L’ex schermitrice e vicepresidente del Coni Diana Bianchedi si è dimessa da capo delegazione della Nazionale maschile di calcio, ruolo che aveva assunto ad agosto. La decisione è seguita ad alcune critiche che le erano state rivolte dal ministro dello Sport Andrea Abodi. I fatti risalgono a martedì 30 settembre, quando la giunta del Coni aveva votato all’unanimità il commissariamento della Fipe, la Federazione italiana pesi. Durante la riunione, Bianchedi e l’altro vicepresidente Marco Di Paola avrebbero però espresso alcune perplessità, salvo poi votare a favore con tutti gli altri membri di Giunta, Malagò incluso. Di qui la reazione di Abodi che, a margine di un evento, ha fatto intendere di non averla presa bene: «Il vicepresidente vicario e il vicepresidente del Coni hanno diritto e dovere di esprimere un’opinione, ma se questa è sempre contraria (a quella del presidente, ndr) dovrebbero fare una scelta, perché quel ruolo è nell’ambito di un rapporto fiduciario. Normalmente rapporti così non durano molto, nel ruolo e nella funzione». Un invito nemmeno troppo velato a lasciare l’incarico.
Il passo indietro
E così, in tarda serata, Biana Bianchedi ha affondato il suo, di colpo, dimettendosi non dalla Giunta del Coni ma dal ruolo di capo delegazione in Figc «a seguito delle dichiarazioni del ministro Abodi e delle polemiche negli organi di stampa, con una decisione maturata per il grande rispetto che ho del Coni, della sua Giunta e della Figc, come dimostra la mia carriera da atleta e da dirigente».
Vittorio Sgarbi è ricoverato al Policlinico Gemelli in terapia intensiva e sarebbe in gravi condizioni. Al momento non sono noti i motivi del ricovero, confermato dalla struttura ospedaliera romana. Da tempo il critico d’arte ed ex deputato soffre di una profonda sindrome depressiva che lo ha portato a periodi di isolamento e al rifiuto di alimentarsi. In un’intervista aveva definito la malattia «un treno fermo in un luogo ignoto».
Era stato ricoverato già a marzo del 2025
L’ultimo importante ricovero per Sgarbi risale alla primavera del 2025: in quel caso era rimasto al Gemelli per circa un mese. Lo scorso febbraio il critico d’arte, finito nel frattempo al centro di una battaglia giudiziaria avviata dalla figlia Evelina, che ha presentato un’istanza al tribunale civile di Roma per la nomina di un amministratore di sostegno, era riapparso in pubblico alla Certosa di Ferrara, visibilmente debilitato fisicamente. Sempre nel 2026 l’ex sottosegretario è stato assolto dall’accusa di riciclaggio e contraffazione di opere d’arte per il caso del dipinto “La cattura di San Pietro” di Rutilio Manetti.
Una lista unica di centro, in cui tutti abbiano pari dignità. L’ultimo appello alla galassia centrista è arrivato da Riccardo Magi, leader di Più Europa alle prese con forze centripete e centrifughe all’interno del suo stesso partito. Sull’opportunità di schierarsi con Carlo Calenda, ipotesi gradita a Benedetto Della Vedova o, al contrario, federarsi con Italia Viva di Matteo Renzi, con il Psi di Enzo Maraio e con Progetto Civico di Alessandro Onorato, soluzione più gradita a Magi, si è sviluppato un lungo braccio di ferro condito da richieste di congresso anticipato e dibattiti in punta di statuto del partito.
La centralità strategica data dal Melonellum a Renzi e Calenda
Al di là di quanto accade dentro Più Europa, però, il tema della lista o delle liste di centro nel centrosinistra è sentito. Di più: potrebbe essere esiziale per il campo largo. Per rendersene conto basta leggere le recenti dichiarazioni di Giuseppe Conte contro la norma inserita nella legge elettorale – Stabilicum o Melonellum a seconda delle declinazioni – che porta da 1.500 a 6 mila le firme da raccogliere in ogni collegio per presentarsi alle elezioni. Sempre che non si sia già in parlamento. I partiti che hanno già dei gruppi parlamentari, infatti, sono dispensati dal raccogliere le sottoscrizioni. Da qui la centralità assunta da Renzi e Calenda rispetto alle sigle non rappresentate in parlamento. Centralità che rende il leader di Italia Viva il ‘banco’ che distribuisce le carte nel centro del centrosinistra. Diverso il caso di Calenda che non riesce a immaginarsi allo stesso tavolo di Conte e Fratoianni.
Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Matteo Renzi (Imagoeconomica).
Le barricate di Conte e il niet a Italia Viva
Ecco, il tavolo: la posta in gioco rimane quella di sedere al tavolo del programma (in attesa di sapere se ce ne sarà uno per la formazione della squadra di governo) come leader al pari di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. La prospettiva di dover trattare con l’ex rottamatore, con colui che ha fatto cadere il Conte 2 e aperto la strada al governo Draghi, risulta indigesta al capo del M5s. Un precedente che spiega le barricate annunciate da Conte contro l’aumento del numero di firme per la presentazione delle liste. Da parte di Renzi arrivano parole di distensione: «Se vincerà le primarie sosterrò Giuseppe Conte», assicura dopo essersi detto disponibile a farsi da parte e a non partecipare al tavolo della coalizione. «C’è gente che dice “non voglio vedere Renzi nella foto con Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni”. Vi do una notizia: io in quella foto non ci devo essere e non voglio esserci. Non sono qui per uno strapuntino, ci sono perché porto idee».
Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli (Instagram).
La simpatia di Conte per Onorato
Il leader M5s non ha mai fatto mistero della sua simpatia per il Progetto Civico di Alessandro Onorato, assessore capitolino che gode anche del sostegno del ‘suo’ sindaco, Roberto Gualtieri, e di un bel pezzo di Pd, romano e non solo. Per chi, invece, auspica la presenza di Renzi al tavolo del centrosinistra, e tra questi anche i riformisti del Pd, quella di Onorato è un’operazione studiata a tavolino per tenere il leader Iv a distanza di sicurezza. Conte non fa mistero, d’altra parte, della diffidenza che ancora nutre nei confronti del senatore di Rignano sull’Arno. Dal palco della festa di Avs, Conte ha fatto sapere di ritenere indispensabile avere la garanzia che i compagni di viaggio non «scartino con disinvoltura» o creino rotture per «ragioni opportunistiche personali o partitiche». Pochi giorni dopo, l’ex premier è stato più esplicito ricordando quanto accaduto nel gennaio 2021 quando i nodi del Mes, del Pnrr e della delega ai servizi portarono Italia Viva a rompere con l’esecutivo.
Giuseppe Conte e Alessandro Onorato (Imagoeconomica).
Cercasi federatore di centro
È anche per superare queste resistenze di Conte che Elly Schlein ha adottato ormai da due anni a questa parte il mantra del testardamente unitari. La segretaria Pd sa bene che per vincere occorre avere un centro moderato forte e coeso. La memoria corre alla partita del cuore e all’abbraccio tra Renzi e la stessa Schlein, condito con l’appello «basta veti» arrivato dalla leader dem. Ed è sempre per superare questi veti che si è cominciato a parlare di un federatore di centro, di un esponente che possa sedere a quel tavolo in rappresentanza dei soggetti centristi senza essere leader di uno di essi. Renzi ha già fatto sapere di essere pronto a farsi da parte: in vista del programma del centrosinistra «io individuerei un sindaco o una sindaca per stare al tavolo che rappresenti il mondo riformista e poi si va alle elezioni e chi c’ha i voti si vedrà», sono state le parole del leader Iv alla festa dell’Unità. «Devi prendere un sindaco o una sindaca di centrosinistra che non sia iscritto a nessun partito e rappresenti il centrosinistra. Abbiamo già due nomi, Salis e Manfredi».
Matteo Renzi ed Elly Schlein durante la Partita del cuore (via X).
Ruffini e gli altri papabili, tra veti e contro-veti
Tuttavia, anche qui, pesano i desiderata dei leader. Inizialmente si era fatto il nome di Ernesto Maria Ruffini, ex numero uno dell’agenzia delle Entrate, oggi leader di Più Uno, soggetto politico che si aggiunge a quella galassia centrista in perenne espansione. Nella lista dei potenziali federatori comparivano anche il sindaco di Milano Beppe Sala – che piaceva in ambienti dem e di Italia Viva ma è uscito quasi immediatamente dal ventaglio delle possibilità – e un’altra sindaca, Silvia Salis, che sembrava poter mettere d’accordo renziani e dem, ma non ha suscitato l’entusiasmo dell’ala sinistra della coalizione, compreso il M5s. E, soprattutto, non ha suscitato l’entusiasmo della diretta interessata che si è chiamata fuori dalla partita. Per Salis si era espresso, prima dell’estate, anche Vincenzo Spadafora, già ministro e sottosegretario nei governi Conte e fondatore dell’associazione Primavera. «La sindaca di Genova rappresenta una delle poche figure nuove capaci di parlare oltre i confini tradizionali del centrosinistra», aveva detto Spadafora che, su Renzi, aveva aggiunto: «È tornato a fare opposizione vera». Più gradito ai cinque stelle e Avs il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, che però intende continuare a dedicarsi alla sua città.