Annunciata al New York Comic Con la data di uscita della stagione conclusiva della serie. Nel cast anche Bill Nighy e Rosemarie DeWitt, mentre i giovani cadetti della Flotta Stellare affronteranno nuove sfide a bordo della USS Athena.
La seconda stagione di Star Trek: Starfleet Academy arriverà nel marzo 2027 e, come già noto da tempo, sarà anche l’ultima. L’annuncio della data di uscita è arrivato durante il panel dedicato all’universo di Star Trek al New York Comic Con, dove sono intervenuti alcuni dei protagonisti della serie, tra cui Holly Hunter, Sandro Rosta, Bella Shepard, Karim Diané e Robert Picardo, insieme agli showrunner e produttori esecutivi Alex Kurtzman e Noga Landau.
Tra le novità annunciate ci sono due interpreti di rilievo: Bill Nighy,... - Leggi l'articolo
Lo sceneggiatore racconta le ultime travagliate fasi della gestione Disney/BBC nel suo recente memoir
Libero dal pressante lavoro di showrunner di Doctor Who, Russell T Davies ha dato alle stampe il suo memoir, The Queerest of Folk: A Life in Television, in cui racconta anche il motivo per cui quest'anno non avremo uno special di natale della serie britannica, e cosa ha portato alla sorprendente rigenerazione dell'ultimo episodio. In un estratto del libro pubblicato da The Guardian, infatti, lo sceneggiatore e produttore rivive gli ultimi giorni sul set di Doctor Who, segnati dall'incertezza, dalla mancanza di informazioni da parte di BBC e Disney sulla solidità del loro... - Leggi l'articolo
Molte le novità editoriali di fantascienza che saranno proposte a Stranimondi. Vediamo quelle di domenica 18.
Pochi giorni ormai all'apertura dell'edizione 2026 di Stranimondi, come abbiamo detto in precedenti articoli quest'anno più grande e più bella che mai nella nuova sede Gadames 57. Tanti temi interessanti nel programma (ne abbiamo parlato in articoli precedenti) ma anche tante presentazioni di novità editoriali. Venerdì abbiamo visto quelle di sabato 17 ottobre; vediamo ora quelle di domenica, sempre selezionando quelle più strettamente fantascientifiche.
Si parte subito alle 0:30 con Emanuele Manco che presenta il suo saggio Asimov e la scienza,... - Leggi l'articolo
Una fase di stallo. Il primo passaggio del negoziato tra la National basketball association (Nba) e l’Eurolega si è concluso con un mancato accordo. Ma le parti riprenderanno il dialogo: devono farlo per forza, se vogliono evitare un conflitto che avrebbe conseguenze dannose per entrambe le parti. Soprattutto per l’Eurolega, che nei fatti è un esperimento europeo di Nba e che rischierebbe di pagare il confronto in casa propria con l’originale. Ma ciò che più inquieta la lega d’élite del basket continentale è la prospettata saldatura d’intenti e interessi tra la Nba (e la Fiba, la federazione internazionale del basket) e i colossi del calcio europeo: un’alleanza che aprirebbe una fase inedita del turbocapitalismo sportivo, nel segno di un superleghismo al cui confronto lo sgangherato tentativo di Superlega calcistica europea di aprile 2021 è roba da tornei aziendali.
A Cernobbio rigettata la proposta avanzata dalla Nba
Il primo tentativo di giungere a un’intesa è dunque andato a vuoto. È stato il 5 ottobre, quando i rappresentanti di Eurolega si sono ritrovati a Cernobbio, sul lago di Como. Un luogo quanto mai appropriato, vista la lunga consuetudine di ospitare l’annuale Forum Ambrosetti e di misurarsi con gli scenari della finanza globale. Ma il contesto non è bastato a favorire la coincidenza d’interessi. Sicché i 13 soci permanenti dell’Eurolega (Anadolu Efes Istanbul, Baskonia Vitoria-Gasteiz, Cska Mosca che però è attualmente sospeso per la guerra in Ucraina, Olimpia Milano, Barcellona, Bayern Monaco, Fenerbahçe Istanbul, Asvel Villeurbanne, Maccabi Tel Aviv, Olympiacos Pireo, Real Madrid, Panathinaikos Atene e Žalgiris Kaunas) hanno rigettato la proposta avanzata dalla Nba. Nella quale, fra le altre cose, è stata espressa la richiesta di fermare l’espansione dell’Eurolega ad altri membri permanenti.
Una partita di Eurolega tra Real Madrid e EA7 Emporio Armani (foto Ansa).
È questo uno degli aspetti che maggiormente hanno provocato malumori tra i partecipanti al meeting di Cernobbio, poiché proprio il progetto di allargare i ranghi dei soci permanenti (fino a 24) è quello sul quale si è maggiormente speso di recente Chus Bueno, che da gennaio 2026 è l’amministratore delegato di Eurolega.
Retrogusto colonialista e quella sorta di superiority complex
In linea generale, l’offerta della Nba è stata giudicata colonialista, cioè segnata da una sorta di superiority complex alimentato dalla lega del big business rispetto alla sua versione europea (ed europeizzata). E tuttavia, al di là delle posizioni unitarie di facciata, emerge che non tutti i 13 soci di Eurolega sono stati d’accordo nel respingere la proposta proveniente dagli Usa. Anzi, c’è stato parecchio malumore cui ha dato voce il proprietario del Panathinaikos Atene, Dimitris Giannakopoulos, che ha accusato la maggioranza sfavorevole di non avere interesse verso lo sviluppo del basket.
Il proprietario del Panathinaikos Dimitris Giannakopoulos (foto Ansa).
Inoltre, club come il Real Madrid dell’eterno Florentino Pérez potrebbero dare una sgradita sorpresa mollando l’organizzazione europea per trasferirsi in Nba Europe.
Florentino Perez, presidente del Real Madrid (Ansa).
Patto sempre più solido coi grandi del calcio europeo
Dal canto suo, la Nba continua a manifestare un atteggiamento flemmatico. Il commissioner Adam Silver insiste a dire che le trattative proseguono. Può contare sul fatto che un accordo fra le due parti dovrà per forza essere trovato, oltreché sull’appoggio della Fiba, che non vede l’ora di chiudere definitivamente i conti con la lega europea degli scissionisti. Ma la vera carta vincente nelle mani della Nba è un’altra. E riguarda il patto sempre più solido che si sta costruendo coi grandi del calcio europeo.
Adam Silver (foto Ansa).
Il potere di Nasser Al-Khelaïfi arriva fin qui
L’evoluzione dei fatti è stata ben raccontata da alcuni articoli apparsi su The Athletic e The Guardian che mettono in evidenza il gran lavoro diplomatico che sul versante europeo viene svolto dal vice commissioner della Nba, Mark Tatum. Che il 30 settembre è stato ospite a Copenaghen di un meeting di altro genere: la 33esima assemblea generale dell’European Football Club (Efc, l’ex Eca).
Mark Tatum (foto Ansa).
Ospite di Nasser Al-Khelaïfi (presidente Efc), che nell’occasione ha lanciato un progetto di riforma mondiale del calcio di club che è una sua Opa personale sul potere calcistico globale. In questo quadro si consumano gli abboccamenti con la Nba: che sta guardando ai grandi club europei come possibili titolari di franchigie Nba Europe, in un mix tra calcio e basket che è una mossa quantomeno audace e sottrarrebbe ai club del grande basket europeo ampio margine di manovra.
Nasser Al-Khelaifi (foto Ansa).
I club recalcitranti dell’Eurolega si troverebbero improvvisamente nell’angolo, a rischio di essere sostituiti da altri club allocati nella loro stessa città o area metropolitana. È proprio il motivo del patto tra grande calcio europeo e grande basket nordamericano, che ha possibilità di essere stretto a scapito del basket d’élite europeo, a dare il senso dell’operazione: a contare sono innanzitutto gli affari, l’ortodossia di disciplina sportiva passa in secondo piano. Si sta preparando la Superlega del big business. E nessuno le sbarrerà la strada.
La chiamano Zona demilitarizzata (Dmz) ma in realtà è una delle frontiere più armate del mondo. Nella penisola coreana, a ridosso del 38esimo parallelo, corre il confine invalicabile e fortificato che separa la Corea del Nord di Kim Jong-un dalla Corea del Sud. Questa striscia di terra, larga 4 chilometri e lunga 248, piena di torri di guardia e fortificazioni, divide due Paesi tecnicamente in guerra dal 1953. Nel corso degli anni la Dmz ha ospitato saltuari incontri diplomatici tra Pyongyang e Seul, ed è stata scossa anche da diversi incidenti, tra cui diserzioni di soldati nordcoreani, scontri a fuoco e, soprattutto, esplosioni di ordigni.
Kim Jong-un (Ansa).
Le mine della discordia (circa 2 milioni) sul confine coreano
All’interno della Zona demilitarizzata ci sono circa 2 milioni di mine. Sono sepolte nell’area per scongiurare eventuali incursioni nemiche e spesso feriscono i militari che pattugliano il confine. L’ultimo episodio risale al 21 settembre, quando tre ufficiali sudcoreani in servizio nei pressi di Paju sono rimasti contusi a causa della deflagrazione di una mina. Per Seul sarebbe stata piazzata dai soldati di Pyongyang a Sud della cosiddetta linea di demarcazione militare, la vera separazione tra Nord e Sud, nel settore della Dmz situato nella parte sudcoreana.
Ricerca di mine nella Dmz (foto Ansa).
Il retaggio più evidente di un conflitto congelato
Il ministro della Difesa della Corea del Sud, Kang Shin-chul, al termine delle indagini preliminari sull’accaduto, ha detto che «si tratta di una chiara violazione dell’accordo di armistizio. Adotteremo le misure conseguenti». La Corea del Nord ha invece respinto le accuse descrivendo l’incidente come una «farsa meschina» orchestrata da Seul. La frontiera coreana è il retaggio più evidente di un conflitto congelato. Sui due lati i soldati sono infatti pronti a entrare in guerra in qualsiasi momento.
Soldati sudcoreani presidiano i confini con la Zona demilitarizzata (foto Ansa).
Tra propaganda e provocazioni
È questa tensione asfissiante che nel 1993 spinse l’allora presidente statunitense Bill Clinton a definire la Dmz come «il luogo più spaventoso della Terra». Ma cosa succede sul confine? Le truppe di Pyongyang e Seul si osservano a vicenda. Fino al 2025 enormi altoparlanti disposti su entrambi i lati del confine trasmettevano a tutto volume: dalla Corea del Sud risuonavano musica K-pop ed elogi alla democrazia, dalla Corea del Nord propaganda pro-Kim e attacchi contro il governo sudcoreano. La guerra psicologica è stata alimentata anche da particolari palloni aerostatici usati dagli attivisti sudcoreani per trasportare oltre frontiera volantini e materiale anti-regime.
Soldati nordcoreani (foto Ansa).
Un Luna park turistico
In Corea del Sud alcune aree della Zona demilitarizzata sono diventate gettonate mete turistiche. I visitatori, oltre 1,2 milioni all’anno, possono osservare da vicino la frontiera, visitare i tunnel scavati dalla Corea del Nord per attaccare Seul, acquistare t-shirt, spille e souvenir marchiati Dmz, e scattare foto ricordo da punti panoramici. Anche Pyongyang, prima della pandemia e della chiusura del Paese ai viaggiatori stranieri, effettuava tour organizzati lungo il confine.
Ma anche culla della biodiversità
Nei 73 anni trascorsi dalla fine della guerra la Dmz si è trasformata per puro caso anche in un paradiso ecologico. Il vasto territorio comprende habitat distinti. Le zone umide del settore occidentale, per esempio, offrono rifugio alle gru migratrici, mentre le montagne orientali ospitano il cervo muschiato siberiano e l’orso nero asiatico. L’Istituto nazionale di ecologia sudcoreano ha documentato nell’area la presenza di quasi 6 mila specie, tra cui oltre 100 considerate a rischio estinzione. Tra queste figurano l’orso della Luna, la gru coronata di rosso, la spatola dalla maschera nera, il leopardo dell’Amur e la lince eurasiatica.
Dove finisce la libertà di una macchina? Sembra una domanda filosofica, invece è una questione concreta, che riguarda da vicino il modo in cui stiamo costruendo l’intelligenza artificiale. Gli agenti AI sono sempre più capaci di agire da soli. Il problema è capire come insegnare loro a riconoscere i limiti delle proprie azioni. Lunedì 5 ottobre la Wikimedia Foundation, l’organizzazione che sostiene Wikipedia e altri progetti di conoscenza libera, ha pubblicato i risultati di un’indagine su una serie di attività anomale riconducibili ad alcuni agenti di intelligenza artificiale di OpenAI. La fondazione li ha definiti rogue, cioè fuori controllo.
La Wikimedia Foundation è l’organizzazione che sostiene Wikipedia e altri progetti di conoscenza libera (foto Unsplash).
Alcuni di loro hanno utilizzato i servizi di Wikimedia in modi che nessuno aveva autorizzato. Hanno effettuato modifiche, perlopiù in spazi di prova, tentato di usare un servizio della fondazione per raggiungere altri siti e interrogato i suoi sistemi a una velocità impressionante. Milioni di pagine consultate, centinaia di migliaia di ricerche. Secondo Wikimedia, queste attività potrebbero aver contribuito a un’interruzione parziale del Wikidata Query Service avvenuta a maggio. Non risultano prove di accessi abusivi ai sistemi o di furto di dati.
Regole che riconosciamo anche quando nessuno le ha scritte
Fin qui sembra la storia di una macchina che ha semplicemente esagerato. Ma c’è qualcosa di più: un computer tradizionale fa quello che gli dici, mentre un agente AI è pensato per fare qualcosa di diverso. Gli dai un obiettivo e gli lasci decidere, almeno in parte, come arrivarci. La differenza sembra piccola, ma non lo è. Se dici a una persona di raccogliere tutte le informazioni possibili su un’azienda, quella persona sa, più o meno, come comportarsi. Non entra negli uffici, non apre i cassetti, non telefona ai dipendenti alle tre di notte perché esistono regole che abbiamo imparato a riconoscere anche quando nessuno le ha scritte.
Cosa succede se gli agenti IA agiscono in modi che nessuno aveva autorizzato? (foto Unsplash).
Internet invece è pieno di porte aperte. Un varco accessibile, tuttavia, non equivale a un’autorizzazione a entrare. Wikipedia lo dimostra bene. È una comunità fatta di volontari, amministratori, discussioni, pagine di prova, controlli e regole. Modificare una pagina significa intervenire in un sistema sociale, con i suoi codici e i suoi standard di comportamento. Le persone imparano a orientarsi in questo sistema attraverso l’esperienza, l’educazione e le relazioni con gli altri.
Comportamenti disallineati rispetto agli obiettivi desiderati
Gli agenti AI devono invece ricavare indicazioni dal contesto, dalle istruzioni ricevute e dai limiti imposti dai loro sviluppatori. Le regole non scritte, quelle che chiamiamo con l’inflazionatissimo concetto di buon senso, restano particolarmente difficili da riprodurre. Uno studio del 2025 ha esaminato la propensione degli agenti basati su modelli linguistici a manifestare comportamenti disallineati rispetto agli obiettivi desiderati. Nei test, i modelli più capaci hanno mostrato mediamente una maggiore propensione a questi comportamenti. La capacità di svolgere compiti complessi, dunque, non garantisce che un agente sappia sempre interpretare correttamente le intenzioni di chi lo utilizza.
Wikipedia ha denunciato l’azione fuori controllo di agenti IA (foto Unsplash).
C’è poi un’altra vulnerabilità. Se da un lato è difficile far comprendere il buon senso (rieccolo) a un agente, dall’altro diventa pericoloso quando a questa mancanza si unisce un’ampia libertà d’azione. A febbraio 2026, un gruppo di ricercatori ha pubblicato Agents of chaos, uno studio sperimentale in cui agenti autonomi sono stati messi alla prova in un ambiente di laboratorio, con accesso a email, file, sistemi di messaggistica e strumenti per eseguire comandi.
Azioni problematiche come il consumo incontrollato di risorse
La ricerca documenta diversi comportamenti problematici, come il consumo incontrollato di risorse, il trasferimento di comportamenti non sicuri da un agente all’altro e dichiarazioni di completamento del lavoro smentite dallo stato effettivo del sistema. Sono risultati ottenuti in condizioni sperimentali, ma mostrano quanto possa essere difficile controllare sistemi a cui vengono affidati strumenti e margini di autonomia. Un agente può disporre delle risorse necessarie per raggiungere un obiettivo senza avere una comprensione adeguata delle conseguenze delle proprie azioni.
Una nuova categoria di visitatori fatta di macchine
La questione riguarda quindi la capacità dell’intelligenza artificiale di operare nel mondo rispettandone regole, limiti e convenzioni. Wikipedia è un osservatorio particolarmente interessante. È uno dei grandi progetti di internet fondati sulla collaborazione e sulla partecipazione della comunità. I contenuti vengono scritti, discussi, corretti e controllati da persone che condividono regole editoriali. Insomma, un bene comune costruito nel tempo attraverso il lavoro collettivo. Oggi questa comunità si trova a gestire una nuova categoria di visitatori fatta di macchine capaci di consultare milioni di pagine, effettuare centinaia di migliaia di richieste e avviare operazioni che possono produrre conseguenze impreviste.
Quando trovano una porta chiusa, cercano di capire come aprirla
La richiesta di Wikimedia, per ora, è molto semplice: poter riconoscere il traffico generato dagli agenti AI e decidere come trattarlo. Servono standard comuni per identificarli, limitarli e fermarli. E soprattutto una distinzione fra ciò che un agente può leggere e ciò che può fare. Sembra il minimo. Il problema è che stiamo discutendo di come mettere il cartello “vietato l’ingresso” dopo avere scoperto che dall’altra parte della porta ci sono macchine che, quando la trovano chiusa, cercano di capire come aprirla.
Il rischio è la carambola. Nel Pd, mentre i più si arrovellano sul tema primarie, su come, dove e quando farle, alcuni più lungimiranti guardano già al dopo, anzi al dopo-dopo. Il discorso è di lungo respiro ma molto semplice. Se, e il se è grande come una casa, Elly Schlein vincesse le primarie e se, e qui il se è alto come un grattacielo, il campo largo vincesse le elezioni, la leader Pd diventerebbe premier. Fin qui tutto bene: brava, hai resistito, hai portato a casa il risultato, te lo meriti dunque governa. Al netto dei litigi che già tutti mettono in conto con il M5s sulle politiche di governo, qualcuno guarda a uno scenario biennale. Se cioè Schlein andasse a Palazzo Chigi, come si farebbe a dire di no a una candidatura M5s per il Quirinale, per cui si dovrebbe votare a gennaio 2029? Giuseppe Conte ha già messo le mani avanti, mettendo in guardia il Pd dalla tentazione di fare il pigliatutto.
Elly Schlein alla Camera (Imagoeconomica).
Di leader spendibili per il Colle il M5s ne ha pochi
Pochi tra i dem osano dirlo a voce alta, anzi nessuno, ma davanti ai taccuini chiusi il malumore si concretizza. «Non potremmo dire di no ai grillini, e in effetti se loro ci proponessero Giuseppe Conte come faremmo a dire: “Ma noi vogliamo sia Chigi sia il Colle?”». I dilemmi sono molti. Il M5s infatti potrebbe a buon diritto aspirare alla prima carica istituzionale: è in Parlamento dal 2013, ha raggiunto in passato il 30 per cento dei voti, ha espresso due volte un premier (anche se era sempre lo stesso), una volta un presidente della Camera, diversi sindaci e due presidenti di Regione. Il problema è che in realtà se nel Pd ci sono più candidati al Quirinale che iscritti, il M5s di leader spendibili ne ha pochi, forse il solo Conte.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
I nomi di mediazione: da Bersani a Boldrini
L’altro problema è che per eleggere un capo dello Stato non bastano numeri risicati. Se anche il Pd ufficialmente votasse per un candidato grillino, molti sarebbero i franchi tiratori. Qualcuno spera che Conte sarebbe disposto a un bagno di realtà per aprire la strada a un nome di mediazione (si va da Pierluigi Bersani a Laura Boldrini) ma è chiaro che il passo indietro avrebbe ripercussioni sui rapporti all’interno della maggioranza di governo. Ripercussioni che sarebbero mortali per l’esecutivo in caso di accordo, magari sottobanco, tra il Pd e aree dell’opposizione.
Pierluigi Bersani (Imagoeconomica).
La soluzione migliore sarebbe un nome super partes, un profilo altissimo, ma è difficile che tutti facciano un passo indietro davanti a un bottino che fa gola a ognuno e che è la vera posta in gioco della prossima legislatura. Dunque mentre si decide se quando e come andare a primarie, nel campo largo già tutti pensano non solo a Palazzo Chigi ma anche al Quirinale. E la partita a scacchi del gran gioco del Colle prosegue.
Qualcosa sul film di Star Trek, qualcosa sulla nuova serie Marvel. In tv arrivano Below e Small Prophets. Tutte le novità di ottobre, mentre mancano pochi giorni a Stranimondi.
Tra sei giorni aprirà i battenti, nella nuova sede di Gadames 57, l'edizione 2026 di Stranimondi, la manifestazione milanese dedicata all'editoria indipendente del fantastico e della fantascienza. Un grande impegno per tentare un salto di qualità conservando lo spirito di passione e dedizione delle passate edizioni. Tanti editori, un ricco programma, tanti ospiti tra i quali persino una ex star della musica, ora scrittore cyberpunk. Come andrà? L'impegno profuso (tanto, davvero) sarà apprezzato? Se volete venire a vedere di persona, sul sito... - Leggi l'articolo
La Cina è un «importante vicino» con cui costruire un rapporto «costruttivo e stabile». Sanae Takaichi prova così a riaprire il dialogo con Pechino. Nel discorso programmatico pronunciato alla Dieta in occasione dell’apertura della sessione autunnale, la premier giapponese ha riconosciuto la lunga storia di relazioni tra i due Paesi, precisando però che Tokyo continuerà ad affermare le proprie posizioni e a chiedere alla Cina un «comportamento responsabile». Il messaggio arriva mentre si lavora all’ipotesi di un incontro con Xi Jinping al summit APEC di novembre a Shenzhen e Tokyo si interroga sull’affidabilità dell’alleato americano dopo il vertice tra Xi e Donald Trump.
La premier giapponese Sanae Takaichi (Ansa).
La crisi diplomatica con Pechino di fine 2025
L’apertura diplomatica di Takaichi non cancella le distanze sulla sicurezza, ma è tesa a far ripartire rapporti deteriorati dalla grave crisi, aperta nel novembre 2025. Allora la premier, durante un’interrogazione parlamentare, prospettò un coinvolgimento militare del Giappone in caso di crisi a Taiwan. L’erede politica di Shinzo Abe rese così esplicito uno scenario che Tokyo preferiva lasciare nell’ambiguità. Per Pechino, che considera Taiwan una questione interna e non rinuncia all’uso della forza per ottenerne il controllo, è stata una provocazione che ha aperto una frattura con una leader già guardata con molto sospetto per le sue storiche posizioni definite «revisioniste» sulla storia dell’imperialismo nipponico. Sono seguiti avvisi contro i viaggi in Giappone, pressioni sugli scambi culturali e accuse sul presunto ritorno del militarismo.
Xi Jinping (Ansa).
Le frizioni tra Tokyo e Washington
Lo si è visto anche durante il summit tra Xi e Trump alla Casa Bianca. Entrambi hanno ricordato l’alleanza sinoamericana nella Seconda Guerra mondiale, ma il leader cinese ha citato esplicitamente la lotta contro gli «aggressori militaristi giapponesi». Un richiamo che a Tokyo ha generato disagio. Takaichi ha cercato rassicurazioni in una telefonata di circa 20 minuti con Trump, ribadendo la fiducia reciproca tra i due Paesi. Ma il canale aperto non cancella le inquietudini. La guerra in Medio Oriente sta rallentando le consegne dei missili Tomahawk acquistati dal Giappone. Le sanzioni americane contro la Corte penale internazionale hanno colpito anche la sua presidente, la giudice giapponese Tomoko Akane. A Okinawa, l’arresto di un marine ventenne in relazione all’omicidio durante una rapina di una donna di 39 anni ha riacceso l’indignazione, la premier dal canto suo ha condannato il delitto chiedendo piena collaborazione a Washington.
Xi Jinping e la moglie Peng Liyuan con Donald e Melania Trump (Ansa).
La cooperazione militare con gli Usa e il nodo di Taiwan
Eppure, sul terreno militare l’integrazione prosegue. Gli Stati Uniti trasferiranno alla base di Kadena, a Okinawa, il sistema missilistico Typhon, capace di lanciare Tomahawk e raggiungere il territorio cinese. Un rafforzamento della deterrenza che alimenta però le tensioni con Pechino. Contemporaneamente, il ministro della Difesa Shinjiro Koizumi sostiene che il Giappone dovrebbe discutere «senza tabù» dei Tre Principi non nucleari e dell’eventuale acquisizione di sottomarini a propulsione nucleare. Sono questioni distinte, ma entrambe toccano limiti particolarmente sensibili per l’unico Paese a essere stato vittima di un bombardamento atomico. È un segnale di quanto il dibattito sulla sicurezza si sia spostato, mentre Takaichi prepara la revisione dei tre principali documenti strategici entro la fine dell’anno. La vicinanza a Taiwan rende d’altronde difficile immaginare che il Giappone resti estraneo a un eventuale conflitto: l’isola di Yonaguni dista appena 110 chilometri da Taiwan. Nel 2022, durante le esercitazioni cinesi seguite alla visita di Nancy Pelosi a Taipei, cinque missili cinesi finirono nella zona economica esclusiva giapponese.
Donald Trump con Sanae Takaichi alla Casa Bianca (Ansa).
La Cina mantiene un canale aperto, ma alle sue condizioni
Ora Takaichi cerca di scindere il canale della sicurezza da quello diplomatico. In questo quadro si inserisce la visita a Pechino, nelle scorse settimane, di una delegazione di circa 50 esponenti politici e imprenditoriali guidata dall’ex ministro degli Esteri Takeshi Iwaya, che ha incontrato il capo della diplomazia cinese Wang Yi e il vicepremier He Lifeng. L’accoglienza ad alto livello mostra che Pechino non intende chiudere ogni canale. Ma Wang ha ricordato le «responsabilità storiche» del Giappone e la necessità di «correggere» la sua percezione della Cina. Una porta resta aperta, le condizioni politiche rimangono. Un test cruciale sarà l’APEC di Shenzhen, dove sono attesi anche Trump e Vladimir Putin. Pechino non ha ancora confermato il colloquio, ma un incontro permetterebbe di mostrare che la crisi può essere gestita ai massimi livelli. Un suo rifiuto, invece, renderebbe più evidente la distanza tra i due vicini asiatici. Per Tokyo, il rischio è ritrovarsi ai margini di una distensione tra grandi potenze mentre il proprio rapporto con la Cina resta bloccato su Taiwan.
Il ministro degli Esteri giapponese Takeshi Iwaya con l’omologo cinese Wang Yi (Ansa).
Economia e calo demografico: il fronte interno di Takaichi
La tenuta interna è l’altro fronte aperto per la premier giapponese. Nel suo discorso programmatico in parlamento, Takaichi ha promesso investimenti nei settori strategici e una politica fiscale«responsabile e proattiva», insieme alla riduzione temporanea dell’imposta sui consumi alimentari. Deve però convincere i mercati sulla sostenibilità della spesa. Ha inoltre definito il calo demografico una «crisi nazionale», annunciando una strategia entro fine anno. La risposta standard alla carenza di lavoratori è l’automazione, mentre l’impiego di stranieri viene indicato come extrema ratio. Anzi, le regole vengono inasprite. Dal primo ottobre la tassa per la residenza permanente è salita da 10 mila a 200 mila yen, con requisiti più severi. Sono previste anche restrizioni sull’acquisto di terreni vicino a siti sensibili per la sicurezza nazionale. Per i critici, Tokyo rende così più difficile attirare persone proprio quando ne avrebbe bisogno.
Sanae Takaichi (Ansa).
La scommessa di Takaichi è che tecnologia e investimenti possano sostenere un Paese con meno lavoratori, consentendogli anche di recuperare terreno nella competizione industriale con i vicini asiatici. Tra questi c’è proprio la Cina, concorrente nei settori avanzati ma anche primo partner commerciale. Le due economie restano legate da mercati, forniture e catene produttive che il gelo diplomatico non ha cancellato. Le imprese giapponesi chiedono dunque di stabilizzare i rapporti: per loro è una necessità concreta. Il progetto di rilancio interno passa dunque anche dalla capacità di contenere le tensioni con l’ingombrante vicino. Takaichi può rafforzare la difesa e cercare di ridurre le dipendenze nei settori strategici, ma una crisi prolungata con Pechino aggiungerebbe ostacoli a un’economia già alle prese con il declino demografico. Le prossime settimane riveleranno se davvero Cina e Giappone saranno in grado di tornare a parlarsi. Non tanto per andare d’accordo, ma per provare a gestire un disaccordo sempre più evidente.
Finalmente Hollywood ha ritrovato il coraggio dei bei film americani di impegno civile, quelli che ci avevano fatto innamorare del cinema a stelle e strisce e che da un po’ di tempo mancavano in sala. C’è però la consapevolezza che le cose sono un po’ cambiate rispetto a qualche decennio fa, quando la stampa era considerata davvero, al di là dei luoghi comuni, un cane da guardia della democrazia, in grado di soverchiare i poteri.
Quell’iconica scena finale de I tre giorni del Condor
Qualcuno ricorderà infatti il finale de I tre giorni del Condor, film di Sydney Pollack del 1975: Robert Redford consegna al New York Times un dossier sullo scandalo che coinvolge la Cia. Ma l’agente Higgins, che incrocia Redford sul marciapiede, gli chiede: «Ehi, sei sicuro che lo stampano?». Titoli di coda, senza rivelare se il giornale pubblicherà, facendo crollare i vertici dei servizi segreti americani, o insabbierà.
Il problema è che adesso la pubblicazione o meno dei dossier è diventata sostanzialmente irrilevante. Ed è più o meno il sunto di The Social – Il prezzo della verità (The Social Reckoning), il nuovo film di Aaron Sorkin in sala dall’8 ottobre.
Si tratta di una sorta di sequel di The Social network, pellicola di David Fincher del 2010 (ma Sorkin era lo sceneggiatore) in cui si raccontava la nascita di Facebook.
La storiaccia di Facebook e le manipolazioni dell’algoritmo
Il blockbuster si candida agli Oscar 2027, con Jeremy Allen White (il novello Sean Penn del cinema americano, protagonista della serie tivù di successo The Bear) nei panni di un giornalista di inchiesta del Wall street journal e Mikey Madison (l’attrice di Anora, premio Oscar 2025) che interpreta una data scientist di Facebook pentita per le manipolazioni dell’algoritmo.
Jeremy Allen White e Mikey Madison in una scena del film.
Un social che favorisce polarizzazioni e fake news
Viene raccontato nei dettagli il cambio di rotta del social network creato da Mark Zuckerberg: da piattaforma per connettere persone a luogo nel quale le audience, le interazioni e l’engagement si espandono polarizzando le posizioni, concentrandosi sugli estremismi e sulla diffusione senza controllo delle fake news, fino a epiloghi come gli eventi di Capitol Hill del 6 gennaio 2021.
Jeremy Strong nei panni di Mark Zuckerberg.
Il Wall Street journal pubblica le inchieste, Zuckerberg viene perfino interrogato dal Senato americano, nel marzo del 2021 cambia nome all’azienda (che diventa Meta) e, nonostante lo scandalo, gli effetti della campagna stampa sono sostanzialmente nulli: il 66 per cento degli americani continua tuttora a informarsi avendo come fonte privilegiata le piattaforme social, con tutti i difetti del caso.
Il regista Aaron Sorkin (foto Ansa).
Una sorta di resa che lascia davvero poca speranza nel futuro. E, come commenta in un passaggio del film il cronista del Wall Street Journal, «non sono arrabbiato con voi di Facebook perché state portandomi via il lavoro. Sono arrabbiato perché state facendo questo lavoro molto male».
La locandina del film.
Se il giornalismo e l’editoria in generale rimangono spuntati davanti al mondo dei social, quasi peggio vanno le cose per il cinema di fronte all’intelligenza artificiale.
Guadagnino e le difficoltà col film su Sam Altman
Gli Mgm Studios di Amazon, infatti, avevano deciso di realizzare Artificial, un film su Sam Altman e la nascita di OpenAI. Una specie di novello The Social network 16 anni dopo, e dedicato alla nuova forza creatrice-distruttrice dell’universo digitale.
Sam Altman (Ansa).
Perché Jeff Bezos si è tirato indietro?
Ma, una volta finito il film, affidato a Luca Guadagnino e costato 40 milioni di dollari, ecco che Amazon si è tirata indietro: non lo distribuiremo, abbiamo scherzato, cercate altrove. Il motivo? Jeff Bezos ha iniziato a fare affari proprio con OpenAI e ha preferito quindi non disturbare troppo il manovratore.
Luca Guadagnino (foto Imagoeconomica).
Così Guadagnino & co. per circa un anno sono andati in giro tra proiezioni private e incontri con uomini di business, alla ricerca di un distributore valido per uno dei prodotti cinematografici più attesi. Netflix, Searchlight Pictures, A24 hanno visto il film, si sono sperticati in complimenti, ma si sono congedati con un «grazie, ma no, grazie».
Jeff Bezos (Ansa).
E alla fin fine, per 15 milioni di dollari, il film è stato comprato dalla casa di distribuzione Neon che lo porterà in sala dal 25 dicembre. Perché gli studios sono certamente molto focalizzati sul futuro del cinema, ma sanno bene che il loro business sarà strettamente legato alle strategie dell’intelligenza artificiale, con conflitti di interessi che è meglio non sollecitare.
Se poi lo stesso Jeff Bezos inizia a coltivare ambizioni alla Donald Trump e pensa di potersi candidare alla presidenza degli Stati Uniti, ecco allora che tutta la nuova strategia di Amazon è più chiara: Guadagnino, Andrew Garfield e Yura Borisov (pure lui, come Mikey Madison, ex del cast di Anora) facciano pure il loro irrilevante filmetto. Lasciamo giocare i ragazzini, che alle cose serie ci pensiamo noi.
Uno, due, tre: flop. Mentre votavano tre fiducie e un voto finale sulla legge elettorale, i deputati, ma anche i senatori, di centrodestra e di centrosinistra non sfoggiavano sorrisi di trionfo o bronci da disfatta. Erano tutti soprattutto molto, molto mogi. Tanti i motivi: c’è il rischio bocciatura della Consulta, per la legislatura è partito il countdown, molti parlamentari torneranno a casa per sempre. Ma c’è uno spettro che agita i sonni dei leader.
La protesta delle opposizioni dopo il voto finale sulla legge elettorale (Ansa).
Aiuti esterni cercasi
Perché il Melonellum ha come scopo principale dichiarato quello di dare cinque anni di stabilità a Palazzo Chigi per chi vince le elezioni. A questo serve il premio di maggioranza di 35 senatori e 70 deputati alla coalizione che ottiene il 42 per cento sia alla Camera sia al Senato, fino ad arrivare a quasi il 55 per cento dei parlamentari. Però, c’è un però. Se infatti nessuno raggiunge la soglia minima del 42 per cento il premio di maggioranza salta e il risultato delle elezioni si trasforma in un proporzionale puro. La prima conseguenza è che nemmeno la coalizione prima arrivata potrebbe dar vita a un governo senza aiuti esterni. Si aprirebbe insomma uno scenario da Prima Repubblica con lunghe consultazioni al Quirinale, estenuanti trattative con i partiti minori lasciati fuori dalle coalizioni al momento del voto (come potrebbero essere Roberto Vannacci e Carlo Calenda), fino ad arrivare, alle brutte, a trattative con i proxy, con i partiti più affini a scapito della compattezza della coalizione. Un sogno per chi ipotizza una riedizione delle larghe intese, un incubo per Giorgia Meloni ed Elly Schlein.
Roberto Vannacci e Carlo Calenda.
Se l’asticella fosse troppo alta?
Proprio per questo Fratelli d’Italia a un certo punto aveva ipotizzato di presentare una modifica allo Stabilicum per abbassare al 41 per cento la soglia. Più affrontabile, soprattutto considerando i sondaggi che non danno alcuna coalizione in netto vantaggio, ma entrambe vicine al pareggio e soprattutto entrambe non stabilmente sopra il 42 per cento. Ma la lettura ragionata delle sentenze della Consulta in materia elettorale, rammentate al governo da Sergio Mattarella, ha fatto capire che si rischiava una bocciatura non solo di qualche codicillo ma di tutto l’impianto da parte della Corte Costituzionale. E dunque 42 per cento sia, ma con la grande incognita che l’asticella fissata sia troppo alta per le gambe delle due coalizioni e ci si ritrovi dopo il voto a un tana liberi tutti che rimescolerebbe le carte e i partiti. Tutto molto Prima Repubblica.
La ricerca di un pianeta abitabile, il desiderio di esplorare l’ignoto e il prezzo che l’umanità è disposta a pagare per conquistare lo spazio.
Sono alcuni dei temi al centro di Goldilocks, cortometraggio di fantascienza scritto e diretto da Blake Simon, pubblicato su YouTube nel maggio 2022.
Il titolo richiama il celebre principio di Riccioli d’Oro, utilizzato anche in astronomia per descrivere le condizioni che rendono un pianeta potenzialmente abitabile: non troppo caldo, non troppo freddo, ma alla giusta distanza dalla propria stella perché possa esistere acqua allo stato liquido.
Il film si inserisce nel filone della fantascienza dedicata all’esplorazione spaziale, evocando il sogno delle grandi... - Leggi l'articolo
Il tribunale del Lavoro di Roma ha rigettato l’istanza presentata dal giornalista SigfridoRanucci per il reintegro alla conduzione della trasmissioneReport. Il 5 ottobre la Rai aveva sospeso il giornalista per 10 giorni. La motivazione dell’ordinanza, a quanto apprende la Dire, si fonda sulla esistenza di un malessere della redazione di Report derivato dal clamore mediatico della vicenda e dall’accertato clima conflittuale instauratosi tra la squadra e l’ex conduttore. Questo, si spiega, ha reso opportuna la riorganizzazione della redazione e l’avvicendamento del conduttore.
Sigfrido Ranucci (Ansa).
La decisione della Rai di «procedere a una riorganizzazione della redazione con avvicendamento autorale e di conduzione», si legge nell’ordinanza, «appare, a un esame sommario, sganciata dalla parallela vicenda disciplinare e adottata quale mezzo di risoluzione della situazione di tensione interna creatasi tra i membri della redazione e, come tale, strumento di tutela del sereno operare di questa nel rispetto della normativa di legge».
L’innovazione come alleata principale della risorsa geotermica, con Enel a fare da capofila. Dalla Toscana all’Islanda, passando dal cuore della Terra, il Gruppo ha infatti rafforzato ulteriormente il proprio ruolo internazionale nello sviluppo della geotermia avanzata, portando competenze e tecnologie sulle nuove frontiere della cosiddetta “geotermia superhot”. Il nuovo progetto del Gruppo è stato protagonista nel corso della celebrazione del 25esimo anno di fondazione dell’Unione geotermica italiana, occasione per sottolineare una volta di più la crescente rilevanza della geotermia, ormai riconosciuta unanimemente come tecnologia strategica per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, come da traguardi europei fissati nel Net-zero industry act.
Il progetto Shift per ampliare il potenziale della geotermia
Nel corso del congresso si è discusso delle opportunità e delle prospettive del settore, a partire dalla semplificazione normativa dei processi autorizzativi, i modelli finanziari e l’esigenza di un’azione coordinata e condivisa dell’intero settore nazionale, si è aggiunta la disamina delle nuove tecnologie in sperimentazione per la geotermia profonda, che permetteranno di valorizzare risorse geotermiche che fino a pochi anni fa non erano considerate utilizzabili. Capofila di questo settore è Enel, che già aveva conquistato i riflettori nell’ottobre 2025 al Superhot geothermal summit di Reykjavik, nell’ambito dell’Assemblea del Circolo polare artico 2025, dove sono stati condivisi i risultati del progetto europeo Descramble dedicato alla perforazione in ambienti geotermici ad altissima temperatura.
Geotermia (Enel).
Tra il 19 e il 20 maggio Enel ha ospitato a Larderello, capitale mondiale della geotermia, il Kick-off meeting tecnico del progetto Shift (Superhot geothermal – Integrated demonstration and flow testing). Il programma, guidato da Reykjavík Energy e finanziato dal programma Horizon Europe con 10 milioni di euro su un investimento complessivo di 28 milioni, coinvolge 17 partner europei e punta a sviluppare tecnologie per l’utilizzo di fluidi geotermici oltre i 400°C, attraverso pozzi più profondi e performanti, con l’obiettivo di ampliare in modo significativo il potenziale della geotermia. Già Descramble, guidato da Enel come capofila, aveva segnato un passaggio chiave per lo sviluppo delle tecnologie nelle superhot rocks, raggiungendo temperature fino a 515°C, tra le più alte registrate a livello mondiale in sistemi idrotermali, e contribuendo ad aprire orizzonti innovativi di ricerca e sviluppo per materiali e attività di perforazione in condizioni estreme.
L’impegno di Enel
Il contributo di Enel si fonda sulla consolidata esperienza industriale dell’azienda a livello internazionale. In Toscana è attivo il più antico e innovativo complesso geotermico al mondo con 34 centrali che, tra le province di Pisa, Siena e Grosseto, producono ogni anno quasi 6 miliardi di kWh, pari al 33 per cento del fabbisogno elettrico regionale e utili a riscaldare 13 mila utenti nonché 26 ettari di serre grazie ai teleriscaldamenti geotermici, alimentando anche un’importante filiera turistica con oltre 60 mila visite annue. La partecipazione al summit islandese e l’impegno nel progetto Shift confermano il valore della collaborazione europea tra industria, ricerca e istituzioni per accelerare lo sviluppo della “geotermia supercalda” e il suo ruolo chiave nella transizione energetica.
Le sfide per l’Italia
L’Italia è uno dei Paesi Europei con le maggiori potenzialità entro i primi 5 km di profondità, tali da rendere la geotermia una risorsa strategica chiave del Paese per accelerare la transizione. Diversi strumenti normativi e misure specifiche sono attualmente in vigore ed in itinere, ma è assolutamente urgente un ulteriore sforzo per mettere a terra un piano d’azione nazionale per la geotermia e una roadmap al 2030 e 2050 che permettano di ridurre il divario che ci divide dagli altri Paesi Europei e, allo stesso tempo, di offrire un’opportunità di crescita ed innovazione agli investitori, alla filiera nazionale di settore e al contesto socioeconomico dell’Italia.
Washington esce, Pechino si fa avanti. Nel momento in cui l’Organizzazione mondiale della sanità deve fare i conti con il ritiro del suo principale finanziatore, la Cina propone una propria dirigente per prenderne la guida. Si chiama Song Li, ha lavorato per oltre 20 anni alla gestione delle politiche per la salute materna e infantile e ora è ufficialmente candidata a succedere all’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, il cui secondo mandato terminerà nell’agosto 2027. Per Pechino, l’occasione è ghiotta: occupare lo spazio lasciato dagli Stati Uniti mentre Donald Trump allontana l’America dalle istituzioni multilaterali.
Sonl Li (da youtube).
Il precedente di Margaret Chan
Song è stata direttrice generale del dipartimento per la salute delle donne e dei bambini della Commissione nazionale della sanità. Dall’ottobre 2023 fa parte della segreteria della Federazione nazionale delle donne cinesi. Durante la pandemia di Covid-19, è stata la principale curatrice di un testo sugli standard nazionali per la prevenzione e il controllo del virus per le donne, con l’obiettivo di garantire assistenza alle gestanti e cure ai neonati anche nel pieno dell’emergenza. Se eletta, sarebbe la prima persona proveniente dalla Cina continentale a guidare l’Oms. Un precedente cinese però esiste: Margaret Chan, nata a Hong Kong e sostenuta da Pechino, ha diretto l’organizzazione dal 2007 al 2017. La competizione, con voto nel maggio 2027, resta aperta. Altri sei Paesi, Arabia Saudita, Belgio, Qatar, Botswana, Indonesia e Spagna, hanno già reso pubbliche le proprie candidature.
Margaret Chan con Tedros nel 2017 (Ansa).
Il sostegno al multilateralismo in funzione anti-Usa
La Cina presenta la candidatura di Song come una prova del suo sostegno al multilateralismo. Il riferimento, nemmeno troppo implicito, è alle mosse della potenza rivale. Gli Stati Uniti hanno infatti completato il ritiro dall’Oms a gennaio, dopo la decisione preannunciata da Trump al ritorno alla Casa Bianca. L’uscita del principale finanziatore ha imposto all’organizzazione una ristrutturazione che ha comportato il ridimensionamento dell’attività e il taglio di migliaia di posti di lavoro. Restano peraltro circa 260 milioni di dollari di contributi obbligatori americani non versati. La Cina ha promesso altri 500 milioni nell’arco di cinque anni. Nel biennio 2026-2027 le viene attribuito oltre il 20 per cento delle quote obbligatorie, contro il 22 per cento ancora assegnato agli Stati Uniti nonostante il ritiro. Attenzione: sono percentuali riferite ai contributi dovuti dai vari Paesi, non all’intero bilancio dell’agenzia, che dipende anche dai finanziamenti volontari.
Donald Trump (Ansa).
Il finanziamento (selettivo) alle organizzazioni internazionali
La corsa all’Oms si inserisce in una strategia più ampia e che arriva da lontano. Nel 1971, la Repubblica Popolare di Mao Zedong ottenne il seggio alle Nazioni Unite in sostituzione della Repubblica di Cina di Chiang Kai-shek. Da allora, la crescita economica del Paese ha aumentato anche le sue responsabilità finanziarie: la quota del bilancio ordinario dell’Onu è passata da circa l’1 per cento nel 2000 al 20 per cento nel triennio 2025-2027, seconda soltanto a quella americana. Secondo uno studio del Center for Global Development, nel 2024 la Cina ha destinato 3 miliardi di dollari alle banche multilaterali di sviluppo, 10 volte la cifra del 2010. Lo studio segnala anche un aumento del 47 per cento dei contributi agli organismi Onu impegnati nello sviluppo. Negli ultimi cinque anni sono cresciuti del 92 per cento i finanziamenti ai programmi delle banche multilaterali che concedono prestiti a tasso zero o agevolato. Con un impegno da 1,5 miliardi, Pechino è diventata il quinto donatore dell’International Development Association, il fondo della Banca Mondiale per i Paesi più poveri. I finanziamenti multilaterali per il clima hanno raggiunto 5,25 miliardi nel 2025. È però un’espansione selettiva. Solo l’11 per cento dei contributi cinesi agli organismi delle Nazioni Unite è volontario, contro oltre il 70 per cento di quelli americani. Pechino ha inoltre ridotto del 32 per cento il sostegno a fondi come Gavi, che finanzia l’acquisto e la distribuzione di vaccini nei Paesi a basso reddito. La Cina insomma sceglie dove investire, senza sostituire integralmente gli aiuti occidentali. Anche sul piano del potere formale il sorpasso resta lontano. Nella Banca Mondiale la sua quota è intorno al 6 per cento, meno della metà di quanto suggerirebbe la formula economica dell’istituzione. Gli Stati Uniti conservano circa il 16 per cento e il diritto di veto.
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).
I rapporti tra Pechino e la direzione uscente dell’Oms
Negli anni si sono moltiplicati anche gli incarichi. Il nome più visibile è quello di Qu Dongyu, direttore generale della Fao dal 2019. Dal 2020 Pechino ha perso posizioni di vertice in varie istituzioni dell’Onu, compresa l’Unione internazionale delle telecomunicazioni. I cittadini cinesi occupano cinque incarichi dirigenziali di alto livello nella Banca Mondiale e nelle altre banche multilaterali: un numero fermo dal 2021. La Cina ha peraltro coltivato rapporti molto stretti in sede Oms, anche con la direzione uscente. Nel gennaio 2020 Tedros incontrò Xi Jinping a Pechino ed elogiò l’impegno cinese contro il coronavirus. Washington accusò l’agenzia di eccessiva vicinanza alla Cina, un’accusa respinta dall’organizzazione. In seguito lo stesso Tedros ha chiesto maggiore collaborazione sulle origini della pandemia. Nel rapporto pubblicato nel 2025, l’Oms segnalava di attendere ancora informazioni dalle autorità cinesi, che hanno sempre respinto le contestazioni sulla mancata cooperazione.
Tedros Adhanom Ghebreyesus (Ansa).
Il Covid e il nodo della trasparenza sanitaria
Restano nella memoria le prime settimane di Wuhan. La trasmissione del virus tra esseri umani venne confermata pubblicamente solo il 20 gennaio 2020, molto tempo dopo le prime segnalazioni. A incidere, secondo diversi osservatori, fu anche il tentativo delle autorità locali di provare a gestire l’emergenza evitando di portare «brutte notizie» al governo centrale. Il tema della trasparenza sanitaria è peraltro attualissimo, in un momento in cui il mondo osserva la diffusione di Ebola in Kenya e il presunto caso di peste in Russia. Il ricordo del Covid potrebbe essere un’eredità politica con cui la candidatura di Song alla guida dell’Oms dovrà confrontarsi, con la Cina chiamata ad accompagnare responsabilità a un potere che si fa più grande.
Intesa Sanpaolo, attraverso la divisione Banca dei Territori, ha lanciato un piano dedicato alle piccole e piccolissime imprese di commercio, artigianato e turismo per favorire ricadute economiche e stabilità occupazionale nelle diverse aree del Paese. Un’iniziativa in linea con la missione del Gruppo di dare vicinanza e attenzione ai territori, sostenere l’economia di prossimità e le famiglie lavoratrici, compiere azioni a tutela dell’occupazione, e stringere relazioni con il mondo associativo e imprenditoriale verso una strategia comune che risponda alle esigenze di crescita e alle preoccupazioni per il futuro. In particolare, Intesa Sanpaolo mette a disposizione 20 miliardi di euro per nuovi finanziamenti in innovazione, digitalizzazione e riqualificazione, oltre ad agevolazioni sui sistemi di pagamento digitali con l’azzeramento delle commissioni per importi fino a 20 euro effettuati con il pos fisico. Misure con cui la banca punta a rispondere ai bisogni reali del tessuto produttivo, offrendo un sostegno concreto agli imprenditori che nel corso del tempo hanno ridefinito priorità ed esigenze, trasformando il proprio approccio culturale al fare impresa.
Nuovo patto di sistema con Confcommercio, Federalberghi e Confartigianato
Le misure nascono dal confronto e dalla continua collaborazione con le principali associazioni di categoria dei settori commercio, artigianato e turismo. Sono infatti stati rinnovati gli accordi con Confcommercio, Federalberghi e Confartigianato ed è stato consolidato un nuovo patto di sistema per rafforzare la competitività e affrontare alcune tra le attuali sfide, dai costi energetici agli strumenti digitali fino alla formazione specializzata e alla difesa dell’occupazione. I nuovi interventi sono destinati al segmento delle piccole e piccolissime aziende che alimentano l’economia di prossimità con negozi, servizi, strutture ricettive, laboratori. Un bacino di circa 800 mila imprese clienti della divisione Banca dei Territori, che sostiene quotidianamente il tessuto economico delle comunità locali in cui opera, ascoltando da vicino le varie esigenze grazie ad un presidio costante del territorio. Un’attenzione che dal 2020 al giugno 2026 si è tradotta in oltre 20 miliardi di euro di finanziamenti erogati alle aziende di questo segmento.
Il giudice monocratico di Roma, nell’ambito del processo a carico dell’ex ministro Daniela Santanchè, ha sollevato alla Consulta conflitto di attribuzione in riferimento al voto del Senato che ha riconosciuto insindacabilità delle affermazioni fatte in Aula dall’imputata. La vicenda riguarda l’accusa di diffamazione ai danni di Giuseppe Zeno, un azionista di minoranza della società Visibilia Editore Spa. Il voto del Senato, che ha negato l’autorizzazione a procedere, è del luglio scorso. Il giudice Emilia Conforti ha disposto l’invio degli atti alla Corte costituzionale chiedendo di dichiarare che non spettava al Senato la valutazione della condotta addebitabile alla senatrice Santanchè. La difesa di Santanchè aveva chiesto il non luogo a procedere alla luce del voto parlamentare.
Da presidente della Figc a commissario: un caso unico, quello di Giovanni Malagò. Ma la tela dell’ex numero uno del Coni è, come sempre, ambiziosissima. Tra le sfide importanti per la Figc conta parecchio il piano di rinnovamento dello stadio Olimpico, in vista di Euro 2032, con un investimento di 150 milioni di euro e l’inizio dei lavori nell’estate del 2027 per concludersi, si spera, entro il 2030. Un progetto che è di Sport e Salute, in accordo con la Figc e la Struttura commissariale per Uefa Euro 2032. E chi è il presidente di Sport e Salute? Marco Mezzaroma, stretto parente di Claudio Lotito (che ha sposato la sorella, Cristina Mezzaroma).
Giovanni Malagò e Marco Mezzaroma (foto Imagoeconomica).
Il (contestatissimo) patron della Lazio è anche il solito “signor no” che non ha mai avuto buoni rapporti con Malagò (e con una gran parte del mondo): riuscirà Giovannino a convincere pure lui? Un gioco di incastri dove le famiglie hanno un ruolo fondamentale, come è stato dimostrato dal caso Buonfiglio (con l’ombra del conflitto di interessi per gli incarichi del figlio Marco).
Claudio Lotito (foto Imagoeconomica).
Intanto viene data per imminente l’uscita del segretario generale della Figc Marco Brunelli, tagliato: era lui l’autore della certificazione della candidabilità di Malagò.
Marco Brunelli (foto Imagoeconomica).
E adesso? Ci sono due mesi per indire le elezioni, la prima data utile era quella del 7 dicembre. «Ma così finiamo per infastidire i milanesi, visto che quel giorno festeggiano Sant’Ambrogio e hanno pure il classico appuntamento con la prima del teatro La Scala», dice un fedelissimo del presidente-commissario rispolverando le vecchie ruggini e la solita rivalità sull’asse Roma-Milano. Allora è scattato il 14 dicembre come prima data fattibile. Magari facendo un salto alla Scala, per stringere gli ultimi accordi con i meneghini.
Il ministro dello Sport Andrea Abodi (in video) e Giovanni Malagò (foto Imagoeconomica).
Ma qual è l’ambizione di Malagò? Semplice: non avere candidati concorrenti. Tutti uniti sul nome del commissario, unico elemento da votare nella gara per diventare (di nuovo) presidente della Figc. Lavorare ai fianchi i possibili competitor, smontandone ogni velleità: cercare un protagonismo, oggi, non avrebbe senso (lo sfidante di giugno, Giancarlo Abete, ha già detto che non si ripresenterà). Fatto sta che il vero vincitore è lui, e mettersi in guerra contro Malagò vuol dire rischiare di fare la figura di Tafazzi. In troppi, negli anni, hanno provato a scalzarlo, ma non ne è rimasta traccia…
«Assegnare il Premio Nobel per la Pace a Pillay non è un atto di giustizia, ma la grottesca strumentalizzazione di un riconoscimento per legittimare l’odio e i pregiudizi contro Israele. Ora che la commissione del Nobel ha premiato la più grande menzogna del XXI secolo, Joseph Goebbels sta certamente applaudendo dall’inferno». L’ha scritto in una nota il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar dopo l’assegnazione del premio a Navanethem “Navi” Pillay, giurista sudafricana nota per il suo impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale. E per aver chiaramente definito “genocidio” quello che sta accadendo a Gaza. «Mi hanno reso omaggio per il mio coraggio. E potete immaginare quanto fossi sorpresa. Perché ci vorrebbe coraggio per dire la verità? Si interpreta la legge, si esaminano tutti i fatti, quindi si tratta di un processo decisionale imparziale», ha detto, a tal proposito, nel suo primo discorso dopo la proclamazione.
La reazione dell’Ue
«Se esistesse un premio per le menzogne, l’odio e le accuse infamanti, Pillay sarebbe la favorita assoluta. Il suo ruolo nell’incessante demonizzazione di Israele, con motivazioni politiche, e nella promozione delle accuse di genocidio è eloquente», ha aggiunto Sa’ar nella sua nota. L’attacco del ministro israeliano arriva dopo che diverse personalità del mondo della politica, della cooperazione internazionale e della cultura hanno commentato in termini positivi la scelta del comitato del Nobel. Tra queste la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen («pochi hanno dedicato la loro vita alla giustizia, alla pace e alla dignità umana come ha fatto lei»), il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa («il suo impegno di una vita a favore dei diritti umani, della giustizia e del diritto internazionale ci ricorda che la pace può durare solo se vengono tutelati la dignità, la responsabilità e lo Stato di diritto») e il premier spagnolo Pedro Sanchez («dal governo spagnolo ci uniamo al riconoscimento, al plauso al suo lavoro e ribadiamo, ora più che mai, il nostro sostegno agli organismi internazionali che si occupano di vegliare per la pace»).
Il Consiglio dell’Ue ha formalmente nominato Carlo Comporti presidente dell’Esma, l’Autorita’ europea degli strumenti finanziari e dei mercati. Comporti assumerà l’incarico l’1 novembre 2026, con un mandato di cinque anni rinnovabile una sola volta. Comporti è attualmente commissario della Consob e membro del Consiglio delle autorità di vigilanza e del Consiglio di amministrazione dell’Esma. La nomina conclude un iter avviato con la presentazione al Consiglio, da parte del Consiglio delle autorità di vigilanza dell’Esma, di una rosa di due candidati. Dopo i colloqui con entrambi, gli ambasciatori dell’Ue avevano raggiunto un accordo provvisoriosulla nomina di Comporti nel luglio 2026. Il Parlamento europeo aveva dato il proprio via libera il 15 settembre. L’Esma, che ha sede a Parigi, ha il compito di rafforzare la tutela degli investitori e promuovere mercati stabili e ordinati. Opera nell’ambito del sistema europeo di vigilanza finanziaria, in collaborazione con le altre autorità europee e con le autorità nazionali competenti per i mercati mobiliari.
Tajani: «Successo per l’Italia»
Così il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha commentato la nomina: «Un ulteriore successo per l’Italia e motivo di orgoglio che un italiano sia alla guida di un’autorità così strategica per i mercati finanziari europei».
Su un punto almeno Giorgia Meloni e Roberto Vannacci la pensano allo stesso modo: Napoli e la Campania sono più un problema che un’opportunità. La presidente del Consiglio e il generale all’ombra del Vesuvio si fanno vedere il meno possibile. Il motivo non è chiaro, anche se tanti pensano che il retropensiero sia lo stesso: sono terre difficili, “pericolose”, caratterizzate da una classe politica scaltra e notabilare, e oltretutto politicamente ormai considerate blindate dalla sinistra.
Giorgia Meloni (Ansa).
Tra Comunali e referendum per FdI è stata una débâcle
Alle Amministrative della scorsa primavera, FdI in provincia di Napoli è sostanzialmente scomparsa: pensate che a Portici ha preso lo 0,98 per cento; a San Giorgio a Cremano l’1,23; a Ercolano il 2,28; ad Afragola il 3,88; a Mugnano il 4,82 per cento. Comuni grandi, con più di 50 mila abitanti, dove il partito di Giorgia Meloni si è vaporizzato. E il referendum? Un disastro: a Napoli e provincia i “no” alla riforma costituzionale sulla Giustizia sono stati il 71,5 per cento, il record italiano.
Meloni si fida più del sindaco di Napoli che dei suoi
Eppure, la Campania non è mai stata una regione “rossa”: hanno governato per il centrodestra il compianto Antonio Rastrelli, poi Stefano Caldoro, che poi perse per meno di tre punti contro Vincenzo De Luca. Eppure, col passare degli anni, la destra si è persa negli scontri interni, e la Campania è diventata più ostile di Toscana ed Emilia-Romagna. Chi conosce bene le dinamiche politiche di queste zone sostiene che in fondo Meloni si fidi più del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi che dei suoi stessi esponenti locali: non a caso, l’America’s cup, evento di livello mondiale che sta facendo brillare il golfo su tutte le tv del globo, è sbarcata a Napoli soprattutto per merito di Meloni, vede come protagonisti assoluti dal punto di vista mediatico Manfredi e il presidente della Regione Roberto Fico, mentre il centrodestra locale si accontenta di qualche manifesto affisso in città.
Il bacio tra Giorgia Meloni e Gaetano Manfredi realizzato da Ineos a Bagnoli (Ansa).
Vannacci non pervenuto
Ci sarebbero praterie per Vannacci, ma niente: pure lui, sotto ’o Vesuvio, non si fa vedere quasi per nulla. La scorsa settimana sono stati nominati i vertici locali: Antonio Ambrosio è il nuovo vice (pure vicario) del coordinatore campano di Futuro Nazionale, Catello Di Capua. Ambrosio si è candidato alle Regionali dello scorso anno con FdI e ha ottenuto, nella circoscrizione partenopea, 3.398 preferenze: nulla a che vedere con Domenico Giannetta e Tommaso Calderone, arruolati da Vannacci in Calabria e Sicilia, entrambi con un passato da capogruppo di Forza Italia, gente coi voti “veri”. Lo stesso Di Capua, ex fedelissimo del senatore di An Enzo Nespoli, non è mai stato un big delle preferenze. Di Ciro Borriello, ex sindaco di Torre del Greco, neocoordinatore provinciale a Napoli, abbiamo già scritto. «Purtroppo», dice a Lettera43 un vannacciano partenopeo della prima ora, «registriamo l’assenza di Vannacci sul territorio. Dovrebbe venire, farsi vedere, la gente ci ferma e ci chiede di incontrarlo, ma lui niente. Le nomine vengono calate dall’alto, e va anche bene, nessun problema, ma qui Fratelli d’Italia ha combinato tanti di quei guai che ci sarebbe un potenziale di voti impressionante. L’impressione è che non ci sia interesse verso di noi».
Roberto Vannacci (Ansa).
E il centrosinistra gongola
Intanto il centrosinistra gode, preparandosi a fare il pienone alle prossime Politiche, nella terza regione d’Italia, giocando praticamente senza avversari: qui la Lega, come potete ben comprendere, non va per la maggiore, per usare un eufemismo. A tenere botta resta solo Forza Italia, ma non basta. Non può bastare.
Elly Schlein, Roberto Fico e Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Anthony Vaccarello lascia la direzione creativa di Yves Saint Laurent dopo 10 anni. L’ha annunciato la maison, sottolineando che «ha svolto un ruolo chiave nello sviluppo del brand, contribuendo a rafforzarne l’identità e l’influenza nel mondo della moda e della cultura» e aggiungendo che a breve svelerà il nome del suo successore. L’annuncio è giunto al termine di una Settimana della moda di Parigi dominata dalle speculazioni sulla possibile conclusione del mandato decennale del 44enne stilista belga. La sua sfilata primavera 2027, interamente dorata, è sembrata a molti addetti ai lavori del mondo della moda una sorta di addio. La favorita per la successione è Chemena Kamali, attuale direttrice creativa di Chloè. Una figura non nuova per la maison, dove aveva ricoperto il ruolo di direttrice del design del pret-à-porter femminile sotto la guida di Vaccarello dal 2016 al 2023.
The ultimate cinematic moment from Anthony Vaccarello at Saint Laurent! A golden procession of signature silhouettes followed by a striking blackout march of evening wear. Paris at its absolute most ostentatious and romantic. #Lures#AnthonyVaccarello#SaintLaurent#YSLpic.twitter.com/7SOWyUR04d
De Meo: «Ha contribuito a rafforzare l’influenza del marchio»
Queste le dichiarazioni di Luca de Meo, ceo di Kering, il Gruppo francese che possiede il marchio: «Desidero esprimere la mia sincera gratitudine ad Anthony per il contributo offerto a Saint Laurent negli ultimi 10 anni. Grazie alla sua visione creativa e ai suoi standard rigorosi, ha contribuito a rafforzare la duratura influenza di una delle più grandi maison di haute couture francesi, mentre ci prepariamo ad aprire un nuovo capitolo della sua storia».
L’ex arbitro Gianluca Rocchi, fino ad aprile responsabile della Can per la Serie A e la Serie B, diventa opinionista ed entrerà a far parte della squadra di Dazn per il programma Fuoriclasse, lo show della domenica sera condotto da Diletta Leotta. Un nuovo ruolo per lui dopo i mesi trascorsi al centro dell’inchiesta sul sistema arbitrale italiano. Il debutto è previsto per l’11 ottobre 2026 in occasione di Cagliari-Juventus delle 20:45. «Non vedo l’ora di ripartire e di mettermi alla prova in un ruolo diverso da quello a cui sono abituato, accompagnando i tifosi anche nella lettura più tecnica delle dinamiche di gioco che possono influenzare le decisioni arbitrali», ha commentato.
L’indagine per frode sportiva conclusasi con l’archiviazione
Qualche mese fa, Rocchi è rimasto coinvolto in un’indagine della procura di Milano per frode sportiva in concorsocon l’ipotesi che, in qualità di designatore arbitrale, avesse influenzato sia le designazioni sia l’attività del Var, anche attraverso interventi nella sala di Lissone. Gli episodi contestati riguardavano partite di Serie A e Coppa Italia della stagione 2024/25 e avrebbero potuto produrre vantaggi sportivi indebiti. In particolare, la procura aveva ipotizzato che Rocchi potesse aver favorito l’Inter, evitando di assegnargli l’arbitro Daniele Doveri nelle gare più importanti. Dopo l’emersione dell’inchiesta, Rocchi si è autosospeso. L’inchiesta si è poi conclusa con un’archiviazione.
Il Comitato norvegese per il Nobel ha deciso di assegnare il Nobel per la Pace 2026 a Navanethem “Navi” Pillay «per i suoi sforzi nel promuovere la pace e il diritto internazionale». Sudafricana di origini indiane tamil, è stata la prima donna non bianca a ricoprire il ruolo di giudice presso l’Alta Corte del Sudafrica. Ha inoltre prestato servizio come giudice della Corte penale internazionale e come presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Nell’aprile 2015, Pillay è diventata il 16esimo commissario della Commissione internazionale contro la pena di morte. Dal 2008 al 2014 ha anche ricoperto la carica di alto commissario delle Nazioni Unite.
È morto a 76 anni lo storico speaker radiofonico Federico l’Olandese Volante, all’anagrafe Federico Van Stageren. «Le radio italiane piangono la scomparsa di una delle voci più riconoscibili dell’etere», si legge in un post di Rtl 102.5. «Ieri la notizia del suo ricovero in terapia intensiva in Puglia, presso l’ospedale di Monopoli, oggi fonti vicino a lui hanno confermato la sua dipartita. Dalle prime radio libere a oggi, Federico ha dedicato tutta la sua vita all’intrattenimento radiofonico, condividendo con noi del gruppo Rtl 102.5 tanti anni di dirette e di musica». Tante le emittenti nelle quali gli italiani hanno sentito la sua voce, da Radio 105 a Radio Norba fino a R101.
Da RMC a Radio 1015 e Rtl 102.5
Dopo gli inizi a Radio Monte Carlo, dove grazie al Federico Show divenne noto come L’Olandese volante, ha lavorato per Rai Radio 2 e, alla fine degli Anni 70, ha iniziato a collaborare con Radio 105 dov’è rimasto come conduttore del pomeriggio per 12 anni. Poi l’esperienza a Rtl 102.5, dove ha dato vita al programma The Flight che ha condotto per 16 anni. Nel 2010 si è trasferito a R101, radio del gruppo Mondadori, mentre dal 2015 al 2024 è stato all’emittente pugliese Radionorba. Tra le ultime esperienze, nel 2025, l’approdo a RadioFreccia con il programma 0 anni a tutto rock.
La polizia di Stato di Torino sta eseguendo perquisizioni domiciliari in diverse parti d’Italia nei confronti di militanti antagonisti, nell’ambito delle indagini sui fatti avvenuti durante la manifestazione nazionale del 31 gennaio contro lo sgombero di Askatasuna. Le perquisizioni sono state delegate dall’autorità giudiziaria. Nell’ambito dell’inchiesta, il pubblico ministero ha richiesto 19 misure cautelari per reati che sarebbero stati commessi, a vario titolo, in occasione del corteo. Il 31 gennaio, a margine della manifestazione organizzata contro lo sgombero del centro sociale di Torino, avvenuto il 18 dicembre, si erano verificati violenti scontri tra antagonisti e forze dell’ordine. Gli agenti erano stati attaccati con razzi, bengala, bombe carta, pietre e bottiglie. I disordini erano proseguiti per circa due ore. Durante gli scontri, concentrati soprattutto nella zona di corso Regina Margherita, alcuni gruppi di manifestanti a volto coperto avevano incendiato cassonetti e un mezzo della polizia. Un agente era stato inoltre accerchiato e aggredito da un gruppo di antagonisti e colpito con un martello.
Il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth ha dichiarato che la fucilazione dell’autore della strage di Fort Hood, in programma per il 3 dicembre, sarà pubblica. Nidal Hasan «affronterà un plotone d’esecuzione composto da soldati, com’è giusto che sia, e faremo in modo che la gente possa assistervi, che sia pubblica, perché la gente deve capire che ci sono serie conseguenze per questo tipo di cose», ha spiegato. Sarebbe la prima esecuzione pubblica degli Stati Uniti in 90 anni. I media hanno inoltre riferito che, in base a quanto detto da un funzionario del Pentagono, sarà trasmessa in diretta streaming. Hasan è stato condannato per l’uccisione di 13 persone e il ferimento di altre 32. I fatti risalgono al 2009, quando fece irruzione nella base militare di Fort Hood, in particolare in un’affollata sala d’aspetto dove decine di soldati aspettavano di fare una visita medica. Qui aprì il fuoco al grido di Allah Hakbar. Ex psichiatra, musulmano di origini palestinesi, aveva detto di aver agito per proteggere i ribelli islamici all’estero dall’aggressione degli Stati Uniti.
«Cosa fa Giuseppe?». «Cosa ha detto Elly?». Ormai nel campo largo si ragiona così: i leader di M5s e Pd si studiano di sottecchi e i loro fedelissimi si marcano a vista, pronti a intercettare ogni minimo segnale in un senso o nell’altro, verso le aperture o le chiusure.
Anche in Aula tra i due leader il clima è gelido
Per rendersene conto, bastava osservare i movimenti e gli sguardi durante il voto di fiducia sulla legge elettorale, giovedì mattina alla Camera. Aula strapiena, come pure le tribune della stampa, tutti lì a osservare soprattutto loro due, tentando di captarne gesti e mimica. E così si annota che mentre parla Conte, Schlein non lo degna di uno sguardo, piegata a rivedere il suo intervento che sarebbe arrivato poco dopo. E naturalmente non ha mai applaudito l’Avvocato del popolo, così come del resto ha fatto tutto il Pd. Ma questa è una prassi in Parlamento: ogni partito applaude i suoi e basta. Poco dopo prende la parola Schlein. Ma Conte dov’è? Eccolo laggiù, in piedi sotto l’emiciclo, da solo. Almeno, però, lui Elly la guarda, segue il suo intervento, in un paio di occasioni accenna un timido applauso. Verrebbe quasi da canticchiare Gianni Morandi, «la mia nemica amatissima…». Tra i due, però, il clima resta gelido.
Elly Schlein alla Camera (Imagoeconomica).
Conte e quel terzo nome che ha irritato Schlein
Schlein non ha mandato giù il fatto che Conte abbia svelato di averle proposto un passo indietro per lasciare il campo a un terzo nome. «Non è vero che ha avanzato questa ipotesi, mi ha solo chiesto se si andava dritti alle primarie o no», ha confidato la segretaria ai suoi. Dallo staff dell’ex premier, invece, insistono: lui quella possibilità l’ha avanzata e l’aveva fatto anche in passato. Chi dice la verità e chi mente? La questione, però, è che con questa mossa il leader pentastellato ha messo in difficoltà l’alleata, facendola sembrare l’unica rimasta ferma sulle primarie senza considerare altre ipotesi. Scavando un solco, oltretutto, tra la segretaria e la parte del Pd che le primarie non le vuole. Con il seguente sottotesto: Schlein non vuol sentire ragioni sulle primarie perché è convinta di vincerle e di poter battere pure Giorgia Meloni, puntando dritta su Palazzo Chigi. Tatticismo puro, soprattutto se si pensa che ‘Giuseppi’ è stato il primo a lanciare le primarie a urne referendarie ancora aperte, spiazzando i suoi alleati. «Ora invece ha cambiato linea, così lui passa per quello generoso, pronto al passo indietro e a sacrificarsi per il campo largo, mentre lei passa per ‘poltronara’, quella che ambisce solo a Palazzo Chigi. Quando ad ambire a Chigi è soprattutto lui…», è il ragionamento che si fa sui divanetti dove stazionano i deputati dem.
Giuseppe Conte (Ansa).
Pranzi, chat e tattiche tra alleati
Poi ci sono le manovre di piccolo cabotaggio. Il pranzo di mercoledì tra Conte, Bonelli e Fratoianni al ristorante di Montecitorio, a cui però Schlein non ha partecipato perché aveva già lasciato la Camera e forse non si sentiva bene. O la chat su WhatsApp in cui i quattro leader (senza Matteo Renzi) si scrivono e si dovrebbero confrontare ma che evidentemente non aiuta a concordare quasi nulla. Giovedì la dem si è intrattenuta a lungo a parlare con Fratoianni nel corridoio dei fumatori di Montecitorio, poi ha interloquito in Aula anche con Bonelli.
Angelo Bonelli (Imagoeconomica).
Il timore, nel Pd, è che AVS, che le primarie non le vorrebbe, possa portare più voti a Conte, con cui c’è maggiore sintonia, che a Schlein. A meno che Bonelli e Fratoianni non si presentino con un loro candidato. I dem lo sperano, convinti che un nome di AVS sottrarrebbe più voti a Conte che a Schlein. Insomma, questo è l’unico argomento di cui si parla nel centrosinistra e sarà così ancora per mesi, fino a quando si terranno queste benedette consultazioni per il leader. Ma anche su questo Elly e Giuseppe divergono: lui le vorrebbe il prima possibile, lei più tardi, a ridosso del voto. Ma, come mette in guardia Bonelli: «Attenzione, perché se Meloni decide di andare a votare ad aprile-maggio, saremmo presi in contropiede, senza programma e senza candidato premier».
Giuseppe Conte con Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).
Intanto la segretaria del Pd e il presidente del M5s si studiano, senza fidarsi l’uno dell’altro. In un gioco di mosse, contromosse e tattica che rischia solo di fare del male alla coalizione. Come si è visto anche in queste tre intense giornate parlamentari che hanno segnato l’approvazione della legge elettorale targata Meloni.
Molte le novità editoriali di fantascienza che saranno proposte a Stranimondi. Cominciamo a vederne quelle di sabato 17.
Ormai manca una settimana all'edizione 2026 di Stranimondi, quest'anno più grande e più bella che mai nella nuova sede Gadames 57. Come sempre nel programma tanti temi interessanti (ne abbiamo parlato in articoli precedenti) ma anche tante presentazioni di novità editoriali. Vediamone qualcuna, selezionando quelle più strettamente fantascientifiche.
Sabato alle 12:30 la casa editrice Lumien presenterà una nuova collana dedicata alla narrativa speculativa breve, Scintille, presentata da Marta Monsellato, Alice Cervia, Venus... - Leggi l'articolo
La nuova serie arriverà su Disney+ nel 2028. Il nome Zodiac potrebbe avere vari significati nell'universo Marvel: ecco i più probabili.
Marvel Television ha svelato una sorpresa al New York Comic Con, annunciando Zodiac, una nuova serie thriller di spionaggio live-action in arrivo su Disney+ nel 2028. Brad Winderbaum, responsabile delle attività televisive di Marvel Studios, ha detto che avrebbero voluto tenere il progetto segreto ancora per un po', ma alla fine hanno deciso di svelarlo alla Comic Con.
A parte il logo, e il fatto che le riprese cominceranno nel 2027 per una distribuzione in streaming su Disney+ nel 2028, non sono stati svelati dettagli, se non un subdolo indizio: Winderbaum ha detto che... - Leggi l'articolo