Il rischio è la carambola. Nel Pd, mentre i più si arrovellano sul tema primarie, su come, dove e quando farle, alcuni più lungimiranti guardano già al dopo, anzi al dopo-dopo. Il discorso è di lungo respiro ma molto semplice. Se, e il se è grande come una casa, Elly Schlein vincesse le primarie e se, e qui il se è alto come un grattacielo, il campo largo vincesse le elezioni, la leader Pd diventerebbe premier. Fin qui tutto bene: brava, hai resistito, hai portato a casa il risultato, te lo meriti dunque governa. Al netto dei litigi che già tutti mettono in conto con il M5s sulle politiche di governo, qualcuno guarda a uno scenario biennale. Se cioè Schlein andasse a Palazzo Chigi, come si farebbe a dire di no a una candidatura M5s per il Quirinale, per cui si dovrebbe votare a gennaio 2029? Giuseppe Conte ha già messo le mani avanti, mettendo in guardia il Pd dalla tentazione di fare il pigliatutto.

Di leader spendibili per il Colle il M5s ne ha pochi
Pochi tra i dem osano dirlo a voce alta, anzi nessuno, ma davanti ai taccuini chiusi il malumore si concretizza. «Non potremmo dire di no ai grillini, e in effetti se loro ci proponessero Giuseppe Conte come faremmo a dire: “Ma noi vogliamo sia Chigi sia il Colle?”». I dilemmi sono molti. Il M5s infatti potrebbe a buon diritto aspirare alla prima carica istituzionale: è in Parlamento dal 2013, ha raggiunto in passato il 30 per cento dei voti, ha espresso due volte un premier (anche se era sempre lo stesso), una volta un presidente della Camera, diversi sindaci e due presidenti di Regione. Il problema è che in realtà se nel Pd ci sono più candidati al Quirinale che iscritti, il M5s di leader spendibili ne ha pochi, forse il solo Conte.

I nomi di mediazione: da Bersani a Boldrini
L’altro problema è che per eleggere un capo dello Stato non bastano numeri risicati. Se anche il Pd ufficialmente votasse per un candidato grillino, molti sarebbero i franchi tiratori. Qualcuno spera che Conte sarebbe disposto a un bagno di realtà per aprire la strada a un nome di mediazione (si va da Pierluigi Bersani a Laura Boldrini) ma è chiaro che il passo indietro avrebbe ripercussioni sui rapporti all’interno della maggioranza di governo. Ripercussioni che sarebbero mortali per l’esecutivo in caso di accordo, magari sottobanco, tra il Pd e aree dell’opposizione.

La soluzione migliore sarebbe un nome super partes, un profilo altissimo, ma è difficile che tutti facciano un passo indietro davanti a un bottino che fa gola a ognuno e che è la vera posta in gioco della prossima legislatura. Dunque mentre si decide se quando e come andare a primarie, nel campo largo già tutti pensano non solo a Palazzo Chigi ma anche al Quirinale. E la partita a scacchi del gran gioco del Colle prosegue.
