Mario Adinolfi portato in carcere: comunicava sul web dai domiciliari

Mario Adinolfi, che si trovava agli arresti domiciliari (con braccialetto elettronico) in quanto accusato di truffa aggravata e continuata, abusiva raccolta del risparmio ed evasione fiscale, è stato trasferito in carcere Regina Coeli. La gip Giulia Arcieri ha deciso di aggravare la misura cautelare perché il leader del Popolo della Famiglia dalla sua abitazione ha pubblicato numerosi articoli e post su Internet. Adinolfi era stato obbligato, al momento della concessione dei domiciliari, a «non utilizzare in alcun modo, salvo che per contatti con il difensore, i dispositivi telefonici, informatici e telematici».

L’ultimo post su Facebook

«Mi portano in carcere perché scrivo su Facebook. Sono il primo italiano nella storia a subire questo tipo di arresto», ha scritto Adinolfi sulla piattaforma social commentando la decisione della gip.

Perché Adinolfi è stato arrestato

Adinolfi era finito agli arresti domiciliari l’8 luglio nell’ambito dell’indagine della Procura di Roma sulla cosiddetta “scommessa collettiva”, un circuito di raccolta fondi da privati – decine le persone coinvolte – ai quali venivano prospettati rendimenti (fino al 40 per cento annuo) legati al betting sportivo. Ipotizzato un danno vicino ai cinque milioni di euro. A Adinolfi viene inoltre contestata anche una presunta evasione fiscale da 400 mila euro. Nelle 20 pagine di ordinanza di custodia cautelare, la gip aveva evidenziato il «concreto rischio di recidiva rispetto a nuove condotte di truffa, raccolta abusiva di capitali, delitti tributari, verosimilmente già in atto». Il 31 luglio il Tribunale del Riesame aveva rigettato l’istanza della difesa che aveva chiesto l’annullamento della misura cautelare o quantomeno affievolirla con misure meno afflittive, come l’obbligo di dimora nel Comune di residenza o l’obbligo di firma. Come riporta Repubblica, Adinolfi dai domiciliari Adinolfi ha scritto 49 articoli sul suo blog e pubblicato 23 post su Facebook: ben 72 dunque gli interventi sul web, mentre avrebbe dovuto tenersi lontano da telefoni, computer e rete, a meno di comunicazioni col suo legale.