Editoria: Silvio Sosio seduto a un metro dalla fine del mondo

Silvio Sosio seduto a un metro dalla fine del mondo

Curata da Franco Ricciardiello, Laura Coci e Roberto Del Piano, esce in Odissea Fantascienza la raccolta della produzione di Sosio scrittore.

Conoscete l'autore di questo articolo come giornalista curatore di Fantascienza.com e di Robot, forse come editore di Delos Digital. Difficilemente lo conoscerete come scrittore di narrativa, perché da molti anni, a parte sporadiche incursioni con racconti brevissimi, ho spostato quella attività nel baule delle “cose che sarebbe bello fare ma non si può fare tutto”. Laura Coci, Roberto Del Piano e Franco Ricciardiello hanno voluto raccogliere tutta la mia produzione narrativa, che risale principalmente agli anni Ottanta e Novanta (con le eccezioni dei... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 26 maggio 2026 - articolo di S*

Chi è e come sta il tifoso juventino gravemente ferito prima del derby di Torino

Si chiama Marco Leonardo Basoccu il tifoso juventino rimasto gravemente ferito alla testa prima del derby della Mole andato in scena il 24 maggio. Trentaseienne, è un commercialista originario di Casale Monferrato, che lavora e vive a Milano: fa parte del gruppo ultras Viking del capoluogo lombardo, con cui era arrivato a Torino per assistere alla partita.

Operato, Basoccu è in coma farmacologico

Trasportato all’ospedale Molinette di Torino, Basoccu è stato sottoposto a un delicato intervento neurochirurgico a causa del gravissimo trauma cranico riportato. Attualmente è in coma farmacologico e la prognosi resta riservata. Oggi verrà sottoposto a una tac di controllo.

Cosa è successo: le ipotesi e la smentita della Questura

La dinamica esatta di quanto accaduto a Basoccu resta ancora al vaglio degli investigatori. C’è l’ipotesi, sostenuta dagli ultras juventino, che sia stato raggiunto da un lacrimogeno lanciato dalle forze dell’ordine: la Questura di Torino ha però smentito questa ricostruzione. In alternativa, Basoccu potrebbe essere stato colpito da un oggetto contundente, verosimilmente una bottiglia di vetro. I disordini sono esplosi nel tardo pomeriggio nei pressi di piazzale San Gabriele da Gorizia, dove si sono incrociati i cortei dei tifosi bianconeri e granata: le forze dell’ordine sono intervenute con cariche di alleggerimento e il lancio di lacrimogeni. Durante gli scontri sono rimasti feriti quattro agenti. Dopo la notizia di un compagno di tifo in codice rosso, gli ultras juventini hanno protestato a lungo salendo sulle balaustre dello stadio Olimpico Grande Torino e minacciando l’invasione di campo: un tentativo di non far disputare l’incontro, poi iniziato con un’ora di ritardo.

Rubio parla di «accordo possibile già oggi con l’Iran», Teheran frena

Il segretario di Stato americano Marco Rubio, in visita in India, ha dichiarato che «sono stati compiuti progressi significativi, sebbene non definitivi» nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, aggiungendo: «Forse c’è la possibilità che nelle prossime ore il mondo riceva delle buone notizie». Il ministro degli Esteri Usa, citato dai media indiani, ha parlato di «proposta piuttosto solida in termini di capacità di far riaprire gli stretti», che «ha molto sostegno nel Golfo». Rubio ha però anche dichiarato: «O raggiungeremo un buon accordo, oppure dovremo trovare un’altra soluzione».

Trump aveva ridimensionato le aspettative di un’intesa immediata

Le dichiarazioni di Rubio sono arrivate a stretto giro da quelle di Donald Trump, che ha ridimensionato le aspettative di un’intesa immediata, spiegando di aver detto ai suoi negoziatori di «non affrettarsi». Il presidente Usa «non concluderà un cattivo accordo, quindi vediamo cosa succede», ha detto ancora Rubio: «Daremo alla diplomazia ogni possibilità di successo prima di esplorare le alternative». Parlando con India Today, il segretario di Stato americano ha spiegato che «la prima fase» da affrontare sarà la riapertura completa di Hormuz e che, nella seconda, «l’Iran deve avviare negoziati seri su tre punti: il suo impegno a non possedere mai armi nucleari, restrizioni a lungo termine sulle sue capacità di arricchimento e cosa fare con l’uranio altamente arricchito». Qualsiasi accordo, ha sottolineato riprendendo le affermazioni di Benjamin Netanyahu, «garantirà a Israele il diritto di difendersi».

Rubio parla di «accordo possibile già oggi con l’Iran», Teheran frena
Donald Trump (Ansa).

Cosa prevederebbe la bozza di accordo tra Washington e Teheran

I media Usa scrivono che Washington e Teheran hanno concordato in linea di principio gli aspetti principali di un’intesa che potrebbe porre fine alla guerra in Medio Oriente. La bozza dell’accordo contempla la riapertura dello stretto di Hormuz e l’ok di Teheran a smaltire le proprie scorte di uranio altamente arricchito, con modalità ancora oggetto di negoziazione. Un funzionario statunitense, in forma anonima, ha però dichiarato che manca ancora l’approvazione definitiva da parte di Trump e della Guisa suprema iraniana Mojtaba Khamenei, che potrebbe richiedere giorni.

Rubio parla di «accordo possibile già oggi con l’Iran», Teheran frena
Un enorme manifesto su Hormuz a Teheran (Ansa).

Teheran frena: «Fatti progressi, ma accordo non è imminente»

L’alto diplomatico iraniano Hossein Nooshabadi, citato dall’agenzia di stampa Isna, ha bollato come «una menzogna assoluta» la «voce secondo cui l’Iran si sarebbe impegnato con la parte americana nella bozza presentata per un accordo preliminare sulla questione nucleare e sull’uranio, nonché sulla sospensione ventennale dell’arricchimento». Smentendo la notizia di un accordo di pace imminente, Nooshabadi ha comunque ammesso che sono stati compiuti progressi su molte questioni con gli Usa. La bozza proposta dall’Iran, ha aggiunto, prevede «la fine della guerra su tutti i fronti, Libano compreso, lo sblocco di miliardi di dollari di beni iraniani congelati, la revoca del blocco navale statunitense e l’apertura di Hormuz, il ritiro delle forze statunitensi dal perimetro della Repubblica islamica e la libertà di vendere il petrolio iraniano».

Elezioni amministrative: seggi aperti fino alle 15, affluenza in calo

Hanno riaperto alle 7 i seggi per la seconda giornata di votazioni per le Amministrative che coinvolgono quasi 750 Comuni e 18 capoluoghi (oltre 6 i milioni di cittadini chiamati alle urne), ultimo grande appuntamento elettorale prima delle Politiche del 2027. Sarà possibile votare fino alle 15. Subito dopo inizierà lo spoglio.

LEGGI ANCHE: Dalle Comunali alle Politiche, per la destra la parola d’ordine è pareggio

I capoluoghi chiamati al voto

Farin puntati in particolare su Venezia, fortino della Lega dove potrebbe affermarsi il centrosinistra, e su Reggio Calabria, dove la situazione è diametralmente opposta. Gli altri 16 capoluoghi chiamati al voto sono Lecco e Mantova in Lombardia, Arezzo, Pistoia e Prato in Toscana, Fermo e Macerata nelle Marche, Chieti in Abruzzo, Avellino e Salerno in Campania, Andria e Trani in Puglia, Crotone in Calabria, Messina, Enna e Agrigento in Sicilia. L’eventuale ballottaggio, nei Comuni con più di 15 mila abitanti, si svolgerà il 7 e 8 giugno.

Affluenza in lieve calo

Affluenza in lieve calo. Alle 19 di domenica aveva votato il 34,5 per cento degli aventi diritti: due punti percentuali e mezzo in meno rispetto all’affluenza media delle precedenti Comunali di riferimento. Alla chiusura dei seggi alle 23 l’affluenza era del 46,31 per cento: il dato precedente, alla stessa ora, è del 50,2 per cento. C’è però un dato da considerare: la maggior parte dei centri urbani interessati (529 secondo i dati del Viminale) l’ultima volta aveva rinnovato le amministrazioni a settembre del 2020, ovvero in concomitanza con alcune Regionali, circostanza che potrebbe aver sostenuto la percentuale di votanti. Il calo dell’affluenza non è stato inoltre uniforme: in Emilia-Romagna il dato è sceso di circa 10 punti percentuali, in Lombardia e Toscana di circa 8, in Piemonte e Veneto di 7.

Dalle Comunali alle Politiche, per la destra la parola d’ordine è pareggio

La parola d’ordine è pareggio. Malgrado gli oltre 6,6 milioni di italiani al voto, maggioranza e opposizione a Roma faticano a dare un significato politico alle Comunali del 24 e 25 maggio, probabilmente le ultime elezioni prima delle Politiche del 2027. Tra i palazzi della politica nessuno intravede possibilità di cogliere segni precursori del mood elettorale in vista del voto nazionale. Seppur importanti, tra i quasi 900 Comuni al voto, solo 18 sono capoluoghi, e circa 700 hanno meno di 15 mila abitanti.

Dalle Comunali alle Politiche, per la destra la parola d’ordine è pareggio
Due i capoluoghi di Regione al voto: Venezia e Reggio Calabria.

Venezia e Reggio Calabria: obiettivo 1 a 1

Tutti gli occhi sono puntati su Venezia, l’unico capoluogo di Regione alle urne. In laguna suonano le note di Gustav Mahler e l’atmosfera è quella di una Morte a Venezia. Ma in questo film non ci sono compositori né giovani dalla bellezza efebica. La trama crepuscolare ha come protagonista il centrodestra locale. Dopo 10 anni alla guida della città con Luigi Brugnaro – noto per aver introdotto la tassa di ingresso e per le numerose gaffe – la coalizione formata da Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi moderati guarda con una punta di pessimismo il voto. Certamente non hanno aiutato il caos e le polemiche degli ultimi mesi tra governo e due istituzioni culturali come la Biennale e il Teatro La Fenice. Il centrosinistra è determinato a riprendersi la città. Per questo ha schierato Andrea Martella, senatore e segretario regionale dem già sottosegretario all’Editoria nel Conte II. Il centrodestra invece è confluito su una scelta di continuità decidendo di far correre Simone Venturini, 38 anni, assessore uscente al Turismo per la lista Brugnaro, margherino doc trasferitosi a Venezia.

Dalle Comunali alle Politiche, per la destra la parola d’ordine è pareggio
Combo di Simone Venturini e Andrea Martella al voto (Ansa).

A Reggio Calabria, lo scenario è inverso. Dopo 12 anni di amministrazione di Giuseppe Falcomatà, il centrosinistra rischia di perdere il Comune. Il candidato è Domenico Battaglia che ha preso il posto – in qualità di facente funzioni – di Falcomatà, eletto in Consiglio regionale. Contro di lui, Francesco Cannizzaro, coordinatore regionale di FI e vice capogruppo alla Camera. Con cui il centrodestra spera di conquistare la città.

Dalle Comunali alle Politiche, per la destra la parola d’ordine è pareggio
Dalle Comunali alle Politiche, per la destra la parola d’ordine è pareggio
Dalle Comunali alle Politiche, per la destra la parola d’ordine è pareggio
Dalle Comunali alle Politiche, per la destra la parola d’ordine è pareggio
Dalle Comunali alle Politiche, per la destra la parola d’ordine è pareggio
Dalle Comunali alle Politiche, per la destra la parola d’ordine è pareggio
Dalle Comunali alle Politiche, per la destra la parola d’ordine è pareggio
Dalle Comunali alle Politiche, per la destra la parola d’ordine è pareggio

Nel centrodestra lo sport più gettonato è finire all’opposizione

«Al massimo la sinistra si prenderà Venezia e noi Reggio Calabria, non mi sembra che cambi molto», ha profetizzato il responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli. Insomma, obiettivo: pari e patta. Ovvero un modo per sminuire la portata del test elettorale ma anche la tensione verso il pessimismo propria del centrodestra in questa fase post referendaria. Tra i corridoi di Montecitorio, nella maggioranza sono ormai pochissimi quelli che ancora continuano a credere in una vittoria alle Politiche. Ormai lo ‘sport’ più gettonato è sperare di finire all’opposizione in caso di pareggio e nell’eventuale formazione di un governo di larghe intese. In FdI dicono sia Matteo Salvini a sperarci, nella Lega gli alleati di via della Scrofa. Una sorta di rincorsa per ‘rifarsi la verginità’, mentre per ora ci si accontenta dell’1-1, appunto, a Venezia e Reggio Calabria.

Dalle Comunali alle Politiche, per la destra la parola d’ordine è pareggio
Giovanni Donzelli (Imagoeconomica).

Dall’estero: Matt Damon sostituirà Ryan Gosling nel nuovo film dei Daniels

Matt Damon sostituirà Ryan Gosling nel nuovo film dei Daniels

Nuovo ruolo paterno per l'attore, prossimamente al cinema con The Odissey

Dopo una falsa partenza nel casting, che aveva portato i portali di informazione dedicati all'intrattenimento ad annunciare prematuramente la partecipazione di Ryan Gosling come protagonista del nuovo progetto dei Daniels (ovvero Daniel Kwan e Daniel Scheinert), il nuovo film del duo di registi dietro il premio Oscar Everything Everywhere All at Once riparte da Matt Damon. Secondo quanto riportato da The Hollywood Reporter, infatti, il primo progetto dei registi in tre anni sarebbe pronto per iniziare le riprese quest'estate e si tratterebbe di una storia di viaggi nel tempo con elementi... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Dall'estero - 25 maggio 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Dall’estero: Matt Damon sostituirà Ryan Gosling nel nuovo film dei Daniels

Matt Damon sostituirà Ryan Gosling nel nuovo film dei Daniels

Nuovo ruolo paterno per l'attore, prossimamente al cinema con The Odissey

Dopo una falsa partenza nel casting, che aveva portato i portali di informazione dedicati all'intrattenimento ad annunciare prematuramente la partecipazione di Ryan Gosling come protagonista del nuovo progetto dei Daniels (ovvero Daniel Kwan e Daniel Scheinert), il nuovo film del duo di registi dietro il premio Oscar Everything Everywhere All at Once riparte da Matt Damon. Secondo quanto riportato da The Hollywood Reporter, infatti, il primo progetto dei registi in tre anni sarebbe pronto per iniziare le riprese quest'estate e si tratterebbe di una storia di viaggi nel tempo con elementi... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Dall'estero - 25 maggio 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Editoria: Tra Messia e I figli di Dune: I venti di Dune

Tra Messia e I figli di Dune: I venti di Dune

Per Fanucci secondo “interquel” della saga di Dune, I venti di Dune, che si inserisce tra Messia di Dune e I figli di Dune.

Tra qualche mese arriverà nelle sale di tutto il mondo Dune Parte 3, film tratto dal romanzo Messia di Dune di Frank Herbert, il secondo romanzo della saga. Dopo Messia di Dune Herbert scrisse Figli di Dune, che raccontava le vicende di Leto e Ghanima, figli di Paul. Tra questi due libri c'era un gap temporale che ora viene colmato da I venti di Dune, scritto da Brian Herbert e Kevin J. Anderson, in uscita in questi giorni per Fanucci. La quarta di copertina Paul Muad’Dib, l’uomo che ha cambiato il corso della storia galattica, si è incamminato da solo tra le... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 25 maggio 2026 - articolo di S*

Meno Vannacci, più Ue: perché l’Europa è migliore di come ce la raccontiamo

Sparare sulla burocrazia di Bruxelles è l’esercizio retorico preferito da populisti e sovranisti di ogni Paese europeo. Probabilmente molti anti-europeisti – che sono di norma anche no-vax – rimpiangono l’Europa delle piccole patrie, degli staterelli pre-unitari in Italia e Germania, delle enclave che ancora alimentano irredentismi irriducibili (dalla Scozia alla Catalogna, dalla Corsica alla regione basca). Se uno pensa a figure come il politico britannico di destra Nigel Farageritornato in auge nelle elezioni amministrative di maggio 2026, benché i danni della Brexit, di cui da sempre è grande sostenitore, siano conclamati – si rende conto di un paradosso drammatico. Che la percezione diffusa sui guai e gli svantaggi che i singoli Paesi subiscono facendo parte della comunità europea non corrisponde alla realtà. Ma anche che i cittadini europei sono di gran lunga meglio di chi li rappresenta a Bruxelles e Strasburgo.

Meno Vannacci, più Ue: perché l’Europa è migliore di come ce la raccontiamo
Nigel Farage (Ansa).

L’Italia batte tutti i record di lungaggini amministrative

Di certo sostenere che la macchina comunitaria viaggi spedita è una sciocchezza. Allo stesso modo è innegabile che interventi che non tengano conto delle differenze esistenti fra 27 Stati sono destinati a produrre documenti ponderosi ma inefficaci. Però c’è da ridere quando i sovranisti, soprattutto i nostri, inveiscono contro i burocrati di Bruxelles. Dimenticando che siamo il Paese che batte tutti i record in Europa e nell’area Ocse di lungaggini amministrative. In Italia le pratiche burocratiche sottraggono infatti in media 300 ore all’anno a ciascun cittadino, i tempi medi si traducono in 600 giorni per risolvere dispute commerciali e in circa 36 mesi per la liquidazione di un’attività insolvente. Bisogna aggiungere poi che da noi l’84 per cento della popolazione considera gli apparati amministrativi un ostacolo primario, rispetto a una media europea del 60 per cento.

Siamo il continente dei diritti civili e politici

In ogni caso, e a prescindere dalle varie diatribe burocratiche, l’Europa anche nella percezione dei cittadini europei è più vitale di chi ci rappresenta, cioè apparati, funzionari e politici. Ma non serve evocare le retoriche dello spirito europeo o della cristianità, passando per la comunanza culturale che ci rende eredi di Dante, Shakespeare, Cervantes, Goethe, Mozart. Basta limitarsi a ricordare tre fatti recenti che indicano come lo spazio europeo non sia un’espressione geografica. Ma un dato di realtà sul quale riflettere. A partire dalla consapevolezza che siamo il continente dei diritti civili e politici; e l’unico al mondo a garantire ai suoi cittadini accesso universalistico alle cure, all’istruzione, alla pensione.

Preferite gli esempi di Trump o Ben-Gvir?

Il sistema di welfare, benché ammaccato, tiene ancora. Tant’è che le aspettative di vita sono complessivamente le più alte al mondo. Chi ha dubbi sul trovarsi o meno nel continente giusto, può in questi giorni considerare le bizzarrie minacciose di Donald Trump o l’atteggiamento irridente esibito dal ministro israeliano Itamar Ben-Gvir di fronte ai volontari della global Flotilla inginocchiati, ammanettati e vittime di violenza.

Meno Vannacci, più Ue: perché l’Europa è migliore di come ce la raccontiamo
Itamar Ben-Gvir (Ansa).

L’Eurovision e il successo in termini di audience

Ma voltiamo pagina, decisamente più leggera. L’Eurovision song contest ha un’audience televisiva (il dato del 2025 è di 166 milioni di spettatori stimati a livello globale) che il Super Bowl (124 milioni di spettatori, soprattutto concentrati negli Usa), i Grammy (circa 20 milioni) e la cerimonia degli Oscar (17 milioni) messi assieme non totalizzano. Un prodotto dell’industria culturale interamente made in Europa. Al momento non si sa se quel record di un anno fa sarà superato, perché in questa edizione per protesta contro la presenza di Israele cinque Stati (Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda) hanno disertato la manifestazione e tre di loro hanno proprio annullato la diretta.

Meno Vannacci, più Ue: perché l’Europa è migliore di come ce la raccontiamo
Meno Vannacci, più Ue: perché l’Europa è migliore di come ce la raccontiamo
Meno Vannacci, più Ue: perché l’Europa è migliore di come ce la raccontiamo
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Meno Vannacci, più Ue: perché l’Europa è migliore di come ce la raccontiamo
Meno Vannacci, più Ue: perché l’Europa è migliore di come ce la raccontiamo

La formazione di un gusto e di un potenziale mercato europeo

Però lo share medio è stato attorno al 30 per cento. In Italia l’Eurovision, con oltre 5 milioni di telespettatori, si è aggiudicato la serata. Ma il dato su cui meditare, per la varietà di generi e interpreti, è la formazione di un gusto e di un potenziale mercato europeo. E qui il momento simbolico della manifestazione è stato Celebration!, il medley dei 70 anni del concorso con finale, con il pubblico di Vienna che ha cantato all’unisono sulle note di Nel blu, dipinto di blu di Domenico Modugno.

Il progetto Erasmus funziona da (quasi) 40 anni

È il pubblico giovane che sta disegnando questo processo di convergenza musicale, sicuramente alimentato dal sentimento no borders al quale hanno contribuito in modo decisivo i quasi 40 anni (che cadono nel 2027) del progetto Erasmus. Il programma di interscambio universitario ha presentato il report 2025. Più di un milione gli studenti europei coinvolti: 36 mila gli universitari italiani andati all’estero e 43 mila quelli stranieri venuti in Italia, paese che è il secondo più gettonato. Ma se si considerano anche l’istruzione superiore e la formazione degli adulti, oltre 2.300 sono i progetti attivati e più di 92 mila le persone coinvolte.

«Un’infrastruttura culturale e civile condivisa»

Il dato saliente però, per riprendere le parole del direttore di Indire (Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa) e dell’Agenzia Nazionale Erasmus+, Flaminio Galli, è che «Erasmus è molto più di un programma di mobilità: è uno spazio concreto in cui prende forma l’identità europea delle nuove generazioni e delle comunità educative. Investire nel programma significa investire nella capacità dell’Europa di restare unita, aperta, capace di formare cittadini consapevoli e di costruire una vera infrastruttura culturale e civile condivisa».

Tra le città più felici al mondo nessuna italiana nella top 50…

Musica, maestro!, per dirla con una battuta azzeccata, visto che parliamo di Europa felix. Alla faccia dei super nazionalisti nostrani, con in testa il generale Roberto Vannacci e la sua truppa, che non si rendono conto che forse sono proprio loro, con la faccia truce che mostrano agitando un primato nazionale tutto da dimostrare, che deprimono e rendono infelici tanti connazionali. Nel recente ranking delle città più felici al mondo non ce n’è una italiana nella top 50. Le sole che vengono citate (Bologna, Parma e Milano) si posizionano alle caselle 73, 77 e 80. A grande distanza, non solo statistica, dall’Italia della dolce vita e della “Milano da bere” di 40 anni fa.

Meno Vannacci, più Ue: perché l’Europa è migliore di come ce la raccontiamo
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

… ma 39 sono europee!

Naturalmente l’esistenza di un Happy City Index conferma che la mania di dare premi e riconoscimenti è pari alla smania con la quale i premiati esibiscono le medaglie. A uso prevalentemente mercantile e turistico. Però, stando al tema, la notizia è che nella top 50 mondiale ci sono 39 città europee. Mentre degli Usa ne compare una sola: San Francisco. Città grandi come Copenaghen, che è la vincitrice, medie (Grenoble) e piccole (Klagenfurt) testimoniano che l’Europa è il luogo dove tutti, potendo (anche americani, russi e cinesi!), verrebbero di corsa ad abitare. E allora: teniamoci cara e stretta la nostra Europa.

L’errore umano nell’epoca dell’IA

Smascherare articoli e post scritti dall’Intelligenza artificiale è diventato sui social uno sport molto praticato: le bolle dei cosiddetti “intelligenti” esondano di sarcastici «la prossima volta scrivilo tu», «puzza di IA lontano un miglio», «ora prova a dirlo con parole tue». È ormai talmente facile accorgersi quando un post è stato scritto da Claude, da ChatGPT, da Gemini, da Grok, da Copilot o dalle altre numerose opzioni proposte dal pensiero sintetico dei grandi player tech che soltanto pochi irriducibili ingenui cadono nel trabocchetto. Ma sono sempre loro a credersi più furbi delle macchine e, infatti, come rileva un articolo uscito recentemente sul Wall Street Journal (“Writers Are Going to Extremes to Prove They Didn’t Use AI“, 8 maggio 2026), si ingegnano ora a trovare modi per non essere scoperti o per non essere tacciati di ricorrere al bot: per esempio inseriscono nei testi che spediscono al caporedattore o all’editor errori di grammatica o di punteggiatura: sarebbe la prova che il testo che hanno inviato non è stato scritto da una IA perché, si sa, le macchine non fanno errori.

L’errore umano nell’epoca dell’IA
Le icone delle app di IA (Ansa).

L’attualità degli esperimenti di Turing e Searle

Nel 1950 il logico matematico Alan Turing propose un test nel suo saggio, uscito sulla rivista Mind, “Computing Machinery and Intelligence” (Oxford University Press): un giudice umano conversa per iscritto con due interlocutori, uno umano e uno macchina. Se non riesce a distinguerli con affidabilità, la macchina ha “superato” il test. La domanda originale non era: «Le macchine pensano?», che Turing considerava troppo vaga, ma se una macchina riesce a riprodurre, in termini operativi e comportamentali, il linguaggio umano. Nel 1980 John Searle (Denver, 1932), filosofo del linguaggio, si spinse più avanti. Immaginò una persona chiusa in una stanza. Questa persona non conosce il cinese ma le vengono passati sotto la porta dei foglietti con simboli cinesi (le domande). Lei dispone di un manuale di regole: «Se vedi questo simbolo, rispondi con quest’altro simbolo». Seguendo meccanicamente le regole, produce risposte in cinese perfettamente sensate. Chi è fuori dalla stanza è convinto di parlare con qualcuno che capisce il cinese. Ma la persona non capisce nulla, manipola simboli secondo regole sintattiche senza alcuna comprensione semantica. Secondo Searle, questo è esattamente ciò che fa un computer: sintassi senza semantica, elaborazione senza comprensione. Le obiezioni non mancarono. La più nota è la systems reply: forse la singola persona non capisce, ma il sistema nel suo insieme – persona più manuale più stanza – capisce. Searle la respinse, ma il dibattito non si è mai chiuso davvero ed è rimasto uno degli esperimenti mentali più discussi della filosofia analitica del Novecento: nell’era dei grandi modelli linguistici, sembra più attuale che mai.

L’errore umano nell’epoca dell’IA
Un’immagine di Alan Turing (Ansa).

Il grande paradosso: l’uomo simula l’imperfezione umana

Il paradosso è che chi scrive oggi usando il suo cervello deve trovare il modo di sembrare più umano di una macchina addestrata ad imitarlo alla perfezione. Nel Libro degli errori Gianni Rodari ci conferma che gli errori fanno parte della natura umana, il grande scrittore sosteneva che gli errori non stanno nelle parole ma nelle cose – i veri errori, dai quali dovremmo liberarci, sono la guerra, il razzismo, l’ingiustizia, non le parole che li designano – ma chi inserisce deliberatamente degli errori in un testo generato da un’IA, non usa l’errore per liberarsi della grammatica ma per simulare l’imperfezione umana, per nascondersi dietro di essa. Usa l’errore come un travestimento e il paradosso è raffinato: Claude e Copilot scrivono “troppo” bene e proprio questa perfezione sintattica le tradisce.

L’errore umano nell’epoca dell’IA
Un frame di un filmato di Gianni Rodari (Ansa).

L’errore, per secoli considerato segno di debolezza umana, diventa un certificato di autenticità, la prova che dietro a un testo scritto c’è una persona invece di una macchina. Rodari voleva che i bambini imparassero divertendosi. Noi adulti impariamo oggi a fingerci umani sbagliando apposta. Siamo arrivati al punto in cui dobbiamo simulare i nostri difetti per dimostrare di esistere e non è un problema di grammatica, è un problema profondo di identità. Le macchine vincono quando cominciamo a imitarle, e noi perdiamo quando dobbiamo esasperare un tratto fallace, l’imperfezione, per distanziarci da loro, per dimostrare di essere ancora umani.

Gedi e la tentazione televisiva: ennesima scommessa perdente?

Gli editori di quotidiani hanno sempre avuto un po’ il complesso di inferiorità nei confronti della televisione. E perciò, quando la tecnologia digitale ha abbattuto le barriere all’ingresso, ci si sono spesso buttati. Picchiandoci però frequentemente la testa. Ed è quello che potrebbe succedere di nuovo.

Crisi immediate, agonie e chiusure definitive

Ancora viene ricordato, per esempio, il bagno di sangue di 24ore.tv, canale televisivo de Il Sole 24 Ore che Confindustria fece debuttare nell’aprile 2001 sul digitale terrestre, con palinsesto ricco e investimenti importanti. Crisi quasi immediata, agonia durata qualche stagione, chiusura definitiva al termine del 2006.

Gedi e la tentazione televisiva: ennesima scommessa perdente?
Il vecchio logo di 24ore.tv.

Repubblica radio Tv dove scalpitavano Zucconi e Giannini

Nel frattempo, il 10 aprile 2006, esattamente 20 anni fa, nasceva Repubblica radio Tv. Un canale televisivo che si vedeva al 50 del digitale terrestre, e nel cui palinsesto, due ore al giorno in replica a nastro, esondavano Vittorio Zucconi e l’ambizioso Massimo Giannini, talk su talk. Nel novembre 2011 il canale cambiava nome: solo Repubblica tv. E nel 2013 chiudeva i battenti, per mancanza di pubblico e di risorse, sostituito da LaEffe tv (canale di Feltrinelli, anch’esso con vita breve).

Gedi e la tentazione televisiva: ennesima scommessa perdente?
Gedi e la tentazione televisiva: ennesima scommessa perdente?
Gedi e la tentazione televisiva: ennesima scommessa perdente?

Quel progetto di Warner Bros Discovery poi andato in fumo

Nel 2024, quando Warner Bros Discovery sembrava ancora avere grandi ambizioni di broadcaster generalista televisivo, tra Fabio Fazio, Maurizio Crozza e Amadeus, erano corse voci di un’operazione Cnn (marchio internazionale del gruppo WBD) in Italia: o con pezzi di palinsesto brandizzati Cnn su Nove, oppure con l’acquisizione di La7. Avrebbe dovuto essere coinvolto pure Enrico Mentana. Tutto si risolse, però, in tanto fumo e niente arrosto. E nulla accadde.

Gedi e la tentazione televisiva: ennesima scommessa perdente?
Il logo di Warner (Ansa).

Il difficile equilibrio economico-finanziario dei canali all-news

Soprattutto perché in Italia ci sono già tre canali all-news – Rai News, Tgcom, SkyTg24 – e poi una radio di news col video, ossia La7. Il panorama, quindi, sembra già piuttosto affollato, con il dilemma di una rete all-news che, per definizione, fa fatica ad andare in equilibrio economico-finanziario, e acquisisce senso o in offerte pay o in grandi gruppi come Rai o Mediaset.

I giornalisti e la smania di andare in video…

Ma, si sa, editori e giornalisti, cioè gli esseri più vanitosi del Pianeta, impazziscono per andare in video. Dal 19 giugno 2025 in Confindustria ci hanno riprovato, col lancio di Radio 24-IlSole24oreTv, disponibile sul digitale terrestre al canale 246. È passato quasi un anno e, a dire il vero, in pochi se ne sono accorti.

Gedi e la tentazione televisiva: ennesima scommessa perdente?
Il Sole 24 Ore Tv.

Ora nella nuova Gedi alla greca targata Antenna group (in cui comincia a rotolare qualche testa…) c’è voglia di un ritorno di qualcosa di simile a Repubblica tv, però targata Cnn che fa più figo, stringendo una collaborazione con WBD, proprietaria del brand. Perché i nuovi azionisti di Gedi ritengono che in un’offerta complessiva di contenuto crossmediale, oltre alla radio, a Repubblica e alla sua proposta video e assieme al resto degli asset, ce ne debba essere una di tipo televisivo tarata sull’informazione.

Gedi e la tentazione televisiva: ennesima scommessa perdente?
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella incontra Theodore Kyriakou, presidente di Antenna Group (foto Imagoeconomica).

Questa nuova piattaforma informativa, con la parte video preponderante, dovrebbe essere distribuita in primis su Dazn dall’11 giugno, in concomitanza con il debutto del Mondiale di calcio americano trasmesso integralmente dalla piattaforma in streaming.

Gedi e la tentazione televisiva: ennesima scommessa perdente?
Urbano Cairo (foto Imagoeconomica).

Cairo aspetta sul fiume, in attesa di occasioni

Una sorta di sperimentazione, prima di arrivare alla fase due, cioè il lancio di un canale televisivo sul digitale terrestre, approfittando di uno slot su Persidera che dovrebbe essere lasciato libero da Warner Bros Discovery Italia, in fase di razionalizzazione del suo portfolio canali. Immaginiamo già le folle di telespettatori adoranti. Nel frattempo Urbano Cairo, che tanti corteggiano per La7 ma che non vende a nessuno, guarda sornione. E aspetta sul fiume, in attesa di qualche buona occasione. Magari proprio a Repubblica.

Il meglio: Fantascienza.com, il meglio della settimana di Asimov in edicola

Fantascienza.com, il meglio della settimana di Asimov in edicola

La nuova serie dei fratelli di Stranger Things, una nuova casa per Doctor Who, Mandalorian al cinema, il nuovo trailer di Lanterns nella settimana di Fantascienza.com

Mentre il resto del mondo discute appassionatamente se sia il caso o no di avere un'attrice nera per interpretare Elena di Troia, gli appassionati di fantascienza italiani discutono su quanto sia utile lanciare una offerta di libri di Isaac Asimov abbinati al quotidiano La Repubblica. Le domande poste sono tutte sensate – ma Asimov è davvero ancora l'autore giusto? Affidare il “corredo critico” a Chiara Valerio ha un senso? Ma il prezzo non è troppo elevato? – ma alla fine dei conti ci sembra che ogni iniziativa del “mondo di fuori” a... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Il meglio - 24 maggio 2026 - articolo di S*

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere

«L’hanno rimasto solo», citando Vittorio Gassman nell’Audace colpo dei soliti ignoti. Beffardo destino, quello di Elon Musk. Neanche fosse un contrappasso dantesco, l’uomo che dice di avere a cuore il futuro dell’intera umanità è lo stesso che, in alcuni dei reel più recenti che circolano in Rete, appare isolato, evitato pressoché dall’umanità intera. Ma lui non demorde. Così la sua preoccupazione per le «magnifiche sorti e progressive» (questa volta la cit. è da La ginestra di Giacomo Leopardi) è sbarcata anche nelle aule di tribunale grazie alla causa intentata contro Sam Altman, numero uno di OpenAI, l’azienda dietro ChatGPT. L’accusa mossa dal nostro è quella di aver tradito il patto originario di mantenere OpenAI una non-profit e di averla invece trasformata in una macchina da soldi.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Il Ceo di OpenAI Sam Altman (Ansa).

Elon, abbiamo imparato a conoscerti

Chiariamo subito. Non che l’uno sia meglio dell’altro. Ma forse a Elon sfugge che, nel corso degli anni, abbiamo imparato a conoscerlo. E, proprio per questo, grazie a massicce dosi di anticorpi, non ce la beviamo più. Così finisce (per il momento) che il tribunale federale di Oakland, in California, abbia rigettato la causa per un vizio formale, senza neanche entrare davvero nel merito della questione. Il che offre lo spunto per capire la portata simbolica di questo scontro tra titani.

La fondazione come ente senza scopo di lucro

Tutto ebbe inizio nel 2015. OpenAI fu fondata come ente senza scopo di lucro, con l’obiettivo di sviluppare intelligenza artificiale «per il bene dell’umanità». Musk fu tra i primi a metterci i soldi. Nel 2018 però lasciò il consiglio di amministrazione. Ufficialmente, per evitare conflitti con Tesla, l’altra sua azienda impegnata nello sviluppo di un’intelligenza artificiale per la guida autonoma. Ma in realtà sembra che Musk avesse chiesto, senza successo, il controllo totale della società e avesse persino tentato di fondere OpenAI con Tesla, senza riuscirvi.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Il logo di OpenAI (Imagoeconomica).

Una questione etica, con richiesta di risarcimento

Nel 2019 OpenAI creò una controllata for-profit, OpenAI LP, legata alla non-profit ma con un obiettivo diverso: fare business, scalare, attrarre capitali, crescere e attrarre capitali ancora. Nel 2024 Musk ne ha fatto una questione etica, intentando l’azione legale. E chiedendo, in qualità di investitore della prima ora, un risarcimento, secondo alcune stime, pari a 180 miliardi di dollari per «guadagni illeciti» nonché il riconoscimento del fatto che OpenAI abbia usato quei soldi per scopi diversi da quelli inizialmente dichiarati. Una truffa, in sostanza.

Due visioni dell’IA, tra bene pubblico e infrastruttura privata

Il resto è cronaca recente. Dopo poche settimane di udienza, il tutto si è chiuso con un nulla di fatto. Il problema, a quanto pare, è che Elon si sia mosso troppo tardi. Tuttavia, il punto interessante di questa storia fatta di miliardi, tecnologia, avidità e risentimento non è giuridico quanto simbolico, come dicevamo. Vale a dire il confronto tra due visioni dell’intelligenza artificiale, tra bene pubblico e infrastruttura privata, oltre alla trasformazione dell’idealismo tech in una guerra di potere.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Elon Musk (Ansa).

Musk è stato costretto a rincorrere con Grok

È noto infatti che nel mondo dell’innovazione tecnologica chi tardi arriva, male alloggia. Il primo di solito si prende tutto, struttura il mercato, ne decide il funzionamento, imposta il gioco. E poi diventa difficile scalzarlo. OpenAI, con ChatGPT, è arrivata per prima. Così Musk ha perso la bussola e si è ritrovato ai margini, fuori dalla cabina di regia, in ritardo e costretto a rincorrere con Grok, il modello d’intelligenza artificiale di xAI, integrato in X (ex Twitter) e pensato esplicitamente come concorrente di ChatGPT. Solo che, ed Elon lo sa, Grok gioca in serie B, fuori dagli accordi che contano, dalle forniture che fanno fare il salto di qualità, finendo troppo lontano dalla “casalinga di Voghera” che l’idea per una ricetta oggi la chiede direttamente a ChatGPT.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Grok, chatbot di X (Ansa).

Vari scandali, dal deepfake all’antisemitismo

E poi resta un fatto. Di quale etica Elon si fa portavoce se proprio la sua intelligenza artificiale, Grok, è stata al centro di una serie di scandali? Un modello venduto come più libero e meno censurato rispetto a ChatGPT ha perso il controllo generando deepfake e contenuti estremi, dalla pedopornografia ai contenuti antisemiti, tanto da attirare pressioni da autorità di mezzo mondo che lo hanno costretto a limitare parte delle sue funzionalità.

L’umanità non ama chi non sa perdere

Intendiamoci: se Musk vuole parlare di etica, è il benvenuto. Tuttavia, vale la pena chiedersi di quale etica stia parlando. È l’etica che protegge il bene comune e i minori, o quella che lascia che un chatbot generi contenuti oltre ogni limite, prima che le autorità lo costringano a metterci una pezza? Alla luce di tutto, e più semplicemente, sembra che la questione sia più banale di quanto appaia. A Elon non piace perdere. E infatti ha già annunciato ricorso. Resta tuttavia il fatto che la gente comune, insomma l’umanità, non ama chi non sa perdere. Per questo Elon, alla fine, balla da solo.

La Cina scopre che spingere le nascite è più difficile che limitarle

«Compagne, va costruita una nuova cultura del matrimonio e della maternità». Nel 2023, un anno dopo l’inizio del calo della popolazione della Cina, Xi Jinping pronunciò queste parole al Congresso nazionale delle donne cinesi. Un intervento che chiariva già una delle più profonde preoccupazioni strategiche della leadership cinese: la crisi demografica. Dopo decenni trascorsi a limitare le nascite attraverso la politica del figlio unico, Pechino si è ritrovata improvvisamente a fare i conti con il problema opposto: sempre meno bambini, sempre meno matrimoni e una società che invecchia a ritmi tali da minacciare crescita economica, sistema pensionistico e modello di sviluppo. Il richiamo di Xi è stato uno dei primi segnali che anche la demografia è diventata una questione di sicurezza nazionale.

La Cina scopre che spingere le nascite è più difficile che limitarle
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

La metà delle cinesi nate dopo il 2000 non vuole avere figli

A distanza di alcuni anni, però, la risposta della società cinese sembra andare nella direzione opposta. Secondo un nuovo sondaggio di Zhaopin, una delle principali piattaforme cinesi di reclutamento online, quasi la metà delle donne nate dopo il 2000 afferma di non voler avere figli, per l’esattezza il 47 per cento. Si tratta di una percentuale impressionante se confrontata con le generazioni precedenti: tra le nate dopo il 1995 la quota scende al 33,9 per cento, al 15,7 per cento per quelle nate dopo il 1990, addirittura al 9,1 per cento tra le nate dopo il 1980. I dati sono il sintomo di un cambiamento culturale profondo. La Cina sta scoprendo che convincere qualcuno a fare un figlio è molto più difficile che impedirglielo. Lo aveva già mostrato l’esperienza della fine della politica del figlio unico. Prima la leadership ha eliminato il limite del figlio unico, poi ha autorizzato il secondo e infine il terzo. Ma la risposta delle famiglie è rimasta tiepida. Nel tempo sono infatti cambiati i costi, i valori, le aspettative e l’idea stessa di famiglia.

La Cina scopre che spingere le nascite è più difficile che limitarle
Immagine realizzata con l’IA.

Dai costi alle conseguenze sulla carriera: perché si dice no alla maternità

Le ragioni indicate dalle giovani donne raccontano una Cina molto diversa da quella che il Partito Comunista continua spesso a immaginare. Come sottolineato da Caixin, il 40,4 per cento cita l’elevato costo del mantenimento dei figli; il 30,5 per cento teme un peggioramento della qualità della vita; il 29,8 per cento parla dell’incertezza sul futuro e della paura di non riuscire ad assumersi una responsabilità così grande. Il 28,5 per cento teme invece conseguenze sulla carriera. La maternità, insomma, viene associata a un potenziale rischio economico e sociale. Negli ultimi anni, tra le giovani cinesi è diventata centrale una formula traducibile con “penalità materna“. La percezione è che fare figli porti a un congelamento, o addirittura arretramento, della propria carriera. Secondo il sondaggio di Zhaopin, il 61,5 per cento delle madri lavoratrici ritiene di non avere quasi nessuna possibilità di ottenere una promozione sul lavoro. Solo il 5,3 per cento pensa invece di avere reali prospettive di avanzamento professionale.

La Cina scopre che spingere le nascite è più difficile che limitarle
Quasi la metà delle donne cinesi nate dopo il 2000 afferma di non voler avere figli (Ansa).

Il difficile equilibrio tra famiglia, lavoro e vita sociale

Le difficoltà iniziano ancora prima dell’assunzione. Il 60,9 per cento delle donne intervistate racconta di aver ricevuto domande sul proprio stato civile o sui progetti di maternità durante i colloqui di lavoro, contro il 35,5 per cento degli uomini. La pressione non riguarda soltanto la carriera. Riguarda anche il tempo. L’85,4 per cento delle madri lavoratrici trascorre la maggior parte del proprio tempo libero occupandosi della famiglia, contro il 73,4 per cento dei padri. Quasi un terzo dedica oltre due ore al giorno ai lavori domestici. Solo il 6,4 per cento riesce a utilizzare il tempo libero per socializzare. In pratica molte donne cinesi finiscono intrappolate in un equilibrio estremamente fragile tra lavoro, cura familiare e sviluppo personale. Nel frattempo, il contesto demografico continua a peggiorare. Nel 2025 la popolazione cinese è diminuita per il quarto anno consecutivo. Le nascite sono scese a 7,92 milioni e il tasso di fertilità si colloca ormai intorno a un figlio per donna, ben lontano dal livello di sostituzione di 2,1. Anche i matrimoni continuano a diminuire. Nei primi mesi del 2026 le registrazioni sono calate del 6,2 per cento su base annua e sono ormai circa la metà rispetto ai livelli del 2017. In Cina questo dato pesa particolarmente perché figli e matrimonio restano ancora strettamente legati, sia culturalmente sia dal punto di vista amministrativo.

La Cina scopre che spingere le nascite è più difficile che limitarle
Nei primi mesi del 2026 i matrimoni in Cina sono calati del 6,2 per cento su base annua e sono ormai circa la metà rispetto ai livelli del 2017 (Ansa).

Le contromisure prese da Pechino non bastano

Di fronte a questi numeri Pechino sta sperimentando di tutto. Sussidi alle famiglie, aiuti all’infanzia, congedi parentali, copertura sanitaria completa per i costi del parto, promozione dell’anestesia epidurale durante il parto, nuovi incentivi fiscali e persino misure simboliche come la reintroduzione della tassa su farmaci e dispositivi contraccettivi dopo 30 anni di esenzione. Tutto risponde alla stessa logica: segnalare che l’epoca del contenimento delle nascite è finita e che ora la priorità è opposta. Alcuni governi locali stanno sperimentando anche i cosiddetti mom jobs, lavori flessibili pensati per madri con figli piccoli. Ma oltre il 40 per cento delle donne teme che questa formula rafforzi ancora di più l’idea che la cura familiare sia una responsabilità esclusivamente femminile. Molte chiedono invece un cambiamento più radicale: orari flessibili per tutti, sistemi di promozione più equi e una distribuzione più paritaria del lavoro domestico. Alcuni studiosi e funzionari iniziano a suggerire soluzioni più profonde: congedi parentali obbligatori e non trasferibili per i padri, maggiore condivisione dei costi tra Stato e imprese, incentivi per ridurre la discriminazione verso donne in età fertile. Perché il problema, sostengono sempre più esperti, è strutturale. Finché avere un figlio continuerà a comportare costi professionali quasi interamente scaricati sulle donne, difficilmente gli appelli patriottici o i bonus statali riusciranno a invertire la tendenza.

La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto

Centosedicimila dollari di premio finale, secondo i calcoli sbrigativi fatti oltreoceano dal New York Post (in realtà tra cachet settimanali d’ingaggio e diritti d’immagine la cifra si avvicina ai 550 mila euro). Una pioggia di coriandoli, le telecamere accecate dal televoto al 55,95 per cento e il sipario che cala sull’ennesima stagione del Grande Fratello VIP. In Italia, l’archiviazione della pratica viene liquidata alla velocità di un clic: Alessandra Mussolini ha vinto il reality di Canale 5.

Per il pubblico nostrano si tratta di puro intrattenimento commerciale, neorealismo pop applicato al telecomando. Eppure, basta varcare i confini nazionali per accorgersi che la scatola magica della televisione italiana, agli occhi del mondo, si è trasformata in un’aula di tribunale geopolitico. Da New York a Londra, passando per Madrid, la stampa internazionale si è fessurata in un’ossessione clinica per il nostro passato, attivando un riflesso condizionato che proietta sul 2026 i fantasmi del 1945. Come se questo verdetto domestico potesse dimostrare che l’Italia, sotto sotto, non sia mai uscita dal Ventennio.

Lo stupore del New York Post

Il capofila di questo tribunale catodico è il New York Post, che nel pezzo intitolato “Mussolini’s granddaughter lands six-figure payout after winning Italy’s Celebrity Big Brother” attiva immediatamente il nesso ideologico. Per il tabloid statunitense, la trionfatrice dello show non è una navigata comprimaria dello spettacolo della Terza Repubblica, ma solo la nipote del dittatore italiano Benito Mussolini, che una volta dichiarò di essere orgogliosa di essere fascista.

Il Post spulcia la biografia dell’ex eurodeputata, ne ricorda il padre – il figlio minore del Duce, Romano – e ricostruisce le sue vecchie battaglie politiche, come quando nel 2003 abbandonò Alleanza Nazionale dopo le storiche scuse di Gianfranco Fini sul fascismo, definito il male assoluto del Novecento. Ma il vero cortocircuito scatta quando il magazine analizza la lingua dei media italiani, stupendosi del fatto che venga descritta come autoritaria, irresistibile e determinata. Agli occhi puritani di Manhattan, l’uso del termine “autoritaria” accostato a quel cognome suona quasi come un’inquietante nostalgia involontaria. Non capiscono, i colleghi di New York, che nel frullatore della tv commerciale italiana quelle parole hanno perso ogni legame con la Storia: sono diventate semplici dinamiche caratteriali da prima serata, buone per conquistare il pubblico. 

La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto

Per il Times, l’Italia è troppo rilassata nei confronti del suo passato

Per documentare le verità interiori scoperte da Mussolini dentro la bolla senza cellulare del gioco, il New York Post e il Times di Londra sono costretti a saccheggiare anche le colonne dei quotidiani della Capitale (imbattendosi nell’intervista firmata da chi scrive per Leggo). Il tabloid copia i passaggi in cui lei spiega che la gente non la conosceva sotto quella luce, che i concorrenti vivevano sospesi in una bolla spesso senza sapere cosa venisse trasmesso, e che l’esperienza è stata gratificante per riscoprire verità interiori che non vengono mai alla luce, nemmeno in famiglia. I fatti di cronaca sono presi paro paro, ma il senso viene piegato per puntellare un teorema politico preconcetto. Che Oltremanica diventa una vera e propria diagnosi pedagogica. Su The Times, il corrispondente Tom Kington sentenzia senza sconti che il trionfo della matrona televisiva è un’ulteriore prova dell’atteggiamento rilassato dell’Italia nei confronti del suo passato fascista. Secondo il blasonato quotidiano britannico, la discendenza da quel dittatore che demolì la democrazia e si alleò con Adolf Hitler è stata per la nipote di Sophia (Loren) più un aiuto che un ostacolo lungo tutta la sua eclettica parabola mediatica. Sulla stessa linea si muove Alexander Butler su The Telegraph, che spinge l’ossessione storica fino al paradosso grafico. Il quotidiano sostiene che gli elogi della critica italiana alla forte personalità della vincitrice dentro la casa siano un possibile cenno allo stile di governo di suo nonno. Per reggere la tesi, il giornale sente il bisogno di inserire nel bel mezzo della cronaca del reality un trafiletto storico d’altri tempi: ricorda le repressioni, le leggi razziali, l’alleanza con la Germania nazista, fino alla fucilazione del Duce per mano partigiana e quel corpo appeso in una stazione di servizio a Milano nel 1945. Un contrasto grafico violentissimo, dove Piazzale Loreto viene riesumato per fare traffico web sul corpo televisivo di una concorrente di 63 anni.

La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
L’esposizione dei cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci e altri gerarchi fascisti a Piazzale Loreto il 29 aprile 1945 (Ansa).

La sindrome non risparmia nemmeno i media di costume. People Magazine si dichiara meravigliato di come la protagonista abbia conquistato i fan nonostante la storia fascista della sua famiglia, confermando che per l’America l’unico codice di lettura applicabile all’Italia rimane fermo a 90 anni fa. E in Spagna? El País decide di blindare la notizia scaricandola direttamente nella sezione di politica Internazionale. Segno che per l’Europa continentale, ogni movimento, respiro o balletto che coinvolge quel cognome, perfino dentro una gabbia dorata con la ventilazione artificiale, è un fatto di rilevanza nazionale.

Lo stereotipo di Paese-operetta è duro a morire

Da una parte, dunque, c’è il nichilismo italiano, che ha così profondamente anestetizzato il Novecento (con buona pace dei La Russa), da poter digerire e normalizzare qualsiasi eredità sotto una pioggia di coriandoli in prima serata. Dall’altra c’è il moralismo della stampa estera, che pur di vendere copie e confermare lo stereotipo dell’eterno Paese-operetta incapace di rigore democratico (e se il biglietto da visita ha la faccia di Giorgia Meloni, il gioco è semplice) dove appiccare l’incendio ideologico anche davanti alla porta rossa del Grande Fratello

Nuovo torneo di tennis sull’erba a Milano? La Fitp punta altrove

A febbraio era già uscita l’indiscrezione che la Federtennis e padel, mettendo sul piatto quasi 27 milioni di dollari, si era comprata i diritti del torneo 250 di Bruxelles, per organizzare in Italia, a partire dal 2028, un 250 all’aperto su erba poco prima di Wimbledon. Successivamente, nei primi giorni di maggio, c’era stato un comunicato ufficiale nel quale la Fitp e l’Istituto per il credito sportivo e culturale (Icsc) formalizzavano «un accordo per il finanziamento legato all’acquisizione della licenza (Class Membership) e dei diritti del torneo Atp 250 disputato a Bruxelles. Il torneo, che sarà il primo organizzato sull’erba in Italia nel circuito Atp, entrerà nel calendario internazionale dal 2028. L’operazione, che prevede un finanziamento da 10 milioni di euro concesso da Icsc a sostegno dell’investimento federale, rappresenta un passaggio strategico nel percorso di rafforzamento della presenza italiana nel circuito internazionale e si inserisce in una fase di crescita strutturale del movimento, trainata dall’aumento dei praticanti, dal successo degli eventi e dai risultati sportivi di vertice». Sin da subito il presidente della Fitp, Angelo Binaghi, aveva detto che il nuovo torneo di tennis si sarebbe giocato nel Nord Italia. Sì, ma dove di preciso?

Tutti avevano pensato a Milano, ma…

Poiché a Torino ci sono già le Atp Finals e a Bologna le finali di Coppa Davis, tutti hanno pensato a Milano. In effetti da settimane escono notizie su terreni e soggetti che potrebbero entrare in gioco al fianco di Fitp nel capoluogo lombardo. Per esempio, uomini dell’amministrazione meneghina guidata dal sindaco dem Beppe Sala avevano fatto filtrare che il Comune avrebbe costruito strutture fisse e permanenti (dove si sarebbe insediato anche un centro federale del tennis), e le aree individuate erano la Maura (area dove c’è un importante impianto per il trotto e che viene sempre tirata in ballo, se ne parlava anche per il nuovo stadio del Milan), oppure i terreni attorno al vecchio Lido di Milano, oppure, ancora, un’area in zona Bonfadini (dove ci sono diversi insediamenti rom). Tutte ipotesi che non avevano scaldato molto i cuori.

Nuovo torneo di tennis sull’erba a Milano? La Fitp punta altrove
Angelo Binaghi con Beppe Sala (foto Imagoeconomica).

Negli ultimissimi giorni, invece, sui media si discute molto dell’area cosiddetta “San Francesco” a San Donato Milanese, ossia quei terreni che il Milan aveva comprato per realizzare il nuovo stadio, e che invece ora, con l’acquisto di San Siro insieme con l’Inter, non servono più e vanno valorizzati. Si vorrebbe realizzare, su quella superficie, sia un nuovo palazzetto per il basket (assurdo, perché a Milano-Rogoredo, cioè a un chilometro in linea d’aria da San Donato, è appena stato inaugurato il palazzetto Unipol Dome da 16 mila posti) sia, dicono alcune testate, un centro federale per il tennis. Il tutto per un investimento da 400 milioni di euro.

Nuovo torneo di tennis sull’erba a Milano? La Fitp punta altrove
L’Unipol Dome nel quartiere Santa Giulia di Milano (foto Ansa).

Clima disastroso per quel tipo di superficie

Questi bla bla bla, però, non hanno fatto i conti con l’oste. Perché la Federtennis e padel, in realtà, non ha nessuna intenzione di portare un centro federale e campi in erba a Milano, dove il clima, in primavera ed estate, sarebbe disastroso per quel tipo di superficie. La Federazione, invece, punta al Nord-Est, tra il Veneto e il Friuli-Venezia Giulia: le condizioni meteo più fresche e umide sono assolutamente migliori per lo sviluppo di una struttura dedicata ai campi in erba, attorno alla quale verrà costruito un centro federale attivo tutto l’anno. E gli sponsor, peraltro, stanno spingendo all’unisono verso questa soluzione, per provare anche ad allontanarsi dalla congestionata Milano in fatto di brand.

Dal 2028 a giugno in mezzo fra Roland Garros e Wimbledon

Il torneo 250, organizzato dal 2028 nelle tre settimane di giugno che separano la fine del Roland Garros dall’inizio di Wimbledon, dovrà giostrarsi tra i due grandi 500 al Queen’s di Londra o ad Halle (in Germania), facendo a spallate con gli altri tornei 250 su erba di Stoccarda, ’s-Hertogenbosch (Paesi Bassi), Maiorca (Spagna) ed Eastbourne (Inghilterra).

Short Movie: Quando l’umanità diventò invisibile

Quando l'umanità diventò invisibile

Un corto con Henry Ian Cusick e Sonya Walger. In un mondo futuro, tutti gli esseri umani sono diventati invisibili.

Capita un po' a tutti nella vita, in certe situazioni, di sentirsi invisibili. Magari ci si aspetta un'attenzione che non arriva, o ci sentiamo esclusi da una comunità. Nel corto Visibile, diretto da Clay Delauney, la parola invisibile non è una metafora. A un certo punto, per un fenomeno mai davvero spiegato, tutti gli esseri umani sono diventati invisibili. Dopo un periodo di panico, si sono però adattati alla nuova condizione, con indicatori digitali che segnalano la presenza di altri esseri umani nelle vicinanze.  Il protagonista è un pittore e ha un... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 23 maggio 2026 - articolo di S*

Short Movie: Quando l’umanità diventò invisibile

Quando l'umanità diventò invisibile

Un corto con Henry Ian Cusick e Sonya Walger. In un mondo futuro, tutti gli esseri umani sono diventati invisibili.

Capita un po' a tutti nella vita, in certe situazioni, di sentirsi invisibili. Magari ci si aspetta un'attenzione che non arriva, o ci sentiamo esclusi da una comunità. Nel corto Visibile, diretto da Clay Delauney, la parola invisibile non è una metafora. A un certo punto, per un fenomeno mai davvero spiegato, tutti gli esseri umani sono diventati invisibili. Dopo un periodo di panico, si sono però adattati alla nuova condizione, con indicatori digitali che segnalano la presenza di altri esseri umani nelle vicinanze.  Il protagonista è un pittore e ha un... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 23 maggio 2026 - articolo di S*

Iran-Usa, qual è il prezzo della pace imposto a Trump

Sui muri della metropolitana di Teheran, da qualche giorno, campeggia un manifesto che merita di essere studiato con attenzione. Donald Trump è in ginocchio, in posizione di vassallaggio, mentre porge alla camera un mazzo di banconote. La didascalia, in farsi, recita: «Reddito annuo di 100 miliardi di dollari dallo Stretto di Hormuz per l’Iran». Non è un meme, né la solita propaganda. È l’immagine plastica di quello che, negli ultimi giorni, sta prendendo forma nei canali di mediazione tra Washington e Teheran. La guerra che il presidente americano ha lanciato il 28 febbraio si chiuderà con un assetto in cui l’Iran incasserà royalties sul transito attraverso lo Stretto di Hormuz e l’Oman si dividerà la torta. Con il placet, sotto traccia, della stessa Casa Bianca.

L’accordo tra Iran e Usa in quattro punti

Da quanto risulta a Lettera43, il quadro reale dell’accordo in costruzione è significativamente più avanzato — e più amaro per gli Stati Uniti — di quello che la cronaca internazionale racconta. Ecco i punti principali.

Il comandante pakistano Asim Munir è già a Teheran

Punto 1. Il Field Marshal Asim Munir, comandante delle forze armate pakistane e perno della mediazione, è atterrato a Teheran venerdì pomeriggio. La sua agenda non è quella di un facilitatore di passaggio: è quella di un general contractor che arriva a chiudere un dossier.

Iran-Usa, qual è il prezzo della pace imposto a Trump
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi con il capo dell’esercito pakistano Asim Munir (Ansa).

Il rilascio degli asset iraniani congelati

Punto 2. Il documento sul tavolo non sarebbe la controproposta ai 14 punti che Teheran ha trasmesso il 28 aprile e che la stampa anglosassone cita. Esisterebbe una versione rivista, già condivisa attraverso Islamabad, il cui baricentro non è più Hormuz, ma il rilascio degli asset iraniani congelati. Sono fondi che variano nella stima totale — dai conti sudcoreani ai depositi iracheni, dalle linee di credito europee ai fondi bloccati durante il primo mandato Trump — ma che ammontano verosimilmente a decine di miliardi. Per Teheran, ottenere quel rilascio significa una vittoria finanziaria che compenserebbe, almeno in parte, la disfatta militare. L’assassinio del Supremo Leader Ali Khamenei, la distruzione di oltre il 90 per cento della flotta navale, la decapitazione del comando dei Pasdaran: tutto sarà metabolizzato come prezzo accettabile se i conti tornano. E gli iraniani sanno benissimo che i conti torneranno.

Su Hormuz si studia una ripartizione delle royalties tra Iran e Oman

Punto 3. Sullo Stretto di Hormuz, le verifiche di Lettera43 confermano ciò che a Washington non si pronuncia ad alta voce: l’accordo per una ripartizione delle royalties di transito tra Iran e Oman è già in cottura. La Persian Gulf Strait Authority — il dispositivo amministrativo che Teheran ha annunciato il 18 maggio con tanto di profilo X ufficiale — non è la creatura unilaterale che gli Stati Uniti combatteranno fino all’ultimo. È la cornice in cui verrà inserito uno split di entrate, con quote iniziali pesantemente sbilanciate a favore dell’Iran. La motivazione è dichiarata: ricostruzione post-bellica. Nel tempo, il riequilibrio porterà l’Oman a una quota più rilevante, ma nella fase di avvio Teheran porterà a casa il grosso del pacchetto. Il governo omanita, fedele alla sua tradizione, tace pubblicamente e in quel silenzio negozia il proprio prezzo. Gli Stati Uniti, malgrado la dichiarazione di Trump nello Studio Ovale del 21 maggio («Vogliamo lo Stretto libero, niente pedaggi, sono acque internazionali») e malgrado le minacce molto più dure del segretario di Stato Marco Rubio, sono perfettamente consapevoli del meccanismo. E ne hanno preso atto.

Iran-Usa, qual è il prezzo della pace imposto a Trump
JD Vance, Donald Trump e Marco Rubio (Ansa).

Pechino ha affidato la mediazione al Pakistan

Punto 4. Durante la visita di Trump a Pechino del 15 maggio, Xi Jinping ha messo le carte sul tavolo con una nettezza inusuale anche per i canali diplomatici cinesi più diretti. Il messaggio sarebbe stato in sostanza: la guerra deve finire, lo Stretto deve riaprire, l’economia mondiale è stata sconquassata abbastanza. Pechino ha affidato la mediazione operativa a Islamabad e si attende che entrambe le parti — americani e iraniani — smettano di scombinare le carte sul tavolo. Non è una richiesta. È una direttiva. Questo è il punto che in Europa, e in Italia in particolare, viene letto male o non viene letto affatto. Il Pakistan e la Cina non sono co-mediatori insieme all’Oman o il Qatar. Il Pakistan è il general contractor dell’accordo, la Cina è lo sponsor strutturale. Asim Munir intrattiene rapporti personali eccellenti tanto con Trump quanto con Xi. L’Iran, dal canto suo, rispetta Islamabad come pochi altri attori al mondo: condivide la frontiera del Beluchistan, il pragmatismo religioso, una storia di non-allineamento. Per la prima volta dalla fine della guerra fredda, una potenza emergente di taglia media — sostenuta da Pechino — sta consegnando un accordo di pace che gli Stati Uniti devono firmare in posizione di accettazione. Non di leadership. La crisi di Hormuz, partita come operazione americano-israeliana per smontare l’Iran in nome del controllo dell’energia globale, si chiuderà con un Iran economicamente più solido di come c’è entrato e con un nuovo asse diplomatico nel cuore dell’Asia.

Iran-Usa, qual è il prezzo della pace imposto a Trump
Xi Jinping e Donald Trump a Pechino (Ansa).

I nuovi equilibri regionali a guida non occidentale

E c’è un dettaglio finale che chiude il cerchio. Nell’architettura dell’accordo che si sta cementando a Islamabad è previsto che, una volta riaperto lo Stretto, la sua sorveglianza venga affidata a una forza navale multinazionale di stabilizzazione. Vi parteciperanno Iran, Stati Uniti e altri attori della regione — e non è esclusa, all’orizzonte, una partecipazione italiana, qualcosa che il ministero della Difesa farebbe bene a iniziare a valutare con serietà — sotto il comando operativo della Marina militare pakistana. È la consacrazione tecnica di tutto quanto sopra: una guerra cominciata con la Quinta Flotta americana che bombarda obiettivi iraniani per riaprire il chokepoint, e finita con la marina di Islamabad a fare da arbitro tra Pasdaran e CENTCOM nelle stesse acque. È, plausibilmente, il primo esempio post-guerra fredda di security governance regionale a guida non-occidentale, ed è l’ultimo pezzo del nuovo ordine che il Pakistan sta consegnando al mondo.

Trump e lo spauracchio delle midterm

L’amministrazione Trump, intanto, gioca il proprio tempo. Il presidente alterna minacce di ripresa delle ostilità — «siamo nelle fasi finali, o c’è un accordo o faremo cose un po’ brutte» — a finestre di pazienza calibrate al millimetro. È il copione obbligato: l’opinione pubblica americana è alle prese con un Brent oltre i 107 dollari al barile, un prezzo della benzina che ha rotto la soglia psicologica della rielezione, un indice di consenso ai minimi del secondo mandato e le elezioni di midterm di novembre che si avvicinano. L’Agenzia Internazionale dell’Energia parla di “zona rossa” per luglio e agosto. La FAO avverte che una chiusura prolungata può innescare una crisi alimentare globale. A Teheran, su quel manifesto della metropolitana, Trump consegna i dollari in ginocchio. A breve, in una sala riunioni a Islamabad o a Muscat, dovrà consegnarli davvero. Il manifesto è già lì.

Leonardo, il nome del manager in pole per la direzione della comunicazione

Uscito Roberto Cingolani, e con lui buona parte della squadra di manager che aveva portato in azienda, il nuovo amministratore delegato di Leonardo, Lorenzo Mariani, sta costruendo il suo team. Per la comunicazione, che Cingolani aveva affidato con più di qualche mal di pancia interno all’ex giornalista di Sky Helga Cossu, si sta ragionando sull’ipotesi di dare l’incarico a Stefano Amoroso, che l’arrivo di Cossu aveva messo in ombra e che ora Mariani vorrebbe riportare alla direzione della comunicazione, soprattutto per il lavoro svolto negli ultimi cinque anni sul posizionamento internazionale dell’azienda. Una curiosità: Amoroso, un passato in Dompé Farmaceutica ed Edison prima di trasferirsi nel 2021 in Leonardo, a dicembre 2025 ha giurato come ufficiale della Riserva selezionata dell’esercito.

Leonardo, il nome del manager in pole per la direzione della comunicazione
Stefano Amoroso.
Leonardo, il nome del manager in pole per la direzione della comunicazione
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Leonardo, il nome del manager in pole per la direzione della comunicazione
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Lecco, bufera sulla leghista che ha augurato a Schlein di essere investita

È bufera su Debora Piazza, segretaria cittadina della Lega a Barzanò e responsabile lombarda del dipartimento tutela animali del partito. Nel mirino il suo commento sotto al video di un comizio di Elly Schlein in cui augura a quest’ultima di essere investita. «Non abbiamo qualcuno che guida con problemi di depressione disoccupato che offende i cristiani che passa di lì e ci fa un favore», ha scritto con riferimento ai fatti di Modena. A far esplodere il caso è stato il segretario provinciale del Pd lecchese, Manuel Tropenscovino, che ha salvato il post e lo ha denunciato pubblicamente. «Ci ha tenuto a fare sapere che si augurava che la segretaria nazionale del Pd venisse investita, come successo a Modena qualche giorno fa», ha scritto. «Mai augureremmo che qualcuno venga investito. Una vergogna, ancora peggiore perché scritta da chi ricopre ruoli politici e amministrativi».

La Lega prende le distanze e sospende Piazza

Nel giro di poche ore è arrivata la risposta della Lega che, si legge in una nota, «prende fermamente le distanze da qualsiasi frase o espressione che possa essere interpretata come un augurio di violenza, odio o danno nei confronti di persone, rappresentanti politici o cittadini». Di qui la decisione di sospendere Piazza da ogni incarico e attività riconducibile alla struttura provinciale del partito «in attesa delle opportune valutazioni interne».

La replica e le scuse: «Non era mia intenzione augurare del male a nessuno»

Alla fine sono arrivate anche le parole della diretta interessata, affidate a una dichiarazione riportata dalla Lega provinciale: «Non era mia intenzione augurare del male a nessuno né alimentare odio politico. Se le mie parole sono state interpretate in questo modo, me ne scuso sinceramente. Credo nel confronto democratico e nel rispetto delle persone, valori che devono sempre prevalere su qualsiasi tensione politica».

Flotilla, la procura di Roma valuta i reati di tortura e violenza sessuale

Circa una cinquanta di attivisti della Flotilla sono stati ricoverati a Istanbul per lesioni riportate durante il periodo di detenzione in Israele. Lo si apprende da fonti della missione. Tra di loro risulta anche un italiano ricoverato, sulle cui condizioni di salute «stiamo cercando di avere notizie», come spiegato dalla portavoce italiana Maria Elena Delia. «Ci riferiscono che in tanti hanno riportato lesioni serie e alcuni sono sotto shock», ha aggiunto.

La procura analizzerà il video Ben-Gvir

Intanto la procura di Roma che indaga sull’abbordaggio della Flotilla, oltre al reato di sequestro di persona sta valutando anche altri reati, tra cui la tortura e la violenza sessuale. Secondo quanto si apprende i magistrati di piazzale Clodio, dopo aver acquisito il video diffuso dai canali social del ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, in cui si vedono gli attivisti inginocchiati e con le mani legate dietro la schiena, analizzeranno il filmato per verificare la presenza di italiani in quella situazione e valuteranno le parole di scherno rivolte dal ministro.

Reati prescritti, Vendola esce dal processo sull’ex Ilva

L’ex governatore della Regione Puglia Nichi Vendola esce dal processo Ambiente svenduto sul presunto disastro ambientale causato dall’ex Ilva di Taranto. Lo ha deciso il collegio della Corte d’Assise del Tribunale di Potenza, presieduto da Marcello Rotondi, durante la terza udienza dibattimentale del processo in corso di svolgimento nel capoluogo lucano. Per Vendola e altri 14 è stato deciso il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione. All’ex presidente pugliese era contestato il reato di concussione.

Il 5 giugno la prossima udienza

La prossima udienza dibattimentale è stata fissata per il 5 giugno. Il processo è ricominciato dall’udienza preliminare a Potenza il 21 marzo 2025,dopo l’annullamento, per la presenza di due giudici onorari tra le numerose parti civili, della sentenza di primo grado che il 31 maggio del 2021 aveva portato a 26 condanne per 270 anni complessivi di carcere.

Lombardia confermata nel cda di Sviluppo Lavoro Italia

Simona Tironi, assessore di Regione Lombardia all’Istruzione, Formazione e Lavoro, è stata confermata all’unanimità dalle Regioni italiane come componente del consiglio di amministrazione di Sviluppo Lavoro Italia, la società che eredita storia, esperienza e rete territoriale di Anpal Servizi. La società opera come punto di raccordo tra ministero del Lavoro, Regioni e Province autonome ed è un ente strategico dedicato alla promozione e al coordinamento di iniziative finalizzate allo sviluppo occupazionale, alla formazione professionale e all’integrazione tra domanda e offerta di lavoro. La presenza di Regione Lombardia nel cda consentirà di portare a livello nazionale le migliori esperienze sviluppate sul territorio lombardo, valorizzando modelli innovativi legati alle politiche attive del lavoro, alla formazione e all’occupazione.

Tironi: «Lombardia continua a essere trainante»

«La Lombardia continua a essere la regione trainante dell’economia italiana, con un tessuto produttivo dinamico e innovativo. Stiamo vivendo una fase complessa, caratterizzata da vertenze occupazionali e difficoltà che coinvolgono molte realtà produttive, ma dobbiamo continuare a investire sulla qualità del lavoro, sulle competenze e sulla formazione», ha commentato Tironi. «L’obiettivo è favorire un’occupazione di qualità, capace di rispondere ai fabbisogni delle imprese e alle aspirazioni professionali delle persone. Credo profondamente nel valore della collaborazione istituzionale e sono davvero onorata della fiducia unanime che tutte le Regioni italiane hanno scelto di accordarmi», ha aggiunto, ringraziando «gli assessori regionali al Lavoro di tutta Italia per questa riconferma che accolgo con grande senso di responsabilità. Continuerò a lavorare con impegno per rappresentare al meglio la Lombardia e contribuire alla crescita occupazionale e alla competitività del nostro Paese».

Dite a Meloni e La Russa che anche Almirante è divisivo: le pillole del giorno

La Fiamma resta sempre accesa, ci mancherebbe. Soprattutto quando c’è chi, a destra che più a destra non si può, cerca di scipparla (vero generale Vannacci?).

Dite a Meloni e La Russa che anche Almirante è divisivo: le pillole del giorno
Dite a Meloni e La Russa che anche Almirante è divisivo: le pillole del giorno
Dite a Meloni e La Russa che anche Almirante è divisivo: le pillole del giorno
Dite a Meloni e La Russa che anche Almirante è divisivo: le pillole del giorno
Dite a Meloni e La Russa che anche Almirante è divisivo: le pillole del giorno

Nel 38esimo anniversario della morte di Giorgio Almirante, Giorgia Meloni ha tenuto a ricordare il fondatore del MSI, con un post sui social: «Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante, il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana», scrive la premier. «Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto. Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione».

Puntuale è arrivato anche il ricordo di Ignazio La Russa. «A 38 anni dalla sua scomparsa ricordiamo e rendiamo omaggio alla figura di Giorgio Almirante. Un uomo che ha dedicato la sua vita alla politica e alla Nazione, con coerenza, passione e profondo rispetto delle Istituzioni repubblicane e dell’avversario politico, come quando tra lo stupore generale, arrivò a Botteghe Oscure per rendere omaggio alla salma di Enrico Berlinguer», scrive il presidente del Senato postando a corredo l’immagine di una frase di Giorgio Napolitano.

Una botta di nostalgia e un esercizio di memoria selettiva che non sono andati giù al dem Andrea Orlando: «Oggi sui suoi profili social Giorgia Meloni rivendica la continuità con il percorso politico di Giorgio Almirante. Un percorso iniziato con la redazione della rivista La difesa della razza, passando per i repubblichini di Salò, fucilando partigiani, intrecciandosi poi con la stagione delle trame nere e dell’estremismo neofascista. Un bel percorso davvero!». Ma per la destra a essere divisivo resta il 25 aprile.

Calderone e marito al Festival del Lavoro

Riecco Marina Elvira Calderone & Rosario De Luca. La ministra del Lavoro e il marito, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro (fondatori della società di consulenza CDL passata in mano a lui dopo la nomina di lei) sono protagonisti del Festival del Lavoro, kermesse che si tiene a Roma negli spazi della Nuvola dal 21 al 23 maggio e che riunisce istituzioni, imprese, professionisti, studiosi e parti sociali. Nel tardo pomeriggio di venerdì, in collaborazione con il Comitato Italiano Paralimpico, Sport e Salute e Inail, si tiene presso il Centro di Preparazione Paralimpica di Via delle Tre Fontane, la Run4Job, seguita, come recita il programma, «da un momento dedicato al networking e alle riflessioni su sport, pari opportunità e valore sociale del lavoro, anche con la partecipazione di atleti paralimpici». Tra l’altro Ignazio Marino, omonimo dell’ex sindaco di Roma ed ex ItaliaOggi, è il direttore della comunicazione del Festival del Lavoro, ed è stato il portavoce di Calderone prima di lasciare il posto a Marco Ventura che a sua volta, a gennaio 2025, lo ha passato a Gianmario Mariniello. Tanti i ministri presenti alla tre giorni. Venerdì alle 15 il vicedirettore del Tg5, Giuseppe de Filippi, dialogherà con il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Sabato sono previsti interventi di Paolo Zangrillo, ministro della PA, e di Adolfo Urso, titolare del Mimit. Ma gli occhi sono puntati su Calderone che a mezzogiorno sarà intervistata dalla vicedirettrice del Tg2 Maria Antonietta Spadorcia. A seguire la cerimonia di chiusura condotta da De Luca.

Dite a Meloni e La Russa che anche Almirante è divisivo: le pillole del giorno
Marina Elvira Calderone e Rosario De Luca (Imagoeconomica).

Riotta gioca in Difesa

Pochi lo ricordano, ma l’ex direttore del Tg1 Gianni Riotta fa parte del Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della Difesa, istituito nel 2023 da Guido Crosetto. Un think tank «creato per promuovere la consapevolezza e la conoscenza delle tematiche di geopolitica, sicurezza e interesse nazionale». Giovedì alla Camera, nella biblioteca dedicata a Nilde Iotti, con la benedizione del forzista Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e già sottosegretario alla Difesa nel governo Draghi, si è tenuto il convegno Cultura della Difesa con annesso “tomo”. Nella sala qualcuno bofonchiava: «Me lo ricordo bene, Gianni, quando era nella redazione del Manifesto»…

Dite a Meloni e La Russa che anche Almirante è divisivo: le pillole del giorno
Gianni Riotta (Imagoeconomica).

Urso, pure un francobollo per Frate Indovino

La passione di Adolfo Urso per i francobolli è cosa nota. Da quando è al Mimit, ne ha emessi oltre 270 (tra cui quelli dedicati a Silvio Berlusconi, Aldo Moro, Giacomo Matteotti, Sergio Ramelli, Enrico Berlinguer, Giorgio Napolitano, i fratelli Mattei, Giovanni Spadolini, ma anche alle Winx, a Goldrake e alla Pimpa). Da poco alla lista se ne è aggiunto un altro per celebrare il Calendario di Frate Indovino. Il 14 maggio, al Salone del Libro di Torino, si è tenuta la cerimonia di primo annullo filatelico del francobollo ordinario appartenente alla serie tematica «Le Eccellenze del Patrimonio culturale italiano». L’immagine «riproduce la figura iconica di un frate cappuccino, il cui volto sereno accompagna i lettori dal 1946, anno di inizio della pubblicazione». Alla cerimonia hanno partecipato della sottosegretaria al Mimit Fausta Bergamotto, del direttore commerciale Italia di Poste Italiane Marco di Nicola e di fra Carlo Maria Chistolini, Presidente della Fondazione Assisi Missio ETS.

Dite a Meloni e La Russa che anche Almirante è divisivo: le pillole del giorno
Il francobollo di Frate Indovino (dal sito del Mimit).

Cassese e padre Benanti, che coppia

Appuntamento imperdibile al Festival dell’Economia a Trento, nella mattinata di domenica: nell’incontro intitolato “Gli imperi digitali, la vecchia e la nuova globalizzazione”, protagonisti saranno padre Paolo Benanti, in qualità di Presidente del comitato per l’intelligenza artificiale presso il dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri, e il giudice emerito della Corte Costituzionale e professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa, Sabino Cassese.

Caro carburanti, verso taglio accise fino alla prima settimana di giugno

C’è attesa per il Consiglio dei ministri del 22 maggio 2026, che dovrà prorogare, fra le altre cose, il taglio delle accise su benzina e gasolio. Nell’ultima proroga era stato confermato un taglio di 20 centesimi per il gasolio e uno più leggero di 5 centesimi per la benzina fino appunto al 22 maggio. Ora il governo dovrebbe prorogarlo per altre due settimane, fino alla prima settimana di giugno. Il rinnovo della misura, che rappresenta un sostegno cruciale per le famiglie e per il settore dei trasporti e di quello agricolo, è stato confermato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti al Festival dell’Economia di Trento. «Credo che si andrà a un decreto legge domani sera. Prevediamo interventi che andranno incontro ad esempio agli autotrasportatori e trasporto pubblico locale, con il taglio delle accise fino alla prima settimana di giugno», ha detto il titolare del Mef, aggiungendo che il Cdm dovrà anche esaminare un provvedimento a favore dell’ex-Ilva, per garantire il proseguimento delle attività. Si parla di una proroga del prestito ponte di 149 milioni di euro concesso a fine aprile, cifra che basterebbe solo fino alla fine di giugno (ma il governo sembra orientato a fare uso della maggiore flessibilità concessa dall’Ue sino a 380 milioni). Fra le altre misure al vaglio di Palazzo Chigi c’è anche il via libera allo stanziamento di 150 milioni per la frana di Niscemi.

Rubio: «Lievi progressi nei colloqui di pace con l’Iran, è positivo»

«Restiamo in attesa di notizie su colloqui attualmente in corso. Si sono registrati alcuni lievi progressi. Non voglio esagerare, ma c’è stato un leggero miglioramento e questo è positivo. I principi fondamentali rimangono gli stessi, l’Iran non potrà mai dotarsi di armi nucleari». Lo ha affermato il segretario di Stato Usa Marco Rubio in Svezia.

Al-Arabiya: «A ore possibile accordo con la mediazione del Pakistan»

Secondo quanto riporta la tv satellitare al-Arabiya sull’account X in inglese, tra i punti della bozza finale di un possibile accordo ci sarebbero la fine delle operazioni militari e della guerra mediatica, un cessate il fuoco immediato, totale e senza condizioni su tutti i fronti, e garanzie per la libertà di navigazione nel Golfo Persico, nello Stretto di Hormuz e nel Golfo di Oman. Secondo le fonti citate, un annuncio potrebbe arrivare a ore (particolare che non viene invece indicato dal servizio arabo dell’emittente, che si limita a parlare di cauto ottimismo citando fonti pakistane).

Televisione: Le lanterne verdi iniziano a brillare nel nuovo trailer di Lanterns

Le lanterne verdi iniziano a brillare nel nuovo trailer di Lanterns

La serie dell'universo DC arriverà ad agosto su HBO Max

HBO ha pubblicato un nuovo trailer della serie DC Lanterns e, per la prima volta, le immagini mostrano ai fan i poteri dell'anello in azione. Guarda il video: Lanterns | Teaser Ufficiale | HBO Max Se infatti il primo trailer avvicinava la narrazione alle atmosfere da detective story e ben poco della lore supereroistica di Lanterna Verde veniva mostrato sullo schermo, con queste nuove scene scopriamo che in Lanterns seguiremo i protagonisti, interpretati da Kyle Chandler (Hal Jordan) e Aaron Pierre (John Stewart), in due momenti della loro vita: le scene da True Detective del primo... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Televisione - 22 maggio 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Editoria: Asimov in edicola con La Repubblica

Asimov in edicola con La Repubblica

Dieci volumi, dai robot alla Fondazione, a 9,99 euro l'uno, da ieri in edicola. Ma ne seguiranno probabilmente altri otto.

Da ieri in edicola è possibile acquistare, a 9,99 euro, il primo di una serie annunciata di dieci volumi con le opere più famose di Isaac Asimov. Si comincia con Io, robot, al quale seguirà giovedì prossimo la seconda antologia dedicata ai robot, Il secondo libro dei robot. Seguiranno i sette libri del ciclo di Fondazione e per concludere Abissi d'acciaio. Ecco il programma completo:   21 maggio: Io, Robot 28 maggio: Il secondo libro dei Robot 4 giugno: Preludio alla Fondazione 11 giugno: Fondazione anno zero 18 giugno: Fondazione 25 giugno:... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 22 maggio 2026 - articolo di S*

Televisione: Arriva oggi su Netflix The Boroughs, la “nuova Stranger Things”

Arriva oggi su Netflix The Boroughs, la `nuova Stranger Things`

Il mistero torna sulla piattaforma di streaming attraverso la Upside Down Pictures dei fratelli Duffer

Salutato dalla critica come lo Stranger Things della terza età, The Boroughs è disponibile da oggi su Netflix con una prima stagione da otto episodi che introduce il pubblico ai misteri della comunità di pensionati creata da Jeffrey Addiss e Will Matthews (Dark Crystal – La resistenza). La serie, prodotta dalla Upside Down Pictures di Matt e Ross Duffer, vede protagonista Alfred Molina (Spider-Man 2) nei panni di Sam Cooper, ingegnere in pensione che si traferisce in seguito alla recente scomparsa della moglie, accompagnato da Geena Davis (che interpreta l'ex... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Televisione - 21 maggio 2026 - articolo di Angela Bernardoni