Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato

Voleva rovesciare la clessidra. E invece l’ha sfasciata. Servirebbe un Master in Ingegneria del caos per cacciarsi in un pateracchio come quello che Giovanni Malagò, al suo primo cimento da presidente della Federazione italiana giuoco calcio (Figc), ha costruito con le sue stesse manine. E invece trattasi di sciatteria casereccia, seppur allevata tra le maniere felpate e i rigidi dress code del Circolo Aniene.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Giovanni Malagò, Leonardo e Paolo Maldini (foto Ansa).

La scelta del commissario tecnico della Nazionale doveva essere il primo test di affidabilità. E, vedendo come sta andando a finire, si scopre che era stato un crash test. Perché era dai tempi del fallito esperimento della Superlega europea per club, aprile 2021, che non si vedeva un progetto capace di andare così rapidamente a schiantarsi sul muro, senza nemmeno avere approssimato la prima curva. Willy il Coyote non avrebbe saputo fare meglio. Ma se proprio si vuole trovare un’immagine che dia la summa della figura in corso d’opera, bisogna tornare proprio alla clessidra rovesciata.

Una decisione del direttore tecnico appositamente nominato

È la formula che Malagò ha usato, con evidente compiacimento, durante le interviste felpate che ha rilasciato al sussiegoso vicedirettore di Dazn e poi al morbidissimo duo di Cronache di spogliatoio. In entrambi i casi l’ex presidente del Coni ha piazzato il mantra: «Ho voluto rovesciare la clessidra». Formula con la quale ha inteso etichettare il metodo individuato per la selezione del ct: non una scelta del presidente federale, bensì del direttore tecnico appositamente nominato.

«È una brutta figura? Bisogna vedere chi l’ha fatta»

Roba forte, frutto di cogitazioni che lèvati. Dall’autunno diventerà un case study nei migliori MBA, ma forse anche materia da thriller filologico: dopo Il pendolo di Foucault toccherà a La clessidra di Malagò. Che in effetti gli elementi di mistero ci sarebbero tutti. Uno fra tutti: chi diamine ha telefonato ad Andrea Pirlo nella sera di domenica 26 luglio, per annunciargli che non sarà più il commissario tecnico della Nazionale? Time will tell. Con una certezza, tuttavia: che il primo a storcere il naso davanti alla scelta del global ambassador di Fonbet è stato proprio il presidente federale, protagonista di un dissenso nemmeno nascosto. Per la serie: la scelta del ct è competenza del dt, ma a patto che sia gradita al rc (rovesciatore di clessidre). «È una brutta figura? Bisogna vedere chi l’ha fatta», ha detto sibillino Malagò, rispondendo ai giornalisti.

Silvio Baldini escluso perché troppo “pane e salame”

Mai come stavolta la situazione è grave, ma non seria. E intanto ci si confronta con un dato di fatto: da aprile gli Azzurri sono privi di un commissario tecnico ufficialmente nominato. Dopo il disastro di Zenica e le dimissioni di Rino Gattuso il posto è vacante. Lo ha tenuto in caldo per due partite l’ottimo Silvio Baldini, mai preso seriamente in considerazione per il ruolo perché troppo “pane e salame”. Uno che, per dire, al Circolo Aniene non ci metterebbe mai piede, con grande sollievo dei soci: rischierebbero di trovarsi a tavola un soggetto simile a quell’onorevole del film interpretato da Michele Placido, che per una strana sindrome, prendeva a dire in faccia agli interlocutori ciò che davvero pensava di loro.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Rin Gattuso e Gabriele Gravina (Ansa).

Ovvio che non tutti i quattro mesi di non decisione possano essere imputati a Malagò, che è stato eletto presidente Figc il 22 giugno: fin lì la scelta della guida tecnica era stata tenuta in sospeso perché non poteva essere il presidente in uscita (Gabriele Gravina) ad assumersi una responsabilità così pesante. E tuttavia, resta il dato di fatto: da inizio aprile a (ormai) tutto luglio la panchina azzurra è scoperta.

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Paolo Maldini e Andrea Pirlo (Imagoeconomica).

Il culmine della tristezza in quel viaggio da Guardiola

Nel mezzo, durante questo ultimo mese di frenesie che hanno portato allo zero tagliato di oggi, c’è stato il balletto di nomi e personaggi di più diversa taglia. Con Stanlio Maldini e Ollio Leonardo (a proposito: qualcuno ha capito la necessità del suo ruolo di advisor?) impegnati a fare un casting da Isola dei Famosi per poi ridursi al più scarso del mazzo. Una Baraccone Strategy che ha toccato il culmine della tristezza col viaggio speso per tentare di convincere Pep Guardiola.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Pep Guardiola e, dietro di lui, Simone Inzaghi (foto Ansa).

Peccato non ci fosse una telecamera nascosta, per registrare le facce da Muppet Show che il tecnico catalano avrà esibito mentre si sentiva illustrare il «progetto tecnico». Il cui respiro avrebbe dovuto essere decennale e invece rischia di non approdare al mese di agosto. Manco l’etichetta di governo balneare: che era roba da sabbia ruvida da arenile, mica quella glitterata da clessidra.

Torna d’imperio la candidatura di Mancini?

E adesso non rimane che mettersi in attesa e vedere come va a finire. Nella consapevolezza che questo articolo nasce vecchio, perché qui le cose cambiano da un quarto d’ora all’altro. Per la panchina azzurra tornerebbe d’imperio la candidatura di Roberto Mancini, che giusto tre anni fa di questi tempi mollava la Nazionale perché si sentiva logorato. Salvo, poche settimane dopo, andare a firmare un ricco contratto coi sauditi. Mancini e Malagò erano in campo nella Coppa Canottieri, torneo di calcio a cinque che celebra l’eternità del generone romano. Hanno spezzato le reni al Circolo Canottieri Lazio, sicché abbiate fede.

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Giovanni Malagò con Roberto Mancini (foto Ansa).

Ma adesso la prima cosa da conoscere è non già il nome del nuovo ct, quanto l’ora esatta delle dimissioni di Paolo Maldini e Leonardo. E a quel punto rimarranno nella mente le immagini della conferenza stampa in Lega Serie A: vecchie di nemmeno una settimana eppur già seppiate. Con alcune pose di Malagò che già qualcosa dovevano pur lasciarla intendere. È stato quando, dopo aver parlato per primo ai presidenti di club, ha lasciato spazio ai Gemelli dell’autogol per starsene di lato ad ascoltare le loro parole. Probabilmente non aveva messo in preventivo che i due si prendessero così tanto tempo: fatto sta che, a partire da un dato momento, l’uomo che rovescia le clessidre e inventa nuovi schemi di governance ha assunto pose da svacco totale. Poggiato col gomito sul bordo a reggersi il mento con la mano. Pareva Silvio Berlusconi durante quella famosa conferenza stampa assieme a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, mancava solo che facesse la conta con le dita. L’unica scena godibile di questa tristissima vicenda federale.