Il giornalista e scrittore Mario Calabresi, ex direttore di Repubblica e La Stampa e attuale direttore di Chora Media, sta valutando una sua possibile candidatura a sindaco di Milano. Lo ha confermato lui stesso alla Festa dell’Unità di Vizzolo Predabissi, vicino al capoluogo lombardo, dopo le indiscrezioni girate negli ultimi tempi che lo vedevano un possibile candidato del centrosinistra. «Candidarmi? Alla tanta gente che me lo chiede per strada, io rispondo che sì, io ci penso. Ci sto pensando e mi piacerebbe fare la mia parte per Milano, ci tengo», ha dichiarato, aggiungendo però che ci sono ancora diverse incognite, a partire dal fatto che non si sa ancora se ci saranno le primarie per decidere il candidato della coalizione. Calabresi ha detto che se ne saprà di più dopo l’estate, in linea con quanto aveva fatto intendere anche il Partito democratico. Il segretario dem milanese Alessandro Capelli aveva infatti affermato che a settembre sarà presentato un progetto su come organizzare le eventuali primarie e con quali criteri. Nel centrosinistra, l’attuale sindaco Beppe Sala non può ricandidarsi perché è al suo secondo mandato.
Month: Luglio 2026
Bologna, verifiche del Viminale sul sindaco Lepore e sulla piazza «non concordata»
Il Viminale ha avviato un’istruttoria interna per verificare se il presidio convocato dal sindaco di Bologna Matteo Lepore per esprimere solidarietà ai familiari di Abderrahim Fakir, il 43enne morto domenica durante un fermo di Polizia, fosse stato concordato con questura e prefettura. Secondo il Comune erano state informate per tempo, eppure, filtra dal ministero dell’Interno, non sarebbe stato presentato alcun formale preavviso per l’uso della piazza. Il capogruppo alla Camera di FdI Galeazzo Bignami, bolognese doc, ha chiesto le dimissioni di Lepore e anche il leader di Azione, Carlo Calenda, lo ha criticato. A spezzare l’isolamento è arrivato però il sostegno di tanti sindaci del centrosinistra, da Gualtieri a Sala, da Manfredi a Salis. In 35 hanno sottoscritto una lettera: «Il sindaco si è assunto la responsabilità di chiedere verità e giustizia. Le successive violenze e danneggiamenti appartengono esclusivamente a chi li ha compiuti e meritano la più ferma e netta condanna».
Un uomo solo al centro: così Calenda prova a sfidare il «bipopulismo»
C’è vita oltre il bipolarismo? Carlo Calenda scommette di sì, annunciando ufficialmente che alle prossime Politiche Azione correrà come forza di centro, uscendo dalle «accozzaglie» guidate rispettivamente da Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Del progetto fa parte anche la leader del neo Spazio Pubblico, Pina Picierno, con cui il leader di Azione ha ‘debuttato’ a Caserta martedì sera per presentare «l’alternativa riformatrice ed europeista». E per giustificare la rottura definitiva col centrosinistra, l’ex ministro profetizza che il vero leader del campo largo sarà alla fine Giuseppe Conte, dal quale notoriamente si sente lontano anni luce. Cordialmente ricambiato.

Preferenze addio
La scelta resa pubblica segue lunghi mesi di indiscrezioni su un ventilato accordo tra Meloni e Calenda, il quale sarebbe disponibile ad assumersi responsabilità di governo nel caso di un (non improbabile) pareggio elettorale, con susseguente riedizione del caos istituzionale che potrebbe aprire a un esecutivo tecnico e/o di larghe intese. Intanto il capo di Azione mette le mani avanti: «Trovo importante e positiva la decisione di Meloni di escludere un’alleanza con Vannacci», ha twittato mercoledì. «Elly Schlein dovrebbe mostrare la stessa chiarezza». Nei confronti di chi – escludendo il generale in pensione il quale con l’IA si diverte a condannare virtualmente a morte la segretaria dem – non è dato sapere. Ogni pronostico è però subordinato all’iter della legge elettorale, che ha visto il clamoroso capitombolo di FdI sull’emendamento riguardante le preferenze. Il testo introduceva un arzigogolato punto di caduta tra i capolista bloccati e la possibilità per gli elettori di scegliere tra i restanti candidati. La sconfitta per un solo voto nello scrutinio segreto lascia aperta ogni possibile indimostrabile dietrologia su chi abbia effettivamente orchestrato la manovra, ma la certezza è che – in fondo – a tutti i partiti faccia molto più comodo avere mano libera sulla scelta di chi andrà in Parlamento. «Noi ci abbiamo provato, però…».

I sospetti sull’asse con Meloni
La patata bollente è passata al Senato e, se la riforma scritta della maggioranza verrà approvata, si voterà con regole nuove: sistema interamente proporzionale con premio di governabilità alla lista (o coalizione) che raggiunge almeno il 42 per cento. Soglia di sbarramento ferma al 3 per cento, a tutto vantaggio dei partiti di maggior rango proprio come Azione: un dato di fatto che molti leggono come ulteriore conferma dell’intesa Calenda-Meloni. Se invece anche a Palazzo Madama il centrodestra dovesse andare sotto, sarebbe un fatto politico dirompente: si andrebbe a votare con il sistema attualmente in vigore (il Rosatellum) e l’immagine della premier ne uscirebbe decisamente ammaccata.

La profezia di Calenda e i conti dei peones
«Mi pare abbastanza chiaro che si andrà a votare ad aprile con cinque coalizioni: la destra; i fascisti putiniani; la sinistra; il centro europeista e i comunisti putiniani (D’Orsi, Di Battista, Basile etc.). Mi pare altrettanto chiaro che al netto delle preferenze la legge elettorale sarà quella in approvazione oggi alla Camera». Il lapidario pronostico di Calenda è pienamente condiviso dalla maggior parte degli addetti ai lavori, quantomeno sulla tempistica. Già incrinata dal referendum, la leadership meloniana è messa in discussione da una serie di malumori interni che (a prescindere dalle accennate speculazioni sui reali scopi dell’emendamento) riguardano gli interessi vivi dei parlamentari in carica: il “vitalizio” e la rielezione.
Mi pare abbastanza chiaro che si andrà a votare ad aprile con cinque coalizioni:
— Carlo Calenda (@CarloCalenda) July 16, 2026
La destra
I fascisti putiniani
La sinistra
Il centro europeista
I comunisti putiniani (D’Orsi, Di Battista, Basile etc)
Mi pare altrettanto chiaro che al netto delle preferenze la legge elettorale… pic.twitter.com/P2gWSk8p3g
La partita di Milano: Calabresi o Cottarelli?
Oggi non è più corretto parlare di vitalizio, perché è stato istituito il trattamento pensionistico contributivo. Il nuovo benefit, ugualmente ambito, scatta dopo quattro anni, sei mesi e un giorno di servizio, quindi i parlamentari di prima legislatura puntano a metà aprile 2027 (tra l’11 e il 27), data cruciale anche per quei sindaci che vogliono trasferirsi a Roma. Il caso più interessante è quello di Beppe Sala, in scadenza di mandato alla guida di Milano e pronto a candidarsi in Senato con il Pd. Se il voto nazionale fosse appunto in aprile e anticipasse quello amministrativo, Sala dovrebbe dimettersi al momento dell’indizione dei comizi, cioè intorno a febbraio, lasciando Palazzo Marino nelle mani di un commissario prefettizio. Ovviamente la cosa non gioverebbe particolarmente all’immagine di un centrosinistra ancora ben lontano dall’aver individuato il candidato ideale. Se rimanesse nell’alveo del centrosinistra, la prima scelta di Azione (e non solo) sarebbe Mario Calabresi, mentre in caso di intesa con FI si punterebbe su Carlo Cottarelli. Ma il vantaggio del centrosinistra nei sondaggi meneghini è tale che alla fine la sensazione è che si possa trovare una quadra in qualunque caso, anche se a correre fosse un esponente più sinistrorso come Pierfrancesco Majorino.

Da Trieste a Roma tiene banco la politica dei due forni
Le chance di vittoria contano moltissimo nella scelta: a Trieste si valuta apertamente la possibilità di appoggiare la candidatura del governatore del Friuli Venezia Giulia, il leghista Massimiliano Fedriga, previa l’ovvia condivisione del programma. A Roma, gli esponenti di Azione sono spesso stati critici nei confronti del sindaco Roberto Gualtieri, ma il dialogo costante su temi specifici (per esempio il termovalorizzatore e lo stadio) potrebbe aprire a nuove intese per il voto del prossimo anno. La cosiddetta politica dei due forni sarà quasi certamente la tattica scelta da Calenda, nonostante la perplessità di alcuni suoi parlamentari che, protetti dall’anonimato, confidano a Lettera43 che non sarà per nulla facile spiegarla agli elettori.

L’obiettivo? Essere il nuovo ago della bilancia
Sarebbe però deprimente parlare solo di tattiche e rendite di posizione, invece che di programmi politici. Nel delineare lo scenario delle «cinque coalizioni», Calenda ha scelto di cavalcare un tema da tempo fuori moda nell’agenda politica: gli Stati Uniti d’Europa. E pazienza se c’è chi gli ricorda che quando era europarlamentare si candidò sindaco di Roma, pronto a lasciare Bruxelles, cosa che non avvenne, perché guadagnò solo un seggio da consigliere capitolino. Ovviamente non è l’unico tema, perché si affianca a una lista di 10 punti che vanno dal fisco alla sicurezza, ma il posizionamento è studiato per catalizzare il campo dei cossidetti volenterosi trasversali che faticano a riconoscersi tanto negli estremi di sinistra come in quelli di destra. L’accusa di fascismo rivolta al generale Roberto Vannacci («E sono sempre stato molto attento a usare quella parola») mira proprio a sottolineare un’incompatibilità col target moderato, speculare alla già descritta allergia nei confronti di Conte nel centrosinistra. Lanciando la sfida a quello che lui efficacemente chiama «bipopulismo», Calenda punta dichiaratamente a superare la quota dell’8-10 per cento, che gli consentirebbe di reclamare quel ruolo di ago della bilancia in passato appartenuto nientemeno che al PSI di Bettino Craxi.
Osvaldo De Paolini sarà il nuovo direttore de Il Gazzettino
Osvaldo De Paolini torna nel gruppo Caltagirone. Come anticipato da Lettera43, dopo l’addio burrascoso alla condirezione de il Giornale e alla direzione del settimanale economico Moneta, dal 2 settembre sarà il nuovo direttore de Il Gazzettino al posto di Roberto Papetti che assumerà il ruolo di direttore editoriale. Guido Boffo e Antonello Calia saranno vice.

I motivi dell’addio al Giornale
Vicedirettore vicario del Messaggero dal 2012, De Paolini era arrivato al Giornale (di cui era già stato vicedirettore dal 1997 al 2001) nel 2023, assumendo prima la carica di vicedirettore poi, dal dicembre 2025, affiancando Tommaso Cerno alla direzione. Un anno prima, nel 2024, aveva lanciato Moneta. La decisione di lasciare il quotidiano, raccontano i ben informati, sarebbe arrivata dopo mesi di tensioni con l’editore sfociati recentemente in un confronto molto acceso con Giampaolo Angelucci. Il rapporto con Cerno inoltre pare non sia mai stato idilliaco e l’arrivo di Lirio Abbate alla vicedirezione non ha contribuito a rasserenare il clima.
Star Trek: La quarta stagione di Star Trek: Strange New Worlds arriva oggi su Paramount+
Disponibile in Italia attraverso Prime Video, il prequel delle avventure di Kirk e Spock inizia il suo penultimo giro
Valles Marineris, il primo dei dieci episodi che compongono la quarta e penultima stagione di Star Trek: Strange New Worlds è disponibile da oggi su Paramount+ (Prime Video). La serie, che si concluderà con una quinta stagione da sei episodi, inizia la corsa contro il tempo per collegare le sue vicende a quello di Star Trek: The Original Series, di cui fa da prequel. Creata da Akiva Goldsman, Alex Kurtzman e Jenny Lumet, Strange New Worlds vede anche in questa stagione il ritorno di Anson Mount (Christopher Pike), Christina Chong (La’An Noonien-Singh), Ethan Peck... - Leggi l'articolo
SERIE TV - Star Trek - 23 luglio 2026 - articolo di Angela Bernardoni
Televisione: Amazon MGM conferma la serie su Robocop
Prodotta da James Wan, la prima stagione conterà otto episodi e sarà distribuita su Prime Video
Da Amazon MGM Studios arriva la conferma: la nuova serie di Robocop si farà. Sviluppato da Blumhouse Atomic Monster (casa di produzione del recente horror Backrooms), il progetto di una prima stagione da otto episodi per Prime Video è stato affidato allo sceneggiatore Peter Ocko (Lodge 49) che servirà come showrunner, mentre James Wan (Aquaman), Michael Clear (Soulm8te) e Rob Hackett (Swamp Thing) figurano come produttori esecutivi. Creato da Edward Neumeier e portato sul grande schermo per la prima volta nel 1987 da Paul Verhoeven, il cyborg poliziotto Murphy è... - Leggi l'articolo
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Venture Forum 2026, Roma si candida come hub del venture capital nel Mediterraneo
Si è tenuta mercoledì 22 luglio 2026 la quinta edizione del Rome Venture Forum, l’appuntamento dedicato al venture business e all’economia dell’innovazione promosso da Roma Startup in collaborazione con Sace, l’export credit agency italiana. L’evento ha riunito alcuni tra i principali investitori privati e istituzionali italiani ed europei della filiera dell’innovazione, rappresentanti di fondi di venture capital, grandi imprese e partner dell’ecosistema startup, in un confronto sullo stato del mercato nel 2026 e sul ruolo di Roma come piattaforma di attrazione per capitali e talenti, anche in una prospettiva mediterranea.
Carnovale: «Polo a Roma per cogliere le opportunità del Mediterraneo»
Ad aprire i lavori è stato Gianmarco Carnovale, presidente di Roma Startup, che ha richiamato l’etimologia della parola “venture”, dal latino adventura, ciò che deve ancora accadere, per ricordare come Roma sia stata storicamente una delle grandi piattaforme di innovazione e di scala della storia: «Il sistema italiano del venture capital ha bisogno di completare il suo ciclo di maturazione, dopo la sua genesi tardiva rispetto agli altri Stati Ue, e questo passa per almeno due fattori. Da una parte deconcentrare il settore attraverso il consolidamento di un secondo polo nazionale centrato su Roma, per cogliere le opportunità del Centro-Sud e del Mediterraneo. Dall’altra proseguire nell’allocazione di capitale di natura pubblica all’interno del settore, proseguendo nel solco del governo Draghi e dell’Unione europea, per accompagnare senza interruzioni o incertezze gli investimenti lungo l’arco temporale tipico con cui i fondi vc portano i risultati, che è nell’ordine di 10-15 anni – durante i quali non si può fermare il sostegno perché sarebbe come smettere di irrigare un campo a metà tra il momento della semina e quello del raccolto».
Pignotti: «Ecosistema più integrato per unire imprese, investitori e istituzioni»
Michele Pignotti, amministratore delegato di Sace, ha richiamato lo stretto legame tra internazionalizzazione, missione dell’azienda e innovazione, citando il fenomeno che gli economisti definiscono learning by exporting – le aziende che competono sui mercati internazionali crescono e innovano più velocemente di quelle che restano sui mercati domestici. «Per rafforzare la competitività del nostro Paese», ha dichiarato, «è necessario costruire un ecosistema sempre più integrato, capace di mettere in relazione imprese innovative, investitori e istituzioni e di accompagnare le realtà a maggiore potenziale dalla fase di avvio fino alla crescita sui mercati internazionali». E ancora: «Il venture capital svolge un ruolo fondamentale nel trasformare idee, competenze e tecnologie in imprese solide e competitive. Sace può accompagnarne il successivo percorso di sviluppo sostenendo gli investimenti, mitigando i rischi e facilitando l’accesso ai mercati globali. Favorire l’incontro tra capitali pubblici e privati, investitori istituzionali e nuove imprese significa trasformare il potenziale innovativo italiano in crescita concreta, occupazione qualificata e opportunità per le nuove generazioni».
Gualtieri: «A Roma un innovation campus su aerospazio, difesa e AI»
Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, ha citato i dati del Global cities index di Kearney sull’attrattività delle città, secondo cui Roma è salita di 19 posizioni negli ultimi anni, entrando nella top 10 europea come prima città italiana. Il primo cittadino ha collegato il risultato agli investimenti in corso sull’innovazione digitale dell’amministrazione – dal 5G di nuova generazione all’impiego dell’intelligenza artificiale nei servizi comunali – e ha ribadito l’ambizione di realizzare in città un innovation campus di dimensioni paragonabili alle maggiori esperienze europee e internazionali, con un focus su quantum computing, aerospazio e difesa, life science e intelligenza artificiale. «Oggi è importante incontrare gli attori dell’innovazione a Roma», ha dichiarato, «perché la città sta diventando un ecosistema dell’innovazione sempre più ricco. Tutto questo deve fare squadra, deve fare sistema, perché noi possiamo attrarre talenti invece di esportarli, possiamo investire il risparmio che produciamo copiosamente nella nostra città, nel nostro Paese».
La destra cercava l’egemonia culturale, ma ha trovato Vannacci
Il “momento Vannacci” sembra non finire più. Anzi, è in corso un’operazione di egemonia culturale vannaccizzante, complice anche la cronacaccia nera. Il caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori, è diventato materiale di contesa elettorale estrema ed estremizzante. La destra ha già deciso, vannaccianamente parlando, da che parte stare. Forza Italia cerca di distinguersi, ma dentro il partito di Antonio Tajani c’è anche chi si smarca dalla linea di partito (favorevole alla grazia) e dice di non voler firmare alcunché, vedi Tommaso Calderone, convinto peraltro che non serva a niente lanciare appelli pubblici e che la grazia, lo dice la legge, spetta al presidente della Repubblica.

Tutti a rincorrere l’ex generale
Il “momento Vannacci” dura e perdura. A destra a Bologna – senza nemmeno aver capito bene la dinamica dei fatti – ci si schiera in difesa della polizia. Non si tratta però di difendere nessuno, bensì di accertare le responsabilità. Il generale in pensione ci sguazza, continua a crescere, le responsabilità politiche di Matteo Salvini, suo ex demiurgo, crescono con l’aumentare dei consensi di Futuro nazionale. Il “momento Vannacci” è un sentimento, non soltanto una fase. Chissà quanto durerà. Oltretutto, è così trasversale che nessuno può fare a meno di occuparsene. Se Vannacci parla di sicurezza, attiva una risposta anche a sinistra, dove però abbondano i problemi su un tema sentito anche dai cittadini e dagli elettori di sinistra. Un tema «divisivo» come si direbbe con una parolaccia. Se Vannacci parla di Russia, attiva il cortocircuito del campo largo, con Giuseppe Conte pronto a putinizzarsi in tempo zero. Se parla di Decima MAS, vecchio classico della campagna elettorale vannacciana, attiva il cortocircuito della destra che non ha fatto i conti con la destra della destra. Insomma, il “momento Vannacci” è imprescindibile, sia che il generale in pensione faccia parte del destra-centro sia che non ne faccia parte.

Vannacci ha contaminato il dibattito pubblico, a destra e a sinistra
Ha ormai vinto lui, perché ha contaminato il dibattito pubblico di destra e di sinistra. Peraltro si capisce benissimo che vorrebbe stare dentro il destra-centro, d’altronde lo egemonizzerebbe bene, creando non pochi problemi a chi per ruolo non può estremizzarsi più di tanto. L’Italia è quel Paese in cui non si può fare la rivoluzione perché tanto ci conosciamo tutti; è stato così per tutti i migliori dinamitardi politici della Repubblica, chissà se varrebbe anche per Vannacci. Non è ancora chiaro tuttavia se Giorgia Meloni sia disponibile – pare di no, visto che Vannacci vota contro il governo, ma è tutto possibile – a imbarcare l’ex militare, abituato più a dare ordini e comandare che a seguire le direttive.

Dopo Trump, ecco il campione nostrano della slopaganda
D’altronde il capo è lui. Vuole essere anche il capo della slopaganda con quel video fatto con l’intelligenza artificiale in cui nei panni di imperatore romano ordina la morte per dei finti Schlein e Conte. Sicché, si capisce, dopo Donald Trump il generale in pensione vuole diventare anche il capo della memetica, nel senso dei meme. La politica nel 2026 si fa anche con l’intelligenza artificiale, anche in maniera grossolana.
Il “momento Vannacci” così rischia di rimanere fra noi a lungo, perché mancano soluzioni creative ed efficaci per contrastarne il proseguimento. Il leader di Futuro nazionale in ogni caso gode di un invidiabile vantaggio politico: può ancora crescere, richiamando al voto ex elettori della destra ed elettori populisti che avevano smesso di crederci. Finché non arriverà il prossimo leader estremista, beninteso, chissà magari uno della Gen Z, già nativamente pronto per la repubblica dei meme.
Simest, i risultati del primo semestre 2026: investimenti per circa 6 miliardi
Il Consiglio di amministrazione di Simest, la società del Gruppo Cdp per l’internazionalizzazione delle imprese italiane, presieduta dal professor Vittorio de Pedys, ha approvato i risultati del primo semestre 2026. In un contesto internazionale caratterizzato da persistenti elementi di complessità e da una crescente domanda di strumenti a supporto della competitività, Simest conferma il proprio ruolo di partner strategico delle imprese italiane nei percorsi di crescita sui mercati esteri. Nel periodo in oggetto la società ha sostenuto investimenti per circa 6 miliardi di euro, in crescita del 20 per cento rispetto ai primi sei mesi del 2025. Prosegue anche l’ampliamento della platea delle imprese supportate. con circa 1.900 imprese imprese, di cui oltre 1.100 nuove aziende, a conferma della capacità di raggiungere un numero crescente di realtà che investono nella crescita internazionale. Circa il 90 per cento dei clienti è rappresentato da piccole e medie imprese.
Cresce il supporto all’export
Il semestre evidenzia una crescita diffusa delle principali attività della società. Il supporto all’export – gestito attraverso il Fondo 295/73 in convenzione con il mnistero degli Esteri – ha raggiunto 4,8 miliardi di euro, con un incremento del 15 per cento rispetto al primo semestre 2025, confermando il ruolo di Simest nel favorire la competitività delle imprese italiane sui mercati internazionali. Particolarmente significativa la performance della finanza agevolata – gestita attraverso il Fondo 394/81 in convenzione con il ministero degli Esteri – che ha registrato finanziamenti per circa 1 miliardo di euro, in crescita del 112 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a testimonianza dell’efficacia degli strumenti pubblici a sostegno degli investimenti per l’internazionalizzazione.
Utile netto a 7 milioni
Prosegue anche il rafforzamento della solidità patrimoniale, con un patrimonio netto di circa 340 milioni di euro, in crescita del 4 per cento rispetto al primo semestre 2025. Il risultato lordo raggiunge circa 10,4 milioni di euro, in crescita del 15 per cento, mentre l’utile netto si attesta a circa 7 milioni di euro, con un incremento dell’8 per cento.
Processo Filo conduttore a Catania, cinque condanne e tre assoluzioni
Il gup di Catania ha emesso cinque condanne e tre assoluzioni, con la trasmissione di atti alla procura, nell’ambito del processo col rito abbreviato relativo all’operazione Filo conduttore della Guardia di finanza, che ipotizzava una serie di bancarotte per agevolare il clan Pillera Puntina. Il giudice ha condannato Domenico Lombardo a tre anni di reclusione e a cinque anni ciascuno Santo Finocchiaro, Antonio Messina, Antonio Zingale e Silvestro Zingale. Assolti da ogni accusa Giuseppe Alessandro Aloisio, Luca Bianco e Alessandro Musumeci. Il gup ha disposto delle assoluzioni da alcune contestazioni per i cinque imputati condannati. Per Lombardo, che è stato assolto per le ipotesi di bancarotta post-fallimentare e di riciclaggio, è stato disposto il dissequestro e la restituzione dei beni. Disposta invece la confisca delle disponibilità finanziarie in sequestro della società Af e TeleNet. Il giudice ha infine trasmesso copia degli atti alla procura sui rapporti fra Sielte e il clan Pillera-Puntina e su un dipendente dell’impresa.
Ue, scelto l’italiano Carlo Comporti per la presidenza dell’Esma
Il Consiglio Ue ha scelto, nel corso della riunione degli ambasciatori dei 27, l’italiano Carlo Comporti come candidato alla presidenza dell’Esma, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati. La scelta non costituisce un via libera definitivo ma va confermata dal Parlamento europeo. Comporti ha avuto la meglio sulla danese Karen Dortea Abelskov. Entrambi sono membri del board dell’Esma.
Giorgetti: «Abbiamo vinto, è quattro mesi che ci lavoro»
Soddisfatto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che, alla Camera, ha annunciato ai cronisti la notizia prima che arrivasse la comunicazione ufficiale: «Abbiamo vinto, è quattro mesi che ci lavoro. Anche se il processo non è ancora concluso, il voto decisivo di oggi è un riconoscimento alla persona e all’Italia». «L’Esma», ha aggiunto, «ricopre un ruolo strategico e in futuro è destinata a svilupparsi come Consob europea. Sono soddisfatto per il risultato di oggi, frutto del metodo di lavoro che adottiamo dall’inizio di questa legislatura e conferma della ritrovata credibilità in Europa del nostro Paese e del governo».
Attentato a Ranucci, il Riesame conferma arresti e metodo mafioso
Il tribunale del Riesame di Roma ha confermato le quattro misure cautelari e l’aggravante del metodo mafioso per i quattro accusati di essere gli esecutori materiali dell’attentato a Sigfrido Ranucci avvenuto il 16 ottobre del 2025. Respinte infatti le istanze presentate dalle difese che chiedevano l’annullamento delle misure e il non riconoscimento del metodo mafioso. Rimangono dunque in carcere Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e ai domiciliari Marica De Filippi. Tutti e quattro sono accusati a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso. Quest’ultima viene contestata per diverse ragioni, la prima delle quali rinvenuta nella forza intimidatoria del gesto (aver piazzato l’ordigno davanti al cancello della casa del giornalista). A rafforzare il riconoscimento del metodo mafioso c’è poi il fatto che l’attentato sia stato organizzato su commissione di un mandante, per ora ritenuto dalla procura il giornalista Valter Lavitola, pur se rimane oscuro il movente.
Iachetti senza freni augura la morte a Schillaci e attacca Vannacci, Salvini e Meloni
È polemica per le ultime uscite di Enzo Iachetti che, durante un incontro pubblico a Pratovecchio (Arezzo) nell’ambito della rassegna «Naturalmente Pianoforte» organizzata da Andrea Scanzi, ha sparato a zero contro i leader del centrodestra arrivando persino ad augurare la morte a un ministro.
Gli attacchi contro Vannacci, Meloni e Salvini
Il primo a finire nel mirino è stato Roberto Vannacci: «Vorrei che i pomodori in Puglia in agosto venissero raccolti da quelli che vogliono la remigrazione. Io vorrei vedere la faccia di Vannacci sudare a un euro netto all’ora. E vorrei vederlo asfaltare le strade di notte a 40 gradi, perché io non vedo mai un bianco farlo. Non c’è un bianco che asfalta le strade di notte a 40 gradi». Poi è toccato a Matteo Salvini: «Vorrei che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti provasse un giorno a salire su un Frecciarossa, in seconda classe. Deve essere lì quando il treno si ferma tra Parma e Bologna per quattro ore senza aria condizionata, non in executive, dove l’aria condizionata funziona sempre». Non è stata risparmiata nemmeno la premier Giorgia Meloni: «Mi piacerebbe sapere cosa risponderà questa signora, questa mamma, tra 20 anni, a sua figlia che leggerà sui libri di storia di 25 mila bambini ammazzati, a volte trucidati, a cui sono state tagliate le gambe. Che leggerà di coloni che spaccano i crocifissi e che uccidono le persone. E questa bambina ormai adulta andrà a chiederle: “Mamma, ma quell’anno lì non eri il presidente del Consiglio? E perché non hai mai detto un cazzo su queste cose? Io sogno questo momento, peccato che tra 20 sarò già all’inferno».
«Vorrei vedere Schillaci morire mentre aspetta una tac»
Infine l’attacco più grave, quello al ministro Orazio Schillaci: «Vorrei vedere il ministro della Sanità andare in ospedale e avere bisogno di una tac o di una risonanza magnetica e sentirsi rispondere “Ci dispiace, la prima libera è tra otto mesi”. E allora voglio vederlo morire prima come succede in tanti casi».
I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano
I maligni dicono che ne dimostra di più. Ma intanto a Roma sono stati festeggiati i 60 anni, tondi tondi, di Roberto Gualtieri, il sindaco della Capitale, che da tempo sfoggia sorrisi a tutta bocca. Lui scherza: «Ho preso confidenza con il mestiere». Un’affermazione che lo lancia direttamente nella campagna elettorale per le Comunali del 2027. La sua agenda sembra non terminare mai, anche in pieno luglio: al mattino una conferenza stampa per presentare il nuovo bando per la refezione scolastica, nell’Esedra del Marco Aurelio, nei Musei Capitolini, per poi tornare in ufficio. Quindi, nel pomeriggio, in uno dei luoghi più caldi di Roma, al Gazometro in via Ostiense, ecco Gualtieri che partecipa alla giornata conclusiva del Dock Startup Lab 2026, “academy per founder di startup”, con la presentazione dei 10 team più promettenti e innovativi emersi tra 150 talenti selezionati da oltre 60 università e centri di ricerca. In realtà al sindaco interessano ben altri profili promettenti: quelli adatti al nuovo volto del Pd romano.
Il nuovo capogruppo che ha battuto diversi candidati
Tra riunioni, telefonate, incontri quando il sole è già calato, Giovanni Zannola è stato indicato come nuovo capogruppo in Campidoglio, in sostituzione dell’uscente Valeria Baglio, diventata nel frattempo la nuova assessora alle Attività produttive. I candidati erano numerosi: Riccardo Corbucci, Antonella Melito, Andrea Alemanni (quello che in Campidoglio vanta il soprannome di “mister Beautiful”), Giammarco Palmieri. Alla fine l’ha spuntata Zannola, presidente della commissione Mobilità, laureato in psicologia dell’educazione e dello sviluppo, nato a Ostia (che è lo stesso territorio del pluriassessore Alessandro Onorato) dove è cresciuto come militante politico nella Sinistra giovanile, di cui è stato anche segretario.
Nel Pd a Roma c’è preoccupazione perché «mancano le donne», e in tempi di quote rosa e parità di genere l’argomento è serio: la partecipazione alla politica da questa parte è scarsa, «perché nella Capitale tutte quelle che fanno carriera militano a destra, anche per merito di Giorgia Meloni». E in effetti la squadra di Gualtieri è formata, a maggioranza assoluta, da uomini: lui dice che «sta studiando il tema», ma dimentica che il suo problema principale è un altro, e lo notano nello stesso Pd. E cioè «che piace ai poteri forti ma meno ai cittadini».
Piste ciclabili e lavori in corso, quanti grattacapi
I problemi quotidiani infatti non mancano, a partire dalle piste ciclabili ai Parioli e sull’Appia Antica, che hanno azzerato il consenso della gauche caviar. Per non parlare del dissesto del trasporto pubblico, con autobus introvabili (spesso appaiono attese da 40 minuti, e non in periferia ma a due passi dal centro) e fermate della metropolitana come Lepanto, proprio quella accanto al tribunale civile, chiuse per lavori. Senza dimenticare i danni provocati dai cantieri, come la tubatura dell’acqua bucata facendo gli scavi in viale Mazzini, a due passi dalla Corte dei Conti. Tutti questi guai fanno la felicità del forzista Simone Baldelli, che imita ogni giorno sui social Gualtieri, con tanto di caschetto in testa.
«Il mio desiderio è rivoluzionare Roma», dice Gualtieri, e guardando il “bombardamento” cantieristico, con piazza Venezia invasa dai silos di Webuild per costruire la metropolitana (fino a quando resteranno lì? 2034?) con il conseguente blocco del traffico per riuscire a sorpassare l’area, ci è già riuscito. Aver occupato la poltrona di ministro del Tesoro è stata un’esperienza utile per Gualtieri, che in quel periodo ha conosciuto i big dell’economia e della finanza, senza dimenticare i contatti che erano stati creati da europarlamentare, voluto da Massimo D’Alema.

«Non è uno che ha fatto zig zag tra le correnti del partito, perché Gualtieri è un gualtieriano», dice, ridendo, un vecchio esponente della sinistra romana, che ricorda il sindaco per la sua professione, quella di storico, con tanto di pennacchio accademico, che poi gli servì per “entrare nel giro” della fondazione dedicata ad Antonio Gramsci, cara a D’Alema e soprattutto alla moglie Linda Giuva.
«Nell’ultimo anno ho perso 15 chili, mi sento in forma»
Poi non si poteva fare a meno di mettersi in fila davanti a Goffredo Bettini, a stare al tavolo con Nicola Zingaretti, e con tutto quel “corpaccione” della sinistra romana che ha saputo, con un anticipo di molti anni rispetto alla scena nazionale, dare vita a quel campo largo che oggi appare un’impresa disperata, per le elezioni politiche 2027. «Ho un mix di energia e di esperienza. Nell’ultimo anno ho perso 15 chili, mi sento in forma», sentenzia Gualtieri. In fondo è ancora giovane, non dia retta ai maligni. Anche perché, secondo una militante, se sembra più vecchio «è solo colpa della calvizie, perché se Roberto avesse i capelli sarebbe quasi un ragazzo». Forse il volto giovane e nuovo del Pd è già lui.
Trovato morto a Parigi Siad, presunto reclutatore di Epstein
Daniel Siad, presunto reclutatore del pedofilo Jeffrey Epstein, è stato trovato morto nella sua casa vicino a Parigi. Lo ha annunciato la procura confermandolo a Le Parisien. L’uomo, 69 anni, di origine algerina ma con cittadinanza svedese e francese, era sospettato di reclutare giovani modelle per consegnarle al pedofilo americano. Cinque donne hanno sporto denuncia contro di lui. La morte è avvenuta lunedì 20 luglio 2026 a Colombes (Hauts-de-Seine), apparentemente per arresto cardiaco. La sua coinquilina, una donna di 28 anni, lo ha trovato privo di sensi in cucina e ha allertato i vicini.
Delmastro, la Camera boccia la richiesta dei pm sulle chat con Caroccia: protesta del M5s
La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha detto no alla richiesta dei magistrati della procura di Roma di acquisire le chat tra Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia. Ora la parola passa all’Aula di Montecitorio che emetterà il verdetto definitivo. In segno di protesta, i senatori del M5s hanno occupato i banchi del governo al Senato, urlato “Vergogna, vergogna” ed esposto i cartelli con la scritta “Fuori le chat“. I colleghi di Fratelli d’Italia hanno risposto con “Buffoni”, uno di loro si è avvicinato al capogruppo pentastellato Luca Pirondini strappandogli il cartellone ed è stato subito allontanato. La presidente di turno Mariolina Castellone ha sospeso la seduta invitando i commessi ad intervenire.
M5s: «Il centrodestra deve solo proteggere se stesso»
Le componenti del M5s nella Giunta delle autorizzazioni della Camera Enrica Alifano, Carla Giuliano e Daniela Torto, hanno poi rilasciato la seguente nota: «Le Giunte delle autorizzazioni di Camera e Senato sono diventate organi scudificio per i politici del centrodestra, la maggioranza respinge qualsiasi richiesta dei magistrati a prescindere da ogni valutazione di merito. Devono solo proteggere sé stessi. Dovendo trovare degli argomenti di facciata, si nascondono, come oggi sul deputato Delmastro, dietro argomentazioni infondate come una presunta genericità della richiesta della procura di Roma. La verità è che la procura ha affermato che le comunicazioni tra Caroccia e Delmastro sono indispensabili per capire se, come si ipotizza, i Caroccia nel ristorante in cui erano in società con Delmastro riciclassero denaro per conto del clan Senese».
OpenAI, modelli AI fuori controllo hackerano una piattaforma
OpenAI, l’azienda produttrice di ChatGPT, ha reso noto che i suoi modelli di intelligenza artificiale avanzata sono andati fuori controllo durante i test di sicurezza, violando autonomamente una popolare piattaforma per programmatori. L’azienda di San Francisco ha definito l’accaduto un «incidente informatico senza precedenti» e ha annunciato che condurrà un’indagine congiunta con la piattaforma di condivisione di codice e modelli di IA Hugging Face, vittima del cyber attacco. L’accaduto ha coinvolto una combinazione di modelli, tra cui il recente GPT-5.6 Sol e uno «ancora più capace» attualmente in fase di sviluppo. OpenAI stava cercando di valutare le capacità di hacking dei modelli assegnando loro dei compiti all’interno di un ambiente di test digitale rigorosamente controllato. «Mentre operavano nel nostro ambiente di test, i modelli hanno dedicato una quantità significativa di potenza di calcolo a trovare un modo per ottenere un accesso illimitato a Internet, al fine di risolvere il problema di valutazione». E sono riusciti, da soli, a uscire dalla “stanza chiusa”, entrare nei sistemi di Hugging Face, eseguire decine di migliaia di azioni automatiche e muoversi dentro l’infrastruttura interna dell’azienda.
Bologna, Meloni: «Tolleranza zero sugli scontri». Schlein: «Lo Stato ha fallito»
È scontro tra maggioranza e opposizione sui fatti di Bologna, dove domenica 19 luglio 2026 il 43enne Abderrahim Fakir è morto durante un fermo di Polizia. In un’intervista al Giornale, la premier Giorgia Meloni ribadisce la linea già espressa in un post sui social, parlando di «tolleranza zero» contro chi «pensa di poter sfasciare tutto, terrorizzare le persone perbene e trasformare i nostri quartieri in zone franche». Il riferimento è alla manifestazione per chiedere verità e giustizia sulla morte di Fakir che in breve tempo è degenerata in guerriglia urbana con auto incendiate, bombe carta e agenti feriti. Meloni ha poi definito «irresponsabile» la scelta del sindaco di Bologna Matteo Lepore che aveva chiamato la cittadinanza a un presidio per chiedere giustizia. «Un ottimo pretesto ai centri sociali». Il primo cittadino si è così difeso dopo le proteste: «C’erano due piazze, la nostra era pacifica. Se non avessimo fatto quel presidio, oggi la voce non ci sarebbe stata. Chiedere verità e giustizia non significa delegittimare chi indossa una divisa».
Shlein: «Lo Stato ha fallito, ora fare piena luce»
Sulla vicenda è intervenuta anche Elly Schlein: «Su Fakir lo Stato ha fallito e spetta allo Stato fare piena luce. Lepore ha scelto di governare la frustrazione e lo smarrimento di un’intera comunità. È stato importante, per non lasciarla in balia delle spinte più estremiste e degli antagonisti che anche ieri hanno messo a ferro e fuoco la città, con una violenza inaccettabile e che condanniamo con nettezza». E poi, alla trasmissione In Onda su La7, ha aggiunto: «Abbiamo coinvolto l’ex capo della polizia Franco Gabrielli in iniziative sulla nostra idea di sicurezza, che non è rincorrere la destra sulla propaganda».
Nyp: «Trump vuole Infantino segretario generale dell’Onu»
Donald Trump vorrebbe il presidente della Fifa Gianni Infantino come prossimo segretario dell’Onu. Lo riporta il New York Post citando alcune fonti, secondo le quali il tycoon ritiene che Infantino «sia rispettato da tutti nel mondo e ha un’abilità speciale di unire le persone». Il prossimo segretario generale delle Nazioni Unite sarà eletto quest’anno per sostituire Antonio Guterres, che lascerà alla fine di dicembre. In base alla prassi di assegnare il ruolo a rotazione su base geografica, questa volta toccherebbe all’America Latina o ai Caraibi, e ad una donna. Per ottenere la carica, Infantino dovrebbe ricevere l’appoggio dei 15 Paesi membri del Consiglio di sicurezza, in particolare dei cinque permanenti e con diritto di veto, ovvero Stati Uniti, Federazione Russa, Cina, Regno Unito e Francia, ed essere poi confermato dall’Assemblea generale. Tra i candidati in lizza figurano l’ex presidente cilena Michelle Bachelet e l’argentino Rafael Grossi, attuale direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
Lorenzo Pacini, il volto della sinistra che spacca il Pd di Milano (e non solo)
«Il caso-Pacini? In questo momento è come la criptonite: parliamone pure, ma off the record». Le parole di un’esponente di punta dei Giovani Democratici milanesi la dicono lunga sulla tensione scatenata dalla candidatura alle primarie di Lorenzo Pacini, aspirante sindaco a soli 30 anni, sulla scia del suo modello Zohran Mamdani. Benché sia ormai diventato un personaggio di caratura nazionale, grazie alle sue frequenti apparizioni in trasmissioni di punta come Piazzapulita e La Zanzara, il controverso esponente dem per il momento è un semplice assessore del Municipio 1 (centro storico) e quindi per capire il trambusto che lo accompagna serve un breve riassunto delle puntate precedenti.
Fratelli coltelli: la rivalità con Paolo Romano
Politicamente attivo fin dai tempi del liceo Manzoni, Pacini diventa segretario regionale dei Gd e a 20 anni viene eletto consigliere di circoscrizione, dove nel secondo mandato assume anche le deleghe a Verde, Case Popolari e Lavori Pubblici. Il suo percorso è parallelo a quello del “gemello rivale” Paolo Romano, di soli 20 giorni più grande, che invece si sviluppa nel Municipio 8. Nel 2023 si candidano tutti e due alle Regionali: Romano entra in consiglio con oltre 9 mila preferenze, mentre Pacini è il primo dei non eletti. Entrambi ottengono una popolarità che va ben oltre i rispettivi incarichi istituzionali. Paolo si imbarca per Gaza con la Global Sumud Flotilla, viene sequestrato dall’esercito israeliano e, dopo giorni da incubo, torna in Italia accolto nientemeno che da Elly Schlein, che da tempi non sospetti lo stima molto. Lorenzo fa viaggi decisamente più sicuri, ma anche più frequenti, rispondendo a numerosi inviti dai circoli di tutta Italia e, appunto, dei media nazionali. Le reciproche influenze si manifestano in una vera e propria spaccatura nei Gd milanesi e lombardi, un astio noto ormai da anni a chi bazzica la politica locale. L’escalation è invece più recente.

La battaglia per le primarie
Pacini prima lancia Primarie o barbarie, un ciclo di incontri sul territorio finalizzati a invocare i gazebo per la scelta del candidato sindaco: in pratica, si intesta una battaglia che anche i Gd (e non solo) condividono in pieno. Successivamente ufficializza lui stesso la propria intenzione di presentarsi per il dopo Sala, che, in privato, gli confida di non condividere praticamente nulla delle sue esternazioni, ma di ammirarne la capacità comunicativa. Il posizionamento politico è nettamente alla sinistra del variegato fronte dem, in ambiziosa competizione col ben più noto Pierfrancesco Majorino e con la possibilità di attirare anche chi solitamente non vota Pd. Certamente ha appeal sui giovani, che partecipano a centinaia ai suoi eventi e lo seguono su Instagram (dove ha oltre 81 mila follower), ma anche su molti reduci della campagna di Pisapia un po’ più âgée, commossi nel risentire parole come «rivoluzione» e «tassazione dei ricchi». Slogan forti, soprattutto in bocca a un ragazzo di buona famiglia cresciuto in centro, cosa che qualcuno gli rinfaccia come una colpa (eppure nel Pd ci sono altri figli di papà che discettano di case popolari e politiche per l’inclusione…). Il vero problema però non sta nei contenuti: la maggior parte dei temi nella sua agenda sono perfettamente congrui con quelli dei Gd e della sinistra del Pd, anche se qualcuno – a microfoni rigorosamente spenti – sostiene che la tassazione comunale dei più ricchi non sarebbe tecnicamente realizzabile. È più una questione pre-politica e di toni, come nel caso più recente.

La bombetta sparata a La Zanzara
L’ultima apparizione di Pacini nell’arena di Cruciani e Parenzo ha scatenato un vero putiferio, con quel richiamo ai «fucili» per combattere i fascisti che ha fatto drizzare i capelli non solo agli avversari politici, ma anche ai compagni di partito. Il centrodestra si è scatenato contro l’assessore di circoscrizione, chiedendo il ritiro delle sue deleghe per la violenza insita nelle sue parole. Lui si difende sostenendo di aver solo ribadito i valori costituzionali della resistenza antifascista, accusa i rivali di averne distorto le parole e invita a riguardare la registrazione del suo intervento.
L’idea delle destre sull’uscita di Pacini invece è già molto chiara. Nello stesso giorno, ne hanno parlato i due massimi esponenti dell’area: prima Roberto Vannacci e poi persino la premier Giorgia Meloni. Una volta si diceva «e allora il Pd?» e oggi si dice «e allora Pacini?»: è questo l’argomento che entrambi hanno usato per commentare l’indignazione sollevata dal video fatto con l’IA nel quale un Vannacci-imperatore romano condanna a morte, tra gli altri, Schlein e Conte. Per quanto l’accusa di violenza politica non sia piacevole, difficilmente il giovane rampante avrebbe potuto desiderare un regalo migliore. Neanche col migliore degli spin doctor… e per giunta gratis!
Il fuoco amico e i maldipancia dei Gd
Il caso-Pacini era peraltro già finito sulla stampa nazionale. Nello stesso giorno, Libero attacca le sue esternazioni, mentre il Giornale segnala l’incursione della polizia annonaria a una delle anguriate nelle quali incontra i propri sostenitori. Visita ovviamente stimolata da una segnalazione da qualcuno a cui l’iniziativa dà fastidio. Viene descritto come fuoco amico anche l’ordine del giorno presentato nella direzione metropolitana del Pd, finalizzato a chiedere il rispetto dello Statuto e il coinvolgimento dei circoli nella scelta delle candidature. Alcuni, anche sui giornali, ne parlano come di un attacco personale a Pacini, mentre i promotori – anch’essi rigorosamente a microfoni spenti – parlano di un generico richiamo a tutti gli iscritti che hanno fatto fughe in avanti senza una vera condivisione (leggasi Majorino e Scavuzzo). Con Pacini però pesa un pregresso che ha lasciato strascichi profondi: delle irregolarità nel tesseramento dei Gd per le quali sono stati sanzionati alcuni giovani dirigenti. Pacini non era l’unico, anzi: a fronte di sospensioni, lui se l’è cavata con un richiamo, praticamente un buffetto. Proprio questo, confidano diversi ragazzi con la maglietta arancione, ha scatenato la rabbia nei confronti del partito e la voglia di sottolineare la propria distanza dal candidato in pectore. Chi invece sta dalla sua parte, ricorda polemicamente i pesanti dissidi nei Gd nazionali, con altri protagonisti, che un anno fa ha portato Elly Schlein al clamoroso commissariamento della giovanile.
Il boomerang della demonizzazione
Lo stesso fatto che esista un fronte “anti-Pacini” ha però ottenuto il paradossale risultato di rafforzare il proprio acerrimo nemico. A spiegarlo a Lettera43 è Marco Marturano, docente di comunicazione con un lungo curriculum di campagne elettorali tra Italia e Usa (compresa la prima di Clinton). «Da sempre la demonizzazione verso un candidato è un regalo straordinario proprio per lui», spiega Marturano. «Non a caso alcuni candidati lavorano per provocare reazioni forti nei loro confronti con affermazioni e posizioni a volte consapevolmente eccessive, sperando che i social e i mass media le moltiplichino e che gli avversari sia interni sia esterni li attacchino per averle fatte. Il caso-Pacini è decisamente da manuale in questo senso. Le affermazioni consapevolmente aggressive e sopra le righe hanno generato un attacco su molti fronti, da un lato assolutamente logici e dall’altro però a suo vantaggio».
Divisivo al 100 per cento: problema o risorsa?
Alcuni esponenti di questo fronte (sempre in forma anonima) negano fermamente l’esistenza di un asse anti-Pacini e aggiungono che l’iniziativa “Per un’altra Milano”, guidata da Romano, non ha alcuna attinenza con la sua candidatura. Altri invece ammettono di aver dato un vantaggio all’avversario interno. «Ha prevalso la voglia di prendere posizione nei confronti del partito, dal quale non ci siamo sentiti tutelati nel caso tesseramenti», spiegano. «Eravamo però consapevoli del rischio di fare un favore a Lorenzo, dandogli modo di presentarsi come martire. Oggi, di fatto, lui non ha più nemmeno bisogno del Pd e potrebbe persino vincere le primarie, anche correndo contro la volontà del partito». Il cima da volemose bene che lega tanti Gd in una fratellanza di tipo scoutistico non è quindi l’unica faccia della medaglia, anzi. Sotto c’è ben altro, benché qualcuno saggiamente invochi una sorta di riconciliazione per il bene comune. L’unica cosa certa è che Pacini è un personaggio fortemente divisivo. Se diamo un’accezione negativa al termine, come solitamente si fa in politica, per lui ogni strada sarà in salita. Se invece nell’era della polarizzazione ciò può essere considerato un vantaggio, allora il giovane ribelle si è già portato molti passi avanti. Lo capiremo presto.
Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
Abdulfatah Mujahid Al-Qahali, 47 anni, ingegnere civile, è figlio del generale Mujahid Al-Qahali, storico leader nasserista yemenita e capo tribale della confederazione Bakil, la più grande dello Yemen: oltre 10 milioni di persone e una trentina di tribù nelle regioni attorno e a nord di Sana’a.
Le accuse emiratine e l’Odissea giudiziaria
Emigrato negli Emirati nel 2001, imprenditore affermato con una fabbrica di marmo e granito a Sharjah, nel 2016 accompagnò il padre in una missione di pace ad Abu Dhabi, davanti alla leadership emiratina: la proposta era un dialogo tra tutte le parti yemenite, ospitato e patrocinato dagli stessi Emirati, per fermare la guerra iniziata con l’intervento della coalizione saudita il 26 marzo 2015. «Ma quel discorso di pace non piacque», racconta oggi a Lettera43. Il padre ripartì per lo Yemen; pochi giorni dopo, il 9 agosto 2016, furono proprio le forze speciali emiratine a prelevare Abdulfatah. L’accusa era di aver «pensato e pianificato» di inviare diesel e carburante al porto di Hodeidah. Un commercio, va detto, perfettamente legale, soggetto ad autorizzazione della stessa marina saudita ed emiratina ma mai avvenuto. «Non avevo spedito nulla. Me lo dissero in tribunale: sei qui perché pensavi. E perché tuo padre non è con noi», ricorda.

Quattro anni di detenzione prima ancora di vedere un giudice, poi una condanna a cinque anni che si sarebbe dovuta chiudere il 9 settembre 2021. La pena era scaduta ma le guardie gli ripetevano: «Non troviamo il passaporto», «non sappiamo se la causa è finita», «ti faremo uscire, adesso vediamo». Ne uscì solo a mezzanotte del 6 gennaio 2023, 16 mesi dopo la fine della pena. Ma non finì lì: per quasi altri tre anni gli Emirati lo trattennero sul loro territorio, senza sostegno economico, senza permesso di partire. La moglie e i figli, che all’inizio erano con lui negli Emirati – il figlio, con il visto scaduto, non poteva nemmeno andare a scuola – erano dovuti rientrare in Yemen: non li ha rivisti per più di nove anni. Solo il 2 novembre 2025 è atterrato a Sana’a, accolto dai festeggiamenti delle tribù di mezzo Yemen e, finalmente, dalla sua famiglia.
«Il blocco nasce dagli accordi che Riad non ha mai rispettato»
È da questa biografia che bisogna partire per capire il blocco navale contro l’Arabia Saudita annunciato nei giorni scorsi dagli houthi e quanto sia fuorviante la lettura che archivia ogni mossa di Sana’a come un ordine arrivato da Teheran, un capitolo della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele. Al-Qahali la smonta alla radice: «Questa guerra non è cominciata oggi e non c’entra nulla con la guerra irano-americana. È cominciata con l’attacco allo Yemen del 26 marzo 2015. E questo blocco nasce da una cosa sola: gli accordi che l’Arabia Saudita ha firmato e non ha mai rispettato».
Il conflitto con Riad ha una contabilità propria, fatta di impegni negoziati per anni sul canale dell’Oman – culminati nella roadmap mediata dall’Onu a fine 2023: stipendi pubblici pagati con i ricavi del petrolio, riapertura di aeroporto e porti, ripresa dell’export – e mai attuati.
«Dopo anni di negoziati in Oman, ci si era accordati: entro sei mesi la riapertura dell’aeroporto di Sana’a a tutte le compagnie e tutte le destinazioni», spiega. «Quell’aeroporto serve più di 20 milioni di persone ed è chiuso da undici anni. La gente non può uscire nemmeno per operarsi, gli studenti non possono partire. È rimasto tutto com’era».

I numeri dell’assedio economico
E poi ci sono i numeri dell’assedio economico, che Al-Qahali elenca uno per uno. La Banca centrale trasferita da Sana’a ad Aden. I proventi dell’export di petrolio e gas – la spina dorsale del bilancio – bloccati: «Senza quei soldi non ci sono stipendi. La gente non riceve un salario da due, tre anni. Chiedetevi come compra il cibo».
Ogni cargo diretto in Yemen deve passare da Gibuti per le ispezioni: «Lo tengono fermo uno, due mesi. Un container costava 1000, 2 mila dollari; oggi arriva a 10 mila. E tutti questi costi ricadono sui più poveri». Intanto il cibo, spesso, marcisce in attesa. Non sorprende che l’Onu classifichi lo Yemen tra le più gravi crisi umanitarie del pianeta, con oltre 22 milioni di persone bisognose di assistenza e 18,3 milioni in insicurezza alimentare acuta (OCHA, piano 2026). Le condizioni per fermare tutto, dice, sono già scritte negli accordi disattesi: riapertura di aeroporti, porti e strade interne; il rilascio dei prigionieri di guerra – «più di 20 mila persone nelle carceri, in Yemen, in Arabia Saudita, negli Emirati» – e la restituzione dei fondi trattenuti.
«Se Riad torna a firmare, tutto riapre immediatamente». Il blocco, tiene a precisare, non tocca il traffico internazionale: «Bab el-Mandeb è aperto a tutti i Paesi. È chiuso solo per le navi da e per i porti sauditi. Non vogliamo problemi con il mondo: il nostro problema è con chi ci assedia».

Lo Yemen e quell’etichetta di proxy iraniano
Sull’etichetta di «proxy iraniano» che l’Occidente cuce addosso a Sana’a, Al-Qahali allarga le braccia: «Non tutti sono houthi. Nelle aree di Sana’a vivono più di 20 milioni di persone, e non tutte hanno a che fare con l’Iran. In Yemen ci sono tanti partiti e tante tribù. La gente qui vuole solo vivere: medicine, cibo, la possibilità di curarsi».
I numeri gli danno ragione: quasi tutti in Yemen appartengono a una tribù, e la sola Bakil, con i suoi oltre 10 milioni di membri, conta da sola più persone di quante il movimento houthi ne abbia mai inquadrate. È questo tessuto tribale e politico, ben più antico e più largo di quello guidato da Ansar Allah, a reggere la tenuta di Sana’a dopo 11 anni di conflitto. E alla domanda se lo Yemen andrà alla guerra contro sauditi ed emiratini, rovescia la prospettiva: «Chiedete prima chi ha cominciato. Non siamo andati noi ad attaccarli: sono entrati loro nel nostro Paese, senza alcun mandato delle Nazioni Unite e senza che nessun governo li avesse chiamati. Noi non vogliamo un’altra guerra. Se firmano, riaprono e lasciano lo Yemen, sarà un bene per loro e per noi: dobbiamo essere buoni vicini».

L’Europa si ricorda dello Yemen «solo quando si ferma il petrolio»
C’è un messaggio, infine, per l’Italia e per l’Europa, «che dello Yemen si ricordano solo quando si ferma il petrolio»: «Con voi non abbiamo alcun problema: siete nostri amici, e Bab el-Mandeb per voi è aperto. Ma aiutateci: fate da partner, con le Nazioni Unite, con Londra e Washington. Se l’Europa si impegna, tutti vedranno qual è il vero problema dello Yemen e chi lo ha creato».
Parla già da uomo politico, Al-Qahali. E infatti l’annuncio arriva: lo farà con il partito di suo padre, il Tanzim al-Tashih, raccogliendone l’eredità nasserista. Il progetto è quello che descrive con le parole semplici di chi ha visto il fondo: «Un futuro migliore per la nostra gente, istruzione, buone condizioni per tutti, buone relazioni con il mondo. L’Europa è la nostra migliore amica, da sempre». Da quando c’erano i romani… Sorride: «Da allora».
Dall’estero: Neill Blomkamp presenta un corto creato interamente con l’IA
Dopo gli Oats Studios dedicati ai corti d'autore, il regista crea i Barley Studios dedicati ai corti d'AItore
Dopo George Lucas, anche Neill Blomkamp è pronto ad affrontare l'opinione pubblica schierandosi a favore dell'uso delle Intelligenze Artificiali nell'industria cinematografica. Guarda il video: NIGHTBORNE — A Neill Blomkamp Sci-Fi Film. Fully AI (4K) Il regista di District 9, Elysium e Humandroid, infatti, ha presentato al pubblico il suo progetto più recente, un corto realizzato utilizzando Seedance 2.0, accolto sui social con la prevedibile dose di ironia e sdegno (grazie per averci dimostrato che persino nelle mani di un regista affermato, l'AI slop è... - Leggi l'articolo
CINEMA - Dall'estero - 22 luglio 2026 - articolo di Angela Bernardoni
Dall’estero: Addio a Kaylee Hottle, la giovane attrice di Godzilla e Kong – Il nuovo impero
Aveva interpretato Jia, la ragazzina che comunica con King Kong con il linguaggio dei segni.
È scomparsa a soli 19 anni Kaylee Hottle, l'attrice sorda che è stata protagonista delle pellicole Godzilla vs. Kong (2017) e Godzilla e Kong – Il nuovo impero (2021). Interpretava Jia, una ragazzina che riusciva a comunicare, attraverso il linguaggio dei segni, con King Kong. A darne notizia il padre Joshua Hottle al sito TMZ, specificando che la figlia è rimasta coinvolta in un grave incidente automobilistico nel Meryland. Secondo una prima ricostruzione, la Hottle era a bordo di una Honda Accord del 1995 che è uscita fuori di strada, finendo in... - Leggi l'articolo
CINEMA - Dall'estero - 22 luglio 2026 - articolo di Carmine Treanni
Lo scudo penale e il cinismo di Piantedosi per giustificare l’impunità dei poliziotti
Durante un afoso lunedì sera, al Tg1 delle 20, la giornalista parlamentare Maria D’Elia ha intervistato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Gli ha fatto una domanda sullo scudo penale, applicato per la prima volta ai due poliziotti che, a Bologna, sono stati protagonisti del fermo di un cittadino marocchino in stato di alterazione psicofisica e che è morto mentre cercavano di ammanettarlo. Questa, letterale, è stata la risposta del ministro: «Non è uno scudo penale, è una giusta collocazione di un caso all’interno di un’iscrizione in un registro apposito, voluto da una legge recente approvata dal governo Meloni, di persone che sembrano aver partecipato a un fatto in presenza di una causa di giustificazione».
Non è un’assoluzione, ma qualcosa di addirittura più comodo
Tradotto per gli spettatori del Tg1 che stavano addentando lo spaghetto e che sono rimasti con la forchetta a mezz’aria. Abderrahim Fakir, 42 anni, marocchino, è morto a Bologna il 19 luglio dopo un intervento della polizia. Due agenti lo hanno bloccato a terra, quattro operatori del 118, volontari, non sono intervenuti. C’è un video di cinque minuti con urla, richieste di aiuto, poi il silenzio. La procura, invece di iscrivere i sei nel registro degli indagati, li ha iscritti in un registro nuovo – il modello 45 bis – pensato per chi ha «probabilmente» agito con una causa di giustificazione. Non indagati: «annotati». È la prima applicazione in Italia del cosiddetto scudo penale, previsto dal decreto sicurezza voluto da Lega e centrodestra: se un poliziotto usa la forza in servizio e sembra esserci una giustificazione, l’impunità comincia prima ancora che un giudice l’abbia stabilita. Non è un’assoluzione, ma qualcosa di addirittura più comodo: la cancellazione di un qualsiasi eventuale processo.
Piantedosi l’ha chiamata «giusta collocazione». È la sua cifra stilistica da super burocrate: si prende un fatto scomodo e lo si infila dentro una scatola lessicale oscura per renderlo innocuo. E così non si tratta di uno scudo, ma di «un registro». Chi dovrebbe essere indagato aveva la sua «causa di giustificazione» che, naturalmente, stabilisce lui stesso.

Come se gli agenti non avessero mai dato occasione per dubitare di loro
Due parole su questo ministro che si è presentato in giacca e cravatta, voce piana, dispiacere di rito per la famiglia ma, subito dopo, non ha fatto mancare l’avvertimento minaccioso a chi ha «espressioni pregiudizialmente contrarie alle forze di polizia»: chi dubita o vorrebbe un processo che accertasse i fatti non ha fiducia nelle forze dell’ordine, dunque dubitare è già una colpa. Come se la categoria degli agenti di sicurezza non avesse mai dato occasione per sollevare ombre sul suo operato. Il caso di Rogoredo, con il bravo poliziotto che ammazzò uno spacciatore col quale pare fosse colluso, è solo l’ultimo di una lunga serie in cui non si possono non citare Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini.

È la stessa mossa retorica che la destra usa sempre: spostare l’attenzione, distogliendola dalla vittima. Almeno Piantedosi non è come Matteo Salvini, non si mette la felpa “Io sto coi poliziotti” e non ha nemmeno bisogno della spavalderia di Roberto Vannacci. Ci tiene al suo mestiere amministrativo che per lui vuol dire prendere una (presunta) violenza di Stato e trasformarla in procedura.

Fakir chiedeva aiuto mentre veniva tenuto a terra. Il ministro, davanti alle telecamere, ha parlato di «grande tragedia» con la stessa voce con cui annuncerebbe una circolare. Gestisce con imperturbabile cinismo linguistico il dolore altrui, che riduce a una riga qualsiasi del suo bilancio giuridico.

Fakir chiedeva aiuto: non gli è arrivato
Uno scudo che non si chiama scudo, secondo lui, protegge di più e nessuno si può indignare contro un «registro» e una «causa di giustificazione». Fakir, quello vero, non quello iscritto nel modello 45 bis, chiedeva aiuto: non gli è arrivato. La domanda della giornalista D’Elia era semplice. Ma evidentemente, per Piantedosi, è stato meglio rispondere in modo che nessuno capisse.
Inchiesta Equalize, chiesto il rinvio a giudizio per 74 indagati
La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per 74 degli 81 indagati nella maxi inchiesta Equalize su dossieraggi e accessi abusivi alle banche dati delle forze dell’ordine. Tra loro figurano Leonardo Maria Del Vecchio, il banchiere Matteo Arpe, il fratello di Filippo Tortu, Giacomo, manager di multinazionali e vari avvocati di diversi studi legali internazionali che si sarebbero rivolti alla società per svolgere controlli attraverso pratiche ritenute illecite a persone di loro interesse. Ad aprile i pm milanesi avevano già chiesto il processo per Enrico Pazzali, che sarebbe stato a capo dell’associazione per delinquere, e altre 13 persone (tecnici informatici e appartenenti alle forze dell’ordine) accusati di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati informatici, come l’accesso abusivo a banche dati sensibili come lo Sdi, Serpico e Punto Fisco. Sono oltre 832 in totale le persone offese, presunte vittime degli spionaggi, tra cui Ricky Tognazzi, Alex Britti, Selvaggia Lucarelli, Fabrizio Corona, Marcell Jacobs (lo spionaggio sarebbe stato commissionato dal fratello del compagno di staffetta Tortu), Stefano Boeri e Paolo Scaroni. Questa seconda richiesta di rinvio a giudizio sarà valutata da un gup, dopo essere stata riunita alla prima tranche. L’inizio dell’udienza preliminare dovrebbe essere a ottobre.
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
Nel giornalismo c’è gente che va e gente che viene. Anzi, per la precisione gente che ritorna. In via del Tritone, quartier generale del gruppo Caltagirone, gli spifferi non mancano: «Per un Rosario Dimito che se ne va, c’è un Osvaldo De Paolini pronto a rientrare alla base», si sente dire. Dimito, come anticipato da Lettera43, lascia il quotidiano romano e dal primo settembre va a La Stampa del nuovo corso Sae come vicedirettore vicario. Mentre De Paolini che fa? Lui è rimasto nel cuore dell’ingegnere Francesco Gaetano Caltagirone, che ne ha sempre apprezzato la passione per il lavoro. Dopo anni con Calta era passato agli Angelucci. Ma adesso è arrivato l’addio a il Giornale, anche per colpa di confronti accesi proprio con l’editore e di quell’indigesto approdo di Lirio Abbate. Adesso ad attenderlo quale ruolo ci sarà? Le testate del gruppo sono diverse: oltre a Il Messaggero non dimentichiamo Il Mattino e Il Gazzettino…
Cinema: Ecco il primo trailer di Avengers: Doomsday
Il nuovo capitolo della saga cinematografica Marvel arriverà al cinema il prossimo dicembre
Per combattere l'apocalisse servirà un miracolo e Avengers: Doomsday sembra averne in serbo più di uno. Il nuovo film del Marvel Cinematic Universe, in arrivo nei cinema statunitensi il prossimo 18 dicembre, mostra nel primo trailer i supereroi del multiverso fare fronte comune contro il nemico più temibile mai affrontato dagli Avengers. Guarda il video: Avengers: Doomsday | Official Trailer Diretto da Anthony e Joe Russo, il trentanovesimo film del MCU vede l'ingresso degli X-Men nel gruppo di supereroi cinematografici e il ritorno del primo Avenger,... - Leggi l'articolo
CINEMA - Cinema - 21 luglio 2026 - articolo di Angela Bernardoni
Editoria: Ecco Robot 105, sette racconti su identità e sopravvivenza
Sono Alaya Dawn Johnson e Rati Mehrotra le due autrici internazionali di questo numero, con due dei migliori racconti pubblicati lo scorso anno. E poi Mecenero, Del Popolo Riolo, Del Piano e il vincitore del Premio Robot Antioco Abis.
Un nuovo numero di Robot è sempre un piccolo evento e crediamo lo sia anche questa volta. Le due autrici internazionali, poco note in Italia e tutte da scoprire, propongono due eccezionali racconti, tra i migliori pubblicati l'anno scorso sul mercato americano. Si affianco alcuni tra i migliori autori e autrici italiani e il vincitore del Premio Robot. Robot 105di Silvio SosioRacconti di Alaya Dawn Johnson, Rati Mehrotra, Antonella Mecenero, Davide Del Popolo Riolo, Roberto Del Piano e il vincitore del Premio Robot Antioco Abis. Articoli sugli alieni più alieni, il capitalismo di... - Leggi l'articolo
Ebook: Tempesta, il secondo libro del Montecristo Project
Dopo quattro anni dall'uscita di La prima colonia prosegue la saga tecnologica di Edoardo Volpi Kellermann
Sono passati quattro anni dall'uscita del primo volume della serie, La prima colonia. Quattro anni passati a scrivere il libro ma anche un po' in ritardi nostri, dovuti anche alla difficoltà di preparare l'edizione ebook e cartacea di un libro complesso, “aumentato”, contenente una “wiki” interna. Una saga tecnologica centrata sull'avvento della AGI, della intelligenza artificiale generale; un argomento sul quale negli ultimi quattro anni in effetti nel mondo reale è successo di tutto. Speriamo che quando uscirà il terzo e conclusivo romanzo... - Leggi l'articolo
Cinema: Zack Snyder ci crede ancora
Nel giorni scorsi ha postato su Instagram un messaggio piuttosto criptico con Henry Cavill nei panni di Superman
Quando Steppenwolf cade, la speranza risorge. Così ha scritto Zack Snyder su Instagram in questi giorni, aggiungendo un'immagine di Henry Cavill con la tuta nera del Superman di Justice League e gli occhi infiammati di rosso. I fan di Snyder non hanno avuto dubbi sull'interpretazione del messaggio. Steppenwolf, che è un supercattivo del mondo di Superman, è plausibilmente la nuova gestione dei DC Studios, capitanata da James Gunn. Il quale è “caduto”, nel senso che ha ricevuto una brutta batosta col flop al botteghino del suo secondo film,... - Leggi l'articolo












