Giuseppe Ventura: “Alimenti sono di qualità non eccelsa”

di Erika Noschese

Un discutibile assembleaggio degli alimenti in qualità non eccelsa. E’ quanto denuncia il consigliere comunale dei Verdi, Giuseppe Ventura che punta l’attenzione sulle criticità relative ai pasti somministrati ai degenti dell’azienda ospedaliera universitaria “Ruggi d’Aragona”. Ventura in queste settimane ha raccolto numerose segnalazioni da parte dei degenti dell’ospedale e dai cittadini comuni circa le procedure di confezionamento e consegna dei pasti che quotidianamente vengono distribuiti da una ditta esterna nei reparti della struttura. “E’ evidente un discutibile e precario assemblaggio degli alimenti che, oltre ad una qualità non eccelsa, lasciano perplessi in quanto alla loro appetibilità”, ha dichiarato il consigliere Ventura che chiede al direttore generale un intervento immediato affinché si ponga un rimedio risolutivo ad un problema che inificia la qualità della vita di persone già provate da uno stato di salute malfermo e precario”. Una problematica che va avanti ormai da un po’ di mesi, denunciata anche dalle organizzazioni sindacali.

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In sanità fioccano le denunce degli interni contro norme e concorsi

di Rosa Coppola

Il suo nome è impresso su fascicoli quanto mai gravosi che evidenziano il livello di illecito nelle Pubbliche Amministrazioni e, più nel dettaglio, nelle Aziende sanitarie. Si tratta di Anna Chiara Fasano, magistrato presso la Procura del tribunale di Nocera Inferiore, impegnata in inchieste relative ad illeciti che si consumano nelle PA. E anche nel mondo sanitario. La professionista è la protagonista della puntata di ‘Cronache Salute’, andata in onda ieri sui canali social del quotidiano, con la quale abbiamo tracciato un bilancio di un mondo in chiaro-scuro. Una sanità “a giudizio”, quindi. Quali sono gli illeciti maggiormente alla sua attenzione? «Sicuramente le condotte più riscontrabili sono quelle di abuso d’ufficio, peculato, falso; esistono anche altri reati che chiamiamo reti ‘satellite’, ovvero spia per quelle condotte radicate nell’ambito sanitario. La condotta più riscontrata è scuramente quella di tipo induttiva: la tutela della salute è un campo delicato e non sempre si percepisce l’anti giuridicità. Pur di salvare il parente, l’amico, il familiare, si si prestano a richieste o atteggiamenti senza comprendere il disvalore o accettandolo pur di avere il riscontro positivo. La corruzione in sanità non è più un argomento tabù: i cittadini sono sempre più sensibilizzati (e sensibili) al tema, le leggi aiutano, l’Anac vigila. Tutto questo è bastato e basta per diminuire i casi di corruzione? E’ vero, il cittadino è più sensibile perchè il legislatore a monte è più sensibile. Il percorso è ancora da farsi ma il cittadino ha più tutele, si sente più sicuro rispetto alle denunce». Le denunce arrivano? «Sì, arrivano e anche firmate. In ambito sanitario arrivano dall’interno e riguardano le nomine, concorsi, incarichi, primari concorsi. La moneta di scambio più preziosa è il posto di lavoro. Seguono le assegnazioni di prestazioni professionali, specialmente sotto forma di consulenze. Entriamo nell’ambito del profitto e vantaggio. C’è il vantaggio di tipo sessuale, lo scavalcamento della fila d’attesa: merce di scambio. Mi è capitato di seguire questi casi. Molto spesso le indagini dei carabinieri, specie quelli del Nas che abbiamo imparato a conoscere, quella della Procura riescono a far emergere e bloccare reati perpetrati da operatori sanitari. La macchina giudiziaria procede ma le Asl lasciano al proprio posto quella persona oggetto di indagine. Il cittadino si sente demoralizzato. Cosa si sente di dire? «Quando si parla di magistratura, forze dell’ordine etc significa che il reato già si è consumato. Devo anche dire che vi è una difficoltà oggettiva: noi abbiamo sul territorio cinque ospedali e la relativa organizzazione è complessa. Difficile coprire l’intero territorio sia per i controlli a monte che e a valle. Non dimentichiamo che esistono commissioni ad hoc, esiste per i Medici anche l’Ordine professionale. Spesso nonostante indagini, si resta sempre allo stesso posto. Non cambia nulla. La magistratura segue il suo percorso, l’Asl la commissione interna: il tempo passa ma sembra non cambiare nulla e il cittadino si dente demoralizzato. La magistratura può avviare anche una inchiesta e su un certo grado di gravita indiziaria effettuare una richiesta di misura limitativa ma è anche vero che, attraverso l’articolo di giornale, il cittadino magari percepisce la notizia già come forma di colpevolezza del soggetto. La nostra Costituzione prevede che un soggetto in misura cautelare, per quanto un quadro di gravità importante, non è colpevole. E’ necessaria una condanna definitiva. Rimuovere un soggetto a condanna definitiva, il percorso giusto; una eventuale spostamento precedente non appare corretto. La Severino esclude per i politici la incandidabilità per il politico, forse il legislatore potrebbe introdurre un automatismo, un principio in più che a discrezione potrebbe evitare (a condanna definitiva) il ricoprire un ruolo dirigenziale. Con tutto quanto ne consegue». Negli anni recenti, la Corte dei Conti ha rilevato che in sanità “si intrecciano con sorprendente facilità veri e propri episodi di malaffare con aspetti di cattiva gestione, talvolta favoriti dalla carenza dei sistemi di controllo”. Condivide? «Sì, l’ambito sanitario resta uno dei più complicati. Credo che oggi in un periodo ancora non post covid il percorso è ancora più esposto a infiltrazioni pericolose. Il cittadino ha una arma importante per combattere i reati in sanità, la denuncia. Se il cittadino inizia a fidarsi, le risposte arrivano. Una attività di indagine seria può farsi solo se qualcuno ci racconta i fatti circostanziati».

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Rosario Pantalena: “Abbiamo dovuto vietare gli incontri con le famiglie per tutelare i nostri ospiti”

di Monica De Santis

Rosario Pantalena è uno dei due direttori della Rsa Valle D’Argento di Giffoni Valle Piana. La struttura, che oggi conta 31 ospiti, ha ricevuto nella giornata di ieri una torta in dono da parte della maestra Vincenza De Donato, nota per essere la maestra che insegna la gentilezza ai suoi allievi. Un gesto, questo, che è stato molto apprezzato dagli anziani ospiti, come racconta il direttore della struttura… “I nostri ospiti sono per la maggior parte anziani con problemi di mobilità oppure soffrono di demenza o altre patologie, hanno tutti una famiglia, ma come comprensibile vengono da un anno non facile. Per salvaguardare la loro salute abbiamo dovuto sospendere le visite. Solo da un mese abbiamo allestito una stanza con un vetro e diamo il permesso ai familiari di poterli venire a trovare, ma ovviamente si possono parlare solo attraverso un vetro. Per questo il ricevere oggi (ieri per chi legge, n.d.r.) questa torta è stato per loro un po’ come una di quelle feste che prima organizzavamo”. Come avete affrontato l’emergenza pandemica? “Come ho detto, dal primo momento abbiamo chiesto ai familiari di non venir più a trovare i loro cari. Abbiamo limitato le uscire e gli ingressi anche di tutto il personale per evitare possibili contagi. Non è stato sempre facile, soprattutto all’inizio, ma non siamo mai stati soli, abbiamo avuto l’aiuto dell’Asl, dei Nas e anche dell’amministrazione comunale”. Avete mai registrato casi di covid all’interno della vostra struttura? “Solo una volta. Anche se in realtà la persona risultata positiva non era ancora una nostra paziente. Mi spiego, dall’ospedale avevano disposto il trasferimento di un’anziana presso la nostra struttura. Questa signora era stata sottoposta a tampone due giorni prima, ed era risultata negativa. Quando è arrivata da noi, prima di farla accedere alla struttura l’abbiamo sottoposta nuovamente a tampone e temporaneamente in attesa di risultato, fatta alloggiare presso una stanza isolata. Il giorno dopo il suo tampone è risultato positivo e ovviamente abbiamo provveduto al suo traferimento e alla sanificazione della stanza”. Quindi avete effettuato tamponi a tutti gli ospiti nuovi che arrivavano nella struttura? “Non solo a loro, anche a chi era già ospite e a tutto il personale. Prima facevamo tamponi ogni 10 giorni, adesso ogn 15 giorni”. Gli ospiti sono stati vaccinati? “Certamente, tutti sono stati vaccinati così come anche il nostro personale. Nonostante questo continuiamo a tenere un livello di attenzione molto alto. Non possiamo permetterci nessun tipo di errore”. Il momento più difficile? “Le prime settimane, quando mancavano i dispositivi di sicurezza per personale ed ospiti. Quando non si sapeva neanche bene come questo virus si diffondeva”. Come avete sopperito alla mancanza di contatto con i familiari? “Abbiamo cercato di stare vicino ad ognuno di loro il più possibile. Non potendo far accedere nessuno all’interno della struttura abbiamo organizzato per loro delle piccole feste, delle serate di giochi. Insomma abbiamo cercato di fare tutto il possibile per far sentire loro il meno possibile la mancanza dei loro cari. Ma non potevamo fare diversamente e fortunatamente tutte le nostre precauzioni ad oggi ci hanno premiato, hanno premiato i nostri ospiti che fortunatamente non si sono mai ammalati e speriamo che continui sempre così”.

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Il Presidente dell’Ordine dei Medici di Salerno Giovanni D’Angelo incassa l’unanimità dell’assemblea 2021 sul bilancio

“Attenzione alla patologia post-Covid19, che non è capita da familiari e amici di chi ne soffre, ma esiste e andrebbe seguita a lungo dopo la negativizzazione del paziente”, lo ha detto il Presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Salerno Giovanni D’Angelo nel suo discorso annuale all’assemblea dei medici e odontoiatri iscritti all’Ordine, che si è tenuta questa mattina al Saint Joseph Resort di Salerno. Nel suo excursus di oltre un anno di impegno dell’Ordine sia nei confronti dei medici, sia nei confronti dei cittadini sull’emergenza pandemia – dalle 43mila mascherine regalate, agli incontri web – il Presidente D’Angelo ha parlato di un cambiamento epocale in atto nella medicina, solo accelerato dall’arrivo del Covid: risorse economiche destinate alle strutture, organizzazione degli ospedali e della medicina del territorio, inserimento dei giovani, telemedicina, sono solo alcuni degli elementi che cambieranno l’approccio al lavoro dei medici di tutto il mondo. “L’obiettivo finale – ha detto – è rendere la medicina unica, un’idea che abbracci tutte le specializzazioni, all’unico scopo di dare la salute al cittadino”. Unanimità per l’approvazione deI Bilancio consuntivo 2020 e di quello preventivo 2021. L’Assemblea Ordinaria Annuale degli iscritti all’Ordine era indetta ai sensi degli articoli 23 e 24 del D.P.R. 5 aprile 1950 n. 221, vista la legge n. 409 del 24 luglio 1985. Sono state adottate tutte le misure di distanziamento interpersonale, nonché le modalità previste dalla normativa vigente nazionale e regionale. Gli iscritti non erano accompagnati da familiari, fatto salvo che non fossero affetti da patologie che richiedevano assistenza. Tutti erano muniti di mascherine e hanno ottemperato alle disposizioni di sanificazione e controllo della temperatura. Hanno presieduto l’Assemblea, con il Presidente D’Angelo, il Segretario Giovanni Ricco, il Tesoriere Elio Giusto, il Presidente degli Odontoiatri Gaetano Ciancio, e il presidente dei Revisori dei conti, il commercialista Matteo Cuomo.

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Gestione personale, “cambio di passo”

“Necessario un cambio di passo nella gestione del personale per una migliore qualità dei servizi assistenziali” è il messaggio che la Fp Cgil Salerno, insieme alla Rsu dell’azienda ospedaliera universitaria “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno ha lanciato per chiedere il rafforzamento del sistema sanitario pubblico che, a seguito della pandemia da Covid-19, ha bisogno oggi come non mai di strutture adeguate e, allo stesso tempo, può essere assicurato soltanto attraverso l’incremento di tutto il personale in servizio. Centinaia sono stati gli operatori sanitari che dopo essere stati reclutati a tempo determinato da parte dell’Azienda Ruggi, inizialmente con un contratto con un vincolo di “non rinnovabilità”, hanno deciso di abbandonare i reparti per accettare proposte in altre Aziende del territorio italiano che dessero loro maggiore stabilità e prospettive. Per fare un esempio, nell’ultimo scorrimento delle manifestazioni di interesse per infermieri e oss, 1/3 dei presenti ha declinato l’offerta di lavoro considerando appetibili le possibilità offerte da altre Aziende sanitarie. Inoltre, l’Azienda non ha ritenuto attuabile la possibilità di stabilizzare il personale a tempo determinato reclutato per l’emergenza Covid, che intanto è risultato vincitore di concorso a tempo indeterminato in altra Azienda. Una scelta scellerata che ha privato e continuerà a privare il territorio di professionisti che hanno maturato in quest’anno grande esperienza in corsia, nei laboratori, nelle diverse strutture, dovendo ricorrere dunque ad un continuo turn over del personale, sempre a tempo determinato, a scapito della qualità delle prestazioni offerte all’utenza. “Cosa chiediamo? La proroga di tutti i contratti dei lavoratori a tempo determinato e co.co.co. a 36 mesi; l’accelerazione delle procedure di stabilizzazione del personale precario per le tipologie contrattuali individuate dalla Legge Madia e dall’accorso sottoscritto in Regione Campania il 12/07/2018 con le organizzazioni sindacali per il superamento del precariato in sanità, per tutti coloro che hanno raggiunto i requisiti dei tre anni di servizio entro il 31/12/2020 e per coloro che li matureranno al 31/12/2021; la stabilizzazione del personale a tempo determinato, assunto durante l’emergenza Covid-19, risultato vincitore di concorso a tempo indeterminato in altre Aziende Sanitarie del territorio italiano, al fine di non disperdere le professionalità già in servizio in Azienda; bisogna procedere all’adeguamento delle piante organiche dei nostri ospedali e delle aziende sanitarie che pagano lo scotto di anni di blocco del turn over. Una condizione penalizzante, questa, ulteriormente accentuata dalla pandemia da Covid che ha evidenziato ancora di più le carenze del sistema sanitario”, hanno dichiarato dal sindacato. A partire da marzo 2020 ad oggi ci sono stati circa 150 pensionamenti, di cui 50 per quota 100, che hanno riguardato 60 infermieri, 30 dirigenti medici, 20 oss, 15 operatori tecnici specializzati, figure amministrative, tecnici di laboratorio, di radiologia, biologi, ostetriche, fisioterapisti, autisti etc. In corso ci sono ancora altre decine di domande di pensione da deliberare, considerata la prossima scadenza di quota 100 entro il prossimo 31/12; sono stati stabilizzati nell’ultimo anno 72 operatori, 43 infermieri, 28 oss e 1 tslb, in possesso dei requisiti previsti entro il 31/12/2020 dall’art.20 del Decreto Madia; sono circa 500 i lavoratori a tempo determinato e co.co.co. che hanno ricevuto la proroga di contratto al 31/12/2021: 250 infermieri, 180 oss, 22 tlsb, 22 collaboratori medici, e altri 29 tra medici, biologi, ostetriche, operatori tecnici, farmacisti e tecnici di radiologia con contratti Cococo Almeno un centinaio ha deciso in questi ultimi mesi di andare via per accettare le proposte di altre Aziende sanitarie; circa 20 dirigenti medici hanno fatto richiesta di mantenimento in servizio fino al compimento dei 70 anni di età.

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Parla uno dei pazienti: “Impossibile mangiare cibo del Ruggi”

di Erika Noschese

Ancora polemiche sulle condizioni della mensa presso l’azienda ospedaliera universitaria Ruggi d’Aragona. A denunciarlo Massimo che recentemente è stato costretto ad un ricovero presso il plesso ospedaliero, a causa di un intervento d’urgenza. “Durante la mia permanenza in ospedale, era impossibile mangiare, tanto a pranzo quanto a cena – ha denunciato l’uomo – Il cibo era freddo, mal cucinato e con un odore nauseabondo”. Molti degenti si sono “ribellati” e avrebbero chiesto di poter avere pranzo e cena cucinati in maniera differente: “Era impossibile mangiare quella roba che non si può in alcun modo definire cibo, l’orzo aveva un retrogusto di pesce mentre la pastina sembrava colla”, ha poi aggiunto l’uomo che, nel corso del ricovero, ha più volte chiesto agli addetti di prendere provvedimenti immediati. Solo pochi giorni fa, la Fp Cgil Salerno ha chiesto l’intervento del direttore generale, amministrativo, sanitario medico di presidio del Ruggi d’Aragona proprio per porre rimedio ai disservizi presso l’azienda ospedaliera universitaria Ruggi d’Aragona circa la consegna dei pasti. Stando a quanto emerso in quell’occasione, infatti, il trasporto dei pasti sarebbe inadeguato, in distribuzione ai pazienti ricoverati presso le diverse strutture del presidio Ruggi d’Aragona. “I pasti, appositamente sigillati in recipienti di plastica, giungono in reparto alla rinfusa, all’interno di contenitori che non consentono un’adeguata collocazione comportando lo schiacciamento di quanto contenuto”, aveva dichiarato Antonio Capezzuto, chiarendo che il vitto risulta molto spesso “freddo”, non essendo previsto l’utilizzo dei “carrelli porta vassoi” dotati di piastra termoriscaldata, che prevedono già la suddivisione dei pasti con relativa dieta per singolo paziente. Di fatti, non verrebbe di fatti rispettata la corretta temperatura dei pasti, tenuto conto che i piatti da servire freddi non devono superare i 10° C, mentre quelli da servire caldi devono arrivare almeno a 65° C, considerata la sostanziale differenza tra piatti pronti (che non necessitano di alcuna preparazione come mousse di frutta, pane, biscotti), piatti freddi (formaggi, prosciutto, insalate di verdure serviti crudi), e piatti cotti e serviti caldi (pasta, carne, pesce, uova etc.). Inoltre, i pasti continuano a giungere nei reparti in orari variabili e spesso non adeguati, verso le 16.40, ad esempio, alterando non solo la tempistica tra un pasto e l’altro, ma anche le normali funzioni organizzative interne alle strutture in capo al personale oss. Parole, queste, confermate proprio di recente, per l’ennesima volta, da alcuni pazienti ricoverati presso l’azienda ospedaliera che chiedono ai vertici del Ruggi di trovare una soluzione immediata per porre rimedio.

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Parla uno dei pazienti: “Impossibile mangiare cibo del Ruggi”

di Erika Noschese

Ancora polemiche sulle condizioni della mensa presso l’azienda ospedaliera universitaria Ruggi d’Aragona. A denunciarlo Massimo che recentemente è stato costretto ad un ricovero presso il plesso ospedaliero, a causa di un intervento d’urgenza. “Durante la mia permanenza in ospedale, era impossibile mangiare, tanto a pranzo quanto a cena – ha denunciato l’uomo – Il cibo era freddo, mal cucinato e con un odore nauseabondo”. Molti degenti si sono “ribellati” e avrebbero chiesto di poter avere pranzo e cena cucinati in maniera differente: “Era impossibile mangiare quella roba che non si può in alcun modo definire cibo, l’orzo aveva un retrogusto di pesce mentre la pastina sembrava colla”, ha poi aggiunto l’uomo che, nel corso del ricovero, ha più volte chiesto agli addetti di prendere provvedimenti immediati. Solo pochi giorni fa, la Fp Cgil Salerno ha chiesto l’intervento del direttore generale, amministrativo, sanitario medico di presidio del Ruggi d’Aragona proprio per porre rimedio ai disservizi presso l’azienda ospedaliera universitaria Ruggi d’Aragona circa la consegna dei pasti. Stando a quanto emerso in quell’occasione, infatti, il trasporto dei pasti sarebbe inadeguato, in distribuzione ai pazienti ricoverati presso le diverse strutture del presidio Ruggi d’Aragona. “I pasti, appositamente sigillati in recipienti di plastica, giungono in reparto alla rinfusa, all’interno di contenitori che non consentono un’adeguata collocazione comportando lo schiacciamento di quanto contenuto”, aveva dichiarato Antonio Capezzuto, chiarendo che il vitto risulta molto spesso “freddo”, non essendo previsto l’utilizzo dei “carrelli porta vassoi” dotati di piastra termoriscaldata, che prevedono già la suddivisione dei pasti con relativa dieta per singolo paziente. Di fatti, non verrebbe di fatti rispettata la corretta temperatura dei pasti, tenuto conto che i piatti da servire freddi non devono superare i 10° C, mentre quelli da servire caldi devono arrivare almeno a 65° C, considerata la sostanziale differenza tra piatti pronti (che non necessitano di alcuna preparazione come mousse di frutta, pane, biscotti), piatti freddi (formaggi, prosciutto, insalate di verdure serviti crudi), e piatti cotti e serviti caldi (pasta, carne, pesce, uova etc.). Inoltre, i pasti continuano a giungere nei reparti in orari variabili e spesso non adeguati, verso le 16.40, ad esempio, alterando non solo la tempistica tra un pasto e l’altro, ma anche le normali funzioni organizzative interne alle strutture in capo al personale oss. Parole, queste, confermate proprio di recente, per l’ennesima volta, da alcuni pazienti ricoverati presso l’azienda ospedaliera che chiedono ai vertici del Ruggi di trovare una soluzione immediata per porre rimedio.

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Oggi l’approvazione del bilancio dell’ordine dei medici di Salerno

di Monica De Santis

“Domani mattina terremo l’assemblea annuale per l’approvazione del bilancio dell’ordine dei medici di Salerno”. Ad annunciarlo il presidente Giovanni D’Angelo che spiega che… “Quest’anno abbiamo dovuto organizzare quest’assemblea per la fine di aprile perchè non siamo riusciti ad ottenere un ulteriore invio come lo scorso anno, quando l’assemblea per il bilancio è stata rinviata al mese di dicembre. Dunque domani faremo la presentazione del bilancio definitivo del 2020 e preventivo del 2021. Sarà una giornata particolare, perché rappresenta l’inizio del nuovo quadriennio, che si concluderà nel 2024. È l’approvazione di bilancio particolare – spiega ancora il presidente GiovanniD’Angelo – che avrà delle sottolineature diverse anche, in ambito economico. Perchè in quest’ultimo anno, a causa della pandemia, abbiamo risparmiato in termini economici, non potendo organizzare manifestazioni formative in presenza, dunque non abbiamo avuto spese di fitto di locali e catering. E questo risparmio ci consente ora di avere più liquidità che possiamo ovviamente utilizzare in un futuro prossimo per iniziative di importante interesse”. L’assemblea per l’approvazione del bilancio, si terrà presso il Saint Joseph Resort di via Salvatore Allende 66. “Come ho detto è un appuntamento importante per la continuità amministrativa e gestionale dell’Ordine – ricorda Giovanni D’Angelo – La presenza dei colleghi è opportuna e gradita perché l’Assemblea diventi anche un momento significativo di comunione e condivisione della politica sanitaria del nostro Ente, organo sussidiario del Ministero della Salute”. La premiazione dei medici e odontoiatri con 40, 50 e 60 anni di laurea, che tradizionalmente si svolge nel giorno dell’assemblea annuale, per ragioni di sicurezza sanitaria, è prevista invece nel mese di settembre, emergenza sanitaria permettendo. L’Assemblea Ordinaria Annuale degli iscritti all’Ordine è indetta ai sensi degli articoli 23 e 24 del D.P.R. 5 aprile 1950 n. 221, vista la legge n. 409 del 24 luglio 1985, con il seguente Ordine del giorno: relazione del Consigliere Tesoriere; relazione del Presidente dei Revisori dei Conti; approvazione del Conto Consuntivo 2020; approvazione del Bilancio di Previsione 2021; relazione del Presidente. Verranno adottate le misure di distanziamento interpersonale, nonché le modalità previste dalla normativa vigente nazionale e regionale. Gli iscritti non potranno essere accompagnati da familiari, fatto salvo che non siano affetti da patologie che richiedano assistenza. Tutti dovranno essere muniti di mascherine e ottemperare alle disposizioni di sanificazione e controllo della temperatura. Se ci si troverà in zona rossa sarà obbligatorio munirsi di autocertificazione per gli spostamenti. È richiesta la conferma di partecipazione da inviare all’indirizzo email protocollo@ordinemedicisalerno.it, per favorire l’accoglienza e l’adozione delle misure preventive di contenimento da contagio da COVID19, secondo le disposizioni vigenti. I documenti afferenti il bilancio sono visionabili dal sito dell’Ordine: https://www.ordinemedicisalerno.it

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Card avvenuta vaccinazione: caos al Ruggi per il ritiro

di Erika Noschese

Caos e disagi ieri mattina presso l’azienda ospedaliera universitaria Ruggi d’Aragona per il ritiro della tessera di avvenuta vaccinazione anti covid. Stando a quanto denunciato da alcuni cittadini salernitani in fila, infatti, erano centinaio le persone in fila, in attesa del ritiro della Card voluta fortemente dalla Regione Campania e dal governatore Vincenzo De Luca. “Un centinaio di persone in fila per un’ora, tra over 80 e delegati, in un lungo serpentone, senza alcun controllo di temperatura, nomi, distanze, all’interno della struttura, tra personale di passaggio in tutona covid, a ridosso del reparto di malattie infettive – hanno dichiarato esasperati alcuni cittadini – Ma tanto, a Salerno il virus sta solo a lungomare Trieste”.

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IeS Studio, un’occasione per i giovani e per il Sud Italia

IeS studio finanza agevolata e Architettura, è una studio costituito da due giovani professioniste, l’Architetto Giulia Izzo e il Dott. Commercialista Antonietta Salvato. Lo studio ha sede ad Eboli in provincia di Salerno, in centro, in via Giacomo Matteotti n°6 e in via SS19 n°12. Il loro forte entusiasmo nella rinascita del territorio risulta estremamente coinvolgente, la fusione tra due mondi paralleli, tra due competenze diverse, sembra sia la chiave per sbloccare il sistema in panne. Ci accomodiamo nella sede dello studio in centro, ci accolgono l’Architetto e la Commercialista, alle quali poniamo alcune domande.
Cos’è IeS Studio?
“IeS Studio – Finanziare per Costruire è uno studio di consulenza specializzato in Finanza Agevolata e Architettura e Design fondato da Giulia Izzo e Antonietta Salvato, da cui prende il nome. Si rivolge ai privati e alle imprese con l’obiettivo di aiutarli a dare forma ai loro progetti: dalla progettazione di una casa, alla progettazione di un’attività commerciale. Ci occupiamo di ottenere contributi a fondo perduto, finanziamenti a tasso zero e crediti d’imposta, nonché le necessarie pratiche edilizie”.
Come nasce?
“IeS Studio nasce da un’esigenza: aiutare concretamente i giovani ad investire nel Sud. Molti di loro non avendo i mezzi per aprire attività con le loro economie, chiedono finanziamenti agevolati, in particolare RESTO AL SUD, commettendo, però, alcuni errori di percorso che potrebbero mettere a rischio tutto il progetto. Ė qui, infatti, che subentriamo noi: accogliamo l’idea senza snaturarla, ma gli diamo una rotta, ragionando sin dall’inizio sulla fattibilità, realizzando un business plan dettagliato e cercando di ridurre al massimo il rischio d’impresa”.
Chi si rivolge a voi?
Abbiamo un ampio ventaglio di Committenze: da un lato ci rivolgiamo ad aspiranti imprenditori e/o imprese già attive ottenendo contributi a fondo perduto e finanziamenti a tasso zero elargiti da Invitalia Spa, dall’altro ci siamo ritrovate nell’affascinante opportunità dettata dal decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 luglio 2020, n. 77 riguardante il Superbonus 110%. Ed ecco che il ventaglio di Committenze, rivolto prima a Giovani imprenditori, ha spostato lo sguardo su tutte le età, in quanto i beneficiari del Superbonus 110% sono condomini, villette e unifamiliari, con l’opportunità di rendere una casa ecosostenibile, a bassa emissione e ad alto efficientamento energetico, aumentando la qualità della vita e del pianeta dove si vive”.
IeS Studio un volano per il Sud?
“Noi crediamo che il Sud sia una risorsa per l’Italia intera. Io e la Dott.ssa Antonietta Salvato vediamo la nostra terra, come un luogo dalla bellezza disarmante e dall’ alto potenziale. Così ci siamo unite, io come Architetto avrei contribuisco a costruire le idee di chi decide di rimanere o di ritornare e la Dott.ssa Salvato come Commercialista aiuta a ottenere i mezzi finanziari per realizzare i sogni dei visionari. Abbiamo fondato Ies – Studio Finanza Agevolata e Architettura e investiamo nel futuro del Sud, contribuendo ad un cambiamento territoriale che vede molti, come noi, impegnati in un’idea comune di evoluzione.
Inoltre, la pandemia ci ha insegnato a modificare radicalmente la prospettiva e ci ha fatto porre attenzione sul concetto d’appartenenza, sul bisogno di casa. Abbiamo assistito a questo cambiamento, ancora in atto, ce ne siamo rese conto, professionalmente e personalmente. Io sono un Architetto con forte stampo umanistico, sono convinta che gli spazi di casa, del lavoro, della scuola, sono fortemente violentati, hanno bisogno di un’anima dei luoghi. I movimenti, all’interno dello spazio, devono essere pensati e gestiti in armonia con la vocazione del luogo, devono tendere all’autonomia dell’individuo che sia un bambino, un adulto o un anziano. È necessario vivere un luogo chiuso in maniera armonica, ricordando l’importanza della luce, degli arredi, delle distribuzioni interne. Abbiamo dimenticato che le scuole non sono luoghi statici, non può evolversi la didattica e rimanere stazionario lo spazio dell’ambiente in cui la didattica esiste. Bisogna demolire le aule delle classi eccessivamente ristrette e circoscritte, i corridoi delle case senza luce, gli ambienti lavorativi monotoni e opprimenti, per creare luoghi in grado di nutrire, e in particolare parlo della scuola perché è dalle generazioni future che si rinasce”.

 

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Esposto contro infermiere. “Dopo 7 ore mi avvertono della morte di mio padre”

di Erika Noschese

Ricoverato ad Avellino per un intervento di pacemaker, dopo le dimissioni viene colto da infarto e ricoverato al Ruggi: le sue condizioni di salute si aggravano, fino alla morte ma alla famiglia viene comunicato del decesso solo sette ore dopo. Ennesima storia di malasanità o forse negligenza da parte degli operatori in servizio, denunciata dalla famiglia Alfinito. L’uomo, di 90 circa, subisce un intervento di pacemaker ad Avellino; ad un giorno dalle dimissioni l’uomo viene colto da infarto. Era il 2 aprile. Immediata la corsa verso l’ospedale Ruggi d’Aragona. A causa delle norme anti covid, la famiglia non ha la possibilità di recarsi in ospedale né di avere contatti diretti con l’uomo. “Una volta al giorno, per due minuti esatti, potevamo parlare con il medico che ci aggiornava sullo stato di salute di mio padre”, ha raccontato la figlia, Monica. Tutto sembrava procedere per il meglio, così pensava la famiglia ma le condizioni dell’uomo si sono aggravate, fino a portarlo alla morte. “Abbiamo dovuto fare i conti con le conseguenze disumane del Covid, anche chi non è positivo non può avere contatti con i familiari e a mio padre è stato impossibile vedere noi, abbiamo avuto la possibilità di ricevere una telefonata durante la quale ci venivano comunicate le sue condizioni di salute – ha aggiunto la figlia – Chiaramente, le sue condizioni di salute sono precipitate all’improvviso, quando la situazione era irreversibile però nessuno ci ha avvertito, non hanno avuto l’umanità di dirci di riportarlo a casa e assisterlo nelle ultime ore della sua vita”. L’uomo è infatti morto alle 4.30 ma la famiglia lo ha saputo solo alle 10.45. Giunta in ospedale, alla famiglia nessun accenno di scuse: dal Ruggi hanno solo detto che avrebbero presentato un esposto contro l’infermiere di turno in quel lasso di tempo. “Nessuno ci ha chiamato, non abbiamo ricevuto neanche le scuse. Vorrei sapere: in quelle sei ore mio padre dove è stato? Noi solo alle 14 ci è stato possibile vegliare nostro padre senza contare che – proprio a causa della pandemia – non è stato possibile assistere mio padre, riceve una sua telefonata o un video, non sappiamo se mio padre si è sentito abbandonato, non sappiamo nulla”. Dal Ruggi hanno comunicato solo che l’uomo, per la maggior parte del tempo, era sotto sedativi perché agitato. “Mio padre non era positivo al covid, non lo siamo noi e abbiamo chiesto di poterlo vedere almeno attraverso un vetro ma non ci è stato concesso, è come se mio padre fosse andato via il due aprile, da quel giorno non lo abbiamo più visto”, ha raccontato ancora Monica. “Racconto questa storia per chi è ancora ricoverato, per le loro famiglie affinché nessuno subisca più questo trattamento, nessuno mi restituirà mio padre e nessuno mi toglierà il dolore ma non si agisce così nei confronti di un essere umano”, ha detto ancora la figlia.

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L’appello di Valiante: “Vaccinare subito le persone fragili”

Continua la campagna vaccinazione presso l’hub istituita all’interno della palestra dell’I.C. Picentia, a Pontecagnano Faiano. Dopo ben 1.800 inoculazioni effettuate nel corso di due week end consecutivi, il polo ospiterà ulteriori 600 cittadini aventi diritto. Oggi si procederà con i soggetti fragili (in numero di 200), debitamente convocati dall’Asl, nelle ore comprese fra le ore 15:00 e le ore 18:00. Domani e giovedì 22, ugualmente dalle ore 15:00 alle ore 18:00, si procederà ai richiami (per un totale di 400), parimenti solo e soltanto previa chiamata da parte degli organi di competenza. “Un vero orgoglio per la nostra città portare avanti una campagna vaccinale spedita e debitamente organizzata. Il lavoro è duro, richiede competenza ma anche umanità e vicinanza ai cittadini, ma ci porterà nella direzione di garantire il vaccino ad un numero sempre crescente di persone. L’auspicio è di portare a termine nel più breve tempo possibile, e con il consueto senso di responsabilità, questa fase che chiude un cerchio doloroso, ma che abbiamo saputo fronteggiare con coraggio, ciascuno nel rispetto dei propri ruoli”, il vice sindaco, con delega alla Salute, Michele Roberto Di Muro. “Non posso che esprimere piena soddisfazione per un’attività che sta diventando sempre più celere e fattiva. Grazie al contributo delle Asl, del personale medico e paramedico, dei volontari e delle Forze dell’Ordine, nonché degli stessi cittadini, a metà settimana avremo raggiunto la cifra di quasi 2.500 vaccini. Ovviamente questo è solo un punto di partenza: gradualmente conseguiremo numeri più alti, estendendo le inoculazioni ad ulteriori categorie. Rinnovo il mio appello alla collaborazione ed al rispetto delle regole. Uniti, supereremo anche questa prova”, ha concluso il Sindaco Giuseppe Lanzara. A Baronissi, invece, il sindaco Gianfranco Valiante chiede di procedere in tempi rapidi con le vaccinazioni delle persone appartenenti alle fasce deboli. Ieri mattina c’è stato un incontro fra la dirigenza del distretto sanitario 67 dell’Asl e medici di famiglia per organizzare la partenza del servizio di vaccinazione anticovid delle persone fragili. La vaccinazione delle persone affette da gravi patologie, “cosiddette fragili”, ha avuto da tempo inizio ovunque tranne che nei comuni di competenza del distretto sanitario n. 67 di Mercato San Severino. “Nessun vaccino finora per le persone più esposte e più a grave rischio, nonostante le avvenute forniture del siero e nonostante la categoria sia stata inserita dal Governo Italiano nelle priorità assolute – ha dichiarato il sindaco Valiante – E’ purtroppo un triste primato. Speriamo vivamente che oggi si decida finalmente di partire. E gli ospiti della casa di riposo San Francesco di Baronissi sono anch’essi in spasmodica attesa dei vaccini”.

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Una vita in missione: addio al dottor Piergiorgio Turco

di Erika Noschese

Salerno piange la scomparsa del “medico missionario”. Si è spento all’età di 90 anni Pier Giorgio Turco, noto oculista salernitano che per quasi 20 anni ha curato, in Africa, i bambini affetti da gravi patologie agli occhi. A ricordare il medico dal cuore d’oro il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli: “Addio a Piergiorgio Turco, oculista dal cuore d’oro. Rendiamo onore ad un concittadino illustre che ha onorato la sua amata Salerno con una lunga vita dedicata all’aiuto di chi soffre”, ha detto il primo cittadino ricordando che Turco è stato luminare insigne dell’Oculistica curando migliaia di malati e formando generazioni di medici con la sua dedizione e la sua scienza. “È stato inoltre protagonista di centinaia di progetti e missioni umanitarie nei paesi del terzo mondo garantendo cure anche ai più poveri e disagiati – ha detto ancora Napoli – Ai familiari ed amici giungano il cordoglio e la gratitudine della Civica Amministrazione e della Cittadinanza tutta”. A ricordare Piergiorgio Turco anche il giornalista Gabriele Bojano: “Se n’è andato il medico oculista che aveva reso la sua professione una straordinaria missione a favore dei più deboli. Fin quando le forze lo hanno assistito, Piergiorgio andava in Mozambico e Nigeria ad operare i bambini che senza di lui avrebbero perso la vista – ha scritto sui suoi canali social – Poi tornava a Salerno e attraverso il Rotary Club, di cui era un socio tra i più attivi, drenava risorse per poter continuare il suo volontariato medico. Nonostante la non più giovane età, era pieno di progetti e di iniziative a favore di quei bambini che amava come fossero suoi figli. Credo che persone come Piergiorgio Turco, che viveva per gli altri e interagiva con gli altri, siano rarissime”. E proprio il figlio di Piergiorgio, Vito, ha raccolto il testimone lavorando come oculista presso l’azienda ospedaliera universitaria Ruggi d’Aragona

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Disservizi al centro vaccinale, attesa inutile per Della Greca

di Erika Noschese

Rientra nella categoria “fragili”, si reca a vuoto due volte presso il centro vaccinale. Anche l’assessore al Bilancio del Comune di Salerno, Luigi Della Greca, è incappato nella rete dei disservizi. Dopo essersi prenotato sulla piattaforma regionale per gli under 70, l’assessore Della Greca è stato convocato lo scorso 28 marzo presso l’istituto Santa Caterina: la dose a disposizione era AstraZeneca, non idonea per i fragili. La seconda convocazione nei giorni scorsi ma anche questa volta è stato costretto a tornare a casa “a mani vuote” in quanto la dose a disposizione della struttura di Matierno era sempre AstraZeneca. Diverse le persone in fila e costrette ad attendere una nuova convocazione ma, ha chiarito Della Greca, “in base ha quanto spiegato, sono stato inserito in lista, senza distinguere la categoria fragili ma io vorrei evitare polemiche, in questo momento l’importante è riuscire a vaccinarsi”. L’assessore ha già ricevuto la sua terza convocazione: questa mattina si recherà infatti a Battipaglia per la somministrazione del vaccino Pfizer. Della Greca ha poi lanciato l’appello ad “avere pazienza, necessario ora è attendere il vaccino ma ci vuole pazienza”. Intanto, proprio giovedì sera l’assessore ha comunicato il disservizio al Comune e all’Asl per evitare nuovi episodi simili.

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L’Asl Salerno recluta infermieri per le postazioni 118

di Rosa Coppola

Svolta nel reclutamento degli infermieri avviata dall’Asl Salerno: i professionisti andranno a rafforzare anche le postazioni emergenziali del Servizio 118. In verità, in parte, seppur minima per adesso, hanno già risposto agli Avvisi dell’Azienda che sembra voler percorrere la strada della “internalizzazione” del personale dedicato alla emergenza. Una teoria confermata ieri sera dal dottor Mimmo Violante, direttore facente funzioni del Servizio 118 della Asl Salerno ospite, tra gli altri, della trasmissione “Le Cronache Salute” realizzata dal nostro quotidiano, incentrata sul Servizio 118, appunto. “Stiamo andando in quella direzione, stiamo assumendo infermieri per avere personale aziendale”, ha spiegato Violante in seno alla discussione sulla esternalizzazione del servizio ambulanze e rispettivo personale. L’Azienda di via Nizza ha già elencato le sedi dove i professionisti sarebbero stati inviati. Si tratta di Maiori, Salerno 1, Salerno 2, Salerno 3, Agropoli, Sant’Arsenio, Baronissi, Bellosguardo, Siano, Giffoni Valle Piana, Battipaglia, Padula, Pagani. A declinare l’argomento, in base alla propria esperienza e competenza, vi erano, collegati: Bruno Zuccarelli (Presidente Ordine dei Medici chirurghi e Odontoiatri di Napoli- Vice segretario nazionale Anaao Assomed); Matteo D’Ambrosio (Consigliere ordine Infermieri di Salerno- Infermiere presso PS Covid Center Mauro Scarlato); e Manuel Ruggiero (medico 118 di Napoli, associazione Nessuno tocchi Ippocrate). Una discussione interessante che ha fotografato il momento in chiaro-scuro che sta vivendo l’importanze Servizio. Zuccarelli, che segue costantemente la “vertenza salute”, ha fatto una lucida diagnosi e prospettato la cura. “Mi auguro non vi sia un disegno per smantellare il 118 a favore di soggetti privati, spiega. Tra indennità da restituire, mezzi non idonei, personale ridotto all’osso, percorsi di stabilizzazione in alto mare, la crisi è più che evidente. Bisogna intervenire in modo strutturale se realmente si vuol dare una sterzata decisa: uomini, mezzi e incentivi economici veri”, chiosa Zuccarelli. “Si avviasse una campagna di comunicazione importante, seria, a favore dei medici dell’emergenza. Stiamo dilapidando un tesoro, fermiamo la grande fuga”. Argomento che conosce bene Manuel Ruggiero, medico del 118 napoletano e fondatore del fortunato gruppo facebook “Nessuno tocchi Ippocrate” attraverso il quale denuncia le aggressioni ai danni dei colleghi presenti sul territorio. “Vi annuncio che ho firmato per sei mesi, tempo determinato”, esordisce e aggiunge: “Dobbiamo dare identità ai medici del 118 che, vi strapperà un sorriso amaro, non sono pubblici ufficiali come invece già lo è un capotreno. Non è possibile che debba esserci una associazione, la mia, per denunciare e dire che non si deve picchiare un medico”, commenta Ruggiero che ama questo lavoro come pochi. Ma le ambulanze e le aggressioni non risparmiano nessuno. “L’emergenza è anche e soprattutto infermieri”, racconta Matteo D’Ambrosio. “Abbiamo competenza e professionalità, diamo assistenza adeguata a chi chiama l’ambulanza. Non siamo medici, siamo infermieri capaci di prestare opera idonea e qualificata”. Lo spettro dello smantellamento aleggia. “Voglio dire qualcosa di buono: grazie al servizio 118 siamo stati capaci di dare risposte, salvando vite. Abbiamo date risposte per tutti, tutti quei servizi territoriali non sempre presenti”, ha chiosato Violante.

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Bando 118 tra polemiche e ricorsi

di Pina Ferro

Bando di gara Asl per l’assegnazione delle postazioni 118 in provincia di Salerno, polemiche e ricorsi. Il termine ultimo per la presentazione delle buste da parte dei partecipanti è fissato per mercoledì prossimo, ma allo stato attuale sono già tre le associazioni che si occupano di emergenza territoriale che hanno prodotto ricorso alle autorità competenti. Il primo dei tre ricorsi dovrebbe essere discusso il prossimo 14 aprile. Al centro della polemica vi sarebbero alcuni dei requisiti che dovrebbero avere le associazioni che intendono partecipare al bando di gara predisposto a suo tempo dalla dirigente Montella, che ora pare sia in pensione. Montella alcuni mesi fa è stata coinvolta nell’inchiesta che ha portato all’arresto di Roberto Squecco. Nel bando di gara si parla di avvalimento ovvero,  un “prestito” di requisiti che viene concesso da un’impresa che li possiede a un’altra che ne è priva e che desiderapartecipare a una gara d’appalto. Particolare questi che consentirebbe la creazione di associazioni temporanee di impresa che partecipano al bando. Con l’Ati i requisiti delle varie associazioni “appartengono” a tutte. E chi non li possiede si avvale di quelli delle altre associazioni che appartengono all’Ati e che dispongono del requisito richiesto. Ma pare che contestualmente il bando di gara dell’Asl per l’emergenza territoriale sottolinei anche che tutte le singole associazioni partecipanti al bando di gara devono possedere i requisiti richiesti dallo stesso bando. Dettaglio questo che di fatto annullerebbe l’avvalimento. Non avrebbe senso, a detto di alcune associazioni mettersi insieme per avere i requisiti necessari se poi ognuna deve possederli di suo. Intorno a tali punti del bando sono sorte numerose polemiche che poi sono sfociate in ben tre ricorsi al Tar. Il tribunale amministrativo nei prossimi giorni sarà chiamato ad esprimersi sul primo dei tre ricorsi. L’intera gara sarà sulla piattaforma della Soresa.

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L’appello lanciato dal capogruppo di Italia Viva: “Imperativo colmare ritardi per scongiurare chiusura hub cam”

di Erika Noschese

“E’ emergenza, reperire i vaccini è la sfida da vincere. Sono poche le dosi disponibili, in Campania quanto nel resto del Paese. Va scongiurata la chiusura dei centri vaccinali della Campania per mancanza di dosi”. Così Tommaso Pellegrino, capogruppo di Italia Viva in Consiglio Regionale. “Una situazione che mette a rischio la tenuta della campagna di immunizzazione. Si fa fatica a mettere a riparo dal Covid gli anziani e i fragili. Appare un puntino minuscolo all’orizzonte l’immunità di gregge. Conseguenza anche della disastrosa gestione Arcuri che ha generato una Babele – ha dichiarato ancora il capogruppo in Regione di IV – Finalmente con la gestione del presidente Draghi e del commissario Figliuolo c’è un indirizzo univoco per l’intero Paese ma la mancanza di vaccini può compromettere l’intero Piano. In Campania, la complessa macchina organizzativa messa in campo dalla Regione funziona e risponde, ma se mancano i vaccini si può fare poco e la macchina si inceppa. Le multinazionali non hanno rispettato i contratti e i termini di consegna. Bene ha fatto il premier Draghi a richiamare le aziende produttrici dei vaccini al rispetto degli impegni presi”. E ancora: “Il nostro Paese deve guarire dal Covid e da quel male endemico e oscuro che mira a risparmiare e favorire gli “amici degli amici”, le corporazioni, le clientele. Anche in piena pandemia il sistema clientelare ha funzionato, sui tamponi prima e sui vaccini dopo. Il problema è la continua impunità per questi soggetti. I responsabili e soprattutto coloro che hanno favorito e consentito questo becero e vergognoso fenomeno di protezioni, in uno Stato di diritto, vanno puniti penalmente e interdetti dai pubblici uffici, così come prevedono le norme. Confido nel cambio di passo che Draghi ha invocato”, ha aggiunto il consigliere regionale lanciando un appello a reperire velocemente i vaccini.

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Vitto inadeguato e pasti freddi disservizi al Ruggi d’Aragona

di Erika Noschese

Disservizi presso l’azienda ospedaliera universitaria Ruggi d’Aragona circa la consegna dei pasti. La denuncia arriva dalla Cgil Fp Salerno che ha chiesto l’intervento del direttore generale, amministrativo, sanitario medico di presidio del Ruggi d’Aragona. Stando a quanto emerge, infatti, il trasporto dei pasti sarebbe inadeguato, in distribuzione ai pazienti ricoverati presso le diverse strutture del presidio Ruggi d’Aragona. “I pasti, appositamente sigillati in recipienti di plastica, giungono in reparto alla rinfusa, all’interno di contenitori che non consentono un’adeguata collocazione comportando lo schiacciamento di quanto contenuto – ha dichiarato il segretario Antonio Capezzuto – Il vitto risulta molto spesso “freddo”, non essendo previsto l’utilizzo dei “carrelli porta vassoi” dotati di piastra termoriscaldata, che prevedono già la suddivisione dei pasti con relativa dieta per singolo paziente”. Di fatti, non verrebbe di fatti rispettata la corretta temperatura dei pasti, tenuto conto che i piatti da servire freddi non devono superare i 10° C, mentre quelli da servire caldi devono arrivare almeno a 65° C, considerata la sostanziale differenza tra piatti pronti (che non necessitano di alcuna preparazione come mousse di frutta, pane, biscotti), piatti freddi (formaggi, prosciutto, insalate di verdure serviti crudi), e piatti cotti e serviti caldi (pasta, carne, pesce, uova etc.). I pasti giungono nei reparti in orari variabili e spesso non adeguati, verso le 16.40, ad esempio, alterando non solo la tempistica tra un pasto e l’altro, ma anche le normali funzioni organizzative interne alle strutture in capo al personale oss. Allo stesso tempo, i degenti lamentano la scarsa qualità di alcuni alimenti e la non sempre corretta conservazione sia del pane che della frutta, entrambi ammassati l’uno all’altro in sacchi di plastica. “Questo, oltre che ad arrecare profondo disagio al personale Oss adibito alla distribuzione e alla somministrazione dei pasti, indica una precaria gestione del servizio di ristorazione con un rischio tutto a carico dei degenti di questa Azienda”, ha dichiarato ancora l’organizzazione sindacale che, considerata la delicatezza della questione, chiede ai vertici dell’azienda ospedaliera universitaria di avviare un immediato accertamento, intervenendo per evitare il ripetersi di quanto opportunamente segnalato. Tra le altre richieste avanzate quella di avviare una verifica circa la corretta gestione delle diete assegnate ai singoli pazienti, e la predisposizione di un questionario da sottoporre agli stessi per valutare il grado di soddisfazione relativo al vitto in distribuzione. Proprio in merito alla consegna dei pasti, numerose sono state le segnalazioni anche da parte dei ricoverati presso il nosocomio locale, sia relativo alla qualità del vitto offerto sia per gli orari non rispettati. Ora, si attende una replica dai vertici dell’azienda ospedaliera.

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Sale a 26 il numero degli infermieri morti per coronavirus

Secondo i dati della Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche (Fnopi), cresce anche il totale dei contagiati: 6.549, ben 1.049 in più rispetto a sabato scorso.

Sono 26 gli infermieri morti per coronavirus in Italia dall’inizio dell’epidemia. I dati, comunicati dalla Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche (Fnopi), dicono anche che il numero totale dei contagiati è salito a 6.549, ben 1.049 in più rispetto a sabato scorso. Ma non solo. Dallo studio di Fnopi emerge che gli infermieri sono la categoria sanitaria che conta il maggior numero di positivi: il 52% di tutti gli operatori.

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Dovremo convivere con il Covid-19. Sì, ma come?

Per ora la domanda non trova risposte. Eppure passata l'emergenza sanitaria, sarà il momento di ricostruire. E il nostro mondo cambierà radicalmente: dalla Sanità all'Istruzione e alla ricerca fino alla automazione della produzione. Senza dimenticare i media e i social. Perché non va dimenticato che la pandemia è cominciata con una infodemia.

Coesistere con il Covid-19. È la fase 2, indicata dal premier Giuseppe Conte. Preludio per la ricostruzione, che sarà la fase 3.

Temo però che al di là dell’indicazione, peraltro ovvia, quasi nessuno sappia come dare forma e sostanza concrete a questa fase 2. In quest’assenza di strategie, consigli e interventi su come uscire realisticamente dall’attuale emergenza, ci sta anche chi, come Matteo Renzi, la dice appena diversa, «convivere con la pandemia». Lui avanguardia dei politici tutti che fanno gara a chi le spara più grosse. Ma anche il rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta, in un’intervista al Sole 24 Ore, esprime auspici, piuttosto che una strategia e contenuti per il post pandemia.

LE PREVISIONI SUI RISCHI DEL WORLD ECONOMIC FORUM

Al momento pochi, peraltro, azzardano previsioni – per quanto dimostrabili solo a posteriori – su come e quando si tornerà alla normalità. Non fosse altro perché nessuno aveva previsto, nemmeno lontanamente, quel che è poi accaduto.

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Uno dei pochi accenni, ma è giusto un paragrafetto di 20 righe, sta sul Global Risk Report 2020 del World Economic Forum. Nel suo annuale rapporto previsionale non viene nemmeno adombrato un rischio di pandemia, ma solo rilevato che i sistemi sanitari sono sott’attacco in tutto il mondo. Perché la spesa corre troppo veloce, l’allungamento della vita mette sotto pressione i sistemi previdenziali e l’inquinamento mina come mai la salute pubblica. «Sono stati fatti progressi dall’esplosione di Ebola nel 2014-16», scrive il Wef, «ma i sistemi sanitari sono in tutto il mondo non preparati per affrontare significative epidemie come Sars, Zika e Mers».

UNO TSUNAMI CHE HA TRAVOLTO IL NOSTRO SISTEMA SANITARIO

Come stiamo vedendo questo timore si è materializzato in tutta la sua reale distruttività, con ospedali al collasso, personale medico e paramedico sprovvisto di attrezzature adeguate, politiche e interventi di contenimento contraddittori e improvvisati. Insomma un disastro annunciato, rispetto al quale però il sistema sanitario italiano, pur nella drammaticità dei giorni di crescita esponenziale del contagio e quindi di massima pressione su strutture e personale, ha dimostrato di essere uno dei più efficienti, o meglio resilienti, al mondo. Detto senza vanaglorie nazionaliste in questa occasione l’Italia sta mostrando il suo volto migliore.

UN’AGENDA PER L’ETÀ DI MEZZO

Ma ora, per quanto da tutti auspicata, la coesistenza con il Covid-19 non ha risposte. Può solo farsi domande. Mettere in fila le questioni più rilevanti, dovendo fare i conti con un mondo Covid, prossimo alla fine, e un mondo post-Covid, tutto da immaginare e costruire. A partire, appunto, dalle emergenze e criticità più forti che hanno investito i settori fondamentali della nostra società. Insomma un’agenda iniziale, come quella che propone Debora Lupton, sociologa della Salute e studiosa di Antropologia medica, mettendo in fila una cospicua serie di domande che devono orientare la ricerca sociale, scientifica e applicata.

I COMPORTAMENTI CHE HANNO MESSO A RISCHIO LA NOSTRA SALUTE

Quali sono le risposte delle autorità pubbliche (dal governo nazionale alle Regioni e ai Comuni) e delle organizzazioni sanitarie alla pandemia e in che modo le persone dei diversi gruppi sociali e località geospaziali stanno rispondendo alla crisi sono le prime due. Se non le più importanti, quelle preliminari all’avvio di riflessioni (operative) serie, anche nella prospettiva di altre e prossime emergenze di questo tipo. Si pensi solo ai conflitti, in certi casi penosi, che si sono aperti fra governo e ministri e presidenti di Regione e sindaci. Così come ai comportamenti di molte persone che hanno ignorato i diktat sanitari o di grandi gruppi organizzati che a dispetto di un lanciato allarme pandemico sono scesi in piazza in Spagna per celebrare l’8 marzo, a New Orleans per festeggiare comunque il carnevale, o sono andati – i tifosi di Atalanta e Valencia– in massa allo stadio per la sfida della Champions. E a quest’ultimo proposito si segnalerà che Bergamo e Valencia sono stati due focolai fra i più letali sia in Italia che in Spagna.

LA VISIONE MERCATISTA DELLA SANITÀ HA FALLITO

Lo stato dei rapporti fra istituzioni politiche e sanitarie, e fra queste e i cittadini, è dunque un tema centrale che andrà affrontato evitando rimpallo di colpe e stilando linee guida e un “codice di comportamenti”. La diffusione del Covid-19 ha infatti rappresentato una sfida senza pari per quattro settori cruciali della società. Per i quali il ritorno alla normalità comporterà cambiamenti radicali. Dei reset di sistema e non semplici aggiustamenti o parziali modifiche. In primis la salute pubblica, che si è scoperta estremamente fragile, non solo dove i sistemi sanitari nazionali sono quasi assenti (Iran e India), ma anche dove l’indubbia efficienza di sistema è fortemente privatizzata (in Lombardia come negli Usa).

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La visione mercatista spinta della sanità degli ultimi 30 anni non ha fatto tornare i conti, ma al contrario ha fatto correre la spesa pubblica con il risultato, sotto gli occhi di tutti, di personale medico e sanitario privo degli strumenti di protezione necessari per affrontare l’emergenza pandemica.

LA SFIDA ONLINE PER ISTRUZIONE E RICERCA

In secondo luogo l’istruzione, che dalla scuola dell’obbligo all’università sta fronteggiando una sfida epocale. Ovunque nel mondo sono state infatti interrotte le attività di insegnamento, hanno chiuso scuole e campus e si è passati a forme di insegnamento online. Realisticamente credo che anche quando ritornerà la normalità educativa e scolastica, una parte importante dell’insegnamento sarà impartito online. Anzi dovrà, perché la modalità virtuale o a distanza consentirà anche di sperimentare possibilità di incontro, confronto e discussione allineate alle nuove forme di relazione digitale.

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Dunque possibili e auspicabili in ambienti che sfrutteranno la realtà aumentata e consentiranno un’esperienza didattica immersiva. Ma in questo ambito, della ricerca anche accademica, si pone il problema della sua circolazione che attualmente è troppo ristretta e lenta nel trasferire conoscenze e scoperte scientifiche. Sia in ambiti multidisciplinari, sia operativi e di promozione di corretta informazione.

VERSO LA FABBRICA 4.0

In terzo luogo il lavoro: tema cruciale e complesso. Qui mi limiterò, anche per non ripetere le solite banalità sullo smart working, a segnalare che fabbrica 4.0 avrà in tempi brevi una potente accelerazione. Perché tutti, non solo gli industriali, stiamo realizzando quanto fabbriche e sistemi produttivi automatizzati potrebbero superare indenni e continuare a funzionare anche in presenza di emergenze pandemiche. Il distanziamento umano in un luogo popolato di robot sarebbe l’ultimo dei problemi.

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NUOVE REGOLE PER MEDIA E SOCIAL

I media, soprattutto i social, e le tecnologie digitali che contribuiscono alla diffusione delle informazioni, sono i campi dove è forse più urgente l’azione di nuova legislazione e regolazione. Visto che l’attuale fondamento normativo risale al decennio 90 del secolo scorso: ovvero preistoria rispetto all’eco-sistema digitale che ormai è quasi configurato. Coesistere con il Covid-19, ovvero ripartire prima possibile, presuppone la consapevolezza che la pandemia ha due alleati mortali: le fake news sanitarie che viaggiano alla velocità del web e le zuffe fra scienziati e politici che vanno abitualmente in onda nei talk tivù come Non è la D’Urso. Non va infatti dimenticato che la pandemia è iniziata come infodemia.

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Vademecum anti-spudorati per il dopo emergenza

Quando l'epidemia sarà passata, lo scontro politico tornerà feroce. E andranno ricordati coloro che hanno sempre sostenuto la Sanità privata a scapito di quella pubblica. Che hanno governato per 20 anni la Lombardia. Che si sono vantati di essere amici di Orban. Non possiamo dare in mano il Paese a chi ha prodotto danni tanto irreversibili.

Passerà, perché passerà anche questa nuttata, e lo scontro politico dopo l’emergenza Covid-19 riprenderà con maggiore ferocia.

Ovviamente tutti hanno diritto di parlare. Alcune forze politiche, ammettendo i propri errori, possono però legittimamente dire con chi non si vuol parlare. Fornisco un piccolo vademecum.

CHI HA SOSTENUTO LA SANITÀ PRIVATA A SCAPITO DI QUELLA PUBBLICA

Non bisogna parlare con i sostenitori della sanità privata da finanziare come se non meglio di quella pubblica. Non bisogna parlare con i detrattori del Sud. Oggi un giornale di destra proponeva un lanciafiamme per un assembramento napoletano (sbagliatissimo), e non per uno contemporaneo genovese.

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Non bisogna parlare con quelli del «Sud palla al piede». Roma ha più ospedali Covid-19 di Milano. Al Cotugno di Napoli non è morto un medico. L’idea del professor Paolo Ascierto sugli antiartritici è stata geniale, il contributo che Ilaria Capua sta dando per pacificare scientificamente il Paese è ascoltabile su tutte le reti tivù. Nel team dell’università di Pittsburgh che sta sperimentando un vaccino c’è anche un ricercatore italiano, Andrea Gambotto, che lavora negli Usa da 25 anni ma che è originario di Bari. Ha studiato nel mio liceo scientifico e non vede l’ora di tornare a visitare i suoi genitori e di andare al San Nicola per tifare «la Bari».

NON DIMENTICHIAMO CHI PER 20 ANNI HA GOVERNATO LA LOMBARDIA

Non bisogna parlare con quelli che la bandiera nazionale volevano usare come carta igienica. Non bisogna parlare con chi da 20 anni governa la Lombardia e ora si lamenta con quel povero disgraziato di Giuseppe Conte che deve mette mano a due decenni di malgoverno. Non bisogna parlare con chi voleva cacciare i migranti per poi scoprire che quest’anno non si faranno raccolti perché i ragazzi della Lega sono con Matteo Salvini in birreria e senza senegalesi nei campi si resta senza frutta e pomodori. Non si parla con chi ha votato in parlamento che una certa disinvolta signorina era la nipote di Mubarak e ora protesta sulla “qualunque” (vero Giorgia Meloni?). Non si parla con gli amici di Viktor Orban. Siamo e restiamo democratici.

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Insomma siamo in una fase in cui i partiti politici devono fare una grande autocritica (la sinistra lo fa da anni e se se lo dimentica ci pensa Pigi Battista a guardare agli errori della sola sinistra). Una stampa libera può ricordare a ciascuno le maggiori contraddizioni. L’obiettivo? Dire agli italiani: «Non date il Paese in mano a chi ha prodotto sul piano culturale, politico e sociale danni tanto irreversibili».

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Via Sgarbi, dentro Capua: ecco la nostra Brigata Garibaldi

L'emergenza Covid-19 sta mostrando una Italia diversa da quella raccontata finora dai talk show. Finirà l'epoca di chi parla a vanvera senza sapere nulla. La nostra Brigata Garibaldi sarà composta da chi ora sta tenendo in piedi il Paese e la nostra Sanità pubblica.

Non sono sicuro che accadrà, ma la speranza è che alle prossime Politiche ci sia una morìa di cretini.

L’Italia sta vedendo un film, di cui è prim’attrice, in cui recitano parti diverse uomini e donne della Sanità, della sicurezza, dell’informazione e di tanti altri campi.

Per fortuna ci siamo tolti dalle palle i costituzionalisti e gli esperti di leggi elettorali, i magistrati e, se non sbaglio, pure il dottor Davigo tace da un bel po’, grazie a Dio.

LA RIVINCITA DEGLI ESPERTI

Invece hanno preso a parlare e a mostrarsi italiane e italiani che sanno e fanno. Non sempre l’azzeccano, ma sono esperti. Hanno studiato. Ci dicono cose che non sappiamo. Forse è finita un’epoca. È finita l’epoca dei cretini, di quelli che con un decina di like su una lista creata da un blog privato diventavano candidati a dirigere addirittura il Paese e ovviamente città e Regioni. Ci siamo misurati in questi anni non solo con analfabeti. Magari. La classe dirigente parlamentare dei primi anni della Repubblica e quella della ripresa era piena di operai e braccianti agricoli, nonché funzionari politici, di poche lettere ma di grande cervello e di conoscenza del Paese reale.

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VEDIAMO UN’ITALIA DIVERSA DA QUELLA RACCONTATA NEI TALK

Forse ora ci libereremo di quelli che parlano a schiovere, i Vittorio Sgarbi si faranno quattro risate al pub con Matteo Salvini. Ci vorrebbe un format televisivo, magari diretto da Massimo Giletti, in cui mettere tutte queste persone, compreso Mario Giordano, Feltri nel senso di Vittorio, Pietro Senaldi e Francesco Borgonovo, per non dimenticare il sudaticcio ultra-cattolico di destra, e Nicola Porro una volta guarito. Un bad format che lasci sfogo a tutti quelli che non sanno e che hanno cattivi pensieri, per esempio il sogno che gli italiani si ammazzino fra di loro. Da buonista incallito, e ne me ne vanto, trovo il mio idolo in quel prete che ha ceduto il suo respiratore a un giovane. Stiamo vedendo un’Italia incredibile, così diversa dai talk televisivi, con un Sud persino più ordinato malgrado l’opinione contraria, e non autorevole, della attempata giornalista pariolina.

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CHE SI FACCIA STRADA LA NOSTRA BRIGATA GARIBALDI

Se queste facce nuove in parte arrivassero in parlamento assieme a professionisti della politica (aridatece i veri professionisti della politica!), il prossimo coronavirus se la vedrà male. Oggi comunque, nella disperazione quotidiana di giornate lunghe, di jettatori che ti dicono che in base all’età e alla patologie il prossimo sarai tu, guardando lo spettacolo di governatori che piangono come vecchi “tragediatori” nel loro ricco Nord regalato alle cliniche private, io spero di vedere un parlamento in cui torni Ilaria Capua, in cui ci sia l’oncologo di Napoli, l’immunologo pugliese, il mio Marco Ranieri e tanti altri che non conosco ma che stanno tenendo in piedi il Paese. È la nostra Brigata Garibaldi.

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La sanità privata pagata da noi: qui cade il modello Lombardia

Lo spostamento di risorse pubbliche a favore di strutture private che ha garantito una sanità efficiente in tante patologie ma mostra la propria fragilità nel male del nostro tempo, le epidemie. Il tema va rovesciato. I privati si facciano pagare dai privati, il pubblico lo paghiamo noi.

Accanto alla Grande guerra contro il virus si stanno combattendo molte guerricciole, tutte legittime, alcune ricche di senso, altre miserabili. Non sono guerre segrete perché si svolgono alla luce del sole, in televisione, sui quotidiani di carta, sui social.

La prima guerra, insisto legittima, è contro il governo Conte. Al presidente del Consiglio si rimprovera tuttora il fatto di aver scaricato Matteo Salvini (peraltro auto-capottato) e aver scelto il campo avverso. Non gliel’hanno perdonata né quelli che sono stati fatti scendere dalle loro poltrone né i cerchiobottisti ormai pronti al patto con Salvini e sempre in agitazione quando vedono pezzi di sinistra ex Pci vicini al governo. Al governo viene rimproverato tutto, anche di prendere le decisioni che i suoi critici invocavano, spesso in contraddizione con le loro prese di posizione precedenti.

Campione di questa guerricciola è il mitico Salvini, l’uomo che sostiene tutte le posizioni nel disperato tentativo di azzeccare il tempo giusto per quella buona. Ma anche qui non manca il contributo di intellettuali titolati che, fra lamenti sopra la laboriosità dei lombardi messa a confronto con l’inettitudine dei meridionali (campionessa di questa sciocchezza è la nota nordica Barbara Palombelli), si addentrano in analisi antropologiche che per fortuna i fati smentiscono, a parte l’errore di massa di    quei ragazzi tornati al Sud tutti in una volta.

TUTTI VORREBBERO MISURE CHE NON TOCCHINO LA VITA PRIVATA

Il grande tema, ed è un grande tema, ora riguarda la libertà di movimento. In mezzo ci si è messo pure un appello golpista di un certo comandante Alfa che andrebbe sottoposto al Tso. Tutti vorrebbero misure che non incidano sulla propria vita privata. Ci sono quelli che vanno a trovare i nipotini, che vanno in due a fare la spesa, che fanno jogging, che fanno quello che gli parte ma che si lamentano se vedono gli altri fare lo stesso. Ora il governo ha deciso una “stretta”, io sarei stato per il coprifuoco, e tutti urlano al rischio democratico. L’HP ha preso questa bandiera che sventola con irresponsabilità.

Questi democratici della domenica che volevano i pieni poteri, che parlavano con i cittadini attraverso Facebook (mentre Conte non lo può fare) mostrano di non aver capito: la democrazia non è in pericolo

La mia opinione è che se non si chiude per davvero, il virus non lo fermiamo. Già il 22 marzo abbiamo avuto qualche timido segnale, che potrebbe essere subito smentito, frutto di chiusure recenti. Fra 10 giorni potrebbe andare meglio. Ma è a rischio la nostra libertà? Questi democratici della domenica che volevano i pieni poteri, che parlavano con i cittadini attraverso Facebook (mentre Conte non lo può fare) mostrano di non aver capito una sola cosa: la democrazia non è in pericolo. Una volta Giulio Andreotti, di fronte a chi gli agitava la minaccia di un colpo di Stato, rispose: «Non è possibile, non c’è lo Stato». Io, più modestamente, credo di conoscere gli apparati di forza e se c’è qualcuno a cui possano venire cattive idee, in sono 10 pronti ad arrestarlo.

LA LOMBARDIA DOVRÀ CAMBIARE MODELLO SANITARIO

L’altra guerricciola si svolge sul fronte lombardo. È difficile negare, lo ha raccontato bene Selvaggia Lucarelli, che quella regione paghi il prezzo di come è stata amministrata e di come è governata oggi. Poi ci sono cose strutturali, ci sono più fabbriche, più densità di popolazione, aria più inquinata. Tuttavia è del tutto evidente che la classe dirigente leghista che tutti, dico tutti, avevamo apprezzato, questa volta è stata al di sotto dei suoi compiti. Lamentosa, inetta e soprattutto poco libera.

Arrivo delle ambulanze all’ospedale Bolognini di Bergamo.

In Lombardia si sta combattendo un’altra battaglia che è una battaglia italiana. L’ha capito Bruno Vespa quando ha vergognosamente attaccato le Ong fra cui Gino Strada e Medici senza frontiere. Vespa sa quel che vuole un certo mondo e lo racconta, ovviamente gratuitamente. Il “modello lombardo” è lo spostamento di risorse pubbliche a favore del privato che ha garantito una sanità efficiente in tante patologie ma che mostra la propria fragilità nel male del nostro tempo, le epidemie. Il tema va rovesciato. I privati si facciano pagare dai privati, il pubblico lo paghiamo noi. La Lombardia non può pensare di uscire da questo dramma con lo stesso sistema sanitario immaginato da Roberto Formigoni e magari rilucidato da Guido Bertolaso.

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Contagiati da Covid-19 più di 2.600 medici e operatori sanitari

Rappresentano l'8,3% dei casi positivi totali. È quanto emerge da una rielaborazione della Fondazione Gimbe. Sala: «Trovo inaccettabile che non venga fatto loro il tampone».

Sempre più medici e operatori sanitari contraggono il Covid-19. Il numero dei contagiati è salito a 2.629, l’8,3% dei casi positivi totali. È quanto emerge da una rielaborazione della Fondazione Gimbe aggiornata al 17 marzo 2020 su dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità. Lo ha reso noto in un tweet il presidente Gimbe Nino Cartabellotta.

Il «numero di operatori sanitari infetti», ribadisce Cartabellotta all’Ansa, «è enorme. L’8,3% dei casi totali è una percentuale più che doppia rispetto alla Cina». Per questo sono necessari in tutta Italia «dispositivi di protezione adeguati».

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Gli operatori sanitari, aggiunge il presidente Gimbe, «devono essere protetti al meglio per proteggere se stessi e per poter svolgere il loro lavoro in massima sicurezza». E proprio mercoledì si è registrata un’altra vittima tra i medici di famiglia: si è spento Marcello Natali, segretario della federazione di medici di Medicina Generale di Lodi. Aveva 57 anni e non aveva particolari patologie pregresse.

SALA: «INACCETTABILE CHE NON VENGA FATTO TAMPONE»

Un appello per una maggiore tutela del personale sanitario arriva anche dal sindaco di Milano Giuseppe Sala. «Trovo inaccettabile che ai medici, al personale sanitario, ai medici di base non venga fatto il tampone», ha ribadito nel video quotidiano postato sui social il primo cittadini. «Lo trovo francamente inaccettabile da parte della nostra sanità».

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L’identikit dei malati di coronavirus: fasce d’età, sintomi e mortalità

I più colpiti sono gli anziani, ma tra i contagiati il 22% ha tra i 19 e 50 anni. Solo il 19% dei positivi mostrava condizioni critiche al momento del tampone. Cosa dice la prima analisi dell'Iss sui malati di Covid-19.

Il Covid-19 non è una malattia solo per vecchi. Eppure per settimane più di qualche esperto aveva sottolineato come il nuovo coronavirus colpisse soprattutto i soggetti più anziani e con patologie pregresse. In realtà guardando i primi dati dell’Istituto Superiore di Sanità si nota che lo scenario è più complesso.

Il 9 marzo l’Iss ha pubblicato una prima analisi approfondita sulle persone trovate positive alla Sars-CoV-2. Uno studio che fornisce indicazioni utili per capire l’evoluzione della malattia e i rischi che corriamo tutti, nessuno escluso.

Il primo dato che salta all’occhio è che il 22% dei pazienti risultati positivi al tampone ha un’età compresa tra i 19 e 50 anni. Questo, ha fatto notare l’Istituto, rende chiarissimo come tutte le fasce di età, compresi i giovani, debbano rispettare le norme per arginare il contagio.

OLTRE IL 75% DEI POSITIVI HA PIÙ DI 50 ANNI

Il resto dei soggetti colpiti ha più di 50 anni, in particolare il 37,4% dei malati ha tra i 51 e 70 anni e il 39,2% ha più di 70 anni. La fascia che invece ha meno casi in assoluto, solo l’1,4%, è quella tra 0 e 18 anni. Complessivamente quindi l‘età mediana dei pazienti è di 65 anni e tra questi ben il 63,1% è rappresentato da uomini. «In questi giorni», ha spiegato il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro, «le cronache riportano molti esempi di violazioni delle raccomandazioni, soprattutto da parte dei giovani. Questi dati confermano come tutte le fasce di età contribuiscono alla propagazione dell’infezione, e purtroppo gli effetti peggiori colpiscono gli anziani fragili. Rinunciare a una festa o a un aperitivo con gli amici, non allontanarsi dall’area dove si vive è un dovere per tutelare la propria salute e quella degli altri, soprattutto i più fragili».

Nel documento viene anche evidenziato il rapporto tra le fasce d’età colpite e i decessi. Emerge così un primo dato sulla letalità, calcolata dividendo il numero di persone decedute per il totale dei malati, che conferma come il Covid-19 sia molto pericoloso per gli anziani. Sotto i 40 anni non è stata registrata alcuna vittima, mentre per le fasce sopra i 60 i numeri iniziano a crescere: il 10,4% aveva tra i 60 e 69 anni, il 31,9% tra i 70 e 79 e il 56,6% più di 80 anni. L”analisi evidenzia anche che due terzi delle persone decedute aveva tre o più patologie croniche preesistenti.

TRA I SINTOMI E LA DIAGNOSI POSSONO PASSARE 3-4 GIORNI

Secondo i dati il tempo mediano trascorso tra la data di insorgenza dei sintomi e la diagnosi è di 3-4 giorni. In particolare l’esito positivo al tampone è arrivato in tempi sufficienti a individuare la malattia nelle fasi iniziali. In 2.538 casi esaminati solo il 19% è stato individuato in pazienti in condizioni critiche. Il 10% dei casi è asintomatico, il 5% con pochi sintomi, il 30% con sintomi lievi, il 31% è sintomatico e il 5% ha sintomi più severi.

LA GUARIGIONE ARRIVA DOPO TRE-SEI SETTIMANE

Intanto dalla Cina sono arrivati nuovi dati sulle caratteristiche del Covid-19. Verso la fine di febbraio una missione dell’Organizzazione mondiale della Sanità ha inviato 25 esperti che in due settimane hanno viaggiato tra Wuhan, Shenzhen, Pechino, Chengdu e Guangzhou.

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I risultati, pubblicati a inizio marzo in un lungo report, hanno evidenziato delle linee di tendenza comuni. Una delle prime cose rilevate riguarda il periodo tra l’inizio della malattia e la guarigione con una durata media calcolata dalle tre alle sei settimane per i pazienti gravi e critici, che scende a due per i quelli leggermente malati.

I DUBBI SUI PAZIENTI ASINTOMATICI

Altro elemento chiave emerso nell’analisi riguarda i segni veri e propri della malattia. In quasi tutti i casi i pazienti asintomatici trovati positivi hanno poi manifestato i sintomi qualche giorno dopo l’esito del tampone. A questo proposito gli esperti hanno scritto che «la proporzione delle infezioni veramente asintomatiche non è ancora chiara, ma restano molto rare e non sembrano essere un importante veicolo di trasmissione del contagio». In generale, hanno spiegato i tecnici dell’Oms nel dossier, l’80% dei pazienti positivi al tampone ha avuto una malattia lieve e moderata, e tra questi la maggioranza guarisce. Il 13,8% invece ha una malattia più grave, mentre il 6,1% ha mostrato situazioni critiche.

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TRA I SINTOMI PIÙ COMUNI FEBBRE E TOSSE SECCA

Un altro dato molto importante riguarda le varie casistiche dei sintomi. In particolare studiando 55.924 casi di laboratorio è stato rilevato che i più comuni sono, in ordine di apparizione: febbre (87,9%), tosse secca (67,7%) spossatezza (38,1%), produzione di muco (33,4%), respiro corto (18,6%), mal di gola (13,9%), mal di testa (13,6%), dolori muscolari (14,8%), brividi (11,4%). Meno frequenti sono invece nausea e vomito (5%), congestione nasale (4,8%) e diarrea (3,7%). Rarissimi i casi di emottisi (sangue espulso dalla tosse) (0,9%) e congiuntivite (0,8%).

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Così decenni di tagli hanno azzoppato la Sanità pubblica

Circa 37 miliardi di investimenti in meno in un decennio. Con risparmi di almeno 1 miliardo sui costi del personale, tra medici e infermieri. E una spesa pari all'8,9% del Pil, ben sotto alla media Ue. Così governi e Regioni di ogni colore hanno affossato il settore. Attuando politiche di cui ora, in piena emergenza coronavirus, paghiamo il conto. Lo scenario.

Circa 37 miliardi di euro di tagli in un decennio. Con risparmi di almeno 1 miliardo sui costi del personale, tra medici e infermieri, visti per anni come uno spreco.

E una spesa sanitaria complessiva pari all’8,9% del Pil (dato Eurostat), al di sotto della media europea (9,9%) e molto lontana in confronto a Germania e Francia, rispettivamente all’11,1% e all’11,5%.

La fotografia della Sanità italiana è quella di un settore indebolito da una serie di tagli, portati avanti da tutti i governi, fino a mostrare il nervo scoperto: la difficoltà ad affrontare la prima vera emergenza rappresentata dal coronavirus.

SI CORRE COME SEMPRE PER TAMPONARE L’EMERGENZA

In alcuni casi si prova a correre ai ripari con i rinforzi degli organici in tempi serrati: Regione Lombardia, guidata da Attilio Fontana, ha chiesto al ministro della Salute, Roberto Speranza, il via libera ad assunzioni straordinarie. Mentre si cercano di aumentare il posti in terapia intensiva: l’ultimo dato, del 2017, è di 5.090 posti letto, circa 8,5 per abitante ogni 100 mila. Un’accelerazione di emergenza che solleva qualche perplessità nel presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta. «Gli investimenti sono già iniziati», dice a Lettera43.it, «ma servono solo a tamponare. Specialisti, posti letto di terapia intensiva non si creano dall’oggi al domani».

UN DISASTROSO MIX DI TAGLI E MINORI RISORSE

Proprio un rapporto della Fondazione Gimbe descrive come sia diminuita, nei fatti, la spesa sanitaria. Il finanziamento al Sistema sanitario nazionale (Ssn) è aumentato solo nominalmente, dai 105,6 miliardi di euro del 2010 ai 114,4 del 2019. L’investimento pubblico è stato di 8,8 miliardi in più, rileva il dossier, «in media dello 0,9% annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua pari a 1,07%». In altre parole, «l’incremento nell’ultimo decennio non è stato neppure sufficiente a mantenere il potere di acquisto». Di conseguenza, stima la ricerca, dal 2010 al 2019 c’è stato un mancato finanziamento alla sanità di 37 miliardi: 25 miliardi attraverso i vari tagli decisi nelle manovre e altri 12 attraverso le minori risorse assegnate al Ssn, rispetto ai livelli programmati, per l’attuazione degli obiettivi di finanza pubblica. 

DIECI ANNI DI STOP ALLE ASSUNZIONI

Negli ultimi 20 anni i costi per il personale sono stati progressivamente ridotti, come evidenzia anche l’ultimo monitoraggio annuale sulla spesa sanitaria del ministero dell’Economia: «La spesa per i redditi da lavoro dipendente rappresenta, nel 2018, il 30,8% della spesa complessiva. Tale percentuale risulta sensibilmente ridotta rispetto a quella del 2002 (36,9%)». Il raffronto con il 2010 non è molto più lusinghiero: la percentuale era del 33,5%, quasi tre punti in più rispetto al 30,8% del 2018. Il motivo? Così spiega il Mef: «Il contenimento della dinamica dell’aggregato è sostanzialmente determinato dagli effetti delle politiche di blocco del turn over attuate dalle Regioni sotto piano di rientro e dalle misure di contenimento della spesa per il personale portate avanti autonomamente dalle altre Regioni». 

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Insomma, c’è stato lo stop delle assunzioni per frenare la spesa. Sul tema Cartabellotta ironizza: «Il Mef in questi anni ha fatto un eccellente lavoro per mettere a posto i conti della Sanità, grazie anche alla silenziosa complicità del ministero della Salute che non ha mai alzato la voce». Sul costo dell’emergenza coronavirus, in termini di spesa, il presidente della fondazione Gimbe non si espone: «Al momento è impossibile fare una stima perché non conosciamo la reale portata dell’epidemia in Italia», ma «il vero dramma è che nelle Regioni dove il sistema non sarà in grado di reggere l’urto, il costo si pagherà in termini di vite umane».

SE SI USA IL PERSONALE COME BANCOMAT

Un taglio netto, dunque, sulla pelle dei cittadini. «Oltre 1 miliardo di euro. È questa la cifra che solo nel 2017 le Regioni e le Aziende sanitarie hanno risparmiato tagliando la spesa per il personale sanitario», ha denunciato in un dossier l’Anaao Assomed, sigla sindacale dei medici. A questa somma si aggiungono gli straordinari non retribuiti stimati in «500 milioni di euro». In termini di dotazioni organiche l’impatto, si legge nella ricerca Anaao, si traduce nella mancanza di «circa 8 mila medici, 2 mila dirigenti sanitari e 36 mila infermieri». In altre parole, per il sindacato il personale è stato trattato come un bancomat. 

UNA SCURE BIPARTISAN

La scure sulla spesa sanitaria si è abbattuta regolarmente da anni: dal ministro Renato Balduzzi del governo Monti fino alla pentastellata Giulia Grillo, che ha preceduto Speranza, la dinamica non è cambiata. Spiega ancora il monitoraggio del Mef: «Al contenimento del tasso di crescita della spesa sanitaria complessiva registrato a livello nazionale hanno concorso, in misura significativa, le Regioni sottoposte ai piani di rientro. Infatti, queste ultime hanno fatto registrare, nel periodo 2003-2006, un tasso di crescita medio annuo della spesa sanitaria pari al 6,6% che, nel quinquennio successivo si riduceva al 4,1% per diventare addirittura negativo (-0,1%) tra il 2012 e il 2018». E in gran parte di tratta delle Regioni meridionali, a cui si guarda con allarme in caso di diffusione del coronavirus.

ITALIA MAGLIA NERA D’EUROPA

Il confronto con l’Europa non conforta. L’ultimo rapporto Eurostat è basato sul 2016. Nel rapporto spesa sanitaria/Pil, l’Italia è penultima tra i Paesi mediterranei, con l’8,9%, poco davanti alla Grecia, ma alle spalle anche di Spagna e Portogallo, attestati al 9%. Un divario che aumenta rispetto ai Paesi del Centro e Nord Europa: il Belgio è al 10%, la Danimarca al 10,2%, l’Olanda al 10,3%. La Svezia, all’11%, è terza alle spalle di Francia e Germania. Nel rapporto 2019 State of Health in Ue, nel 2017 la spesa sanitaria pro capite in Italia è stata pari a 2.483 euro, del 15%
inferiore rispetto alla media dell’Ue (2.884 euro). E anche se la spesa sanitaria, si legge nel rapporto, negli ultimi anni è cresciuta, lo ha fatto comunque a un ritmo più lento rispetto a quello della
maggior parte dei Paesi europei.

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Temiamo il 2019-nCoV, ma i veri killer sono altri

L'influenza stagionale ogni anno causa centinaia di morti. Così come rappresentano ancora serie minacce il morbillo e la meningite. Senza considerare la febbre emorragica di Malburg, la rabbia e l'Hiv. La psicosi da coronavirus smontata con i numeri.

In Europa, e in Italia in particolare, «non c’è un’epidemia da coronavirus ma da influenza. Bisogna preoccuparsi più di quella». Filippo Anelli, presidente dell’Ordine nazionale dei medici, è stato chiaro.

Il virus, partito da Wuhan, in Cina, e ora diffuso in tutto il mondo, spaventa nel suo complesso, ma sulla mortalità gli esperti tranquillizzano e ricordano quanto sia importante leggere i numeri messi a disposizione dai media e dalle istituzioni cinesi con attenzione: le morti sarebbero poco sopra al 2%, inferiori per ora al 9,6% globale della Sars che nel 2003 provocò 813 decessi, di cui 348 in Cina. A Hong Kong arrivò a un tasso di mortalità del 17% e 298 decessi. Seguirono Taiwan con 84, il Canada con 38 e Singapore con 32 morti. 

La Mers, la sindrome respiratoria mediorientale, per dirne un’altra, a partire dal 2012 ha colpito 2.500 persone causando 858 decessi, con un indice di letalità del 30%. Per questo gli esperti tendono a considerare la situazione gestibile, almeno fino adesso. 

I NUMERI DELL’INFLUENZA COMUNE

Dunque, di cosa dovremmo avere paura per davvero? Certo, il nuovo coronavirus spaventa perché non esistono al momento terapie ad hoc né vaccini. Ma fermandoci ai numeri, dovremmo temere molto di più la comune influenza stagionale.

Una nuova grafica del coronavirus (Ansa).

IN ATTESA DEL PICCO STAGIONALE

Secondo quanto riportato dal bollettino Influnet, nella settimana dal 23 al 29 dicembre, l’influenza ha provocato 3,7 casi per mille assistiti, che salgono a 10 casi tra i bambini. Nella quinta settimana del 2020, invece, ci si avvicina al picco epidemico stagionale. Il valore dell’incidenza totale è salito a 13,2 casi per mille assistiti. Il numero di casi stimati in questa settimana è pari a circa 795 mila, per un totale, dall’inizio della sorveglianza, di circa 4.266.000 casi. Come riporta Epicentro, il portale dell’epidemiologia della salute pubblica, alla quinta settimana della sorveglianza sono stati segnalati 85 casi gravi di cui 15 deceduti. La scorsa stagione influenzale, da ottobre 2018 ad aprile 2019, sono stati segnalati ai vari sistemi di sorveglianza dell’influenza 809 casi gravi. Una su quattro di queste persone, 198 casi, purtroppo non ce l’ha fatta, anche per altre complicanze di tipo respiratorio o cardio circolatorio. Tre quarti di essi, 601 casi, hanno richiesto intubazione in terapia intensiva. E l’80% dei casi gravi non era vaccinato

Manifesti a Pechino nel novembre 2003 (Getty Images).

LE TRE GRANDI PANDEMIE DEL XX SECOLO

Per quanto riguarda invece le pandemie, non sono così frequenti. Nel XX secolo se ne sono verificate tre: l’influenza spagnola nel 1918, l’influenza asiatica nel 1958 e l’influenza Hong Kong nel 1968. Solo la Spagnola uccise in tutto il mondo tra 30 e 50 milioni di persone – anche se recenti stime parlano addirittura di 100 milioni di morti – dopo averne contagiate circa un miliardo. Si calcola che morì dal 3 al 6% della popolazione mondiale, con oltre 4,5 milioni solo in Italia. 

ALLARME MENINGITE: OGNI ANNO COLPISCE 2,8 MILIONI DI PERSONE

Oltre all’influenza, si muore anche di meningite che nel mondo, secondo l’Oms colpisce ogni anno 2,8 milioni di persone, di cui 500 mila di tipo meningococcico con almeno 50 mila decessi. Una paura che negli ultimi mesi si è fortemente allargata in Italia a seguito dei casi nel Bergamasco e nel Bresciano, almeno sette di cui l’ultimo confermato il primo febbraio, con due morti. Altri decessi in Sardegna e Calabria, poi i tre casi in meno di 40 giorni in Liguria. In Italia, secondo il Comitato nazionale contro la meningite, sono oltre 1.000 le persone che ogni anno contraggono la malattia: circa una ogni due è colpita da quella meningococcica.

LEGGI ANCHE: L’Oms lancia l’allarme sull’Infodemia

I dati epidemiologici dell’Istituto superiore di Sanità rivelano che il decesso vale per l’8-14% dei pazienti colpiti. E senza cure adeguate, la mortalità sale addirittura al 50% dei casi. Nel 2018, i bambini di due anni che, nel nostro Paese, risultavano vaccinati per il meningococco C erano l’84,93%. Più del 15% dunque non lo era. Il sierotipo B provoca circa l’80% dei casi in età pediatrica con una massima incidenza soprattutto nel primo anno di vita, tra il quarto e l’ottavo mese. Per questo tipo di ceppo, si stima che nel mondo si verifichino ogni anno tra i 20 e gli 80 mila casi, con un tasso di letalità medio del 10%.

L’influenza uccide centinaia di persone ogni anno (Ansa).

MORBILLO: NEL 2019 1.627 CASI

Dalla meningite al morbillo. «In Europa fino a oggi non c’è nessuno che è morto per il coronavirus, ma negli ultimi tre anni abbiamo avuto 95 morti di morbillo», ha detto Andrea Ammon, direttrice esecutiva del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), rispondendo il 3 febbraio alle domande degli eurodeputati alla Commissione ambiente del parlamento europeo. I quasi 40 casi tra metà dicembre e gennaio a Lecce e provincia, in prevalenza adulti tra i 23 e i 50 anni, ma anche quattro bambini, due dei quali non vaccinati, ricordano che anche in Italia questa malattia è tutto tranne che debellata.

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Lo dicono anche i dati pubblicati su Morbillo e rosolia News, il bollettino del sistema di sorveglianza integrata coordinato dall’Iss: dal primo gennaio al 31 dicembre 2019 sono stati segnalati 1.627 casi di morbillo. Il tasso di notifica per milione di abitanti in Italia è pari a 30.5, al di sopra della media Ue che è di 25.3 (altre nazioni come Lituania, Bulgaria e Slovacchia hanno tassi ben più alti). Casi in diminuzione rispetto al 2018 quando furono 2.526, ma con otto decessi, di cui un bambino di 10 mesi L’incidenza di casi di morbillo a livello nazionale era stata di 42 casi per milione di abitanti. Nel 2017 invece i casi erano stati 5.397 del 2017, anno del picco dei contagi. Una diminuzione resa possibile grazie all’introduzione della vaccinazione obbligatoria voluta dall’allora ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Ma ancora non basta. 

vaccino morbillo italia 2019
L’incidenza del morbillo è calata grazie alla vaccinazione obbliogatoria.

ALLARME EPIDEMIA IN CONGO

Nei primi nove mesi del 2019, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il numero di casi di morbillo nel mondo era triplicato. Gli Stati Uniti ad esempio hanno riportato il numero più alto di casi degli ultimi 25 anni. Nella regione europea dell’Oms, sono stati registrati quasi 90 mila casi, cifra che supera gli 84.462 del 2018, il più alto del decennio. In generale, nel 2018 sono stati oltre 10 milioni i casi di morbillo nel mondo con 140 morti, soprattutto bambini sotto i 5 anni. In questi giorni la Repubblica Democratica del Congo, già dilaniata dall’Ebola che ha causato 2.300 morti dall’agosto 2018 alla fine del 2019, sta affrontando anche la peggiore crisi di morbillo della sua storia; finora sono morti oltre 6.000 pazienti, per lo più bambini. Lo scorso anno sono stati vaccinati 18 milioni di piccoli fino ai 5 anni. 

IL VIRUS DI MALBURG, LA RABBIA E LA DENGUE

Dal bollettino annuale dell’Ecdc recuperiamo altri dati comparabili alla epidemia, presunta o reale, di coronavirus. Il Virus di Malburg, anche conosciuto come febbre emorragica di Malburg, è una malattia virale causata da un virus indigeno dell’Africa, molto simile a quello dell’Ebola. Il tasso di mortalità quando fu scoperto, a metà degli Anni 60, era del 25%, salito a oltre l’80% nella Repubblica Democratica del Congo tra il 1998 e il 2000, così come nel 2005 e anni successivi quando il virus tornò a colpire in Angola. La rabbia provoca ancora fino a 55 mila decessi nel mondo ogni anno ed è presente in oltre 150 Paesi. L’Hiv continua a devastare molti Paesi a basso e medio reddito, dove si registra il 95% delle nuove infezioni. Nell’Africa subsahariana, secondo l’Oms, quasi 1 adulto su 20 è sieropositivo. Il 40% della popolazione mondiale vive attualmente in zone in cui la Dengue è endemica e colpisce, sempre secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità dai 50 ai 100 milioni di persone all’anno e, sebbene il tasso di mortalità sia inferiore a quella di altri virus può causare febbre emorragica e portare alla morte se non trattata tempestivamente. 

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Sanità, governo pronto ad autorizzare lo scorrimento delle graduatorie

Il ministro Speranza ha annunciato un emendamento alla manovra per facilitare l'immissione di medici e infermieri nel Ssn. Decisivo lo sblocco di due miliardi.

«Abbiamo depositato l’emendamento alla manovra che autorizza lo scorrimento delle graduatorie per gli idonei del comparto sanità», l’annuncio è arrivato via Facebook dal ministro della Salute, Roberto Speranza. «Ora è più facile immettere medici, infermieri, professionisti nel Servizio Sanitario Nazionale perché: i sono finalmente più risorse (2 miliardi in più di fondo); Abbiamo cambiato le regole del tetto di spesa sul personale (non più 5% ma fino al 15% sulla quota aggiuntiva di fondo): più rapidamente si combatte la carenza di personale».

SPERANZA: «ALLARGARE MAGLIE DELLA LEGGE MADIA SUI PRECARI»

Speranza, in un’intervista al Messaggero, aveva spiegato che l’idea dell’esecutivo era di fare in modo che per le assunzioni si possa attingere alle graduatorie esistenti, «così i tempi saranno molto più rapidi. E allarghiamo le maglie della legge Madia per la stabilizzazione dei precari. Sui medici, dobbiamo aumentare le borse per le specializzazioni. Faremo un cospicuo investimento in questa direzione».

UN PACCHETTO PER SFRUTTARE STUDI MEDICI E FARMACIE

L’esponente di Leu ha poi spiegato che il governo sta lavorando a nuovi pacchetti per usare la rete di di 50mila studi medici di famiglia e 19mila farmacie: «In Italia abbiamo due punti di forza: 50mila studi di medici di famiglia e 19mila farmacie, presenti anche nel paese di collina dove non c’è l’ospedale. Nella legge di bilancio abbiamo previsto 235 milioni di euro per l’acquisto della strumentazione diagnostica negli studi medici» e «allo stesso modo proseguiamo con la sperimentazione delle farmacie di servizio, in modo che non siano solo distributori di farmaci ma offrano anche altre possibilità, come già in parte avviene, come alcuni test di prima istanza o la prenotazione di visite specialistiche».

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C’è anche l’Italia nella top 10 della Sanità mondiale

Il nostro Paese è al nono posto per le sue elevate performance nella classifica comandata da Islanda e Norvegia. Ma restano ancora molte criticità.

Il sistema sanitario italiano è nono al mondo – dopo Islanda, Norvegia, Olanda, Lussemburgo, Australia, Finlandia, Svizzera e Svezia – per le sue elevate performance come testimoniato anche dallo stato di salute della popolazione, che resta buono nonostante gli stili di vita non sempre salubri e come ‘certificato’ dall’aspettativa di vita alla nascita (all’ottavo posto nel mondo, 85,3 anni per le donne, 80,8 per gli uomini nel 2017). Le criticità tuttavia non mancano.

PARAMETRI DI QUALITÀ E ACCESSO ALLE CURE

È quanto emerge dal primo studio a livello nazionale del Global burden of disease (Gbd) study, pubblicato sulla rivista The Lancet public health e coordinato dall’Irccs materno-infantile Burlo Garofolo di Trieste. In questo lavoro la qualità dei sistemi sanitari dei vari Paesi è stata misurata con l’indice ‘Haq’ (health access and quality index) che tiene conto di diversi parametri di qualità e accesso alle cure. Lo studio ha confrontato anche i cambiamenti nel tempo delle perfomance del Servizio sanitario nazionale (in particolare dal 1990 al 2017) – usando indicatori come la mortalità, le cause di morte, gli anni di vita persi e quelli vissuti con disabilità, l’aspettativa di vita alla nascita e molto altro.

LA POPOLAZIONE ITALIANA INVECCHIA RAPIDAMENTE

«Ne emerge un quadro globalmente positivo» – riferisce all’Ansa Lorenzo Monasta dell’Irccs, primo autore del lavoro – «pur con alcune criticità: per esempio la popolazione sta invecchiando rapidamente poiché in Italia abbiamo uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo (1,3%) e una tra le più alte speranze di vita; questo sta cambiando il panorama epidemiologico delle malattie, aumenta il carico delle patologie croniche dell’invecchiamento, da problemi di vista e udito all’Alzheimer e altre demenze (gli anni di vita con disabilità legati alle demenze sono aumentati del 78% dal 1990 al 2017 e i decessi per Alzheimer sono più che raddoppiati, +118%)». «L’altro aspetto significativo» – continua – «è che dal 1990 a oggi è aumentata gradualmente la spesa privata del cittadino per la salute, di pari passo a una riduzione del finanziamento pubblico alla salute, riduzione che, quindi, non è frutto di una aumentata efficienza del servizio sanitario». In particolare, rileva l’esperto, dal 2010 al 2015 il finanziamento statale in rapporto al Pil è sceso dal 7% al 6,7%, mentre nello stesso arco di tempo la spesa privata per la salute è passata aumentato dall’1,8% al 2%. Inoltre la spesa complessiva per la salute in rapporto al Pil dal 1995 è aumentata dell’1,15%, aumento assorbito, però, non dalla spesa pubblica, ma da quella privata.

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Italia prima in Europa per morti da antibiotico-resistenza

Su 33 mila decessi oltre 10 mila si registrano nel nostro Paese. Le raccomandazioni dell'Istituto superiore di sanità per un uso più consapevole.

Su 33 mila decessi che avvengono ogni anno in Europa per infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici, oltre 10 mila si registrano in Italia.

Il nostro Paese è primo in questa triste classifica, secondo i dati appena pubblicati dall’Istituto superiore di sanità in occasione della Settimana mondiale per l’uso consapevole degli antibiotici, dal 18 al 24 novembre. Nonostate il trend sia in leggero calo, i valori superiori alla media Ue necessitano di un approfondimento.

In Italia, nel 2018, le percentuali di resistenza alle principali classi di antibiotici per gli otto patogeni sotto sorveglianza (Staphylococcus aureus, Streptococcus pneumoniae, Enterococcus faecalis, Enterococcus faecium, Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter species), spiega l’Iss sul proprio sito, “si mantengono dunque più alte rispetto alla media europea, pur nell’ambito di un trend in calo rispetto agli anni precedenti”.

Inoltre, gli oltre 2.000 casi diagnosticati nel 2018 – anche questo un dato costante – di infezioni nel sangue causate da batteri produttori di carbapenemasi (CPE), ovvero di enzimi che distruggono i carbapenemi (una classe di antibiotici ad ampio spettro) evidenziano la larga diffusione del fenomeno nel nostro Paese. I dati arrivano dai programmi di ‘Sorveglianza Nazionale dell’antibiotico-resistenza (AR-ISS)’ e ‘Sorveglianza delle CPE’, coordinate entrambe dall’Iss.

“Purtroppo, il nostro Paese detiene il triste primato, nel contesto europeo, della mortalità per antibiotico-resistenza – afferma Annalisa Pantosti, responsabile della Sorveglianza AR-ISS -. Gli ultimi dati disponibili mostrano infatti che i livelli di antibiotico-resistenza e di multi-resistenza delle specie batteriche sotto sorveglianza sono ancora molto alti, nonostante gli sforzi notevoli messi in campo finora, come la promozione di un uso appropriato degli antibiotici e di interventi per il controllo delle infezioni nelle strutture di assistenza sanitaria. In questo contesto, il Piano Nazionale di Contrasto dell’Antibiotico-Resistenza (PNCAR) 2017-2020 rappresenta un’occasione per migliorare e rendere più incisive le attività di contrasto del fenomeno a livello nazionale, regionale e locale”.

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