sondaggi lo daranno al 3 per cento allora «sono cazzi amari per tutti». Per ora deve “accontentarsi”, si fa per dire, di oltre 434 mila visualizzazioni in meno di 20 ore.

Il fallimentare progetto catanese
Va però ricordato che potrà pure guidare il neonato Movimento ma non candidarsi vista l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Un “dettaglio” che gli impedì di entrare nella lista del Movimento Popolare catanese di Giuseppe Lipera alle Comunali del 2023. «Purtroppo non ci siamo resi conto che era ancora in piedi la limitazione della pena accessoria», spiegò l’ex re dei paparazzi a La Sicilia. «Il fatto che io non possa scendere in campo in prima persona non vuol dire non continuare a lavorare a sostegno di Peppino Lipera. Lo farò dall’esterno dando un contributo alla lista e ai candidati». L’avvocato Lipera, noto penalista, puntava molto su Corona che, in caso di vittoria, avrebbe visto bene all’assessorato ai Servizi sociali. Anche Mr Falsissimo aveva preso sul serio la faccenda. «Ho sempre detto che sarei diventato prima dei 58 anni presidente del Consiglio», disse commentando la sfida elettorale. «Ora è un po’ presto, ne ho compiuti 49. Però avrei accolto la proposta di fare qualcosa di giusto, di concreto, qualcosa che sarebbe potuto servire alla città nella quale sono nato e se posso essere d’aiuto nel sostenere una persona per bene a fare delle belle cose, sono a disposizione e ci metto impegno sacrificio e serietà». Progetti e belle intenzioni che si frantumarono anche contro l’1,95 per cento (2.529 voti) del Mpc di Lipera.

La fascinazione per il Vaffa grillino
Archiviata l’avventura sicula, nel 2025 Corona tornò alla carica galvanizzato dai numeri del suo canale YouTube. Come disse a margine della presentazione del libro La grande menzogna alla Mondadori di Piazza Duomo, poteva «essere antesignano di un partito politico che, come hanno fatto i 5 stelle, vinca le elezioni». Non fu una boutade isolata. A inizio febbraio 2026, intercettato durante un tour nelle Marche, ribadì il concetto: «Sto pensando seriamente di fondare un movimento politico e di candidarmi alle elezioni del 2027. Come lo chiamerò? Falsissimo», disse tra il serio e il faceto mentre pasteggiava al ristorante Harena di San Benedetto con l’avvocato maceratese Gabriele Cofanelli. «Sono convinto che prenderò una valanga di voti», aggiunse o tra un selfie e l’altro prima di proseguire la serata al Miami Club di Monsano alla presenza del sindaco di Filottrano Luca Paolorossi. Ma torniamo alla fascinazione per il Movimento 5 stelle delle origini, quello del Vaffa. Lo scorso giugno, durante una puntata del podcast Radici, beyond the name, Corona non nascose la sua ammirazione per l’Elevato. «Se dovessi fare il mio ingresso in politica, il mio modello sarebbe Beppe Grillo», ammise. Frenando però subito gli entusiasmi: per un progetto del genere servirebbe tempo ed estrema serietà.

Il logo “Prima i giovani” e l’annuncio su Falsissimo
Qualcosa da allora deve essere cambiato. A luglio Corona ha rotto gli indugi snocciolando una road map precisa: entro dicembre avrebbe fondato un nuovo partito, un movimento in grado di dar voce ai giovani, agli anti-sistema e ai delusi dalla politica. Sì, ma con chi, visto che lui non potrà candidarsi, e soprattutto con quali fondi? L’interessato aveva accennato solo a improbabili finanziamenti da parte di Trump, riportano le cronache di una serata trascorsa in discoteca a Gallipoli.
E così arriviamo a oggi e a quel logo ‘Prima i giovani’ inquadrato furbescamente in qualche video di Falsissimo e postato sui social. Seguito dalla rivelazione a orologeria: «Vannacci mi voleva». Il futurista in costante crescita nei sondaggi, secondo la ricostruzione, lo avrebbe contattato per una possibile collaborazione, ma non se ne fece nulla perché lui, Fabrizio, voleva creare qualcosa di suo, di originale. Davanti a cotanta rivelazione, l’ex generale è stato costretto a intervenire pubblicamente smentendo ogni virgola. L’unica occasione di incontro, ha messo in chiaro, risalirebbe a un anno fa quando Corona lo contattò per invitarlo come ospite a una sua trasmissione.

La rete di contatti e finanziatori
Non sarà Vannacci, ma a quanto risulta a Lettera43.it, Corona si starebbe muovendo per creare una rete di contatti e appoggi. Alcune fonti lo hanno intercettato con un paio di membri del suo staff davanti alla sede di una società di Padova guidata da un noto imprenditore con trascorsi in politica. Non è chiara la natura del faccia a faccia. L43 ha provato a contattare il diretto interessato senza però ottenere al momento alcuna risposta. Vedremo.
Ok del Senato alla legge elettorale: dal 28 settembre torna alla Camera
Il Senato ha approvato con voto palese la nuova legge elettorale targata centrodestra: il via libera è arrivato con 113 sì, 71 no e 2 astensioni. Le opposizioni hanno protestato protestano prima del voto: «No alla legge truffa». La riforma tornerà alla Camera dei deputati il 28 settembre, per la terza e ultima lettura: il voto finale di Montecitorio è atteso non più tardi di metà ottobre.
Le principali novità introdotte dalla riforma
Le principali novità introdotte dalla riforma della legge elettorale (ribattezzata “Melonellum” dalle opposizioni, mentre per la maggioranza è “Stabilicum”) sono il proporzionale con premio di maggioranza alla lista o coalizione che incassa almeno il 42 per cento dei voti e l’addio ai collegi uninominali previsti dal “Rosatellum”, oltre all’introduzione delle preferenze, sebbene non pure. Il premio di maggioranza, pari a 70 deputati e 35 senatori, è previsto solo se la quota del 42 per cento viene toccata in entrambi i due rami del Parlamento: altrimenti la ripartizione dei seggi avviene col proporzionale puro. Per quanto riguarda le preferenze, l’elettore si troverà sulla scheda un capolista bloccato e sotto una lista di sei nomi prestampati stabiliti dai partiti: ne potrà indicare tre. Non ci sarà obbligo di parità di genere per i capilista: l’alternanza uomo/donna è infatti prevista solo dal secondo candidato in poi.
Le altre novità della legge elettorale
Tra le alte novità c’è l’obbligo per le forze politiche di indicare il candidato presidente del Consiglio che intendono proporre, che comunque non comparirà sulla scheda elettorale. Le liste che si presenteranno in coalizione dovranno esprimere lo stesso nome. Sempre durante l’esame al Senato, è stata aumentato il numero delle firme da raccogliere per i partiti non presenti in Parlamento: il numero di sottoscrizioni sale da 1.500 a 6 mila per collegio, per un totale di 300 mila. Aumentata anche la soglia di sbarramento: per entrare in Parlamento servirà almeno il 3 per cento. Ma c’è la clausola del “miglior perdente”: in ogni coalizione che supera il 10 per cento verrà ammessa al riparto dei seggi anche la lista più votata tra quelle rimaste sotto la soglia. Ridotte poi le circoscrizioni Estero, che finora erano quattro sia alla Camera che al Senato: a Montecitorio diventano due (Europa e Americhe-Asia-Oceania-Antartide), mentre a Palazzo Madama ne resta solo una. Istituito inoltre l’elenco degli elettori fuori sede ammessi a votare nel Comune di temporaneo domicilio per le elezioni della Camera e del Senato, per il Parlamento europeo e per i referendum. Durante l’esame al Senato il voto per i fuori sede è stato esteso anche ai caregiver familiari.
Sondaggi Swg 14 settembre 2026, Vannacci vicino all’8 per cento
Futuro nazionale di Roberto Vannacci sembra essersi consolidato come quarta forza politica d’Italia. È quanto emerge dai sondaggi Swg del 14 settembre 2026. L’ex generale raccoglie il 7,9 per cento dei voti, con una crescita dello 0,2 per cento rispetto alla settimana precedente. Al vertice resta sempre Fratelli d’Italia, che ottiene il 27 per cento dei consensi (+0,2) seguito dal Partito democratico al 20,9 (+0,3) e dal Movimento 5 stelle stabile al 12,6 per cento. Forza Italia continua a rimanere sotto il 7 per cento (6,9) senza variazioni mentre la Lega di Matteo Salvini segna un -0,2 per cento e raggiunge il 5,5 per cento.
Al centrodestra serve Vannacci in coalizione per vincere con lo Stabilicum
Una simulazione realizzata da Youtrend per Sky Tg24 mostra che, con percentuali simili, l’esito delle elezioni dipenderebbe dalla collocazione di Futuro nazionale (se alleato con il centrodestra o in corsa autonoma). Con Vannacci in coalizione, il centrodestra otterrebbe 226 seggi alla Camera su 400 e 117 al Senato su 205, superando le soglie della maggioranza assoluta (rispettivamente 201 e 103). Il campo largo, composto da Pd, M5s, Avs, Italia viva e +Europa, si fermerebbe a 157 deputati e 74 senatori. Se invece Futuro nazionale corresse da solo, al contrario, sarebbe il campo largo ad aggiudicarsi il premio di maggioranza, con 221 deputati e 110 senatori, mentre il centrodestra si fermerebbe a 139 e 69. Vannacci conquisterebbe 25 seggi a Montecitorio e 12 a Palazzo Madama. In entrambi gli scenari Azione, che nella simulazione corre fuori dalle due coalizioni, resterebbe determinante solo sulla carta: 14 deputati e 6 senatori nel primo caso, 12 e 6 nel secondo.
Chi è Ugo Rossi, il vannacciano chiamato per le elezioni in Russia
Roberto Vannacci non sarà il cavallo di Troia della Russia, ma un legame tra Futuro Nazionale e il Cremlino c’è, ed è innegabile: tra gli italiani chiamati a far parte del pool di esperti stranieri che dovrà certificare la legittimità del voto per il rinnovo della Duma (la camera bassa russa del parlamento russo) c’è infatti anche consigliere comunale triestino Ugo Rossi, esponente appunto di FN e grande ammiratore di Vladimir Putin.
A presidere il pool c’è un altro italiano: Vito Grittani
Per smentire le accuse di brogli e censura, in vista del voto per il rinnovo della Duma di Stato, che si terrà dal 18 al 20 settembre, la Russia ha annunciato la costituzione di una «associazione internazionale di esperti politici ed elettorali», che avrà l’appoggio del ministero degli Esteri, dell’Amministrazione presidenziale e della Commissione elettorale centrale. A presiedere il pool di esperti è un altro italiano: Vito Grittani, conosciuto come ambasciatore della Repubblica di Abkhazia (territorio della Georgia riconosciuto come indipendente da Mosca) e per aver accompagnato nel 2022 nell’Ucraina occupata una delegazione di 13 connazionali, chiamata a certificare – la storia si ripete – la correttezza dei referendum farsa per l’annessione alla Russia.
No vax, ex M5s e filoputiniano: chi è Ugo Rossi
Ma torniamo a Rossi. Nato nel 1991 e di professione ingegnere, ha aderito a Futuro Nazionale a marzo nella speranza – ha spiegato – che Vannacci possa «fare per l’Italia quello che Putin ha fatto per la Russia: risollevarla dalle ceneri». Il suo esordio in politica era avvenuto col Movimento 5 stelle, da cui è poi fuoriuscito in tempo di pandemia per aderire al Movimento 3V, che aveva posizioni no-vax: con questo partito si era candidato a sindaco di Trieste nel 2021, senza raggiungere l’obiettivo ma ottenendo abbastanza voti per un seggio in consiglio comunale, dove siede ancora. In tempo di Covid è stato arrestato e condannato a 5 mesi per aver aggredito due carabinieri che lo avevano trovato in un ufficio postale triestino dove difendeva una no vax che non voleva indossare la mascherina. E in un’altra occasione è stato portato via dalla polizia locale quando, dopo essere entrato in uno stabile del Comune senza green pass, aveva provato a barricarsi al suo interno. Prima di aderire a FN si era dimostrato piuttosto critico nei confronti di Vannacci, che ha però abbracciato dopo un passaggio in Insieme Liberi. Come detto è decisamente filorusso: «Putin è un grande leader, forse il migliore al mondo», ha dichiarato. Rossi è in Russia dal 10 settembre per partecipare al Festival dei Giovani a Ekaterinburg, dove – ha spiegato – sta anche «facendo un corso di aggiornamento come esperto elettorale».
Milano, la partita delle Partecipate nel dopo-Sala
Finora nel dibattito politico sul futuro di Milano gli argomenti e i programmi sono stati carenti. L’attenzione è stata invece catalizzata dai nomi in corsa per la successione di Beppe Sala. La spiegazione è piuttosto semplice: la disparità di forze tra il favoritissimo centrosinistra e un centrodestra che annaspa spinge a guardare più il proprio ombelico che l’orizzonte meneghino. C’è però anche un’altra ragione: mentre le alchimie politiche alla House of cards solleticano cronisti e appassionati, pochissimi dedicano la giusta attenzione alle società controllate e partecipate, il vero terreno sul quale si gioca il futuro di Milano.

Le polemiche sulla super holding e l’idea di un assessore alle Partecipate
La centralità del tema è emersa anche di recente, quando l’assessore al Bilancio Emmanuel Conte ha avanzato l’ipotesi di costituire una holding che raggruppasse le varie aziende, con lo scopo di armonizzare i vari piani industriali e gli obiettivi generali dell’amministrazione. La proposta ha suscitato polemiche per le possibili privatizzazioni di alcuni servizi, prospettiva che Conte ha smentito seccamente anche a Lettera43. La questione è stata discussa in alcune commissioni consiliari, ma essendo a fine mandato non ci sarà il tempo di giungere a una conclusione. «Le idee non invecchiano, questa potrà essere sviluppata dalla prossima amministrazione, a cui la mettiamo a disposizione», assicura Conte. Ma dalle parti del Pd e del centrosinistra, si avanza un’altra ipotesi: quella di una regia più politica che economico-finanziaria con la designazione di un assessore alle Partecipate, che, come già avvenuto in passato, faccia da raccordo tra gli obiettivi pubblici e gli strumenti operativi per perseguirli.

Milanosport, M4 e AMAT
Chiunque prenda il posto di Sala dovrà prendere decisioni determinanti su alcune partite che incidono profondamente sulla quotidianità dei milanesi. La scadenza più imminente è fissata al 31 dicembre 2026, quando finirà il mandato dell’attuale governance di Milanosport. Dopo l’approvazione del bilancio, verso la metà del 2027, bisognerà nominare quella nuova. Nel 2011 il centrosinistra conquistò Milano anche grazie a un programma che prevedeva la chiusura di Milanosport, allora molto in difficoltà e sovraccarica di funzioni. Con la vittoria di Giuliano Pisapia e la nomina di Chiara Bisconti ad assessora allo Sport, si decise invece di mantenerla operativa e controllata al 100 per cento, per focalizzarla sulla gestione delle piscine, che sul mercato non avrebbero trovato un equilibrio economico. Quindici anni dopo, il tema delle piscine comunali è una delle principali criticità che richiede scelte
politiche, più che una valutazione sull’operato della governance. È infatti necessario passare a una logica di città veramente pensata per chi ci vive e non prevalentemente sede di grandi eventi. Il tutto però senza rinunciare al beneficio di questi ultimi. Anzi, Sala ha aperto alla possibilità di una candidatura comune con Torino e Genova per le Olimpiadi estive, tema da studiare con grande attenzione perché – tanto per iniziare – serve uno stadio con pista di atletica e Milano non la possiede. Decisamente più tranquille sono invece le situazioni di M4, che gestisce la nuova linea blu della metropolitana, e AMAT, che si occupa di pianificazione del territorio e mobilità. Le governance scadono il prossimo anno: sui nomi si ragionerà alla luce dei nuovi equilibri dopo le elezioni, ma l’indirizzo strategico non è in discussione.
Il dibattito su SEA, tra fusione con Torino e rinnovo della governance
Tra le società la cui governance va in scadenza con l’approvazione del bilancio 2027 (quindi con nomine nel 2028), il caso più interessante riguarda SEA che gestisce gli aeroporti di Linate e Malpensa. Il Comune di Milano la controlla con il 54,81 per cento, lo 0,06 è del Comune di Busto Arsizio, con il restante 45,01 per cento che fa capo a F2i/2i Aeroporti SpA, socio privato che detiene quote anche di altri hub nazionali. Qui la questione è duplice. La presidente Michaela Castelli è in carica dal 2018 (tre mandati consecutivi), mentre l’ad Armando Brunini regge la cloche da gennaio 2019. I risultati sono eccellenti: con l’attuale gestione ogni anno si migliora il record di passeggeri, di utili e di dividendi per le casse del Comune, arrivati intorno ai 100 milioni di euro. Il nuovo sindaco dovrà decidere se operare in continuità o cambiare rotta, ma questo si intreccia con la questione politica più rilevante: l’ipotesi di fusione con Sagat, che gestisce l’aeroporto di Torino, già foriera di diverse polemiche in Consiglio comunale. Si vedrà.

MM Spa e le società-chiave che scadono nel 2028
Con l’approvazione del bilancio 2027 andranno in scadenza altre società di fondamentale importanza per la collettività. SOGEMI (Società per l’Impianto e l’Esercizio dei Mercati Annonari all’Ingrosso), controllata al 100 per cento, gestisce il mercato alimentare e altri 15 mercati coperti di quartiere, oltre al progetto “Foody”, un piano di trasformazione del mercato annonario che vale 600 milioni di euro. A guidarla è Cesare Ferrero, presidente e dg, nominato nel 2016 da Sala proprio con lo scopo di rilanciare l’azienda, e confermato nel 2025 per altri tre anni.

Connesso al tema della filiera alimentare è il ruolo di Milano Ristorazione, nata nel 2000 e controllata al 99 per cento da Palazzo Marino. Guidata da Davide dell’Acqua, la società eroga 83 mila pasti al giorno e rappresenta quindi un asset fondamentale, soprattutto per l’impatto sull’opinione pubblica. A completare il tris è MM SpA, vero e proprio fiore all’occhiello del Comune, che la controlla al 100 per cento. La multiutility opera su cinque fronti industriali: ingegneria (progetta linee metropolitane anche all’estero), servizio idrico integrato, facility management, case popolari e gestione del verde, ultima funzione assegnatale in ordine di tempo. Non è azzardato affermare che si tratti di un benchmark a livello nazionale, quindi c’è massima fiducia nei confronti del cda guidato dal presidente Elio Franzini, nominato nel giugno 2025, e dell’amministratore delegato Francesco Mascolo.

Nel 2029 tocca a CAP, il gigante del Servizio idrico
Non tutti sanno che la gestione dell’acqua pubblica si divide tra Milano città e i Comuni dell’area metropolitana. Nel primo caso la competenza è della succitata MM, mentre della provincia si occupa il Gruppo CAP, colosso del settore con un fatturato di oltre 500 milioni di euro. La composizione societaria è molto diversa da quella di MM: il socio di riferimento è Sesto San Giovanni con il 9,9 per cento, Città Metropolitana segue con l’8,2 e il resto è suddiviso tra ben 133 Comuni del Milanese, 40 del Monzese, 20 del Pavese e uno del Varesotto. Milano non ne fa parte, ma il ruolo di Palazzo Marino è ovviamente centrale. La governance di CAP, in scadenza nel 2029, è saldissima: l’ex sindaco di Cornaredo Yuri Santagostino è stato nominato presidente nel 2023 e dal 2026 ricopre anche la carica di amministratore delegato, mentre il direttore generale Michele Falcone (già alla guida di Alfa Varese e Neutalia) è uno dei manager pubblici più quotati, non solo nell’idrico.

A2A e la partita della transizione ecologica
A2A è invece una partecipata, poiché il Comune di Milano e quello di Brescia ne detengono il 25,2 per cento ciascuno. Pertanto la governance deve essere pienamente condivisa. La multiutility opera nei settori energia, ambiente, acqua, calore e reti, con un ruolo strategico nella prospettiva della transizione ambientale. Si tratta dell’azienda più rilevante tra quelle che fanno riferimento a Palazzo Marino. Al timone c’è una coppia di manager molto stimati e rinnovati solo pochi mesi fa: dal 2023 il presidente è Roberto Tasca, economista e già assessore al Bilancio della Giunta Sala, mentre nel doppio ruolo di ad e dg dal 2020 c’è Renato Mazzoncini, figura apprezzata trasversalmente. Da qui al 2029 ce ne corre, ma entrambi paiono poter dormire sonni molto tranquilli.

Il vero nodo politico riguarda il futuro di ATM
Il primo nodo politico però riguarda il futuro di ATM. Nei prossimi giorni andrà scelto il rappresentante del Comune nel cda, al posto del dimissionario Pietro Galli. Storico collaboratore del sindaco, Galli ha fatto un passo indietro in seguito al coinvolgimento nell’inchiesta su Finalter, di cui è socio all’80 per cento, col restante 20 conferito a un trust riconducibile a Sala stesso. La scelta andrà inevitabilmente letta come un segnale strategico, come lo è stata la nomina di Christian Malangone, dg di Palazzo Marino con la prospettiva di un accordo con i privati del construction per creare un soggetto in grado di occuparsi di tutto ciò che avviene dopo la progettazione (affidata a MM), ovvero la parte di edilizia e poi la gestione delle linee, core-business di ATM. Il contratto di servizio è stato più volte prorogato e prima o poi si dovrà andare a una gara. Si parla di una probabile concorrenza dei francesi di RATP Dev, che in joint venture con una società di Singapore hanno da poco strappato la gestione della metropolitana di Copenaghen proprio ad ATM. RATP gestisce anche la linea sotterranea di Parigi e nutre ambizioni su Milano, ma l’arrivo degli stranieri sarebbe clamoroso per una città che può vantarsi di progettare (con MM) e gestire (con ATM) questi servizi anche all’estero. Il nuovo cda andrà nominato nel 2029, quando l’attuale ad e dg Alberto Zorzan avrà 72 anni.

C’è quindi un delicato incrocio tra il ciclo manageriale e quello politico, nel quale bisognerà decidere come affrontare anche le criticità legate ai conti, al prezzo del biglietto e alla necessità di potenziare le corse sia sul piano chilometrico (sono in arrivo le estensioni a Baggio e a Monza), sia su quello orario. Durante le Olimpiadi invernali è stato molto apprezzato il servizio esteso fino alle 2 di notte, come in diverse altre grandi città europee. Il tema dei costi è però rilevante, perché ci vorrebbero 6/7 milioni di euro ogni mese per garantire il servizio anche in assenza di grandi eventi. Proprio per questo la capacità di fare sintesi tra obiettivi politici e vincoli manageriali sarà determinante, così come tutte le scelte che il successore di Sala dovrà prendere su queste società.
Spiò i dati di Meloni, dipendente dell’Inps rischia il processo
La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per una dipendente dell’Inps che il 7 febbraio del 2025, senza averne alcun motivo di servizio, consultò i dati personali di Giorgia Meloni. Gli accessi contestati, emersi dopo accertamenti interni dell’Istituto, furono tre: due all’Arca, l’archivio anagrafico dell’Inps in cui sono riportati i dati identificativi associati a una persona (come codice fiscale e luogo di residenza), e uno all’estratto contributivo, dove è registrata la storia previdenziale dei cittadini.

La donna, interrogata a metà aprile, è accusata di accesso abusivo a un sistema informatico. Un reato che, già di per sé, sarebbe sufficiente per un processo. Nel caso specifico c’è pure l’aggravante di aver agito nella veste di dipendente dell’Inps (in particolare del Coordinamento generale medico legale), violando dunque i poteri connessi alla sua funzione. L’impiegata non ha fornito alcuna spiegazione per gli accessi indebiti. Nel procedimento risultano indicate come persone offese sia Meloni che l’Inps, titolare del sistema informatico utilizzato per gli accessi contestati. Per la premier, tra l’altro, c’è già un precedente di dati indebitamente consultati. Nel 2024 venne infatti alla luce che un impiegato di Intesa Sanpaolo aveva consultato senza autorizzazione migliaia di rapporti appartenenti ai clienti dell’istituto, tra cui appunto anche la presidente del Consiglio.
Grillo attacca ancora Conte e pensa a un nuovo partito
Dopo il botta e risposta di fine luglio, Beppe Grillo è tornato ad attaccare Giuseppe Conte. “Movimento zero stelle”, si legge infatti nell’aggiornamento dello stato Whatsapp dell’ex comico, tornato a puntare il dito contro l’attuale leader del partito da lui fondato assieme a Gianroberto Casaleggio. L’ultima frecciata di Grillo a Conte arriva a una settimana dalla sua annunciata ospitata a Pulp, il podcast di Fedez e Mr. Marra, che si terrà il 21 settembre all’indomani della conclusione della due giorni di Nova, la consultazione avviate dal M5s per scrivere il programma della coalizione progressista: «Vada dove vuole, dica ciò che vuole», ha commentato il presidente pentastellato.
La suggestione di un partito per le Politiche del 2027
Grillo, com’è noto, qualche mese fa ha rotto gli indugi avviando una causa legale contro Conte riprendersi nome e simbolo del Movimento 5 stelle: visti i tempi della giustizia è difficile (per non dire impossibile) che una decisione in tal senso arrivi in tempo per le elezioni del 2027. Ma dietro le quinte filtra l’idea di un Grillo sempre più intenzionato a tornare in campo che, riporta il Corriere della Sera, starebbe comunque lavorando a una lista da presentare alle Politiche del prossimo anno, più a sinistra del campo largo, con l’obiettivo di erodere voti all’alleanza di opposizione. In questo caso l’ostacolo maggiore sarebbe rappresentato dalla raccolta firme necessarie per presentarsi alle Politiche: la quota è infatti salita a 6 mila per ogni collegio.
Matteo Perego di Cremnago e gli altri, tutti i nomi bruciati dal centrodestra per Milano
Forza Italia lo ha ufficialmente proposto al tavolo del centrodestra come suo candidato sindaco per Milano. Anche in Fratelli d’Italia (e specialmente nell’area di Daniela Santanchè) l’idea pare gradita, sebbene il grande capo Ignazio La Russa si sia ampiamente sbilanciato a favore di Maurizio Lupi. Bisogna però contestualizzare l’opzione Matteo Perego di Cremnago nella vorticosa giostra dei papabili scatenata da uno scenario politico decisamente complesso.

La tattica: agire di rimessa in base al nome del centrosinistra
A microfoni spenti, i leader del centrodestra confessano di voler giocare di rimessa. Da tempo aspettano che l’attuale maggioranza milanese di centrosinistra scelga il suo candidato, per poi decidere come rispondere. Per capirci: se la spuntasse Pierfrancesco Majorino si potrebbe azzardare una candidatura speculare come quella di Silvia Sardone; se invece il portabandiera fosse Mario Calabresi, allora servirebbe un kamikaze disposto ad andare incontro a sconfitta praticamente certa. Il fatto che ancora manchi una decisione degli avversari sta dilaniando l’opposizione.

Il curriculum del sottosegretario non pare proprio il più adatto
In ogni caso, le chance di riaprire la partita meneghina sono veramente ridottissime. Perego di Cremnago, classe 1982, è nato a Milano, ma non è particolarmente radicato in città, almeno dal punto di vista politico. Certo, negli ultimi giorni lo si è visto con una certa frequenza nelle tivù di Mediaset, dove non ha lesinato critiche alla Giunta Sala. Tuttavia il suo ruolo attuale di sottosegretario alla Difesa nel governo Meloni è piuttosto lontano dai veri problemi della città – dal caro vita all’inquinamento – e il fatto che dal 2018 si sia trasferito a Roma, dapprima come deputato, non favorisce. Oltretutto, in precedenza si era occupato di moda, lavorando con Armani. Insomma, non il profilo che viene immediatamente in mente se si pensa di riprendere la città a partire dalle periferie, dove il centrosinistra è più debole (e dove ora c’è anche la concorrenza del generale Roberto Vannacci).
Andare a sbattere per poi avere un posto sicuro in lista alle Politiche?
Il fatto che Perego di Cremnago sia molto amico di Luigi Berlusconi, ultimo figlio di Silvio, induce molti (maligni) a pensare a una sorta di accordo: siccome qualcuno dovrà pure estrarre la pagliuzza corta e andare alla sfida improba col centrosinistra, tanto meglio che lo faccia una persona fidata, magari in cambio di visibilità e di garanzie su un posto in lista alle Politiche del 2027. Illazioni da retroscenisti? Può darsi, si vedrà, intanto l’augurio da rivolgere al sottosegretario è che il suo nome non finisca nell’elenco dei tanti già bruciati dal centrodestra in prospettiva delle amministrative 2027. Eccoli tutti (in ordine alfabetico, per non scontentare nessuno).

Demetrio Albertini (civico)
Se ne è parlato poco, perché Demetrio Albertini ha subito respinto le avance. Eppure in ambienti leghisti si era pensato proprio all’ex centrocampista del Milan e della Nazionale, che attualmente si occupa di attività di comunicazione e gestisce diversi centri sportivi, votati al padel.

Gabriele Albertini (civico)
Gabriele Albertini è già stato sindaco di Milano per due mandati, dal 1997 al 2006. C’è chi lo ricorda per la sua sfilata in mutande in un défilé di Valentino e chi per la sua concezione del primo cittadino come «amministratore di condominio» dell’intera città. In ogni caso, ha lasciato un ricordo più che buono e a ogni tornata elettorale c’è chi gli propone di riprovarci e chi di indicare un successore. A questo giro ha prima sponsorizzato Antonio Civita e poi espresso il suo apprezzamento per Mario Calabresi.
Massimiliano Bastoni (Futuro Nazionale)
Già consigliere comunale della Lega, Massimiliano Bastoni era stato indicato come possibile candidato per via della sua capacità di condurre campagne aggressive (vedi il famigerato slogan “Bastoni per gli immigrati“). Nel 2023 è uscito dal partito di Matteo Salvini e, dopo una breve liaison con Forza Italia, è entrato nella squadra di Vannacci, ma senza più ambizioni da candidato sindaco.

Luca Bernardo (Futuro Nazionale)
Pediatra molto stimato in città, nel 2021 Luca Bernardo venne candidato nell’improba sfida con il sindaco uscente Beppe Sala. Lanciato all’ultimo momento, senza budget e con poca convinzione, perse male, come da pronostici unanimi. Da consigliere di Forza Italia, però, si è fatto apprezzare per l’impegno e ha chiesto la chance della rivincita. Non l’ha ottenuta e in seguito è passato con Vannacci, che però ha puntato sul generale dei carabinieri in pensione Carmelo Burgio.

Guido Bertolaso (civico)
Se fosse una gara basata sul curriculum, Guido Bertolaso avrebbe pochi rivali. La lista degli incarichi che ha ricoperto è impressionante, dalla direzione del dipartimento della Protezione civile (dal 2001 al 2010, gestendo diverse emergenze nazionali) al ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Berlusconi IV. Un romano sindaco di Milano? Beh, il fatto che attualmente sia assessore al Welfare in Regione Lombardia ammorbidirebbe l’impatto. Giusto un po’.

Marco Bestetti (Fratelli d’Italia)
L’ex golden boy di Forza Italia (classe 1987) Marco Bestetti ha rotto il cordone ombelicale che lo legava a Silvio Berlusconi dopo le tante promesse infrante di promuoverlo dal ruolo di presidente del Municipio 7 allo scenario cittadino, se non nazionale. Accolto a braccia aperte nella squadra di Giorgia Meloni, attualmente è consigliere regionale e – si dice – punti principalmente alla conferma nel ruolo.

Filippo Borsellino (civico)
Grazie alla popolarità acquisita come portavoce del comitato “Famiglie sospese – Vite in attesa”, nato per rappresentare gli acquirenti di abitazioni coinvolti nel blocco di diversi cantieri edilizi milanesi, Filippo Borsellino a gennaio è stato votato dai lettori del Corriere della Sera come milanese dell’anno. Prontamente la politica è andata a bussare alla sua porta, a Baggio, ma l’ha trovata chiusa.

Giovanni Bozzetti (civico)
Vicinissimo a Fratelli d’Italia e soprattutto a La Russa, del quale è stato consigliere, Giovanni Bozzetti è attualmente alla guida di Fondazione Fiera. La sua nomina è stata interpretata da molti come il trampolino di lancio verso Palazzo Marino, ma poi l’ipotesi è sfumata. Forse anche perché un manager delle sue capacità (riconosciute da tutti) non può essere rischiato in un’impresa così disperata.

Urbano Cairo (civico)
Editore di La7 e del Corriere della Sera, nonché presidente del Torino, a più riprese Urbano Cairo è stato invitato a seguire le orme del suo mentore Berlusconi anche in politica, guidando il centrodestra nella sua città natale. Finora ha sempre declinato, seppur dicendosi lusingato.
Antonio Civita (civico)
Imprenditore noto per il successo del suo brand Panino Giusto, Antonio Civita è stato tra i primi a scendere in campo in prospettiva 2027. Dapprima come civico di centrodestra, con Albertini come mentore, in seguito ha cercato l’appoggio dei partiti e ha flirtato anche con Azione, visto che il suo centrismo non è particolarmente gradito alle parti più radicali della coalizione. Azione però punta su Calabresi (e quindi sul centrosinistra) e di conseguenza Civita potrebbe persino correre per conto suo. Se non fermarsi.

Giuseppe Cruciani (civico)
«Come lo vedreste sindaco di Milano?». A dirlo è stato Matteo Salvini, ovviamente con una provocazione. Ma la candidatura di Giuseppe Cruciani, conduttore de La zanzara, non sarebbe meno clamorosa di altre opzioni in questa lista. È però praticamente impossibile che succeda: si diverte troppo nel guidare ogni sera l’autodefinita «sciagurata trasmissione» con David Parenzo come sparring partner.

Maurizio Dallocchio (civico)
Professore ordinario di finanza aziendale alla Bocconi, nonché socio fondatore della società di consulenza DGPA & Co SpA, Maurizio Dallocchio ricopre tanti incarichi societari, compresi quelli in Phoenix, A2A, Disney e Lega Calcio. Vicepresidente di Fondazione Illy, in passato lo è stato anche di Atm, l’azienda dei trasporti pubblici milanesi, nonché presidente di Tpm (Trasporti pubblici monzesi) e consigliere di Aem (Azienda energetica milanese), con l’incarico di seguire la privatizzazione. Un profilo sicuramente d’appeal per gli elettori milanesi, ma che finora non ha dato segni di disponibilità.

Regina De Albertis (civica)
Classe 1983, prima donna alla guida di Assimpredil Ance, in più occasioni Regina De Albertis è stata apertamente corteggiata per la candidatura a sindaca. Esattamente come suo padre – il compianto Claudio, che riposa al Famedio – ha sempre declinato per i problemi che ciò comporterebbe all’impresa di famiglia, specialmente in un periodo così difficile per l’edilizia milanese.

Alessandro De Chirico (Forza Italia)
Consigliere comunale in carica, da 10 anni Alessandro De Chirico propone di scegliere il candidato del centrodestra attraverso le Primarie. La prima volta, nel 2016, stilò persino il regolamento specifico, ma non se ne fece nulla. In questa tornata l’idea era sembrata attecchire, al punto che in molti lo hanno invitato a candidarsi lui stesso, ma le alchimie tra partiti hanno fatto nuovamente insabbiare il progetto.

Paolo Del Debbio (civico)
Tutti lo conoscono per le sue scoppiettanti trasmissioni televisive, nelle quali i problemi di Milano sono spesso spunto per accese polemiche. Pochi ricordano che Paolo Del Debbio è stato assessore della Giunta Albertini dal 1998 al 2001, oltre che tra i principali ideologi della nascita di Forza Italia. Profondo conoscitore della città e della politica, pare proprio non avere nessuna intenzione di tornare a Palazzo Marino, anche perché a Mediaset guadagna decisamente di più.

Sergio Dompè (civico)
Classe 1955, Sergio Dompè rappresenta la quarta generazione alla guida dell’azienda farmaceutica di famiglia, con oltre 130 anni di storia. Già presidente di Assobiotec e Farmindustria e vicepresidente di Assolombarda, membro di vari direttivi e, dal 2023, presidente del Comitato Leonardo, è stato corteggiato in tutti i modi dalla politica. Alla quale però non si è ancora mai concesso.

Carlo Fidanza (Fratelli d’Italia)
Marchigiano di nascita, Carlo Fidanza è cresciuto personalmente e politicamente a Milano, che quindi conosce molto bene. Gode della stima di La Russa e Meloni, ma non ha molta voglia di spendersi in una partita che quasi certamente sarà persa. Per lui è molto più interessante la corsa alla presidenza di Regione Lombardia, dove sarebbe in pole position se FdI prevalesse nello spoils system.

Giulio Gallera (Forza Italia)
L’idea lo solletica da tempo, cioè da quando i primi mesi del Covid gli avevano dato un’enorme visibilità mediatica. Poi, però, le evidenti difficoltà di Regione Lombardia nel fronteggiare la crisi gli sono costate care e Giulio Gallera ha fatto un po’ da capro espiatorio dei problemi diffusi, perdendo lo scranno di assessore alla Sanità. Il suo vero obiettivo è tornare protagonista alle prossime Regionali, per questo si vocifera anche di una candidatura a consigliere comunale del figlio Matteo, la cui elezione dimostrerebbe l’intatta forza del brand.

Giovanna Iannantuoni (civica)
Economista classe 1970, Giovanna Iannantuoni è stata rettrice dell’Università degli Studi Milano-Bicocca fino al 2025. Il suo è un caso davvero particolare, perché è stata proposta sia al tavolo del centrodestra sia a quello del centrosinistra. Come talvolta accade a chi ha troppe opzioni, il progetto è rimasto sulla carta.

Antonino La Lumia (civico)
Palermitano classe 1978, Antonino La Lumia è il presidente dell’ordine degli avvocati di Milano. Il suo nome circola negli ambienti politici da tempo, ma la clamorosa sconfitta al referendum sulla Giustizia (dove guidava il comitato per il Sì) ha decisamente raffreddato gli entusiasmi. Forse anche i suoi.

Geronimo La Russa (civico)
Non ha ruoli di partito, ma Geronimo La Russa è il primogenito del presidente del Senato e quindi il suo nome è stato più volte inserito nella lista dei papabili. Ha però scelto di prendere una strada diversa, con il salto dalla presidenza della divisione milanese dell’Automobile Club Italia a quella italiana. A candidarsi per Palazzo Marino (ma come consigliere) sarà invece suo fratello Lorenzo Kocis, attualmente in carica al Municipio 1.

Giulia Ligresti (civica)
Classe 1968, Giulia Ligresti è figlia di Salvatore, il più importante e discusso costruttore degli Anni 80. Laureata alla Bocconi, ha ricoperto ruoli dirigenziali in Premafin e Fondiaria Sai. Coinvolta nel caso giudiziario Fonsai, alla fine è stata assolta e ha raccontato la sua esperienza nel libro Niente è come sembra. Attualmente si occupa di design e attività umanitarie. Quando il suo nome è uscito nel totocandidature, ha evitato ogni commento.

Maurizio Lupi (Noi Moderati)
In pratica one man band del suo partito, non solo a Milano, Maurizio Lupi vanta una particolarità: essere stato proposto dal leader di un altro partito, cioè Ignazio La Russa. Secondo i maligni, il presidente del Senato vuole cooptare i moderati nell’area di Fratelli d’Italia, allargandone il bacino elettorale. Gli estimatori di Lupi invece lo giudicano il più competente della rosa, nonché il miglior conoscitore della città. E a pensarlo sono anche diversi esponenti del centrosinistra.
Letizia Moratti (Forza Italia)
A volte ritornano. Dopo il tracollo del 2011 contro Giuliano Pisapia (memorabili le sue gaffe sui social e nel duello in tivù) e il bis alle Regionali del 2023, quando non è nemmeno entrata in Consiglio, Letizia Moratti è tornata in auge a 76 anni. Qualcuno ne ha parlato come possibile candidata, mentre lei si è atteggiata a kingmaker: nel corso di un convegno, ha affermato baldanzosa che tra chi era seduto in platea c’era già il candidato del centrodestra. Ma correva il mese di marzo e a oggi nessuno ne ha ancora avuto notizia.
Alessandro Morelli (Lega)
Già viceministro all’ombra di Salvini, di cui è un fedelissimo, Alessandro Morelli oggi è sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Vista la sua lunghissima esperienza a Palazzo Marino, prima come consigliere e poi come assessore, il suo nome è comparso nelle discusse Primarie della Lega, ma senza sollevare entusiasmi epocali.

Marco Osnato (Fratelli d’Italia)
Marco Osnato è sposato con Mariacristina La Russa, figlia di Romano e nipote di Ignazio. In un partito nel quale i legami di famiglia spesso si incrociano con quelli politici, si è più volte parlato di lui come possibile opzione per Palazzo Marino. Il suo vero obiettivo è però la conferma in parlamento, dove attualmente presiede la Commissione Finanze alla Camera.

Roberto Parodi (civico)
Roberto Parodi è giornalista come le più note sorelle Cristina (moglie di Giorgio Gori del Partito democratico) e Benedetta (moglie del telecronista sportivo Fabio Caressa). Protagonista di campagne social a favore delle automobili e contro Beppe Sala, ha acquisito una popolarità che ha spinto diversi dirigenti politici a sondare la sua disponibilità. Lui da tempo scalda accuratamente i muscoli, ma nessuno gli ha ancora dato il segnale per entrare in campo.

Annarosa Racca (Lega)
Nata a Milano nel 1952, Annarosa Racca è presidente di Federfarma Lombardia dal 2006 e ha guidato anche Federfarma nazionale dal 2008 al 2017. È inoltre presidente della Fondazione Guido Muralti e socia fondatrice del Banco Farmaceutico. Nel 2016 ha ricevuto l’Ambrogino d’Oro e dal 2023 è anche consigliera comunale a Milano, oltretutto la più ricca, con una dichiarazione dei redditi che supera persino quella di Beppe Sala. E chi glielo fa fare di candidarsi sindaca?

Ferruccio Resta (civico)
Bergamasco classe 1968, Ferruccio Resta si è laureato in Ingegneria meccanica al Politecnico di Milano, del quale poi è stato rettore dal 2017 al 2022. Dal 2023 presiede la Fondazione dell’ateneo e ha inoltre presieduto la Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui). Il suo nome è un evergreen per ogni amministrativa meneghina, finora senza seguito.

Filippo “Champagne” Romeo (civico)
È il fratello di Massimiliano Romeo, serissimo capogruppo della Lega al Senato, ma i due non potrebbero essere più diversi. Lanciato da Cruciani e Parenzo nella trasmissione La zanzara, Filippo “Champagne” Romeo si è fatto un nome per la sua vita spericolata, tra alcol e gioco d’azzardo. Ha dichiarato di volersi candidare sindaco, ma è difficile capire quanto ci credesse davvero nel dirlo.

Alessandro Sallusti (civico)
Comasco classe 1957, Alessandro Sallusti è uno dei più quotati giornalisti in area centrodestra. Ex direttore del Giornale, ora è tornato alla guida di Libero. Hanno riscosso enorme successo i libri scritti con Luca Palamara sui problemi della giustizia. Probabilmente sa di poter incidere più con i suoi articoli che alla guida di una città complessa come Milano.

Matteo Salvini (Lega)
Ciclicamente, si fa il nome di Matteo Salvini per lo scranno più alto a Palazzo Marino. Nel 2016 disse che lo avrebbe fatto volentieri, ma solo a fine carriera. Allora gli amici gli fecero notare l’indelicatezza di proporre ai milanesi un sindaco alle soglie della pensione. Oggi, probabilmente, i governatori ribelli gli direbbero di pensarci bene, visto che il capolinea potrebbe non essere poi così lontano.
Silvia Sardone (Lega)
Tra tutti i nomi di questa lunga lista, Silvia Sardone è quella col più rilevante bagaglio elettorale. Proprio per questo, però, è decisamente improbabile che voglia rischiare il ruolo di primadonna in una mission impossible come quella milanese. Potrebbe uscire dalla Lega (che rischia il tracollo) e trasferirsi da Vannacci, ma Futuro Nazionale ha già scelto Burgio come candidato sindaco.
Andrée Ruth Shammah (civica)
Nota regista teatrale e direttrice artistica di origine sefardita, Andrée Ruth Shammah dirige i discussi Bagni Misteriosi, la piscina sopra il Teatro Parenti che per molti è il simbolo di una gestione rivedibile degli impianti sportivi comunali. Sempre presente nei dibattiti pubblici cittadini – spesso ospitati proprio da lei al Parenti – era stata indicata come possibile vicesindaca in un ticket con Lupi, ma ha gentilmente declinato l’invito.

Alessandro Spada (civico)
Nato a Monza nel 1965, Alessandro Spada è un imprenditore del settore manifatturiero e digitale. È cresciuto nell’azienda di famiglia Vrv, che si occupa di progettazione e produzione di apparecchiature per l’industria chimica, petrolchimica e farmaceutica. Attualmente è vicepresidente del gruppo e fa parte di vari cda. Le sue esperienze in Assolombarda, Confindustria, Ispi, Federchimica e Aspen Institute Italia ne fanno un ideale trait d’union tra il mondo economico e quello delle istituzioni. Bisogna però convincerlo a metterle a disposizione della città.

Pietro Tatarella (civico)
Cresciuto in Forza Italia, nel 2019 Pietro Tatarella tentò il salto dal Consiglio comunale al parlamento europeo. Durante la campagna elettorale fu arrestato con l’accusa di corruzione, dalla quale è stato assolto dopo sette anni di calvario. Ormai fuori dai partiti, si è riproposto come candidato trasversale per simboleggiare la rinascita del centrodestra, ma il suo nome è finito nell’ingorgo delle aspirazioni frustrate. Almeno per ora.
Giovanni Terzi (civico)
Dal 2024 Giovanni Terzi è sposato con Simona Ventura e quindi si parla di lui principalmente nelle pagine di gossip. Recentemente l’impasse del centrodestra ha riassociato alla politica il nome del giornalista, che è già stato assessore dal 2006 al 2011, nella giunta di Letizia Moratti. Lui la disponibilità l’ha data, il problema è la confusione degli interlocutori.

Riccardo Truppo (Fratelli d’Italia)
Di professione avvocato, Riccardo Truppo è l’attuale capogruppo dei meloniani a Palazzo Marino. Stare all’opposizione può talvolta essere frustrante, ma dà grande visibilità mediatica. Per questo anche di lui si è parlato come possibile carta da giocare al tavolo politico, però – per dirla tutta – soprattutto in uno scenario di sconfitta più che probabile. Più realistico che punti alle Regionali o alle Politiche.

Paolo Veronesi (civico)
Classe 1961, Paolo Veronesi è oncologo, avendo seguito le orme del suo famoso padre, Umberto, e presiede la fondazione a lui intitolata. Non ha mai commentato pubblicamente le voci sulla sua possibile discesa in campo, mentre Beppe Sala ne ha elogiato le qualità umane.

Alessandro Verri (Lega)
Classe 1995, Alessandro Verri rappresenta la nuova generazione della Lega, lontanissima dalle durezze bossiane e molto incline al dialogo. Dopo la gavetta nel Municipio 4, dal 2021 è consigliere comunale a Palazzo Marino, dove è capogruppo. Il suo profilo si inserirebbe perfettamente in un percorso di rinnovamento che però al momento è difficile anche da immaginare.

D’Alema col partito dei sindaci, le tentazioni politiche di Ranucci: le pillole
Massimo D’Alema «si è stufato di guardare gli altri che fanno disastri». Gli amici del vecchio Pci romano sono contenti, “Baffino” sembra essere tornato nella battaglia politica. E ha scelto il suo “cavallo”, che poi è lo stesso che aveva individuato tanti anni fa, uno storico appassionato di Antonio Gramsci e della storia del partito, conosciuto grazie alla moglie Linda Giuva, archivista e “mente” dell’istituto che si occupa delle memorie di Gramsci: Roberto Gualtieri. Venne candidato al parlamento europeo proprio in “quota D’Alema”, ed era il 2009, la settima eurolegislatura: D’Alema, da non laureato, ama circondarsi di professori, come è la moglie e come è lo stesso Gualtieri. Anche stavolta vuole dire la sua, in vista delle elezioni 2027. Con la sua Fondazione Italianieuropei, Baffino segna una linea molto ben definita: martedì 15 settembre in Campidoglio tirerà le conclusioni di un convegnone dal titolo “Governare le città, governare l’Italia” che vuole far tornare in pista il vecchio, caro, partito dei sindaci. E i primi cittadini sparsi nel nostro Paese verranno messi a confronto sotto le insegne del Partito democratico e del progressismo: ecco così da Napoli il sindaco Gaetano Manfredi, da Firenze Sara Funaro, da Milano Beppe Sala, da Cagliari Massimo Zedda, da Bologna Matteo Lepore, da Perugia Vittoria Ferdinandi, da Bari Vito Leccese. D’Alema già procede spedito: sì, fare lo studioso gli piace tantissimo, ma la passionaccia per la politica è sempre lì, un tarlo. Di certo in quasi 30 anni deve aver mutato la sua idea sull’argomento: in un articolo del 1997 su il manifesto l’ex premier, allora leader della Quercia, caricava a testa bassa proprio contro… il partito dei sindaci! Ecco i virgolettati al veleno: «Accampamenti di cacicchi, ognuno con la sua tenda e la sua bandiera. Si avrebbe la versione moderna del vecchio notabilitato». Come si cambia…
Quel colloquio fitto tra Ranucci e Fratoianni
Sigfrido Ranucci continua a negare le voci che lo vorrebbero candidato alle prossime elezioni. Anche perché c’è ancora in ballo il reintegro d’urgenza a Report e presto si conoscerà la decisione del giudice. Nel frattempo lui continua a girare l’Italia col suo libro e ha iniziato a farsi vedere agli eventi politici. Mercoledì 9 settembre è stato a Terra!, la festa di Alleanza Verdi e Sinistra, mentre domenica 13 è atteso alla kermesse del Fatto Quotidiano. Piccola curiosità: alla festa di Avs l’intervento di Ranucci era atteso per le 18. Lui è arrivato puntualissimo. Ma è salito sul palco soltanto alle 18.30. Come mai? Semplice: è rimasto mezz’ora nel retropalco a parlare con Nicola Fratoianni. Avranno discusso di liste e candidature? Chissà…

Forza Italia e la lezione campana: Tajani regge l’onda d’urto della minoranza
Era atteso manco fosse una finale dei Mondiali con l’Italia in campo (non so se rendiamo l’idea) il congresso regionale di Forza Italia in Campania. Uno degli alfieri di Antonio Tajani, l’eurodeputato Fulvio Martusciello, capodelegazione azzurro a Bruxelles e già leader del partito nella regione, era diventato il simbolo del “tajanismo” da rottamare, magari grazie anche all’intervento supremo di Marina Berlusconi. Fino all’ultimo istante i “ribelli” campani, ovvero i deputati Annarita Patriarca e Pino Bicchielli e il senatore Raffaele De Rosa e il consigliere regionale Livio Petitto (il senatore Franco Silvestro dopo un periodo di frizione con Martusciello si è riappacificato con il neosegretario regionale) hanno tentato di fermare il congresso attraverso una lunga serie di diffide, lettere, dichiarazioni, interviste. Invece, niente di niente: mercoledì l’assise si è celebrata, tra l’altro in pompa magna, e Martusciello è stato eletto leader regionale per acclamazione, essendo l’unico candidato.
La battaglia (persa) della minoranza interna
L’evento ha una portata che va oltre il dato, pur importante, locale: la terza regione d’Italia, storicamente cassaforte di consensi per i berlusconiani, ha visto infatti consumarsi il braccio di ferro tra i fedelissimi di Tajani e la minoranza interna, nella quale gioca come centravanti alla Ciro Immobile il lazialissimo vicepresidente della Camera Giorgio Mulè. «Io dico», aveva suggerito alcuni giorni fa Mulè al Foglio, «che alcuni congressi come quello in Campania, per altro convocato il 9 settembre nelle stesse ore in cui staremo votando in Senato la nuova legge elettorale, vadano rinviati. Rischia di essere un congresso dilaniante». Altro che dilaniante: il congresso è stato unitario, con i ribelli che non sono riusciti nemmeno a presentare una candidatura alternativa. L’ultimo tentativo di Patriarca, Bicchielli e De Rosa, che avevano chiesto al presidente del congresso, il governatore del Piemonte Alberto Cirio, di non celebrare l’assemblea, è stato inutile: lo stesso Cirio ha stabilito la validità dei lavori e tutto è filato liscio come l’olio. Ora i “ribelli” annunciano ricorso al Collegio nazionale dei probiviri, si vedrà.

FI non può permettersi di perdere chi porta voti
Cirio, è bene ricordarlo, è anche uno degli uomini più ascoltati da Marina Berlusconi. Cosa significa tutto ciò? Significa che la Famiglia con la F maiuscola non ha nessuna intenzione di impelagarsi in beghe locali. Il ruolo di Marina nel partito è quello di custode dei sacri valori di Silvio, non certo quello di agire da capocorrente (peraltro di minoranza, figuratevi!). Del resto, Forza Italia, visti i sondaggi, ha bisogno di attrarre e non certo di respingere chi dispone di un consenso elettorale, ed ecco perché la “battaglia” dei ribelli era persa in partenza. Raffaele De Rosa, eletto col M5s, è passato nel 2024 in Forza Italia; Pino Bicchielli, eletto con Noi Moderati, è approdato sulle sponde azzurre l’anno scorso. Entrambi non possono essere certamente considerati campioni di preferenze. Diverso il discorso di Annarita Patriarca: eletta con FI, lì è rimasta, ma solo formalmente: un anno fa ha fatto scalpore, dopo la rottura con Martusciello, la sua presenza alla presentazione della lista Cirielli, in corsa per le Regionali. Patriarca ha un bacino di consensi, ma è da tempo in contatto con Fratelli d’Italia: partecipa alle iniziative del partito di Giorgia Meloni e sta tentando, grazie ai buoni uffici di alcuni responsabili locali e nazionali di FdI, di approdare definitivamente all’ombra della Fiamma. Fulvio Martusciello, da parte sua, è in Forza Italia dal 1994, e da lì non si è mai mosso. Morale della favola: sfidare Tajani, almeno per il momento, significa suicidarsi politicamente.
LEGGI ANCHE: Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Salvini e i governatori, una tregua che non ricuce la Lega
Le ricostruzioni giornalistiche parlano di tregua. Le meno ottimistiche di tregua armata. Ma la verità sarebbe ancora un’altra. E un ‘nordista’ di peso la racconta così: è andata «male», è stato un «incontro finto», in cui è andata in scena una «finta pacificazione» per non ‘sporcare’ il sacro prato di Pontida, nel giorno del primo raduno dopo la morte di Umberto Bossi. Due ore con Matteo Salvini non sono servite a risolvere granché delle beghe interne leghiste. Il segretario – bisogna riconoscerlo – ha mostrato disponibilità: ha detto persino di essere pronto ad «allargare la segreteria», viene riferito. Restando lui il capo, però, ça va sans dire.

Le ambizioni nazionali di Zaia
All’incontro hanno partecipato i presunti critici del salvinismo: i governatori Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga, il presidente della Provincia di Trento Maurizio Fugatti e il presidente del Consiglio regionale veneto Luca Zaia. Presunti, appunto. Perché Zaia – e lo si era capito dai toni soft usati nell’intervista che ha preceduto l’incontro – ha dimostrato di non concordare sull’urgenza di un rinnovamento della leadership del partito chiesta invece dai riottosi lombardi (insieme a Fontana, l’altro ribelle è il segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo, che però non era stato invitato). «A Zaia interessa poco, lo ammette anche, ha poca voglia di essere coinvolto, e ha altri progetti», confida un big lombardo, «e non vuole partecipare a ‘processi’: per lui Salvini deve affondare da solo». All’ex doge poi non dispiacerebbe l’offerta del segretario di una candidatura alle Politiche nel 2027: magari in vista di un posto di prestigio, dopo gli anni passati a Palazzo Balbi, come la guida di un ministero o la presidenza di una delle Camere, in caso di vittoria del centrodestra.

L’incontro ha reso evidente la frattura del fronte dei governatori
In fondo a questo è servito l’incontro: a rendere evidente la frattura del fronte dei governatori. Su questo Salvini aveva ragione da vendere. I lombardi, in pressing per un rinnovamento profondo, non fanno proseliti tra gli altri big. Non che le critiche al capo siano risparmiate da altri, ma ci sono divergenze sulla strada da seguire. Zaia vuole evitare lo scontro. Fontana e Romeo sono sostanzialmente rimasti soli, anche se è vero che sono sostenuti dalle principali segreterie provinciali della regione. Ed è anche per questo che, dopo aver nascosto tutte le armi sotto il tappeto per il weekend di Pontida, programmano di tornare alla carica e andare avanti con la costituzione dell’associazione nordista che hanno annunciato di voler fondare. Con tutte le conseguenze che ciò comporterà.

Fontana in difesa di Romeo (che rischia la poltrona)
Chi rischia di più allo stato è Romeo, che potrebbe perdere il posto di capogruppo al Senato. Ma l’incontro romano è servito a Fontana anche per mettere in chiaro che sono inaccettabili simili ritorsioni. «Non pensare di toccare Romeo», ha avvertito il governatore, rivolgendosi a Salvini. I ribelli lombardi sostengono di interpretare il volere della base e di non riuscire più a contenere la Lega lombarda, storico movimento fondato da Bossi nel 1984 (dalle federazioni delle leghe regionali, sempre per intuizione del Senatur, nacque nel 1991 la Lega Nord).
La partita dei congressi provinciali lombardi
Durante l’incontro, che è servito formalmente ad annunciare che verrà redatto un manifesto programmatico condiviso in vista delle Politiche, è stata confermata la volontà di convocare i congressi provinciali lombardi entro la fine di ottobre. Quindi nelle prossime settimane si vedrà se le assise eleggeranno nuovi segretari vicini all’ala meno salviniana o se il segretario riuscirà a imporre i suoi uomini. «Ho ancora cinque camicie verdi nel mio armadio a Milano. E quando qualcuno non sapeva ancora di essere al mondo abbiamo fatto più di una battaglia. Nel 1990 ho fatto la tessera della Lega lombarda», ha rivendicato Salvini. Meglio lasciarle nell’armadio, le camicie verdi. L’ultima volta che ne ha indossata una fuori tempo è stato lo scorso marzo, per il funerale di Bossi e si prese i fischi e l’accusa di «traditore».

Quali sono gli ostacoli alla candidatura di Calabresi a Milano
Passeggiando tra gli stand della Festa dell’Unità milanese, si respira un clima decisamente rilassato, nonostante la morsa del caldo anomalo. Assistiamo al ritrovo di vecchi amici (o “compagni”, per i più nostalgici), alla sfilata di personalità di tutto il centrosinistra, a comuni elettori che ascoltano – più o meno interessati – i numerosi dibattiti e ai Giovani Democratici che, qualunque cosa succeda, continuano a spillare le birre come se non ci fosse un domani. Tutto come sempre molto bene organizzato, in una calma rassicurante, ma solo apparente.

Così l’appoggio di Azione danneggia Calabresi
Il retroscena è una continua fibrillazione di contatti tra dirigenti locali e nazionali, nonché tra punti di riferimento delle varie correnti e gli aspiranti candidati a quelle primarie che nessuno si è ancora preso la briga di ufficializzare. La lunga attesa su una decisione in merito si è trasformata in tensione dopo l’annuncio di Mario Calabresi che, lasciando Chora Media, ha in pratica preso la rincorsa verso Palazzo Marino. Un effetto paradossale: come è possibile che, invece che gioire della disponibilità di una personalità unificante e fuori dagli schieramenti di partito, siano aumentate le turbolenze?

Le ragioni sono diverse, ma la più evidente ha un nome e un cognome: Carlo Calenda. La pervicacia con la quale Azione vuole intestarsi la candidatura dell’ex direttore di Repubblica rischia di trasformarsi in un boomerang. Un conto è rivendicare il fatto di aver sempre indicato il suo nome come punto di caduta ideale per una proposta capace di andare oltre il perimetro del centrosinistra, ben altro è pretendere – come fa Calenda – di dettare le condizioni, riassumibili in una formula semplice: no a candidati considerati “estremisti” come Pierfrancesco Majorino e magari le primarie evitiamole del tutto. Con la delicatezza di un elefante in una cristalleria, il lider maximo dei riformisti dà e toglie patenti di agibilità politica, dall’alto di un peso elettorale più autocertificato che reale. D’accordo, nei quartieri centrali Azione ha sicuramente un buon appeal, ma se si guarda ai precedenti storici e ai sondaggi sembra davvero azzardato ipotizzare che il suo contributo possa cambiare l’esito di una sfida che appare già scritta, come ammettono anche per i più ottimisti sostenitori del centrodestra. Semmai, Azione può fare la differenza in negativo, insistendo nel voler mettere la bandiera su un candidato che non è suo e che trae la sua forza proprio dall’essere civico.

Azione e la politica dei due forni
A molti elettori del Pd Calenda è indigesto come solo Matteo Renzi lo è stato in anni recenti, il ché è tutto dire. Non è certo una questione (solo) personale, ma strettamente politica. A Milano, Azione è saldamente collocata nel centrosinistra che marcia verso la vittoria, ma tutti ricordano il suo lungo flirt – alla luce del sole – con Forza Italia, con l’idea che arrivasse un Carlo Cottarelli a celebrare. Quando anche il pazientissimo economista ha deciso di scendere dal treno in corsa, Azione è rientrata nei ranghi, cogliendo con grande gioia la disponibilità di Calabresi, che pure aveva da tempo invocato. Questo le va riconosciuto, unitamente alla lealtà con la quale ha sostenuto la Giunta Sala anche nei momenti meno facili, senza avere in cambio né un assessore, né un presidente di Municipio. Altrettanto vero è però che Calenda ha serenamente dichiarato che alle prossime elezioni politiche correrà da solo, togliendo il proprio sostegno al campo largo e quindi aiutando indirettamente Giorgia Meloni nella sfida a distanza con Elly Schlein (o Giuseppe Conte).

I dirigenti dem temono la rivolta nelle urne
Il mal di pancia degli elettori sta iniziando a preoccupare i dirigenti del Pd milanese, schierati in larghissima maggioranza con Calabresi e – nel contempo – convinti di poter compattare una coalizione che tenga dentro tanto Azione, quanto Alleanza Verdi Sinistra, il Movimento cinque stelle e persino Rifondazione Comunista, che da tempo tratta la propria risalita a bordo. Progetto troppo ambizioso? Il problema, per i diretti interessati, non è tanto questo ma si nasconde in un piccolo dettaglio: in democrazia, bisogna convincere gli elettori. La più indispettita sta però a Roma e fa la segretaria del Pd, uno dei lavori più difficili al mondo. Già piuttosto indaffarata nel gestire le ambizioni di Giuseppe Conte e di chi, all’interno del suo partito, vorrebbe negare la candidatura a Palazzo Chigi, Schlein si trova di fronte a un bivio. La sua scelta di non partecipare alla Festa dell’Unità di Milano e tantomeno alle scelte politiche, lasciando il pallino nelle mani dei primaristi, è suonata come una condanna per le ambizioni (legittime) di Majorino, stretto al centro da Calabresi, a sinistra dall’arrembante Lorenzo Pacini e in nessun modo appoggiato dall’unica persona che potrebbe ribaltare l’equilibrio trovato a Milano. Fino ad oggi, almeno.

Schlein medita un colpo di mano: imporre Majorino
Ai vertici del Pd milanese interessa soprattutto tenere calme le acque. La vittoria è praticamente certa (con Calabresi già al primo turno, sostengono informalmente molti analisti), basta tenere la barra dritta per riconquistare Palazzo Marino e proiettare verso il Parlamento sia la segretaria regionale Silvia Roggiani, che già vi è stata eletta, sia quello meneghino Alessandro Capelli, che invece vi aspira. A meno che, appunto, non sia Schlein a imporsi indicando lei stessa un candidato, che non potrebbe essere che Majorino. Una bella sconfessione per il livello locale, ma non sarebbe l’unico dei problemi, a cominciare dallo schiaffo che ciò rappresenterebbe per altri due dem importanti, quali la vicesindaco Anna Scavuzzo e il giovane Pacini, protagonista di una campagna che comunque rimarrà quale benchmark.

Lo spauracchio-Sardone e il precedente delle Regionali
Come cambierebbe lo scenario? Da un punto di vista di riconferma in città, probabilmente poco. Secondo i succitati analisti, l’unico scenario nel quale Majorino potrebbe rischiare la sconfitta sarebbe nello scontro con Silvia Sardone, che assumerebbe toni ideologici. La vicesegretaria della Lega ha però problemi ben diversi all’interno del suo partito, in netta crisi di identità, e non è quindi nella miglior posizione per tentare il colpaccio. Il vero strappo sarebbe però con la base, che ormai si sta preparando per dire la propria nelle primarie. Magari non le aspetta con il più acceso entusiasmo del mondo (anzi, c’è il tema di un’affluenza molto a rischio), ma è davvero complicato che a questo punto qualcuno abbia la faccia tosta di calare la scelta dall’alto, come se nulla fosse. Oltretutto sarebbe un déja-vu, viste le polemiche suscitate dalla candidatura di Majorino alle Regionali del 2023, anche in quel caso senza primarie, sebbene ci fosse un altro pezzo grosso come Pierfrancesco Maran altrettanto disponibile per la sfida.

Chi decide davvero a Milano?
C’è quindi in gioco qualcosa di più che la scelta del candidato sindaco, ovvero il rapporto tra il Pd, quale principale partito della coalizione, e la città che governa da 15 anni, con altri cinque all’orizzonte, salvo autogol che non vanno mai esclusi. Questa lunghissima e stucchevole discussione sulla successione di Beppe Sala, al quale probabilmente fischiano le orecchie da un biennio, ha pochissimo a che fare con i reali problemi della città, i quali sono invece ben conosciuti da chi la vive. Dall’inquinamento ai trasporti, dalla sicurezza al carovita, i punti interrogativi sono veramente numerosi e profondamente incidenti sulla carne viva dei cittadini. Il momento delle decisioni si avvicina – con tutte le relative responsabilità che ciò comporta – e questo continuo buttare la palla in tribuna, sperando che l’arbitro fischi la fine, è una tattica che non può portare a nulla.

















































































































































