Ebook: Tempesta, il secondo libro del Montecristo Project

Tempesta, il secondo libro del Montecristo Project

Dopo quattro anni dall'uscita di La prima colonia prosegue la saga tecnologica di Edoardo Volpi Kellermann

Sono passati quattro anni dall'uscita del primo volume della serie, La prima colonia. Quattro anni passati a scrivere il libro ma anche un po' in ritardi nostri, dovuti anche alla difficoltà di preparare l'edizione ebook e cartacea di un libro complesso, “aumentato”, contenente una “wiki” interna. Una saga tecnologica centrata sull'avvento della AGI, della intelligenza artificiale generale; un argomento sul quale negli ultimi quattro anni in effetti nel mondo reale è successo di tutto. Speriamo che quando uscirà il terzo e conclusivo romanzo... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Ebook - 21 luglio 2026 - articolo di S*

Cinema: Zack Snyder ci crede ancora

Zack Snyder ci crede ancora

Nel giorni scorsi ha postato su Instagram un messaggio piuttosto criptico con Henry Cavill nei panni di Superman

Quando Steppenwolf cade, la speranza risorge. Così ha scritto Zack Snyder su Instagram in questi giorni, aggiungendo un'immagine di Henry Cavill con la tuta nera del Superman di Justice League e gli occhi infiammati di rosso. I fan di Snyder non hanno avuto dubbi sull'interpretazione del messaggio. Steppenwolf, che è un supercattivo del mondo di Superman, è plausibilmente la nuova gestione dei DC Studios, capitanata da James Gunn. Il quale è “caduto”, nel senso che ha ricevuto una brutta batosta col flop al botteghino del suo secondo film,... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Cinema - 20 luglio 2026 - articolo di S*

Editoria: Dalla new wave a oggi: la storia della fantascienza letteraria

Dalla new wave a oggi: la storia della fantascienza letteraria

Abbiamo segnalato giorni fa il primo volume, ma il secondo volume della Storia della fantascienza letteraria di Giuseppe Candela è già in uscita

Dopo il primo volume, intitolato Storia della fantascienza letteraria. Dall’antichità alla Golden Age. Edizione Illustrata, uscito a giugno, ecco il secondo e conclusivo. Giuseppe Candela prende da dove aveva lasciato e racconta la storia della fantascienza fino a oggi. La quarta di copertina Dalla rivoluzione della New Wave agli orizzonti ancora in divenire della fantascienza contemporanea, questo volume racconta oltre mezzo secolo di idee, visioni e trasformazioni che hanno cambiato per sempre il volto della narrativa d’immaginazione. Attraverso un percorso... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 20 luglio 2026 - articolo di S*

Il meglio: Fantascienza.com, il meglio della settimana dell’Odissea

Fantascienza.com, il meglio della settimana dell'Odissea

L'addio a Sam Neill, la trama di Spaceballs: The New One, l'arrivo di The Odyssey, gli ospiti di Stranimondi, George Lucas e la AI nella settimana di Fantascienza.com

A giudicare da quello che si legge sui social, praticamente nessuno andrà a vedere The Odyssey, il nuovo film di Christopher Nolan basato sul poema omerico. Il motivo? La scarsa bianchezza delle braccia di Elena. Una realtà che curiosamente non trova riscontro nei siti di prenotazione dei biglietti dei cinema dove, a quanto sembra, se si prova solo ora a cercare un posto che permetta di vedere lo schermo non proprio di profilo o da dietro una colonna bisogna rassegnarsi a non vedere il film prima di un paio di settimane. Nemmeno fosse l'appuntamento per una colonscopia! Noi,... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Il meglio - 19 luglio 2026 - articolo di S*

Short Movie: Missione nel futuro

Missione nel futuro

Un uomo viene inviato nel futuro per una missione che potrebbe salvare la specie umana

Tra tutti i corti che abbiamo pubblicato fino a oggi, quello che proponiamo oggi ha forse il primato del titolo più assurdo: Somnolence, “sonnolenza”, che secondo la definizione che viene data nel film significherebbe “Uno stato di sonno profondo, in cui il cervello non reagisce a stimoli esterni; il corpo, indipendentemente dal ritmo circadiano“. Non sappiamo da dove venga questa definizione (tutti i dizionari inglesi danno, come ci si aspetterebbe, “uno stato di forte desiderio di dormire” o simili); il tutto ha un rapporto abbastanza vago con... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 18 luglio 2026 - articolo di S*

Appuntamenti: Stranimondi 2026: Ada Palmer e Jonáš Zbořil ospiti insieme a Walton e RJ Baker

Stranimondi 2026: Ada Palmer e Jonáš Zbořil ospiti insieme a Walton e RJ Baker

Altri due ospiti annunciati: Ada Palmer, storica e scrittrice, autrice del ciclo di fantascienza Terra Ignota finalista al premio Hugo come miglior serie, e Jonáš Zbořil, scrittore ceco, poeta e giornalista, è venuto recentemente alla ribalta nella narrativa col romanzo Flora.

Dopo gli annunci di RJ Baker e Jo Walton altri due ospiti sono stati presentati dal comitato organizzatore di Stranimondi 2026. Ada Palmer è storica e scrittrice, professoressa associata presso il Dipartimento di Storia dell'Università di Chicago, dove si occupa di storia del pensiero radicale, censura e ateismo dal Rinascimento all'età digitale. È autrice del ciclo di fantascienza Terra Ignota (quattro volumi, a partire da Too Like the Lightning), finalista al premio Hugo come miglior serie, e del saggio Inventing the Renaissance:... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Appuntamenti - 17 luglio 2026 - articolo di S*

Dall’estero: George Lucas è entusiasta delle IA: “sono il futuro!”

George Lucas è entusiasta delle IA: `sono il futuro!`

Il regista va controcorrente e sottolinea i pregi e le possibilità della nuova tecnologia

Aver fatto la storia del cinema significa anche non aver paura di esprimere le proprie idee, anche quando queste sono controverse rispetto al sentire comune. Forte della sua carriera (e dei suoi 82 anni), George Lucas ha recentemente affermato di non demonizzare l'uso di intelligenze artificiali nel suo campo di lavoro, ma che, anzi, le IA rendono molto più facile fare film. Nel corso di una lunga intervista rilasciata a A Rabbit's Foot, il creatore di Star Wars ha affermato: È un po’ come stare qui seduti e dire: "Beh, credo che il cavallo e il calesse siano il... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Dall'estero - 16 luglio 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Editoria: Dall’antichità alla Golden Age: ecco la storia della fantascienza letteraria

Dall’antichità alla Golden Age: ecco la storia della fantascienza letteraria

Prima di Amazing Stories, prima di Verne e Wells: Giuseppe Candela racconta la storia della fantascienza cercandone le origini nella letteratura.

Dalla pagina Fantascienza Book Club che fa un ottimo lavoro di ricerca e segnalazione delle uscite veniamo a sapere dell'arrivo, lo scorso mese, di questo interessante saggio edito da Odoya sulla storia della fantascienza. Una storia che non parte da Amazing Stories o da Verne, Wells o Mary Shelley, ma da ben più indietro, andando a cercare le origini dei temi di questo genere in Thomas More, Keplero, Cyrano de Bergerac. La quarta di copertina Questa è la prima storia della fantascienza letteraria pubblicata in lingua italiana che ripercorre in modo organico le origini... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 16 luglio 2026 - articolo di S*

Il bando del governo Usa per finanziare gruppi europei filo-MAGA

Il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato online bandi per sovvenzioni da 1 a 3 milioni di dollari per progetto destinati a think tank, organizzazioni non governative e istituti di educazione europei che promuovono i valori conservatori cari all’Amministrazione Trump: dalla difesa della sovranità nazionale alla lotta contro la censura online, fino al contrasto all’immigrazione. Il denaro verrà distribuito a due o tre beneficiari: in tutto, il Dipartimento di Stato è pronto a stanziare 5 milioni a favore dei gruppi europei allineati con il movimento MAGA.

Il dito puntato contro gli Stati e le istituzioni sovranazionali

Nel bando si legge che i governi e le istituzioni sovranazionali europee si stanno usando leggi contro l’incitamento all’odio e norme sui contenuti online per sopprimere la libertà di parola e la partecipazione politica dei cittadini. I fondi messi a disposizione da Washington per i gruppi che strizzano l’occhio all’agenda “America First” si inseriscono in un più ampio sforzo da parte dei funzionari a stelle e strisce di contestare le politiche europee in materia di libertà di espressione online e sovranità nazionale. Secondo il Financial Times, che cita alcune fonti, le sovvenzioni del Dipartimento di Stato per diffondere i “valori americani” rientrano nelle celebrazioni per il 250esimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile

Partiamo da dove siamo rimasti, cioè dal distributore sotto casa. Benzina a 1,88 euro al litro e in salita da nove giorni, perché il 3 luglio il governo ha lasciato scadere il taglio delle accise senza dire una parola. Tempismo perfetto: proprio mentre il Brent sfondava gli 85 dollari, più 10 per cento in una settimana, sull’ennesima fiammata dello Stretto di Hormuz. Da quel braccio di mare, prima della guerra, passava un quinto del petrolio mondiale. Oggi il traffico si è quasi fermato: sei transiti in 12 ore, contro i 18-22 al giorno di inizio mese. E Teheran punta i piedi: lo stretto resterà chiuso fino a che non cesseranno le aggressioni degli Usa.

L’ultima trovata di Trump e l’imbarazzo di Rubio

Ed è qui che lunedì Donald Trump ha piazzato la sua ultima trovata con tradizionale retromarcia. Su Truth Social si è autoproclamato, maiuscole sue, «GUARDIANO DELLO STRETTO DI HORMUZ», annunciando il ritorno del blocco navale contro l’Iran. E siccome ogni guardiano che si rispetti presenta la parcella, eccola: il 20 per cento del valore di ogni carico in transito, «per una questione di EQUITÀ». Venti giorni fa il suo segretario di Stato, Marco Rubio, spiegava che «a nessun Paese è permesso far pagare pedaggi o commissioni su una rotta internazionale, lo dice il diritto internazionale». Lo diceva contro Teheran. Il suo presidente ha tentato di fare esattamente ciò che Rubio bollava come illegale, e Lula, da San Paolo, gli ha ricordato il nome tecnico dell’operazione: «Questo una volta si chiamava pirateria».

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Marco Rubio (Imagoeconomica).

Un precedente rischioso

A Teheran, ovviamente, hanno brindato. Il ministro degli Esteri Araghchi ha risposto su X con un sarcasmo che vale un trattato: «Il presidente degli Stati Uniti ha assolutamente ragione. Chiunque fornisca un passaggio sicuro alle navi dev’essere compensato. L’Iran è sempre stato il guardiano dello stretto e lo resterà per sempre. Il 20 per cento è ovviamente troppo: noi saremo corretti». Tradotto: Washington ha appena legittimato la tesi iraniana del pedaggio.

L’Organizzazione marittima internazionale ha ribadito che «non esiste alcuna base legale per pedaggi obbligatori in uno stretto internazionale», ma il precedente rischiava di essere fissato e valere per chiunque controlli un collo di bottiglia: la Russia nell’Artico, la Cina intorno a Taiwan, la Turchia sul Bosforo.

Colpo di TACO: niente pedaggio ma accordi con il Golfo

La retromarcia, puntuale, è arrivata 25 ore dopo, poco prima dell’entrata in vigore della tassa: niente più pedaggio, ha annunciato Trump, ma «accordi commerciali e di investimento» che i Paesi del Golfo faranno negli Stati Uniti. «Enormi», naturalmente. Quali, non è dato sapere. Anche perché Emirati, Arabia Saudita e Qatar avevano già promesso a Washington, prima della guerra, qualcosa come 3.600 miliardi di dollari di investimenti. Karen Young, della Columbia University, l’ha definita «più sceneggiata che strategia, un modo per salvare la faccia». Resta il concetto, che è identico: chi protegge incassa. Prima in contanti, ora in natura. E il blocco navale sui traffici iraniani, quello, parte lo stesso.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Donald Trump e Mohammed bin Zayed (Ansa).

I conti dell’armatore

Ma lasciamo per un attumo la geopolitica per fare i conti come li fa chi una nave la deve far passare davvero. Chi spedisce merce via mare assicura il carico al 110 per cento del valore, per coprire anche le perdite conseguenti. Prima della guerra il premio war-risk per Hormuz era una frazione di punto percentuale; oggi viaggia tra il 2 e il 6 per cento del valore della nave, con il 5 che sta diventando la nuova normalità. Già così è uno shock. Il pedaggio di Trump, però, giocava in un altro campionato: il 20 per cento del valore del carico supera il margine commerciale di quasi qualunque merce. Non è un costo che si assicura o si spalma sul nolo: è la chiusura commerciale della rotta travestita da tariffa. Ecco perché è morto in 25 ore: non c’era armatore al mondo disposto a pagarlo. E in cambio di quale protezione, poi? Il collaudo c’è già stato ed è finito malissimo. Lunedì due petroliere degli Emirati, la al-Bahiya e la Mombasa, hanno attraversato lo stretto scortate dalle navi da guerra americane. I missili dei Pasdaran le hanno colpite lo stesso, in acque omanite: un marittimo indiano morto, otto feriti, incendi a bordo. Un servizio di sicurezza che costa il 20 per cento e non ferma nemmeno un missile: neanche le organizzazioni a cui questo schema somiglia osano tanto. Le compagnie di navigazione, che non leggono i tweet ma le polizze, avevano già deciso: si sta alla larga.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Petroliera nello stretto di Hormuz (Ansa).

Il nodo energetico e le ricadute economiche

Dal mare alle nostre tasche il passo è breve. I noli container sono esplosi: più 75 per cento dalla Cina alla costa Est americana, più 51 verso il Nord Europa, più 45 verso il Mediterraneo. Per un Paese come l’Italia, che importa materie prime e riesporta manufatti, la logistica morde due volte, all’andata e al ritorno. E il gas non aiuta: il Ttf resta sopra i livelli di febbraio per il quarto mese consecutivo, il che significa bollette che non scendono proprio mentre i consumi delle famiglie si stanno già restringendo. Il capo economista della Bce, Philip Lane, ha già avvertito che i rincari energetici non si sono ancora scaricati del tutto su alimentari e servizi. Figuriamoci quelli nuovi. La Banca d’Italia lo ha scritto nero su bianco: se l’energia continua a salire, crescita zero nel 2026 e recessione nel 2027. Mentre il dibattito pubblico italiano si avvita sulla riforma della legge elettorale e sull’emergenza sicurezza, l’emergenza vera viaggia su una petroliera che non parte: bollette, carrello, cassa integrazione. Il verdetto arriva il 10 agosto, con il dato Istat sulla produzione di giugno. Sotto l’ombrellone, come da tradizione. Quando la chiameranno «crisi imprevedibile», ricordatevi che era stata scritta in questi giorni.

Ponte Morandi, dopo otto anni Autostrade per l’Italia rompe il silenzio

Alla vigilia della sentenza per il crollo del ponte Morandi e a quasi otto anni dal disastro avvenuto il 14 agosto 2018, costato la vita a 43 persone, Autostrade per l’Italia – che da allora ha cambiato management – ha finalmente rotto il silenzio. Il Corriere della Sera ha infatti pubblicato una lettera aperta firmata dall’attuale amministratore delegato Arrigo Giana, in cui si legge: «Le azioni e le scelte di alcuni hanno lasciato ferite indelebili, quindi porgere oggi quelle scuse non fatte ieri è una nostra esigenza morale che va al di là dell’accertamento delle responsabilità e del corso della giustizia verso la verità».

Ponte Morandi, dopo otto anni Autostrade per l’Italia rompe il silenzio
Arrigo Giana (Imagoeconomica).

Nella lettera, Giana ricorda lo sgomento di quel giorno: «Ero uno dei milioni di cittadini che si trovava attonito davanti agli schermi della televisione, dove scorrevano le drammatiche immagini di quella tragedia che si stava consumando a Genova». E poi: «Nel tempo che seguì il crollo del ponte Morandi, continuavo a domandarmi come fosse stato possibile non chiedere immediatamente scusa per quanto era successo».

Ponte Morandi, dopo otto anni Autostrade per l’Italia rompe il silenzio
Parenti delle vittime durante un’udienza per il crollo del ponte Morandi (Imagoeconomica).

Giana: «Abbiamo lo stesso desiderio di verità dei familiari delle vittime»

Giana sottolinea poi che Autostrade per l’Italia non è la stessa di allora. Oggi infatti c’è «una nuova gestione, con nuovi dirigenti che lavorano giorno per giorno per monitorare la rete, pianificare gli interventi e prevenire i rischi, garantendo così la sicurezza delle infrastrutture, dei viaggiatori e dei lavoratori». Nella lettera, in cui Giana afferma che l’azienda ha «lo stesso desiderio di verità che sentono i familiari delle vittime, i cittadini genovesi e tutti gli italiani», si legge poi: «Ribadendo l’assoluto impegno delle nostre 10 mila lavoratrici e lavoratori affinché fatti del genere non si ripetano mai più, a nome del Gruppo Autostrade per l’Italia voglio chiedere scusa ai familiari delle vittime, ai genovesi e a tutti gli italiani, per le sofferenze originate dal tragico evento del Morandi. Pur consapevole che il nostro gesto non potrà mai cancellare il loro dolore».

Omicidio di Saman Abbas, definitive le condanne per i familiari

Sono diventate definitive le condanne all’ergastolo per i genitori di Saman Abbas, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, e per i cugini della vittima Ijaz Ikram e Noman Ul Haq. Definitiva anche la pena di 22 anni di reclusione inflitta allo zio Danish Hasnain. La decisione è arrivata dopo che la Cassazione ha rigettato i ricorsi degli imputati per l’omicidio della 18enne pachistana uccisa a Novellara, nel Reggiano, nella primavera del 2021. Secondo l’accusa, la giovane fu assassinata per essersi opposta a un matrimonio combinato e per aver intrapreso uno stile di vita ritenuto incompatibile con le tradizioni familiari. Nei confronti degli imputati erano state riconosciute le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi.

I franchi tiratori affossano le preferenze: l’ira di Meloni e i sospetti di Fratelli d’Italia

«Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude». Dopo il referendum sulla giustizia di marzo, Giorgia Meloni non nasconde rabbia e delusione per la seconda grande batosta del suo mandato a Palazzo Chigi: quella nell’importante voto alla Camera riguardante l’introduzione delle preferenze nella legge elettorale. Un emendamento promosso da Fratelli d’Italia assieme a due partiti minori centristi della coalizione, Noi Moderati e l’Unione di Centro, sostenuto esplicitamente dalla premier ma appoggiato controvoglia (e solo in extremis) da Lega e Forza Italia. La proposta è stato bocciata con 188 voti contrari, a fronte di 187 favorevoli. Uno scarto minimo, ma tant’è: più di 30 deputati della maggioranza, approfittando del voto segreto, ha votato contro le indicazioni del proprio governo.

I franchi tiratori affossano le preferenze: l’ira di Meloni e i sospetti di Fratelli d’Italia
Giorgia Meloni (Ansa).

L’amarezza di Meloni: «Serve una riflessione»

«Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto. Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci», ha scritto Meloni sui social.

I sospetti dei meloniani sugli alleati

Alla vigilia del voto, pare che Meloni avesse avvertito Matteo Salvini e Antonio Tajani: «Se l’emendamento sulle preferenze non passa, si va al voto». Tuttavia, nonostante la sconfitta alla Camera, la presidente del Consiglio avrebbe escluso di salire subito al Quirinale, come tra l’altro le sta chiedendo l’opposizione. Di sicuro, dopo l’esito del voto è subito scattata la “caccia” al franco tiratore. Il ministro meloniano Francesco Lollobrigida ha minimizzato, parlando di «cosa puntiforme» ed escludendo un dissenso «organizzato». Vista la ritrosia dei due partiti, nel mirino sono ovviamente finiti gli esponenti di Lega e Forza Italia, con i sospetti concentrati soprattutto su quest’ultimi, essendo i più allergici alle preferenze. E, in generale, i due partiti hanno detto (almeno di facciata) sì all’emendamento solo dopo la certezza del voto segreto.

Ciriani parla di «istinto di autoconservazione»

«Con la complicità delle opposizioni, 20-25 parlamentari del centrodestra mossi da un istinto di autoconservazione hanno pensato di fare i propri interessi e non fare quello dei cittadini e del governo» . Lo ha detto a Sky Tg24 Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento ed esponente di FdI. Poi ha aggiunto: «Noi non intendiamo concludere la nostra esperienza di governo e siamo orgogliosi della stabilità che abbiamo dato al Paese, il centrodestra ha lavorato bene per quattro anni, c’è stato questo episodio di ieri che intendiamo superare».

Forza Italia e Lega respingono le accuse

«Secondo i nostri calcoli i franchi tiratori sono 31. E non c’è nessuno dei nostri, sono sicuro», ha detto il capogruppo leghista Riccardo Molinari. Il Carroccio contava ben otto assenti, mentre i forzisti solo due, entrambi «giustificatissimi», ha assicurato Andrea Orsini: «Francesco Cannizzaro è a fare il sindaco (di Reggio Calabria, ndr) e Deborah Bergamini è inviata al summit del Ppe a Madrid. Le giustificazioni degli altri io non le ho viste…». Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, si è detto sicuro che «i vannacciani hanno votato contro». Ma i deputati di Futuro Nazionale sono arrivati a filmare il loro voto segreto per evitare ogni accusa. E, comunque, il partito dell’ex generale ad oggi non fa parte della maggioranza.

Il campo largo esulta: «Meloni si dimetta»

A fronte di una maggioranza in difficoltà, c’è un’opposizione che festeggia. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, stavolta compatti, hanno invocato l’apertura di una crisi di governo. «Siamo stati perfetti. Non abbiamo perso un voto, in Aula come in piazza, è questa la nostra immagine», ha dichiarato Schlein. «Meloni voleva un antipasto di premierato, ha ricevuto un aperitivo di elezioni anticipate. Adesso tragga le conseguenze, salga al Colle e si dimetta», il coro dei quattro leader.

I franchi tiratori affossano le preferenze: l’ira di Meloni e i sospetti di Fratelli d’Italia
Elly Schlein (Ansa).

Così Conte: «Avete sfiduciato la vostra premier. Ora che siete andati sotto vi rimane un’unica cosa: aprire una crisi di governo e andare a casa perché tocca a noi. Se ha il senso della dignità, dell’onore e delle istituzioni, Meloni vada dal capo dello Stato, non c’è altro da fare».

I franchi tiratori affossano le preferenze: l’ira di Meloni e i sospetti di Fratelli d’Italia

Renzi: «Subito al voto, nessun inciucio»

Ribadendo di essere favorevole alle preferenze e definendo «una vergogna» il voto contrario dei franchi tiratori all’emendamento che «migliorava la pessima legge elettorale», anche Matteo Renzi ha invocato le dimissioni di Meloni: «Il dato di fatto è semplice: la maggioranza non c’è più. Meloni vada al Quirinale subito e si dimetta. Non ha la fiducia del popolo e oggi ha perso anche quella del palazzo. Noi prendiamo un impegno: nessun inciucio, nessun governo tecnico. Si vada subito al voto», ha scritto sui social il leader di Italia Viva.

Calenda: «Teatrino ridicolo, Italia allo sbando»

Carlo Calenda, leader di Azione, ne ha invece sia per i vincitori che per gli sconfitti: «La politica italiana si occupa di legge elettorale, con la maggioranza che va sotto e il campo largo, senza un leader, un programma e una linea di politica estera, che strilla scompostamente “elezioni”. È l’immagine plastica di un’Italia allo sbando, con la destra e la sinistra attori di un teatrino ridicolo».

Lo stretto di Hormuz resterà chiuso fino a che non cesseranno le aggressioni Usa

Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dell’Iran (Irgc) ha annunciato che lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso fino alla fine degli «atti di aggressione» statunitensi, secondo una dichiarazione trasmessa dalla televisione di Stato iraniana Irib. Negli ultimi giorni Washington ha lanciato una serie di attacchi contro l’Iran e ha ripreso il blocco dei suoi porti. L’Irgc ha anche dichiarato di aver colpito alcune installazioni utilizzate dalla Quinta flotta statunitense in Bahrein. Nonostante il blocco dello stretto, Trump non è comunque intenzionato a cessare gli attacchi contro Teheran: «Continueranno finché non dirò basta. L’energia la lascerò per ultima. La prossima settimana colpiremo le centrali elettriche e i ponti»

Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale

Il voto segreto, questo sconosciuto… La battuta d’arresto della maggioranza sulla legge elettorale è meno di una crisi di governo ma più di un semplice incidente d’Aula. E fa, o dovrebbe far, riflettere Giorgia Meloni sul metodo con il quale non solo intende governare nei prossimi mesi, ma soprattutto intende dare la scalata al Quirinale per sé o per un suo fedelissimo.

A caccia dei franchi tiratori

Riavvolgendo il film, in pillole: Meloni in campagna elettorale promette che rimetterà le preferenze, poi al momento di scrivere la riforma elettorale se ne dimentica, perché alla fine le liste bloccate fanno gola ai leader che possono scegliersi i ‘propri’ parlamentari. Tutto bene fino all’arrivo di Roberto Vannacci, che ricorda la promessa e gliela rinfaccia. Al Senato le posizioni sono cristallizzate ma alla Camera si riaprono i giochi: FdI scrive e presenta un emendamento che introduce le preferenze (anche se con un capolista bloccato) e con questo ottiene il sì di facciata di Lega e Forza Italia, da sempre contrari. Le opposizioni annusano l’aria nervosa del Transatlantico, chiedono il voto segreto e nel segreto dell’urna una trentina di franchi tiratori di centrodestra impallina, nell’ordine, l’emendamento, la legge e la premier.

Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale
Il video che il deputato di Futuro Nazionale Domenico Furgiuele ha postato sulla votazione alla Camera sulla legge elettorale, 14 luglio 2026 (via Instagram).

Il messaggio lanciato dagli alleati a Meloni

La sceneggiatura è scritta, la minoranza chiede le dimissioni del governo, Meloni denuncia la «palude», ma sa che quella palude è la sua maggioranza e con quella dovrà fare i conti.

Di certo ora il cammino della legge elettorale si allunga, tutto verrà sanato a Palazzo Madama, ma comunque alcuni messaggi sono giunti forti e chiari a chi, come la premier, mangia pane e politica da quando stava ancora al liceo. Il precedente a cui tutti hanno pensato è il referendum sulla giustizia. La leader di FdI ha imposto la prova di forza della consultazione popolare che, come ormai sanno premier di destra e di sinistra, penalizza le riforme portate avanti a sportellate dalla maggioranza di turno. Sulla legge elettorale è stato tutto un fraseggio di fughe in avanti e frenate ma il leitmotiv è stato di nuovo una sostanziale sottovalutazione delle riserve degli alleati.

Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale
Antonio Tajani e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Sulle regole del gioco serve trattare

Il futuro immediato è il governo: almeno nove mesi con pochi soldi e una campagna elettorale mentre Vannacci cannoneggia su Palazzo Chigi. In realtà nella gestione dell’esecutivo la premier ha dimostrato di saper dosare mediazione e pugno di ferro, ha dalla sua le divisioni dell’opposizione e la percezione che se il tema centrale diventa il binomio sicurezza/migranti il centrodestra ha un vantaggio. E infatti nessuno crede davvero che ci saranno ripercussioni su Palazzo Chigi. Ma le regole sono un capitolo a parte. Il futuro prossimo, poi, è l’elezione del Presidente della Repubblica. Con sprezzo della scaramanzia, Giorgia Meloni ha detto pari pari che vuole il Colle per la sua parte politica, un messaggio alla sua maggioranza per far capire qual è la vera posta nel voto del 2027. Ma gli alleati le hanno risposto in modo secco: va bene aspirare al Quirinale ma devi trattare con noi.

Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La corsa al Colle e l’incognita del voto segreto

Perché il trait d’union tra l’episodio di martedì sera e il grande gioco delle elezioni del capo dello Stato è il voto segreto. Tutti gli scrutini sono segreti, a oltranza. E i franchi tiratori, dietro le cortine che nascondono l’urna, da peones si sentono improvvisamente re. Sono state scritte enciclopedie sul loro ruolo; semplificando, la norma è che puoi convincere i capi dei partiti ma non hai automaticamente in tasca i singoli parlamentari. A volte giocano un ruolo anche ripicche personali, aspirazioni frustrate, vendette politiche. Con pacchetti di voti si mandano messaggi trasversali più o meno cifrati. E dunque solo il leader che coglie l’onda giusta, la sa cavalcare ed è pronto alla mediazione porta a casa il risultato. Per dire: persino Matteo Renzi mediò con Pier Luigi Bersani per far eleggere il primo Mattarella. Insomma, martedì i giocatori hanno spostato il terzo pedone, dopo il voto sul referendum e la candidatura di Giorgia Meloni di un esponente di destra; ma la partita a scacchi è appena iniziata, per il Quirinale si vota nel 2029, ce ne saranno di mosse da raccontare…

Qual è il vero senso del ko del governo sulla legge elettorale
Palazzo del Quirinale (Imagoeconomica).

Dall’estero: La sinossi di Spaceballs: The New One prende in giro il nuovo corso di Star Wars

La sinossi di Spaceballs: The New One prende in giro il nuovo corso di Star Wars

In attesa del panel dedicato al San Diego Comic Con, il nuovo film di Balle Spaziali si racconta… a modo suo

Il nuovo capitolo di Balle Spaziali non è ancora arrivato, ma ha già reso ben chiaro l'obiettivo della sua ironia. In attesa del panel che vedrà ospiti i protagonisti del film durante il San Diego Comic Con, è stato pubblicato un  primo poster e una lunga descrizione della trama che non risparmia frecciatine al nuovo corso di Star Wars, citando il famigerato Somehow, Palpatine has returned, pronunciato dal ribelle Poe Dameron (Oscar Isaac) in L'ascesa di Skywalker e commentando la più recente fatica cinematografica del franchise, la serie diventata... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Dall'estero - 15 luglio 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Editoria: La morte dell’autrice, in libreria l’acclamato nuovo romanzo di Nnedi Okorafor

La morte dell'autrice, in libreria l'acclamato nuovo romanzo di Nnedi Okorafor

Vincitore del Premio Locus e finalista al Nebula, il libro dell'autrice afroamericana è un romanzo nel romanzo

È stato uno dei romanzi più apprezzati del 2025, vincitore del Premio Locus, finalista al Nebula e al Los Angeles Times Book Prize, Death of the Author, dell'autrice nigeriana americana Nnedi Okorafor. Col titolo La morte dell'autrice esce ora in Oscar Fantastica per Mondadori. Un romanzo nel romanzo: la trama principale racconta la vita e l'ascesa al successo di una scrittrice africana, ed è intercalata dai capitoli del libro d'esodio dell'autrice stessa, Rusty Robots. La quarta di copertina Zelu è sempre stata la pecora nera della famiglia: mentre... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 15 luglio 2026 - articolo di S*

Legge elettorale, il voto finale alla Camera sarà a scrutinio segreto

Il voto finale sulla riforma della legge elettorale, approdata oggi alla Camera, avverrà a scrutinio segreto. Lo ha annunciato il presidente di turno Fabio Rampelli, deputato di Forza Italia, spiegando inoltre che – a fronte della richiesta arrivata dalle opposizioni – verranno votati a scrutinio segreto tutti gli emendamenti alla legge elettorale con i requisiti previsti dal regolamento di Montecitorio: 114 sugli oltre 200 presentati.

Il post di Meloni sull’emendamento sulle preferenze

«Oggi pomeriggio si voterà l’emendamento, proposto da Fratelli d’Italia e condiviso dai partiti della maggioranza, per introdurre le preferenze nella legge elettorale, come in molti, anche tra le opposizioni, hanno chiesto», aveva scritto Giorgia Meloni sui social, facendo intendere di temere i franchi tiratori: «A questo punto credo sia doverosa un’operazione verità, per capire se quei partiti che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani. C’è un solo modo per scoprirlo: che l’emendamento venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto».

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero

A Roma i ristoranti hanno sostituito le sezioni di partito di una volta: le riunioni per decidere le strategie elettorali si svolgono tra un piatto di branzino su crema di patate e il classico sauté di cozze e vongole, per evocare un “re del pesce” come Valter Lavitola, impegnato a scegliere il futuro leader del campo largo. Ecco così che nel pieno dei commenti sul caso Ranucci spunta un appuntamento voluto da un finissimo politico, il kingmaker della sinistra romana, il nobile nato nel Pci che ha deciso di consegnare le sue fortune familiari e personali per creare la fortezza capitolina del Partito democratico, un monolite che solo Gianni Alemanno riuscì a disintegrare: Goffredo Bettini.

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero

Anche in questo caso, un ristorante: a Vigna Pia, distante dal centro tradizionale, e si chiama “La carovana”. Un nome che sembra scelto apposta per rendere l’idea di un gruppo indisciplinato, composto da profili diversi, e che a molti fa venire in mente L’armata Brancaleone di Mario Monicelli, con gente raccattata in giro. Ma chi ci sarà con Bettini nella serata del 27 luglio, a Roma, quando ormai si saprà tutto della nuova legge elettorale?

Presente il miglior “spiccia faccende” disponibile sulla piazza romana

Alla sua destra apparirà Claudio Mancini, «il vero sindaco di Roma», «l’uomo senza il quale Roberto Gualtieri non saprebbe nemmeno accendere la luce della sua stanza in Campidoglio» (la battuta è di un dirigente del Comune, che ovviamente ha preteso l’anonimato per tutta la vita), «il general contractor che stipula accordi con l’opposizione», insomma il miglior “spiccia faccende” disponibile sulla piazza romana, e che è parlamentare del Pd.

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
Claudio Mancini (foto Imagoeconomica).

La candidata giusta per la Cultura?

Non solo per una questione di quote rosa, sarà presente al tavolo dei relatori anche Laura Delli Colli, storica presidente del sindacato dei critici cinematografici italiani, erede della dinastia Delli Colli che ha segnato con altissima professionalità la qualità del grande cinema (Tonino Delli Colli è stato un gigante come direttore della fotografia dei massimi registi mondiali). Già, perché nelle segrete stanze romane si parla di Laura Delli Colli come potenziale futura ministra della Cultura nel caso di una vittoria “de sinistra” alle Politiche 2027, oppure, male che vada, come assessora alla Cultura del Comune di Roma, in caso di (probabile) conferma di Gualtieri alle Amministrative.

La “carovana” di Bettini per apparecchiare il futuro della sinistra: lo spiffero
Laura Delli Colli (foto Imagoeconomica).

«Non è faziosa, è molto intelligente, conosce come pochi altri il settore dello spettacolo. Pensate che compra i vestiti all’Ovs di corso Francia», così la raccontano i suoi amici più stretti. La classica “risorsa” da spendere sul mercato della politica che può venire in mente solo a Bettini, il quale già la convinse a diventare presidente della Fondazione Cinema per Roma, con l’unanimità del collegio dei soci fondatori composto da Roma Capitale, Regione Lazio, Camera di Commercio di Roma, Fondazione Musica per Roma, Istituto Luce Cinecittà – Mibac (regnante, al ministero, Dario Franceschini).

L’occasione: il primo numero su carta di Rinascita

Ma qual è il motivo di questa singolare convocazione? La pubblicazione del primo numero su carta (altra vecchia passione bettiniana) di Rinascita, che Goffredo ha voluto riportare in vita per creare un dibattito all’interno (e non solo) della sinistra. Saranno ovviamente ben accette le presenze dei vari Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e compagnia, magari pure Francesco Rutelli, ma la scena avrà un protagonista assoluto, Goffredo Bettini da Jesi, con tutta la sua cultura, la sua immaginazione, quella sapienza distillata nei secoli e che è visibile nell’enorme archivio gentilizio di famiglia depositato presso la Biblioteca Comunale Planettiana della città marchigiana.

Si parlerà di sinistra: voti, interessi, energie…

E quando parla Bettini, Roma si ferma per comprendere quale sarà il futuro della città: dalle sue parole si capirà quali sono le prospettive della sinistra, la sua capacità di attrarre voti, interessi, energie, oltre che di mobilitare il mondo della cultura, del cinema, dello spettacolo «per la causa del bene comune, per creare una nuova società, per accompagnare i giovani verso un futuro di ideali e di speranze», per usare una terminologia bettiniana. E dopo la cena del 27 luglio non si potrà certo andare in vacanza, perché comincia la campagna elettorale: senz’altro quella comunale, per quella nazionale chissà…

Incendio in un edificio nel centro di Bruxelles: numerose vittime

Un incendio si è sviluppato nella torre Oxy, complesso residenziale del centro di Bruxelles la cui ristrutturazione si era conclusa recentemente: le vittime accertate sono quattro. Ma ci sono anche diversi dispersi. Secondo quanto riportato da Le Soir, nella mattinata era divampato un piccolo rogo al secondo piano dell’edificio, poi spento: ma le fiamme sarebbero riuscite a propagarsi nel vano ascensore, provocando un incendio al suo interno. Alcune persone, infatti, sono state rinvenute senza vita proprio in un ascensore del complesso. Proseguono le ricerche dei dispersi: potrebbero trovarsi in un secondo ascensore che i vigili del fuoco non sono ancora riusciti a raggiungere. Diversi i feriti: due persone con ustioni sono state trasportate all’Ospedale Militare di Neder-over-Heembeek. Le cause dell’incendio sono ancora in fase di accertamento.

Denunciato il militante di Futuro Nazionale che ha picchiato un migrante a San Benedetto del Tronto

Giuseppe Barboni, imprenditore e militante di Futuro Nazionale che aveva buttato a terra e picchiato un cittadino iracheno a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), peraltro postando sulla propria pagina Facebook il video di quanto accaduto, è stato denunciato dalla vittima dell’aggressione. Il migrante, malmenato da Barboni perché stava occupando indebitamente una strada di San Benedetto del Tronto, bloccando il traffico con la sua bicicletta, assieme alla denuncia ha presentato un certificato con 14 giorni di prognosi: con ogni probabilità la procura di Ascoli Piceno aprirà un fascicolo contro il militante di Futuro Nazionale per lesioni personali.

Chi è il vannacciano Giuseppe Barboni

Barboni, 38 anni, è figlio di un avvocato e nipote di un ex senatore di Forza Italia. Vicecampione italiano master di lotta greco-romana nella categoria oltre i 100 chili (ma pratica anche arti marziali miste, jiu-jitsu brasiliano, pugilato e judo), si definisce un «imprenditore del lusso» con la sua società Luxury Private Group, che offrirebbe – il condizionale è d’obbligo – a facoltosi clienti viaggi su jet privati, ville e yacht. Ex ufficiale di Marina, Barboni era stato persino inserito nel 2022 da Forbes tra i primi 100 manager italiani ed è molto attivo sui social, dove nel corso degli anni ha pubblicato foto con star del calibro di Robert De Niro e Sharon Stone. Ma anche con l’ambasciatore statunitense Tilman Fertitta e i ministri Matteo Salvini e Guido Crosetto. Vannacciano con tanto di tessera e personaggio noto anche per le sue ospitate a La Zanzara, nei mesi scorsi Barboni aveva tentato di candidarsi a sindaco di San Benedetto del Tronto. Senza appoggi di rilievo nella destra locale, aveva deciso di correre da solo creando la lista “Tolleranza 0”. Arrivando a coinvolgere a sua insaputa persino il cardinale Pietro Parolin, dal quale era riuscito ad avere un saluto video destinato ai suoi concittadini, spacciato per endorsement politico. Peccato che il Segretario di Stato Vaticano si sia poi dissociato pubblicamente da Barboni, il quale poi si è arreso rinunciando alla candidatura.

I lefebvriani hanno fatto ricorso contro la scomunica del Vaticano

La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha presentato al Dicastero per la Dottrina della Fede una richiesta di revoca del decreto con cui la Santa Sede ha dichiarato la scomunica latae sententiae dei quattro vescovi lefebvriani Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier, così come di Alfonso de Galarreta che il primo luglio li ha ordinati in assenza di mandato pontificio, e di Bernard Fellay, che ha partecipato direttamente alla celebrazione liturgica come co-consacrante.

Su cosa si basa la richiesta dei lefebvriani

L’istanza, che è stata depositata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X l’11 luglio, si fonda sul canone 1734 del Codice di diritto canonico, che consente a chi si ritenga leso da un decreto di chiederne, entro 10 giorni dalla notifica, la revoca o la modifica prima di poter proporre un eventuale ricorso gerarchico. In un comunicato diffuso dalla Casa generalizia di Menzingen (quartier generale internazionale della Fraternità Sacerdotale San Pio X), i lefebvriani sostengono di aver agito «in spirito di rispetto verso l’autorità ecclesiastica». Tutto questo dopo aver proceduto con le consacrazioni nonostante l’opposizione del Vaticano, dunque sostanzialmente rifiutandone l’autorità. A scisma avvenuto, il Superiore generale Davide Pagliarani aveva definito le sanzioni della Santa Sede «oggettivamente ingiuste e invalide». Adesso la richiesta di revoca delle scomuniche, tramite gli strumenti previsti dal diritto canonico.

Caso Regeni, sentenza a fine settembre: chiesti un ergastolo e tre condanne a 17 anni

È stata fissata per il 28 settembre, nell’aula Occorsio di piazzale Clodio a Roma, l’ultima udienza del processo per il rapimento e la morte di Giulio Regeni, sequestrato al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato poi senza vita il 3 febbraio successivo, con segni di torture sul corpo. Per quella data è prevista la sentenza di primo grado. Alla sbarra quattro ufficiali dei servizi segreti egiziani: il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha sollecitato un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di carcere.

In Rai il caso Ranucci è diventato il caso Report

Non è facile la situazione per Sigfrido Ranucci. Col passare dei giorni, ogni sua dichiarazione contribuisce a rendere il quadro della vicenda dell’attentato sotto casa sua sempre più nebuloso. E la relazione di amicizia con Valter Lavitola, indagato per essere il mandante, sempre più ambigua. Tanto che, in Rai, Ranucci è considerato ormai un giornalista dimezzato. Intendiamoci, in queste ore sono scattate difese d’ufficio del conduttore e del programma, ma l’unico a dire ciò che molti pensano è stato Paolo Corsini, che per la prima volta ha separato Report dal suo conduttore. «È un programma storico della tv pubblica, un brand importante, che andrà avanti con o senza Ranucci», ha dichiarato il direttore degli Approfondimenti Rai.

In Rai il caso Ranucci è diventato il caso Report
Paolo Corsini (Imagoeconomica).

«Ci vorrebbe una puntata di Report sul caso Report»

Sono più o meno le stesse parole che nei corridoi, a microfono spento, pronunciano quasi tutti. Anche gli estimatori del giornalista. Insomma, questa vicenda ha fatto sì che ora Ranucci non sia più nel mirino solo della destra o di chi ce l’ha con lui per qualche inchiesta. «Cosa vuoi che ti dica, più si va avanti e più si sputtana la trasmissione. Come farà l’anno prossimo Report a realizzare inchieste in cui si parla di relazioni e rapporti pericolosi tra politici e imprenditori o altri quando abbiamo in seno la vicenda Lavitola?», è la risposta tipo di quasi tutte le fonti contattate da L43, anche le più vicine a Ranucci. Il programma e il brand ne escono così parecchio indeboliti. La battuta più citata è che ci vorrebbe una puntata di Report sul caso Report. Mentre si continuano a offrire assist a tutti coloro che in questi anni hanno messo il programma nel mirino, da Maurizio Gasparri ad Adolfo Urso, da Daniela Santanchè e Ignazio La Russa a Matteo Renzi. Pure Giorgia Meloni in passato non è stata tenera con il giornalista e la trasmissione.

In Rai il caso Ranucci è diventato il caso Report
Valter Lavitola (Ansa).

La redazione è spaccata e c’è chi chiede a Ranucci un passo indietro

Qualcuno ha consigliato al conduttore di fare un passo indietro, farsi da parte per salvare il programma. In fondo non sarebbe un grande sacrificio: tra due anni Ranucci, 65 anni il 24 agosto, andrà in pensione e ha almeno un anno di ferie arretrate. Quindi, a meno che non gli riesca un colpo alla Monica Maggioni che si è licenziata ottenendo un mega contratto da collaboratrice, avrebbe ancora circa un anno di lavoro davanti. Non molto. Anche la redazione su questo è spaccata. Ci sono quelli, forse la maggior parte, che difendono il conduttore senza se e senza ma. Poi ci sono coloro che invece nutrono dubbi. Sono gli stessi che non erano sempre d’accordo con i metodi usati nelle inchieste, per esempio con la precedenza accordata a quelle in cui erano coinvolti personaggi politici. Perché, si sa, sono i politici a fare più clamore e a dare visibilità. Anche i vertici Rai ora sperano nel passo indietro di Ranucci. Se lo augurano l’ad Giampaolo Rossi, che però sulla vicenda è molto cauto, e pure il già citato Corsini, che invece col conduttore ha un rapporto assai più burrascoso. «La differenza tra Ranucci e l’ideatrice e prima conduttrice del programma Milena Gabanelli? Con lei si parlava delle inchieste di Report, con lui invece si parla di Report. Report è diventato la notizia…», fa notare con un pizzico di amarezza una fonte autorevole. Intanto sta per partire il lavoro sui servizi e sulle inchieste della prossima stagione, che inizierà un po’ più in là, a novembre. Un lasso di tempo che potrebbe aiutare.

In Rai il caso Ranucci è diventato il caso Report
Giampaolo Rossi e Maurizio Gasparri.

Fioccano denunce e minacce di querela

Nel frattempo fioccano le denunce. Il giornalista minaccia di querelare per diffamazione tutti coloro che parlano di «finto attentato». La redazione invece ha presentato una denuncia per rivelazione del segreto di ufficio e del segreto investigativo per alcuni articoli pubblicati da La Verità e Domani. Ma in queste ore si stanno consumando parecchie vendette. Per esempio La Russa ha preteso le scuse di Elly Schlein per aver accusato il governo di essere il mandante morale dell’attentato, mentre il ministro Adolfo Urso ha scritto a Rossi per chiedere che si intensifichino i controlli sulle fonti e sui consulenti delle trasmissioni d’inchiesta. Prese di distanze arrivano anche da persone da sempre vicine al programma, come Gaetano Bellavia che ha espresso perplessità non solo sull’amicizia tra Ranucci e Lavitola, ma pure sulle, a dir suo, inchieste a senso unico. Insomma, un gran caos.

In Rai il caso Ranucci è diventato il caso Report
Sigfrido Ranucci.

Ai piani alti della Rai si studia un piano B

Ai piani alti di Via Asiago e Via Severo si attende l’evolversi degli eventi, ma intanto si studia un piano B, ossia una nuova conduzione nel caso si decida di sostituire Ranucci. Si stanno vagliando alcuni volti Rai, come anche un paio di giornalisti interni a Report. Ma non si esclude nemmeno una conduzione collettiva della redazione, a turno. Una strada difficilmente percorribile perché nella tv ogni programma ha bisogno di identificarsi con un volto forte. O che forte lo diventa. Lo è stato per Milena Gabanelli ed è stato così pure Ranucci. Anche fin troppo, forse, per quanto riguarda Sigfrido.

Cos’è “Pickaxe Mountain”, il sito iraniano che Trump minaccia di attaccare

«Colpiremo Pickaxe Mountain. Dite agli iraniani di tenersi pronti». Lo ha detto Donald Trump, avvertendo che gli Stati Uniti intendono continuare a infliggere duri colpi alla Repubblica Islamica: «Lo stiamo tenendo d’occhio. Probabilmente faremo un tentativo relativamente presto». Dopo le affermazioni del presidente Usa, Teheran ha affermato di essere pronta a «dare una risposta devastante» agli Stati Uniti: «A pagare il prezzo saranno i soldati americani e i loro partner regionali», ha detto una fonte iraniana alla Cnn. Ecco cos’è il sito conosciuto come “Pickaxe Mountain”, che Trump ha messo nel mirino.

Dove si trova Pickaxe Mountain e i tunnel al suo interno

Pickaxe Mountain, in italiano “Montagna del Piccone”, è il nome con cui Washington indicano il monte Kuh-e Kolang Gaz (in farsi “Cappello del giudice”), che si trova a 30 chilometri a sud di Isfahan, nei pressi dell’impianto iraniano di arricchimento dell’uranio di Natanz: si tratta di un sito fortemente fortificato, che ospita due complessi di tunnel situati a grande profondità (fino a quasi mille metri) nel sottosuolo.

I sospetti di Washington e la versione di Teheran

I servizi di intelligence americani sospettano che il regime iraniano stia cercando di costruire all’interno di Pickaxe Mountain un impianto per l’arricchimento dell’uranio, che fungerebbe da «garanzia strategica» per il suo programma nucleare. All’avvio dei lavori nel 2020, Teheran ha informato l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica che il sito sarebbe stato destinato esclusivamente alla produzione di nuove centrifughe. Da allora l’Iran non ha cambiato versione, ma ha sempre negato all’Aiea l’accesso all’impianto: la circostanza alimenta i sospetti che Pickaxe Mountain sia un sito destinato alla fase più avanzata di arricchimento dell’uranio, fino al raggiungimento della purezza necessaria per la costruzione di bombe nucleari. Si ritiene inoltre che l’Iran vi abbia già trasferito materiali altamente arricchiti.

Il sito sarebbe a prova di bombe guidate anti-bunker

I rapporti dell’intelligence statunitense indicano che la struttura è stata scavata in profondità all’interno della montagna, sotto centinaia di metri di solido granito, in modo da proteggerla dalle potenti bombe guidate anti-bunker Massive Ordnance Penetrator, usate già contro gli impianti atomici di Fordow, Esfahan e Natanz. Secondo la maggior parte degli esperti militari, per “disattivare” il sito di Pickaxe Mountain occorrerebbe piazzare esplosivi ad alto potenziale direttamente dentro al sito, all’interno della montagna.

Legge elettorale, il Pd pronto a chiedere il voto segreto anche sulle preferenze

Inizia oggi 14 luglio alla Camera l’esame della riforma della legge elettorale, che vede i deputati di Montecitorio chiamati a votare oltre 200 emendamenti. Il principale nodo da sciogliere è quello delle preferenze, punto su cui si erano divise sia le opposizioni che la maggioranza. Nel secondo caso, in extremis è arrivato il sì di Lega e Forza Italia. Sul voto si aggira comunque lo spettro dei franchi tiratori: il Partito democratico si prepara infatti a chiedere il voto segreto su tutti gli emendamenti per i quali è consentito dal regolamento, incluso appunto quello sulle preferenze.

Legge elettorale, il Pd pronto a chiedere il voto segreto anche sulle preferenze
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Schlein: «Il Pd continuerà a fare muro»

Durante la sua relazione all’assemblea congiunta dei gruppi Pd, la segretaria dem Elly Schlein ha definito «pessima» e «irricevibile nel metodo e nel merito» la nuova legge elettorale, a suo modo di vedere costruita «su misura» dalla maggioranza «per paura di perdere le elezioni, facendo forzature costanti in Parlamento». Schlein ha spiegato che il Pd continuerà pertanto «a fare muro assieme alle altre opposizioni». E poi: «Con questa destra non voteremo nulla, mentre voteremo tutti gli emendamenti soppressivi e quelli comuni presentati con i nostri alleati. Voteremo anche tutti gli emendamenti dei nostri alleati che pure superano le liste bloccate con collegi uninominali o preferenze».

L’Ue apre nuovo cluster nei negoziati di adesione con l’Ucraina

L’Ue ha aperto il cluster 6, dedicato alle relazioni esterne, nei negoziati di adesione con l’Ucraina. La decisione è stata formalizzata martedì 14 luglio 2026 in occasione della terza Conferenza di adesione Ue-Ucraina. «Con l’apertura del cluster 6, il Consiglio ha dimostrato l’impegno dell’Ue nei confronti dell’allargamento», ha dichiarato il ministro irlandese per gli Affari europei, Thomas Byrne, a nome della presidenza di turno dell’Ue. Byrne ha definito la decisione «un’importante pietra miliare» nel percorso di adesione di Kyiv, ricordando che si tratta del secondo cluster aperto dall’Ue con l’Ucraina, dopo il cluster 1 sui fondamentali.

Kyiv: «Realistico completare il lavoro tecnico per l’adesione Ue entro il 2027»

«Il nostro piano non cambia, entro la fine del 2027 vogliamo adottare e iniziare ad attuare tutta la legislazione necessaria» per aderire all’Ue. Lo ha dichiarato il vice primo ministro ucraino per l’Integrazione europea ed euro-atlantica, Taras Kachka, rispondendo in conferenza stampa a una domanda sui tempi del percorso di adesione di Kyiv. Kachka ha sottolineato che l’Ucraina «non parte da zero», avendo già raggiunto «un elevato livello di recepimento dell’acquis europeo» attraverso l’attuazione dell’Accordo di associazione con l’Ue. Secondo il vicepremier, l’apertura dei cluster rappresenta «l’ingresso nella fase finale dei negoziati», quella in cui l’Ucraina potrà dimostrare di aver soddisfatto tutti i requisiti richiesti. Sull’apertura dei prossimi, ha aggiunto, «tutti i documenti sono pronti» e la decisione dipende ora dall’unità dei 27 Stati membri. «Tutte le istituzioni sono operative e le riforme strutturali stanno producendo risultati», ha affermato, evocando in particolare la riforma della giustizia. «È questo», ha concluso, «il punto di partenza che rende ragionevole la nostra ambizione di completare tutto entro la fine del prossimo anno».

Al via a Roma il nuovo round di negoziati diretti tra Israele e Libano

Al via oggi – 14 luglio – a Roma il nuovo round di negoziati diretti tra Libano e Israele, che si tengono sotto l’egida degli Stati Uniti (si terranno nell’ambasciata Usa). Dopo cinque tornate di colloqui a Washington, Beirut e Tel Aviv hanno raggiunto un accordo quadro per una «pace duratura» il 26 giugno, dopo l’entrata in vigore di un fragile cessate il fuoco tra l’esercito di Israele e Hezbollah: il movimento sciita, sostenuto dall’Iran, ha però respinto l’intesa, soprattutto a causa del nodo del ritiro dell’IDF dal Libano.

Il nodo del ritiro delle truppe israeliane dal Libano

La presidenza libanese ha spiegato che Hezbollah ha chiesto alla delegazione di Beirut «di esigere l’immediato ritiro delle forze israeliane da due zone pilota prima di qualsiasi ulteriore discussione». Una questione, questa, che è stata affrontata nel corso di colloqui che avviati nel fine settimana in Libano da una delegazione militare americana e dall’esercito regolare del Paese dei cedri. Da quanto filtra, Israele è disposto a ritirarsi gradualmente, a condizione che Hezbollah nelle aree evacuate non sia presente Hezbollah e che l’esercito libanese abbia le capacità (e l’intenzione) necessarie per mantenere tali settori demilitarizzati, impedendo qualsiasi ritorno del movimento sciita. Nel frattempo, l’IDF sta proseguendo con i raid nel sud del Libano contro i villaggi occupati da Hezbollah.

Consob, c’è l’accordo: Guido Stazi nuovo presidente

Dopo quattro mesi di stallo il governo sblocca finalmente la nomina della presidenza Consob: ad occupare la casella lasciata libera da Paolo Savona, il cui mandato settennale è scaduto a marzo, sarà l’economista Guido Stazi, attuale segretario generale dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) e prima ancora segretario generale proprio presso la Commissione di vigilanza per i mercati e la borsa.

Consob, c’è l’accordo: Guido Stazi nuovo presidente
Guido Stazi (Imagoeconomica).

Stazi è stato indicato da Forza Italia

La scelta di Stazi, esperto di piattaforme elettroniche e big data, è stata sponsorizzata da Forza Italia e ha ricevuto il via libera anche dalla Lega, che nei mesi scorsi aveva tentato di piazzare alla presidenza della Consob il sottosegretario al ministero delle Finanze Federico Freni. Quest’ultimo però a metà maggio ha fatto un passo indietro a causa delle perplessità all’interno della maggioranza e avanzate in particolare dagli azzurri, che spingevano per una figura più tecnica.

Chi è l’economista che guiderà la Consob

Romano classe 1957, Stazi da marzo del 2022 ricopre l’incarico di segretario generale dell’Agcm, di cui è stato anche responsabile del Comitato valutazioni economiche. L’economista, inoltre, è stato capo di gabinetto dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (2005-2012) e, come detto, segretario generale della Consob (2013-2017). In passato docente di Economia e politica della concorrenza nella facoltà di Scienze economiche e bancarie dell’Università di Siena e editorialista di Milano Finanza, Stazi è autore di volumi in materia di antitrust, regolazione ed economia digitale.

Consob, c’è l’accordo: Guido Stazi nuovo presidente
Guido Stazi (Imagoeconomica).

La nomina sblocca anche Antitrust e Anac

La nomina di Stazi, che otterrà semaforo verde in Cdm, è destinata a sbloccare anche quelle per le presidenze di Agcm e Anac, che – salvo sorprese – verranno spartite tra i tre partiti di maggioranza. Il vertice della Consob appunto a Forza Italia, quello dell’Antitrust a Fratelli d’Italia e quello dell’Autorità nazionale anticorruzione alla Lega.