Noto anche come Bay City, il romanzo del 2002 di Richard Morgan ha anche ispirato una serie televisiva. Ora esce col titolo originale Altered Carbon per Tea.
Pubblicata originariamente dall'Editrice Nord, la trilogia di Takeshi Kovacs è stato uno degli ultimi romanzi cyberpunk di grande successo. Il primo volume, uscito nel 2002, firmato dall'autore inglese Richard Morgan, introduce l'idea dello stack, una sorta di hard disk che registra l'attività cerebrale e che può essere usato per spostare la personalità di un individuo su un corpo diverso.
Dal libro è stata tratta una serie Netflix in due stagioni, la prima delle quali basata abbastanza fedelmente sul romanzo.
Ora Tea ripropone la trilogia, nella... - Leggi l'articolo
The Boroughs, prodotto dai fratelli Duffer non è stata rinnovata da Netflix
Neanche un mese dopo la pubblicazione della prima stagione sulla sua piattaforma di streaming, Netflix ha calato la scure su The Boroughs, serie creata da Jeffrey Addiss e Will Matthews (Dark Crystal – La resistenza) e prodotta da Matt e Ross Duffer attraverso la loro Upside Down Pictures. A niente è servito il cast, composto da nomi di rilievo come Alfred Molina (Spider-Man 2), Geena Davis (Beetlejuice), Alfre Woodard (Luke Cage), Denis O’Hare (American Horror Story), Clarke Peters (The Wire), e Bill Pullman (Independence Day), né la stabile presenza della serie... - Leggi l'articolo
The Boroughs, prodotto dai fratelli Duffer non è stata rinnovata da Netflix
Neanche un mese dopo la pubblicazione della prima stagione sulla sua piattaforma di streaming, Netflix ha calato la scure su The Boroughs, serie creata da Jeffrey Addiss e Will Matthews (Dark Crystal – La resistenza) e prodotta da Matt e Ross Duffer attraverso la loro Upside Down Pictures. A niente è servito il cast, composto da nomi di rilievo come Alfred Molina (Spider-Man 2), Geena Davis (Beetlejuice), Alfre Woodard (Luke Cage), Denis O’Hare (American Horror Story), Clarke Peters (The Wire), e Bill Pullman (Independence Day), né la stabile presenza della serie... - Leggi l'articolo
Consigliere personale, consulente legale e, per ammissione di Donald Trump, pure un po’ psichiatra. Alla Casa Bianca si aggira da tempo una figura ingombrante, priva di incarichi ufficiali nel governo ma ascoltatissima dal presidente, che ha giocato un ruolo centrale nelle nomine governative dopo la vittoria elettorale del 2024. Non un’eminenza grigia, perché Boris Epshteyn c’è e si vede. E c’è anche quando non si vede, come raccontano i frequentatori dello Studio Ovale.
Boris Epshteyn alle spalle di Donald Trump (Ansa).
Fedelissimo di Trump, ha conosciuto il presidente grazie al figlio Eric
Nato in Russia nel 1982 ed emigrato con la famiglia in New Jersey a 11 anni, Epshteyn è entrato in contatto con Trump grazie alla sua amicizia con Eric, secondogenito del tycoon: i due hanno infatti studiato legge insieme a Georgetown. Diventato nel frattempo avvocato, è entrato a far parte dello staff di Trump come consigliere una decina di anni fa, dopo aver partecipato alla campagna presidenziale di John McCain nel 2008. Il salto di qualità è arrivato nel 2017, quando l’allora legale personale di Trump, Michael Cohen, fu incriminato nell’inchiesta sul Russiagate: da quel momento Epshteyn ha iniziato gradualmente a prenderne il posto. Fino a diventare il principale avvocato di Trump nel 2021, mentre The Donald pianificava il suo ritorno alla Casa Bianca in un momento in cui molti nel suo stesso partito lo volevano fuori dopo l’assalto a Capitol Hill.
Il ruolo nelle vicende legali che hanno visto Trump accusato e accusatore
In qualità di principale consigliere giuridico di Trump, Epshteyn ha supervisionato un’ondata di contenziosi civili senza precedenti intentati da un presidente contro i media e le piattaforme social: una strategia rischiosa, che però si è rivelata vincente durante il ciclo elettorale del 2024, quando Trump si è trovato ad affrontare quattro procedimenti penali e due civili. Epshteyn è stato coinvolto in diverse vicende legali che hanno visto al centro Trump negli ultimi anni, ma non solo come parte della difesa del tycoon: è stato infatti indagato – con l’ex capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows e Rudy Giuliani – per il caso dei falsi elettori in Arizona, parte del più ampio tentativo di ribaltare i risultati delle Presidenziali del 2020.
Boris Epshteyn (Ansa).
Epshteyn è una presenza sempre più ingombrante alla Casa Bianca
Come riportato da Axios, che cita due fonti a conoscenza delle abitudini presidenziali, Epshteyn – che non ha incarichi ufficiali – si reca nello Studio Ovale circa una volta a settimana, ma è «costantemente» al telefono con Trump, che non esita (tutt’altro) a metterlo in vivavoce durante le riunioni più importanti che si svolgono alla Casa Bianca. In un contesto in cui la vicinanza al potere è potere stesso, Epshteyn è una delle persone più influenti a Washington: non solo perché ascolta, ma anche perché Trump lo ascolta. A tal proposito, a novembre del 2024 è stato oggetto di un’indagine interna voluta dagli avvocati di The Donald, a seguito dell’accusa che avesse chiesto compensi in denaro (anche più di 100 mila dollari) a potenziali candidati a ruoli governativi, in cambio di raccomandazioni. Secondo PBS News, Epshteyn si sarebbe opposto alla nomina – poi confermata – di Scott Bessent a Segretario del Tesoro, perché quest’ultimo si sarebbe rifiutato di pagarlo. Una circostanza, questa, che il consigliere personale di Trump ha smentito. E lo stesso presidente americano lo ha difeso, gridando al complotto. Secondo il Wall Street Journal, Epshteyn avrebbe fortemente caldeggiato la nomina del viceprocuratore Trent McCotter, il quale ha poi deciso sull’archiviazione del caso. Inoltre sarebbe stato decisivo per la scelta di figure chiave come Todd Blanche e Emil Bove per il Dipartimento di Giustizia, candidature poco gradite a Elon Musk con cui – pare – sarebbe venuto alle mani a Mar-a-Lago sul finire del 2024. A conferma della sua influenza, sempre il Wsj riporta che sarebbe stato proprio Epshteyn a far ritirare di recente la causa contro il miliardario indiano Gautam Adani, incriminato negli ultimi giorni della presidenza Biden con l’accusa di orchestrato un’ampia frode volta a ingannare gli investitori statunitensi.
Nel curriculum di Epshteyn figurano anche due arresti
D’altra parte, che Epshteyn sia un tipo manesco è un dato di fatto, come dimostra uno dei due arresti che figurano nel suo curriculum. Il primo risale al 2014, quando finì in manette per aver steso con un pugno un uomo con cui stava litigando nel night club Whiskey Row di Scottsdale, in Arizona. Il futuro consigliere di Trump accettò di risarcire la vittima, di frequentare corsi per la gestione della rabbia e di svolgere almeno 25 ore ai servizi sociali: arrivò così il ritiro della denuncia. Il secondo arresto risale invece al 2024, quando era già consigliere di Trump. Epshteyn fu fermato in un altro locale di Scottsdale, il Bottled Blonde, dopo la denuncia di due sorelle che lo avevano accusato di tentato abuso sessuale, aggressione e molestie: se la cavò con 11 mesi di libertà vigilata, un multa da 710 dollari e obbligo di iscriversi a un programma per il trattamento degli alcolisti.
Donald trump (Ansa).
Fixer del presidente? Di più. Trump: «È come il mio psichiatra»
Il ruolo di Epshteyn va però oltre le aule di tribunale e le riunioni alla Casa Bianca. Ad aprile è stato infatti nominato presidente di Trump Media e, a conferma della prossimità col tycoon, è stato inquadrato assieme a lui in occasione della gara 3 delle Finals NBA al Madison Square Garden. A novembre del 2024, mentre si trovava in volo con il presidente eletto verso Washington, viste le sue origini era persino arrivato a proporsi come inviato speciale del presidente per il conflitto russo-ucraino. Idea valutata, ma poi scartata. «È l’uomo che risolve i problemi del presidente», ha detto una delle fonti di Axios. «È come il mio psichiatra», ha scherzato Trump riferendosi alla frequenza con cui parla con Epshteyn, capace di offrigli un sostegno costante e talmente incondizionato al punto che ogni colloquio con lui risulta più efficace di una seduta da uno specialista. E pensare che – ironia della sorte – il cognome del suo yes man preferito suona molto simile a quello di uno suo vecchio amico (rinnegato) che da morto gli sta dando tanti grattacapi…
L’asteroide intitolato di recente a Jannik Sinner non è il primo, né sarà l’ultimo, “pianetino” dedicato a personaggi famosi. Da quasi due secoli, infatti, i nomi più illustri della storia, della letteratura, della scienza, della musica, dell’arte e dello spettacolo “gravitano” nello Spazio. Ma non solo: perché ci sono anche meduse, ragni, lumache, rane e animali di ogni genere. Ecco qualche esempio.
La rivincita “spaziale” di Jannik dopo la delusione del Roland Garros
Il gioco di parole viene facile: dopo le sofferenze del Roland Garros, Sinner si prende una rivincita “spaziale”, grazie alla International Astronomical Union (IAU) che ha ratificato l’assegnazione del nome del campione a un asteroide che orbita nella fascia principale tra Marte e Giove. Si tratta, per l’esattezza, dell’asteroide (120097) Janniksinner, scoperto da un team di ricercatori toscani nel 2003 presso l’Osservatorio di Campo Imperatore, che, su suggerimento del Gruppo astrofili di Montelupo Fiorentino, ha proposto appunto l’intitolazione dell’astro all’autorità mondiale che, dal 1919, riunisce gli astronomi professionisti e assegna i nomi ai corpi celesti (un centinaio all’anno).
I corpi celesti dello sport, da Jesse Owens a Leo Messi
Sinner non arriva però primo ad aggiudicarsi lo slam spaziale: prima di lui, infatti, ci sono Roger Federer (2005) e Rafa Nadal (2008). E prima di loro moltissimi altri campioni dello sport. Solo per fare qualche nome – l’elenco sarebbe lunghissimo – si possono citare Jesse Owens, Emil Zatopek, Pelé, Johan Cruijff e Lionel Messi. Altrettanto lungo – si parla di migliaia di asteroidi – sarebbe l’elenco dei corpi celesti dedicati a nomi illustri in ogni campo, a cominciare dalla storia (papi compresi). Proprio a un nome storico, quello dell’imperatrice Eugénie de Montijo, moglie di Napoleone III, risale l’intitolazione dell’asteroide – scoperto dall’astronomo Hermann Goldschmidt nel 1857 – che per per primo infranse la regola dei nomi esclusivamente mitologici per i corpi celesti.
Da Dante a Harry Potter: gli asteroidi di letteratura e cinema
C’è poi la letteratura, dai classici greci ai grandi nomi italiani come Dante, Petrarca, Boccaccio, Torquato Tasso, Manzoni, Luigi Pirandello ai grandi della letteratura russa, passando per Kafka e via via fino agli autori a noi più vicini. E c’è naturalmente l’arte, nelle sue svariate forme, dove trovano posto pittori e scultori di ogni epoca. C’è ovviamente la scienza (potevano mancare Galileo Galilei e Albert Einstein? Ma c’è anche la nostra Margherita Hack) e pure il mondo dello spettacolo, dove il cinema la fa da padrone. E allora ecco gli asteroidi dedicati alle icone di Hollywood, come “Audreyhepburn” e “Marilynmonroe”. Senza dimenticare i vari personaggi di fantasia, dai protagonisti delle tragedie e delle commedie shakespeariane a Spock di Star Trek, da Sherlock Holmes (e il dottor Watson) a Harry Potter, da Don Chisciotte a James Bond fino a Tardis (Doctor Who).
Tanti gli astri “italiani”: tra le intitolazioni più recenti quella ad Annalisa
Nutrita la pattuglia degli “astri” italiani: oltre ai grandi nomi della letteratura, troviamo un po’ di tutto: da Luciano Pavarotti a Gianmaria Volontè a Gigi Proietti, da Tito Stagno (celeberrimo cronista televisivo dello sbarco sulla luna nel 1969) a Roberto Benigni e consorte (Nicoletta Braschi), dall’immancabile Andrea Bocelli a “Albertosordi”, da “Andreacamilleri” a “5150 Fellini”, in onore del cineasta romagnolo, fino a Giuseppe Garibaldi, Corrado Augias a Paolo Bonolis. Tra le intitolazioni più recenti quella del 2024 a Annalisa. Nel caso della cantautrice ligure la motivazione ufficiale dell’IAU menziona la sua laurea in fisica che ben si combina con il grande successo ottenuto nel settore musicale.
Note in orbita: gli astri dedicati alle star della musica
Proprio la musica è uno dei settori che ha fornito più nomi, senza distinzione di genere. Si va infatti da tutti, ma proprio tutti, i grandi compositori classici (è presente tutto l’alfabeto, da Tomaso Albinoni a Richard Wagner) a Astor Piazzolla, da Edith Piaf a Frank Sinatra a Maria Callas. Proprio scorrendo l’elenco dei musicisti classici, colpisce il fatto che spesso i nomi degli asteroidi siano scritti con la “a” finale (“Mozartia, “Mussorgskia”, etc). Ma c’è un motivo: da metà Ottocento in poi, la consuetudine di assegnare ai corpi celesti un nome classico di donna divenne regola. Quando però i nomi classici cominciarono a scarseggiare, si giunse al compromesso di poter usare anche i nomi di città e persino di personaggi maschili, purché si aggiungesse una “a” finale. La regola è stata cancellata solo al termine della Seconda guerra mondiale, ragion per cui troviamo astri come “Disneya” e “Planckia”.
Il “puntino di luce” di Freddie Mercury
Sempre in ambito musicale, il rock (nelle varie forme) da alcuni decenni predomina: hanno un asteroide ciascuno i Beatles (John Lennon ha anche un cratere a lui intitolato su Mercurio, accanto a quello dedicato a Michael Jackson), e ancora David Bowie Jimi Hendrix, Mark Knopfler, Aretha Franklin, Ella Fitzgerald, Bob Dylan, Lou Reed, Bruce Springsteen, Elvis Presley, Eric Clapton, ZZ Top, Yes, Jimmy Page. A Freddie Mercury l’asteroide omonimo (scoperto nel 1991, anno della morte del frontman dei Queen) venne assegnato postumo nel 2016, nel giorno in cui avrebbe compiuto 70 anni. Ad annunciare l’intitolazione fu il chitarrista – e dottore di ricerca in astrofisica – Brian May, che per l’occasione disse: «È solo un puntino di luce, ma è un puntino di luce davvero speciale!».
Non solo astri: dai vermi pelosi alle vespe bionde
Dall’astronomia, la musica rock ha poi ispirato variati scienziati e ricercatori a intitolare con i nomi dei loro beniamini musicali altri generi di soggetti. Ecco quindi che porta il nome Beatles un verme dal pelo arruffato, che ricorderebbe il taglio di capelli dei Fab Four, mentre a Michael Jackson è stato intitolato un granchio “eremita”, a Bob Marley un crostaceo caraibico, a Joe Strummer una lumaca, a Sting una raganella amazzonica, ai Radiohead una formica, a James Brown un acaro, a Mick Jagger e Keith Richards dei Rolling Stones due trilobiti scoperti nel 1995. E trilobiti sono stati intitolati anche ai membri dei Sex Pistols (“Arcticalyme rotteni”, “Cooki”, “Jonesi”, “Matlocki” e “Viciousi”), mentre Lady Gaga si è dovuta accontentare di una nuova specie di vespa “bionda” scoperta in Tailandia, la “Aleiodes gaga”.
Il curioso caso dei ragni intitolati ai grandi del metal
Un caso particolare quello della biologa Christina Rheims, che, nel 2019, durante le sue ricerche amazzoniche, si è imbattuta in quattro nuove specie di ragni. Appassionata di heavy metal, la studiosa ha così deciso di intitolare ciascuna specie, rispettivamente, a Bruce Dickinson degli Iron Maiden (“Extraordinarius brucedickinsoni”), a Klaus Meine degli Scorpions (“Extraordinarius klausmeinei”), a Andre Matos della band brasiliana Angra (“Extraordinarius andrematosi”) e a Rick Allen dei Def Leppard (“Extraordinarius rickalleni”).
La medusa di Frank Zappa e l’omaggio allo scopritore
Tra le star che possono vantare più di un’attribuzione c’è senz’altro Frank Zappa. Al “genio di Baltimora”, infatti, non solo è stato intitolato l’asteroide “3834 Zappafrank” (scoperto dall’astronomo slovacco Ladislav Brožek nel 1980), ma anche una medusa, la “Phialella zappai”, individuata nel 1983 da Ferdinando Boero, zoologo e biologo salentino di fama mondiale, durante un periodo di studio in California. Boero, grande appassionato di Zappa, scrisse al musicista americano la sua intenzione di intitolargli la scoperta e, come ha raccontato lo scienziato, il suo idolo gli rispose: «Non c’è niente che mi piacerebbe di più di avere una medusa chiamata come me». Da quel momento, tra i due nacque un’amicizia, e i fan zappiani più incalliti ricordano il concerto genovese (luglio 1988) durante il quale il musicista eseguì un suo celebre brano, Lonesome Cowboy Burt (trasformato in “Lonesome Cowboy Nando”), modificando il testo inziale del brano da «My name is Burtram/I’m a redneck” in “My name is Nando/I’m a marine biologist».
Sta per tornare Strange New Worlds, futuro incerto per Spider-Man, fumetti italiani in America, alle origini dell'UCCI nella settimana di Fantascienza.com
Karl Marx è senza dubbio uno dei filosofi più acuti degli ultimi secoli. Ma se c'è una sua frase che di questi tempi descrive perfettamente il mondo attuale, è quella secondo cui la storia si ripete, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. La tragedia, in realtà, è ben presente, in luoghi del pianeta molto vicini a noi. Ma la farsa, be' la farsa ha raggiunto livelli che nella storia umana non si vedevano forse dai tempi da quando Caligola fece senatore il suo cavallo. Sapete bene a cosa mi riferisco; dopo un paio di giorni di sdegno... - Leggi l'articolo
Cosa hanno in comune un piccolo brand di snack, due team di avvocati americani e 150 matematici provenienti da tutto il mondo? Ho chiesto ad alcune intelligenze artificiali di risolvere l’indovinello. Secondo Gemini il mondo dei giochi logici e della didattica. Perplexity mi ha chiesto più contesto per poter dare una risposta. Mentre ChatGPT mi ha detto che la risposta più probabile è che siano tutti finiti dentro contenuti generati dall’IA. Quando ho chiesto come facesse a inferirlo, ha replicato che si trattava della risposta più plausibile rispetto ai testi cui la macchina ha avuto accesso in fase di addestramento. In parole semplici: «Produco la risposta che suona giusta, non necessariamente quella verificata.» Ed è qui che casca l’asino, questo è in effetti il problema. Perché se c’è una cosa che unisce un piccolo brand di snack, un team di avvocati americani e 150 matematici provenienti da tutto il mondo è proprio il fatto che tutti hanno avuto un problema di fiducia nell’intelligenza artificiale.
Un tribunale statunitense (Ansa).
Il processo annullato negli Usa perché gli avvocati avevano fatto ricerche con l’IA
Nell’ambito di un recente processo negli Stati Uniti, un giudice distrettuale del Mississippi ha scoperto che gli avvocati di entrambe le parti in causa avevano condotto le proprie ricerche usando l’intelligenza artificiale. Nessuno aveva controllato cosa ci fosse scritto, finché non sono state presentate le rispettive memorie e l’ha fatto qualcun altro per loro. Risultato? Imbarazzo, scuse alla corte, multe, processo annullato e il divieto di comparire nel tribunale distrettuale per due anni per alcuni di loro. Niente male.
Lo spot del brand di snack, “bocciato” dalla fanbase
Il brand degli snack citato all’inizio di questo articolo si chiama Chookie. È americano e ultimamente aveva fatto un uso massiccio dell’IA per le proprie pubblicità, fino a toccare con mano il malcontento della fanbase e correre ai ripari girando uno spot i cui protagonisti sarebbero poi diventati un aereo di cartone e dei pupazzi animati. «È costato lo stesso in termini di tempo e soldi», ha tagliato corto uno dei suoi manager, ma alla fine la risposta è stata nettamente più positiva rispetto agli spot girati con l’IA. Motivo? Le pubblicità costruite con l’intelligenza artificiale suonavano artefatte, piene di errori e poco oneste.
App di intelligenza artificiale su uno smartphone (Ansa).
I matematici: «Non cedete alle sirene dell’intelligenza artificiale»
Dal canto loro, 150 matematici provenienti da tutto il mondo e firmatari dellaDichiarazione di Leiden su IA e Matematica avevano avvisato di fare attenzione e di non cedere alle sirene dell’IA. Nel loro caso ovviamente il riferimento è alla capacità dell’intelligenza artificiale di risolvere problemi complessi. Ma poco cambia. Leslie Ann Goldberg, firmataria e responsabile del dipartimento di informatica all’Università di Oxford, ha infatti spiegato che «le tecniche automatizzate attuali possono produrre argomentazioni plausibili ma inaffidabili, o addirittura errate, che sono difficili da distinguere da dimostrazioni matematiche corrette». Insomma, l’intelligenza artificiale potrebbe produrre soluzioni convincenti, che in realtà non resistono a un esame approfondito.
Manca un vero dibattito su come l’IA dovrebbe essere governata
Questi tre diversi casi ci raccontano qualcosa di preciso. Ovvero che al momento in giro c’è mancanza di lucidità. E questo stato delle cose fa gioco a quei pochi che lucidi lo sono per davvero, vale a dire quelli che la nuova tecnologia la spingono a prescindere e meglio se tutto resta così com’è, senza regole. A denunciarlo sul New York Times è stato John O’Farrell, uno degli ex soci di A16Z, fondo d’investimento della Silicon Valley e tra i principali protagonisti di questa corsa tecnologica. Che ha scritto: «Alcuni dei protagonisti più potenti dell’IA – guidati da alcuni miei amici e ex partner, con grande tristezza – hanno raccolto centinaia di milioni di dollari per evitare un dibattito più serio e significativo su come l’IA dovrebbe essere governata». Concludendo poi: «Credo che sia un enorme errore».
Al momento l’intelligenza artificiale resta un’enorme scommessa narrativa
Viviamo in una grande allucinazione, noi e l’IA. Siamo in hype, in quel punto esatto in cui la narrazione precede ciò che realmente è, e cioè che la macchina funziona meno di quello che ci vogliono far credere. Al momento, infatti, l’IA resta un’enorme scommessa narrativa la cui promessa è l’eliminazione della mediazione umana e quindi della fatica. Tradotto: velocità senza errore, conoscenza senza studio, creatività senza conoscenza, decisioni senza conflitto, assenza di responsabilità. Insomma, scorciatoie per il paradiso. O se preferite come in Pinocchio il Gatto e la Volpe e il Campo dei Miracoli. Basta fidarsi. Solo che la fiducia segue percorsi diversi, si costruisce nel tempo e dall’errore e con regole precise, tipo la trasparenza radicale. Forse è meglio stare in campana. Qualcuno, in un modo o nell’altro, ha cominciato a capirlo.
«La riunificazione è inevitabile». È uno degli slogan che accompagnano il trailer diBattle of Penghu, il kolossal storico che la Cina porterà nelle sale il prossimo 25 luglio. Il film racconta la vittoria dell’ammiraglio Qing Shi Lang nella battaglia navale del 1683 che portò alla conquista del piccolo arcipelago sullo Stretto di Taiwan, noto a livello internazionale come Pescadores e ancora oggi amministrato da Taipei. Quella battaglia fu un anticipo dell’integrazione di Taiwan all’interno dell’impero Qing. La promozione della pellicola collega apertamente quel noto episodio storico alle tensioni contemporanee, trasformando una battaglia del XVII secolo in un racconto che parla direttamente del presente.
Battle of Penghu ripropone in chiave storica le parole attualissime della leadership cinese sul fatto che la «riunificazione nazionale» rappresenti una missione storica destinata a compiersi. Il film contribuisce dunque a normalizzare l’idea della riunificazione come obiettivo inevitabile. Molti utenti cinesi hanno accolto il film con entusiasmo perché rafforza la narrativa ufficiale sulla sovranità cinese su Taiwan, valorizza episodi storici poco conosciuti e viene percepito come un’opera patriottica.
La risposta cinematografica taiwanese
Sempre nelle prossime settimane, nelle sale taiwanesi arriva invece Before the Bright Day, ambientato durante la terza crisi dello Stretto del 1996. Mentre Pechino lancia missili nelle acque vicine all’isola in vista delle prime elezioni presidenziali dirette della storia taiwanese, il protagonista del film è un ragazzo di 15 anni alle prese con la scuola, gli amici, la famiglia e i primi amori. La crisi resta sullo sfondo, ma influenza lentamente ogni aspetto della vita quotidiana.
Taipei è in cima alle priorità di Xi
Un botta e risposta sul grande schermo che mostra come su entrambe le sponde dello Stretto si stia alzando il livello delle rispettive narrazioni, attraverso l’utilizzo del cinema. Da alcuni anni Pechino investe sempre più risorse nella costruzione di un’industria audiovisiva capace non soltanto di intrattenere, ma anche di raccontare la Cina contemporanea attraverso una precisa lente politica. Dopo i blockbuster sulla guerra di Corea e quelli dedicati alla resistenza contro il Giappone, che avevano dominato l’estate del 2025 in concomitanza con l’ottantesimo anniversario della resa di Tokyo, è ora Taiwan a diventare protagonista di una grande produzione nazionale. Un cambiamento che riflette le priorità narrative e politiche della leadership cinese contemporanea di Xi Jinping, che ha posto la questione di Taiwan al centro delle sue priorità e delle relazioni con gli Stati Uniti di Donald Trump.
Xi Jinping (Ansa).
La promozione di opere patriottiche
Come già avvenuto negli anni scorsi con film come The Battle at Lake Changjin o Sharpshooter, dedicati alla guerra di Corea e alla cosiddetta «resistenza contro l’aggressione degli Stati Uniti», il cinema viene utilizzato per costruire un immaginario collettivo in cui la Cina occupa il centro della scena e la storia appare come una traiettoria coerente che conduce al presente. Nel piano quinquennale approvato nel 2020 si è fissato l’obiettivo di promuovere opere che manifestino spirito, valori, potere ed estetica cinesi. Nel 2021, in occasione del suo centenario, il Partito ha chiesto a ogni cinema del Paese di dedicare almeno due proiezioni alla settimana a film patriottici. In questo racconto, Taiwan è un tassello incompleto di una vicenda nazionale iniziata secoli fa. Trattare così direttamente il tema forse più sensibile di tutti è un salto di qualità recente. Il precedente più immediato è rappresentato da Quenching, una serie del 2024 prodotta dalla televisione di Stato, che mette in scena un’ipotetica azione militare per «salvaguardare la sicurezza nazionale» e «salvare Taiwan dalle minacce di secessione e interferenze esterne».
Taiwan e le serie tivù di sensibilizzazione
Non è un caso che questo avvenga in concomitanza con un processo simile in corso dall’altra parte dello Stretto. Nello stesso periodo dell’arrivo di Quenching, a Taiwan è stata infatti lanciata Zero Day, la serie televisiva che per la prima volta ha mostrato uno scenario di aggressione cinese contro l’isola. Un’ipotesi considerata realistica in caso di crisi: una zona di interdizione navale si trasforma rapidamente in un blocco totale. Le forniture si interrompono, il sistema finanziario collassa, le reti informatiche vengono paralizzate dai cyber attacchi e nelle strade si diffonde il caos. Una rappresentazione volutamente inquietante che aveva un obiettivo preciso: convincere i taiwanesi che una crisi sullo Stretto non appartiene più al regno dell’impensabile. La scelta non è stata casuale. Per decenni il governo di Taipei aveva preferito minimizzare i rischi di conflitto, nel tentativo di evitare il panico tra la popolazione e di non compromettere l’attrattività economica dell’isola. Negli ultimi anni l’approccio è cambiato. L’estensione della leva obbligatoria da quattro a 12 mesi, la creazione di organismi dedicati alla difesa civile e le richieste americane di aumentare la preparazione militare hanno contribuito a modificare il clima. Zero Day è diventato così uno strumento di sensibilizzazione prima ancora che di intrattenimento. Non sono mancate le polemiche. L’opposizione, fautrice del dialogo con Pechino, sostiene che l’operazione (finanziata da fondi predisposti dal governo) sia tesa ad alimentare i timori e creare un clima di sospetto verso chi non è in linea con la retorica dell’amministrazione del presidente Lai Ching-te.
Il presidente taiwanese Lai Ching-te (foto Ansa).
La Cina ha bisogno di una sua Hollywood
Molti dei film taiwanesi più importanti degli ultimi anni hanno affrontato temi come il Terrore Bianco, la democratizzazione e la formazione di una coscienza civica distinta da quella della Cina continentale. Da qui anche lo spazio a produzioni televisive e cinematografiche che raccontano ed esaltano l’alterità storico-identitaria di Taiwan, attraverso storie sulle minoranze etniche presenti sull’isola oppure sul percorso di legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. È una tendenza che riflette la trasformazione vissuta dall’isola negli ultimi 30 anni e che oggi si intreccia inevitabilmente alla tensione con Pechino. Allo stesso tempo, la Cina sa che per diventare una vera potenza globale ha bisogno di una macchina dei sogni, come lo è stata Hollywood per gli Stati Uniti. Una macchina in grado di costruire un’epica in cui è Pechino dalla parte giusta della storia. La sfida tra Pechino e Taipei passa anche dalla capacità di costruire una narrazione capace di convincere il pubblico della legittimità della propria visione della storia. E del futuro.
Per Ruby acclimatarsi alla vita nella grande città è difficile. I suoi genitori cercano di aiutarla regalandole un amico robot.
La vita di Ruby è monotona: si è trasferita nella “grande città” ma non la vive, facendo un lavoro di venditrice via remoto. Non ha amici, non ha hobby, mangia solo cibo surgelato preconfezionato.
Il giorno del suo compleanno perciò non è per lei particolarmente felice, e quando riceve il regalo dai suoi genitori, un “amico robot” (che sembra un vecchio iMac con braccia e ruote) non ne è affatto entusiasta. Finisce persino per dargli un nome sciocco senza volerlo, “chill your beans”, epressione gergale che... - Leggi l'articolo
Per Ruby acclimatarsi alla vita nella grande città è difficile. I suoi genitori cercano di aiutarla regalandole un amico robot.
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Il giorno del suo compleanno perciò non è per lei particolarmente felice, e quando riceve il regalo dai suoi genitori, un “amico robot” (che sembra un vecchio iMac con braccia e ruote) non ne è affatto entusiasta. Finisce persino per dargli un nome sciocco senza volerlo, “chill your beans”, epressione gergale che... - Leggi l'articolo
Il regista Destin Daniel Cretton ha fatto alcuni commenti in un podcast che, diciamo, fanno preoccupare per la sorte di Peter Parker.
Durante un’apparizione al podcast Crew Call di Deadline, Destin Daniel Cretton, il regista del nuovo film Spider-Man: Brand New Day, in uscita a luglio, ha fatto un commento interessante. Il regista ha incoraggiato il pubblico ad affrontare il film con una mentalità specifica, dicendo che dovrebbero andare a vederlo come se fosse l’ultimo Spider-Man.
A prima vista, sembra che il regista stia incoraggiando i fan a vivere appieno l’esperienza e ad apprezzare la storia. Ma date le speculazioni che attualmente circondano il film, quel commento susciterà... - Leggi l'articolo
Il regista Destin Daniel Cretton ha fatto alcuni commenti in un podcast che, diciamo, fanno preoccupare per la sorte di Peter Parker.
Durante un’apparizione al podcast Crew Call di Deadline, Destin Daniel Cretton, il regista del nuovo film Spider-Man: Brand New Day, in uscita a luglio, ha fatto un commento interessante. Il regista ha incoraggiato il pubblico ad affrontare il film con una mentalità specifica, dicendo che dovrebbero andare a vederlo come se fosse l’ultimo Spider-Man.
A prima vista, sembra che il regista stia incoraggiando i fan a vivere appieno l’esperienza e ad apprezzare la storia. Ma date le speculazioni che attualmente circondano il film, quel commento susciterà... - Leggi l'articolo
Rivolgendosi ai ministri della Difesa presso il quartier generale della Nato a Bruxelles, il Segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth ha annunciato una nuova revisione del dispiegamento delle truppe americane in Europa, minacciando di sospendere parte dei contributi Usa all’Alleanza atlantica in caso di mancato rispetto degli impegni dei Pesi del Vecchio Continente: «Gli Usa non possono preoccuparsi della difesa europea, né pagare di più di quanto facciano i nostri alleati».
Pete Hegseth (Ansa).
Hegseth: «Il Pentagono condurrà una revisione entro sei mesi»
«La Nato 3.0 è il riconoscimento, dopo la Guerra Fredda, della necessità di tornare a una vera alleanza militare intransigente, dotata di reali capacità militari in grado di esercitare un’influenza deterrente proprio qui sul continente e di assumere la guida della difesa convenzionale dell’Europa», ha affermato Hegseth, senza quantificare l’eventuale riduzione del dispiegamento delle forze americane in Europa: «Alcuni devono ancora fare di più, e lo diremo apertamente, sia in privato che in pubblico. Credo che tra amici ci debba essere onestà». Hegseth ha spiegato che il Pentagono condurrà una revisione della propria presenza militare in Europa entro i prossimi sei mesi. Il processo includerà consultazioni con il Congresso degli Stati Uniti, che ha stabilito per legge un numero minimo di forze da mantenere in Europa. La revisione, ha sottolineato Hegseth senza escludere un’accelerata, «potrebbe durare anche meno».
Alexus Grynkewich (Ansa).
Crescono gli interrogativi in vista del vertice Nato di Ankara
A maggio Washington ha comunicato ai propri alleati la decisione di ridurre il numero di capacità militari statunitensi a disposizione dell’alleanza in caso di crisi, sollevando interrogativi urgenti in vista del vertice Nato di Ankara del 7-8 luglio. Secondo il generale dell’aeronautica statunitense Alexus Grynkewich, a capo del Comando europeo degli Stati Uniti (Eucom) e Comandante supremo delle forze alleate in Europa (Saceur), la mossa mira a porre fine gradualmente a una «malsana codipendenza» dalle forze statunitensi, in un momento in cui Washington si trova ad affrontare la possibilità di conflitti simultanei in più teatri operativi.
Dopo la difficile giornata di ieri, che ha visto forti ritardi – anche di quattro ore – per un guasto tra Milano e Piacenza, anche giovedì 18 giugno è caratterizzato da disagi lungo l’Alta Velocità. Questa volta lungo il tratto Napoli-Roma, dove la circolazione è fortemente rallentata per «danneggiamenti alla linea da parte di ignoti nei pressi di Tora e Piccilli», in provincia di Caserta: c’è stato un furto di cavi. I treni alta velocità «possono essere instradati da Napoli a Roma sulla linea convenzionale via Formia e registrare un maggior tempo di percorrenza fino a 90 minuti», si legge su Infomobiltà, sito di Trenitalia. Tra i treni AV direttamente coinvolti ci sono quello partito alle 6 da Firenze Santa Maria Novella e diretto a Napoli Centrale e quello partito dal capoluogo campano alle 7:45, con destinazione Milano.
L’assessora pugliese al Turismo Grazia Maria Starace, indagata per concussione ai danni dell’ex marito e imputata per abusi edilizi, si è dimessa. «Ringrazio il presidente per la fiducia nei miei confronti, tuttavia ritengo sia giusto rimettere nelle sue mani le mie deleghe assessorili, con l’impegno di continuare a lavorare per la mia terra dai banchi del Consiglio regionale, per l’estremo valore che io ho sempre attribuito alle istituzioni e che riconosco in questo momento all’istituzione di cui faccio parte, la Regione Puglia», ha dichiarato. «Ho sempre vissuto il mio impegno politico ispirandomi ai principi di legalità, trasparenza e rispetto delle regole. E sono certa di essermi sempre comportata correttamente nello svolgimento delle mie funzioni pubbliche», ha aggiunto. «Tuttavia, in questo momento devo essere libera di raccontare le mie verità e di tutelare la mia famiglia dall’esposizione mediatica che ha assunto la vicenda, che mio malgrado mi vede coinvolta. Oggi sento il dovere di difendere il mio nome, la mia storia e la storia della mia famiglia, e posso farlo solo avendo la possibilità di dimostrare la correttezza del mio operato».
Emergono nuovi particolari sulla vicenda che vede al centro alcuni dipendenti dell’Atm, “pizzicati” a scambiarsi in chat foto delle passeggere rubate dalle telecamere di sorveglianza dei mezzi pubblici e a commentare le immagini con frasi sessiste. È di ieri la notizia dell’iscrizione di un 58enne nel registro degli indagati per accesso abusivo a sistema informatico. Come spiega Il Giorno tra conducenti (due, più uno in pensione), controllori (uno) e impiegati (quattro), sono in tutto otto i partecipanti accertati alla chat di WhatsApp “Staff Ticinese”. Tra essi, oltre all’unico indagato, anche un suo coetaneo in servizio da quasi tre decenni, premiato tempo fa agli “Atm Awards” su segnalazione dei colleghi, che ne hanno sempre apprezzato professionalità, abnegazione e capacità di fare squadra.
Alcuni dei dipendenti Atm coinvolti hanno cercato di cancellare le tracce della chat
Alcuni dei dipendenti Atm coinvolti hanno cercato di cancellare le tracce del gruppo subito dopo lo scoppio del caso. In cinque hanno subito perquisizioni e tre di essi, riporta Repubblica, si sono presentati in deposito per provare a chiarire, chiedendo scusa e dicendosi pronti a collaborare. Uno di loro ha anche fornito l’elenco dei componenti del gruppo Whatsapp finito nella bufera. Da parte sua, Atm ha disposto la sospensione dei dipendenti coinvolti.
Primo giorno di esami di Stato per i 527.747 maturandi d’Italia. Si parte, come sempre, con il tema. Le tracce, comuni a tutti gli indirizzi di studio, sono in tutto sette, divise in tre tipologie diverse: due analisi del testo (uno poetico e l’altro in prosa), tre di testo argomentativo e due di attualità. Eccole.
Le analisi del testo (poesia e prosa)
Una delle due analisi del testo proposte ai maturandi riguarda la poesia Passerò per Piazza di Spagna di Cesare Pavese, che parla dell’amore non ricambiato per l’attrice statunitense Constance Dowling. L’altro brano proposto, in prosa, è tratto da I piaceri di Vitaliano Brancati, diario nel quale lo scrittore espresse riflessioni, fantasie, nostalgie e ricordi di esperienze anche dolorose.
Studenti pronti a sostenere l’esame di Stato (Ansa).
Le tracce di tipo argomentativo
Le tracce di tipo argomentativo sono tre. La prima riguarda l’Assemblea Costituente, con un brano tratto dal discorso di insediamento del presidente Giuseppe Saragat, pronunciato il 26 giugno 1946 a Montecitorio. Agli studenti viene chiesto di individuare gli «altri doveri» che per Saragat sovrastavano l’Assemblea costituente e di spiegare per quale motivo la democrazia «è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo» e a quali eventi si riferiva Saragat con l’espressione «pesante eredità di miserie e di dolori». Un’altra traccia di tipo argomentativo è un brano tratto dal libro Alzarsi all’alba di Mario Calabresi. C’è poi un passaggio dal libro Te lo dico con parole tue di Piero Bianucci, volume che passa in rassegna le diverse forme giornalistiche e affronta argomenti delicati come la scelta delle fonti e l’etica professionale di chi scrive.
Le proposte legate all’attualità
Per quanto riguarda le tracce di attualità, uno di due temi proposti ruota attorno al concetto di “incanto”. La fonte è un articolo della giornalista Wenke Husmann, intitolato “Funziona a meraviglia” e apparso su Internazionale a gennaio. Tra le proposte ai maturandi per la prima prova scritta, infine, c’è un brano tratto da I confini contano: Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere di Frank Furedi.
«Il memorandum of understanding è firmato, l’ho firmato a Versailles». Lo ha detto Donald Trump, secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg. La Cnn ha aggiunto che gli Stati Uniti hanno inviato una foto dell’accordo firmato dal tycoon agli iraniani. «Domenica il memorandum è stato firmato digitalmente da Vance e Ghalibaf alla presenza di Trump. Ora è stato firmato da Trump e dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian», ha spiegato un funzionario. Il Pakistan, con il sostegno del co-mediatore Qatar, ospiterà venerdì in Svizzera la cerimonia ufficiale di firma.
C’è una stanza, in un albergo di Islamabad, dove ad aprile è successo qualcosa che la diplomazia mondiale dava per impossibile. Una delegazione americana e una iraniana si sono ritrovate nello stesso edificio, per la prima volta da quando Khomeini tornò a Teheran. Da una parte il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, dall’altra gli uomini della Repubblica Islamica. In mezzo, a tenere il filo, i pakistani. Da quel tavolo è uscita, mese dopo mese, l’intesa che il 14 giugno Washington e Teheran hanno dichiarato raggiunta: la cessazione «immediata e permanente» delle operazioni militari su tutti i fronti, Libano incluso, con la firma fissata per il 19 giugno in Svizzera.
Donald Trump e Shehbaz Sharif (Ansa).
Una nuova centralità diplomatica
Un accordo ancora fragile. Mentre lo si annunciava, i raid israeliani sui sobborghi di Beirut lo mettevano già a rischio, ricordando a tutti chi, in questa partita, fa il guastatore. Resta però una domanda che vale più di mille analisi. Chi ha apparecchiato l’intesa? Non una grande potenza, né un mediatore di professione. Un Paese che meno di 10 anni fa lo stesso presidente americano accusava pubblicamente di «menzogne e inganni». Eppure è lì che le due parti hanno mandato i loro uomini; è dalla voce del primo ministro Shehbaz Sharif che il mondo ha saputo dell’accordo. Ed è il capo dell’esercito Asim Munir che ha fatto la spola con Teheran. Islamabad ha guidato e ospitato uno sforzo più ampio, accanto a Qatar, Arabia Saudita e Turchia, e la sua diplomazia ha portato le due delegazioni nella stessa città.
Il Pakistan non è inciampato in questo ruolo, ma ci è arrivato per geografia e per influenza costruita pazientemente: 900 chilometri di confine con l’Iran, rapporti tenuti in piedi insieme con Teheran e con Riad, una collocazione che per anni era stata una condanna e che la crisi ha trasformato in rendita. Quando la regione è andata a fuoco, il Pakistan era l‘unico interlocutore che entrambe le sponde potevano accettare. La storia, qui, ha riscritto le gerarchie. E per capire perché non sia un episodio ma una traiettoria, bisogna venirci.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi con il capo dell’esercito pakistano Asim Munir (Ansa).
Un Paese dove tutto manca è un Paese tutto da costruire
Occorre atterrare a Islamabad e vedere una capitale che non somiglia all’immagine che l’Europa si porta in testa; quella dei droni, del default, delle code per la farina. Una città disegnata a tavolino mezzo secolo fa e oggi cresciuta in strade larghe, infrastrutture nuove, quartieri ordinati ai piedi delle colline Margalla. Una città che ha l’aria di chi sta provando a diventare qualcos’altro: non più solo il centro del potere politico e militare, ma una piazza del villaggio globale. Bisogna scendere a Lahore, il cuore colto e industriale del Paese, e trovarci fabbriche che spingono, una borghesia produttiva che sa esattamente cosa vuole diventare, e che ha un solo, enorme problema: trovare i capitali per diventarlo. E bisogna arrivare a Karachi – 20 milioni di persone, una delle metropoli più popolose del pianeta, il polmone commerciale e il porto della nazione – per sentire una città che pulsa a una velocità che a Milano non immaginiamo. Karachi è il mercato fatto persona. E a Karachi, come a tutto il Pakistan, manca esattamente ciò che rende una metropoli una metropoli: l’acqua, la gestione dei rifiuti, l’energia. È la contraddizione che spiega il Paese intero. Dove tutto manca, tutto è da costruire. E dove tutto è da costruire, qualcuno, prima o poi, costruisce, ne beneficia e detta le regole a chi arriva dopo.
epa04162012 A slow Lo skyline di Lahore (Ansa).
I numeri che demoliscono lo stereotipo occidentale
Basta soffermarsi sui numeri che, in questo caso, demoliscono lo stereotipo. Duecentocinquantasette milioni di persone, quinto Paese più popoloso del mondo. Un’età mediana di 20 anni e otto mesi contro i quasi 48 dell’Italia. Sessantaquattro pakistani su 100 hanno meno di 30 anni. È una valanga di manodopera, di consumatori, di fame di futuro che entra nel mercato del lavoro proprio mentre l’Occidente invecchia e perfino la Cina comincia a ingrigire.
È il bene più scarso del pianeta, la gioventù, e il Pakistan ne ha in eccesso. Qui non si devono importare lavoratori dall’estero, né preoccuparsi del mercato interno: 250 milioni di persone con una classe media che cresce impetuosamente sono il mercato.
E accanto, a Ovest, c’è un vicino da quasi 90 milioni di abitanti, l’Iran, che una volta uscito dall’isolamento potrebbe agganciarsi a quest’area come un vagone a una locomotiva.
Il ministro degli Interni pakistano, Mohsin Naqvi, e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi (Ansa).
Il «piccolo miracolo» pakistano
C’è un Pakistan che l’Europa non immagina nemmeno: coste lunghe e ancora vergini sull’Oceano Indiano, e a nord il Karakorum, il K2, una delle catene montuose più spettacolari della Terra. Un turismo interno dai ritmi frenetici, e un turismo internazionale tutto da inventare. E mentre il Vecchio Continente raccontava il Pakistan come un caso disperato, la Borsa di Karachi è stata, due anni di fila, tra le migliori del mondo. Il KSE-100 ha chiuso il 2025 con un +51 per cento, ha sfondato per la prima volta i 150 mila punti a settembre, e a inizio 2026 viaggiava su massimi storici, con un guadagno vicino al 65 per cento in 12 mesi. Bloomberg lo ha collocato tra gli indici più performanti del globo. Barron’s ha definito la ripresa pakistana un «piccolo miracolo». L’inflazione, che due anni fa galoppava ben oltre il 30 per cento, è crollata a cifra singola. La crescita ha sorpreso al rialzo. C’è del denaro all’interno che ha già fiutato l’aria e in larga parte è denaro che parla cinese.
La Borsa pakistana a Karachi (Ansa).
La Cina ha capito le potenzialità del Paese 10 anni fa
Ma sarebbe disonesto raccontare solo la metà luminosa. Perché il Pakistan resta un Paese dove il reddito pro-capite sfiora a malapena i 1.900 dollari, dove quasi un abitante su due vive sotto la soglia di povertà, dove la guerra alle porte ha imposto tagli alla corrente di due ore al giorno e perfino una settimana lavorativa di quattro giorni per risparmiare carburante, dove a maggio è servito un prestito del Fondo Monetario da 1,3 miliardi di dollari solo per pagare le bollette energetiche del conflitto. Il debito è alto. La politica è instabile. Le riforme sono fragili e reversibili. L’alfabetizzazione resta tra le più basse al mondo. Lo sviluppo dei mercati di frontiera non è un pranzo di gala.
Ecco, il punto è esattamente questo: non è un Eldorado da scoprire, è semmai un Eldorado da costruire. La distanza tra ciò che il Pakistan è e ciò che potrebbe essere è il margine. È lo spazio in cui si costruiscono porti, reti idriche, impianti di trattamento dei rifiuti, centrali e reti elettriche, sistemi finanziari moderni. Ed è lo spazio in cui chi arriva per primo fissa lo standard.
La Cina l’ha capito da un decennio, con i 60 miliardi di dollari del corridoio economico CPEC, ora alla sua seconda fase, orientata a zone industriali e cooperazione manifatturiera. Pechino ha letto la mappa prima degli altri.
Il presidente cinese Xi Jinping e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif con le rispettive delegazioni a Pechino (Ansa).
Il tramonto del Golfo ha ridato luce a Islamabad
La domanda, per l’Europa, è una sola: se ne accorgerà mentre c’è ancora margine, o quando il margine sarà chiuso e i posti a tavola saranno tutti occupati? Qui serve dirla tutta, anche la parte scomoda ed è una tesi, non un dato, quindi va letta come tale. Da queste parti circola una lettura precisa di cosa sia accaduto nell’ultimo decennio: il Golfo, Dubai in particolare, avrebbe avuto tutto l’interesse a soffocare Karachi come scalo e come piazza, per restare l’unico hub finanziario e commerciale tra l’Europa e l’Asia meridionale. Quel disegno ha funzionato finché il Golfo era stabile e il suo grande vicino era in ginocchio. Ma la geografia non si cancella e la storia ha la testa dura. Quando lo Stretto di Hormuz è diventato una polveriera e la regione è scivolata nella guerra, il Paese che doveva restare ai margini si è ritrovato al centro. La crisi che avrebbe dovuto affossarlo lo ha promosso.
E un Golfo che entra in una fase di incertezza prolungata è, specularmente, un Pakistan che guadagna centralità diplomatica, logistica e, col tempo, finanziaria.
Chi c’era negli Emirati nel 2004 sa di cosa parliamo. C’erano sabbia, cantieri, scetticismo, e un pugno di persone che avevano capito prima degli altri dove sarebbe finito il mondo. Vent’anni dopo, quel mondo è finito esattamente lì. Davanti a 250 milioni di abitanti, una Borsa che vola, una posizione che da fardello è diventata leva diplomatica, un deficit di infrastrutture che è insieme la ferita e l’opportunità, la domanda da porsi è una sola: e se la prossima frontiera non fosse un altro deserto del Golfo già costruito e già spartito, ma questo Paese ancora tutto da scrivere? Marco Polo non raccontò il Catai per sentito dire. Ci andò. Attraversò, guardò, prese appunti, e tornò con una mappa che l’Europa impiegò secoli a capire. La frontiera, di nuovo, è a Est. E come tutte le frontiere vere, premia chi la attraversa per primo non chi aspetta, comodo, che gliela vengano a raccontare.
Tra dinosauri ed esplosioni, il nuovo trailer strizza l'occhio ai fan della serie classica
Paramount+ ha pubblicato un ultimo trailer ufficiale della quarta stagione di Star Trek: Strange New Worlds, serie che narra le avventure della USS Enterprise nel periodo che precede gli avvenimenti della serie classica di Star Trek.
Guarda il video: Star Trek: Strange New Worlds | Trailer Ufficiale Stagione 4 | Paramount+
I nuovi episodi, che saranno disponibili sulla piattaforma di streaming a partire dal prossimo 23 luglio con un nuovo episodio ogni giovedì fino al 24 settembre, vedono il ritorno di Anson Mount (Christopher Pike), Christina Chong (La’An Noonien-Singh),... - Leggi l'articolo
La serie di fantascienza è firmata da Andrea Mutti e Arturo Fabra ed esce ad albi a colori negli Stati Uniti.
Il nostro Arturo Fabra, il vicedirettore della rivista Delos Science Fiction, è insieme al disegnatore Andrea Mutti autore di una serie a fumetti, Astro Quantum. Con i colori di Valerio Alloro e il lettering di Dan Cutali, la serie è da qualche tempo pubblicata negli Stati Uniti dalla casa editrice della Florida Mad Cave; una versione in volume che raccoglierà l'intera saga è prevista per settembre. Portare l’arte e la fantascienza italiana all’estero e in particolare in USA non è impresa da poco, ma dopo aver visto e letto i primi numeri di... - Leggi l'articolo
Daniela Ferrari, la madre di Andrea Sempio, unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, è stata ricoverata in ospedale per un’intossicazione da farmaci. Soccorsa dal personale del 118 nella sua abitazione di Garlasco, è stata accompagnata al pronto soccorso dell’ospedale di Vigevano (Pavia) dove le è stata effettuata la lavanda gastrica. Le sue condizioni non sono gravi ed è tenuta in osservazione. A confermare quanto accaduto è stato il suo legale Liborio Cataliotti: «È al pronto soccorso per eccesso nell’assunzione di farmaci. Come team difensivo abbiamo mandato un messaggio al figlio di solidarietà e augurio. Lo abbiamo invitato per quanto ovvio a stare vicino alla mamma, a tranquillizzarla, a dirle che moltiplicheremo gli sforzi in sede processuale per riconsegnare a suo figlio e a tutta la famiglia serenità». Resta ancora da chiarire se l’assunzione dei medicinali sia stata volontaria o accidentale.
È pronta l’iniziativa europea per garantire la libera navigazione nello stretto di Hormuz. Lo ha assicurato il presidente francese Emmanuel Macron, nella conferenza stampa che ha chiuso il G7 di Evian. «Abbiamo convenuto che un’iniziativa europea, guidata da Francia e Regno Unito, è pronta a giocare un ruolo importante per facilitare il traffico marittimo nello stretto e proteggere le navi mercantili», ha spiegato il capo dell’Eliseo, definendo la ripresa del libero transito la «pietra angolare» dell’accordo tra Stati Uniti e Iran. All’iniziativa, che scatterà se arriverà una richiesta in tal senso, hanno dato la disponibilità «una ventina di Paesi».
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Meloni: «Italia pronta a fare la propria parte»
Sulla questione si è espressa anche Giorgia Meloni: «Ora è importante lavorare per la sua attuazione a partire dalla necessità di assicurare la sicurezza delle rotte marittime internazionali, la piena libertà di navigazione nello stretto di Hormuz. In questo quadro ho chiaramente confermato ai partner che l’Italia è pronta a fare la propria parte anche nell’ambito di missioni che dovessero essere volte a garantire la sicurezza dei traffici commerciali, fermo restando le necessarie autorizzazioni che sono dovute e richieste in questi casi».
Per ora c’è la foto. Poi si vedrà. Il selfie campolarghista, ma non campolarghissimo, diffuso martedì 16 giugno immortala – sorridenti, incamiciati e incravattati – Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. I quattro leader della sinistra-sinistra, seduti al tavolo di un’osteria a due passi da Campo de’ Fiori e illuminati da luci soffuse, hanno annunciato grandi novità per l’8 e il 15 luglio. Vedremo. Intanto il solito Carlo Calenda ha immediatamente fatto notare la mancanza della quarta (?) gamba della possibile coalizione. E cioè Matteo Renzi. «Era sotto il tavolo?», ha commentato sarcastico il leader azionista.
«E perché dovremmo essere arrabbiati?», ha risposto il senatore di Rignano. «Non siamo in quella foto perché non facciamo parte di questo gruppo di sinistra-sinistra che ha un consenso importante nel Paese, ma insufficiente a vincere e insufficiente a governare». Insomma, ha continuato il capo di Italia viva: «Noi siamo un’altra cosa e pensiamo che senza una componente riformista la sinistra non vincerà mai. Però davanti al governo Meloni–Salvini–Vannacci pensiamo che sia giusto costruire un’alleanza programmatica. Ci proveremo, fino alla fine. Non saremo mai come i protagonisti di questa foto ma possiamo fare un accordo sui contenuti per evitare che rivinca la peggiore destra che l’Italia abbia mai avuto».
Matteo Renzi (Ansa).
La madre di tutte le foto di gruppo: Vasto 2011
C’è da dire che il format “foto di gruppo” al centrosinistra è sempre piaciuto. Anche se di solito non porta benissimo. Il pensiero va alla matrice del genere: Vasto, 2011. In posa allora c’erano Pier Luigi Bersani, Antonio Di Pietro e Nichi Vendola, i protagonisti dell’alleanza a tre che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto essere il nucleo del Nuovo Ulivo. L’idillio durò pochi mesi. Il resto è storia.
Nichi Vendola, Pier Luigi Bersani e Antonio Di Pietro a Vasto nel 2011 (Ansa).
Renzi & Bersani versione Blues Brothers
Due anni dopo, è rimasto agli annali lo scatto dell’armistizio tra Matteo Renzi in versione rottamatore e Bersani. A Firenze, nell’allora teatro tenda Obihall, ora Teatro Cartiere Carrara, davanti a più di 2 mila militanti del Pd il sindaco e il segretario del partito, dopo un faccia a faccia a Palazzo Vecchio, si fecero immortalare sul palco mentre risuonavano le note di Everybody Needs Somebody to Love dal film Blues Brothers. La photo opportunity della tregua venne particolarmente apprezzata da Vendola: «Cari Bersani e Renzi siete stati davvero bravi. Finalmente ricominciamo a parlare all’Italia dopo 20 anni di berlusconismo. Ora tocca a noi», twittò l’allora governatore della Puglia. Anche in questo caso, sappiamo com’è finita tra i due duellanti.
Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi a Firenze nel 2013 (Imagoeconomica).
I moschettieri europei in camicia bianca
Nel settembre 2014, in pieno renzianesimo (40,8 per cento alle Europee), il Bomba lanciò il “patto del tortellino“, un asse per imprimere all’Unione europea una sferzata a sinistra. Alla Festa dell’Unità di Bologna salì sul palco con i moschettieri progressisti europei, tutti con le camicie bianche d’ordinanza: il socialdemocratico Achim Post, segretario del Partito socialista europeo, il leader laburista olandese Diederik Samsom, il segretario socialista spagnolo Pedro Sánchez e il primo ministro francese Manuel Valls. Anche questa foto non portò fortuna. Valls si dimise per candidarsi alle Primarie in vista della corsa all’Eliseo, ma venne sconfitto. Post già allora non brillava nella Spd. Samsom tramontò. Sanchez, ora di nuovo primo ministro, finì in minoranza nel Psoe dimettendosi anche da deputato. E Renzi? Be’, Renzi venne affossato dal referendum costituzionale.
Da sinistra Achim Post, Pedro Sánchez, Matteo Renzi, Manuel Valls e Diederik Samsom alla festa nazionale dell’Unità di Bologna del 2014 (Ansa).
I giallorossi in posa a Narni
E poi c’è la foto di Narni del 2019. I due leader della maggioranza giallorossa, il dem Nicola Zingaretti e il pentastellato Luigi Di Maio, posarono per la prima volta insieme in occasione della chiusura della campagna elettorale delle Regionali in Umbria. Con loro c’era il candidato civico Vincenzo Bianconi, il premier Giuseppe Conte e il segretario di Leu Roberto Speranza. Il segretario Pd commentò: «Stiamo insieme perché amiamo l’Italia anche se siamo diversi». Bianconi perse contro Donatella Tesei, Di Maio lasciò il M5s e Zingaretti è volato in Europa. Mentre Pd, M5s e sinistra sono ancora lì, in posa.
Roberto Speranza, Nicola Zingaretti, Vincenzo Bianconi, Luigi Di Maio e Giuseppe Conte nel 2019 a Narni (Ansa).
Addio a Carlo Ginzburg, grande storico e teorico della microstoria, morto all’età di 87 anni. Figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice NataliaGinzburg, era famoso in tutto il mondo per le sue ricerche sulla stregoneria e le credenze popolari. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 20 lingue.
L’esordio con I benandanti
Nato a Torino nel 1939, professore emerito alla Scuola Normale di Pisa in cui si era formato, negli Anni 60 scoprì un culto pagano diffuso in Friuli nel 500 e nel 600, i cui membri erano una specie di guaritori sciamani accusati di eresia dall’Inquisizione, detti “benandanti”. Così intitolò il suo primo libro, uscito nel 1966, in cui ricondusse le origini di questo culto contadino a più antiche credenze diffuse in Europa centrale. I benandanti, pubblicato da Einaudi, è diventato un esempio dell’approccio di Ginzburg alla microstoria, un metodo di ricerca che si concentra su casi particolari che a volte sfuggono alla grande storia andando a spulciare atti giudiziari, epistolari, registri, diari.
Ha scritto anche un saggio per la Storia d’Italia della Einaudi
Con Il formaggio e i vermi (1976) prese invece in esame le vicende di un mugnaio friulano del XVI secolo, Menocchio, per due volte sottoposto a processo da parte dell’inquisizione romana, una prima volta condannato al carcere a vita (fu poi liberato con un atto di clemenza per le cattive condizioni di salute e per la precaria situazione economica della sua famiglia) e in seguito arso al rogo come relapso e pertinace. In virtù dell’esperienza maturata nel campo della ricerca relativa alla storia delle mentalità, condotta generalmente mediante l’analisi di figure apparentemente poco importanti e marginali, ma giudicate emblematiche di orientamenti in realtà ampiamente diffusi, è stato invitato a scrivere il saggio Folklore, magia, religione per il primo volume della Storia d’Italia della Einaudi (I caratteri originali). Negli Anni 80 ha anche diretto, con Giovanni Levi, la collana Microstorie della Einaudi. In altri libri, pubblicati perlopiù nella seconda parte della sua vita, Ginzburg si è concentrato sulla storia del pensiero politico, su questioni di metodo storico e sulla relazione tra verità e menzogna.
Il trend di quest'estate sullo schermo? Gli orrori della suburbia statunitense
Netflix ha pubblicato il trailer di The Last House, thriller fantascientifico che sarà disponibile sulla piattaforma di streaming il prossimo 7 agosto.
Guarda il video: The Last House | Greta Lee e Wagner Moura | Trailer ufficiale
Diretto da Louis Leterrier (Now You See Me) e scritto da Matthew Robinson (Good Luck, Have Fun, Don't Die), The Last House potrebbe essere la claustrofobica risposta Netflix al nuovo film prodotto da J.J. Abrams La Fine di Oak Street, in arrivo nei cinema il 12 agosto. Come si legge dalla sinossi ufficiale:
Una famiglia di quattro persone si ritrova... - Leggi l'articolo
CINEMA - Televisione - 17 giugno 2026 - articolo di Angela Bernardoni
L’Antitrust ha avviato un’indagine nei confronti di Apple, Apple Distribution International Ltd e Apple Italia per l’inosservanza dell’obbligo di interoperabilità previsto dal Digital markets act cui sono sottoposti i sistemi operativi iOS e iPadOS. Infatti, ai sensi dell’articolo 6, la società deve garantire ai fornitori terzi di servizi cloud consumer, a titolo gratuito, l’effettiva interoperabilità con i sistemi operativi iOS e iPadOS, nonché parità di accesso alle stesse componenti hardware e software che sono disponibili per il servizio iCloud di Apple. L’Autorità ha elementi per ritenere che i fornitori terzi di servizi cloud consumer potrebbero non essere posti nelle stesse condizioni del servizio iCloud di Apple, perché non sembrano avere accesso alle stesse componenti utilizzate o comunque rese disponibili al servizio iCloud. A titolo di esempio, sembrerebbe che Apple non consenta ai servizi per gli utenti finali di cloud storage alternativi di utilizzare le componenti di iOS e iPadOS che permettono di effettuare il backup integrale dei dati presenti sui dispositivi, consentito invece al servizio iCloud di Apple.
Dona: «Concorrenza si può avere solo con l’osservanza degli obblighi»
«Si faccia subito chiarezza», ha affermato Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, sottolineando che la concorrenza «si può avere solo con l’osservanza dell’obbligo di interoperabilità del sistema operativo, altrimenti l’egemonia industriale diventa un monopolio a tutti gli effetti e i consumatori vengono danneggiati, sia con prezzi maggiori sia con minori servizi disponibili tra cui scegliere». Federconsumatori ha espresso soddisfazione per l’indagine, evidenziando che questa «risulta importante non solo perché tutela i cittadini che fruiscono di tale servizio, ma anche perché si tratta della prima volta in cui l’Agcm esercita i poteri previsti dall’articolo 38 del Digital markets act».
Vladimir Putin ha firmato il decreto che stabilisce la data delle prossime elezioni legislative della Federazione Russa, le prime dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: si terranno il 20 settembre. La tornata elettorale rappresenterà un importante test per valutare la flessione della popolarità dello zar (rieletto nel 2024 per un altro mandato presidenziale di sei anni) e del suo partito, Russia Unita, dopo oltre quattro anni di conflitto. Nel 2021 la formazione guidata da Putin aveva vinto le elezioni per il rinnovo della Duma di Stato – camera bassa dell’Assemblea federale – con il 49,8 per cento dei voti, aggiudicandosi 324 seggi, mentre nella tornata del 2016 era arrivato al 54,2 per cento, conquistando 343 seggi.
Il governo federale tedesco ha respinto ufficialmente l’offerta di acquisizione di UniCredit per Commerzbank, affermando di sostenere l’indipendenza dell’istituto di credito guidato da Bettina Orlopp, visto «il ruolo importante nel finanziamento dell’economia nazionale e del settore delle medie imprese». Lo ha reso noto l’Agenzia delle Finanze di Berlino, che gestisce la partecipazione statale di oltre il 12 per cento in Commerzbank, la quarta più grande banca della Germania.
Bettina Orlopp (Imagoeconomica).
Berlino: «Approccio aggressivo di UniCredit e offerta non adeguata»
«Accettare l’offerta non era già un’opzione dal punto di vista finanziario, in quanto non prevedeva un premio adeguato rispetto all’attuale prezzo delle azioni di Commerzbank», sottolinea il governo di Berlino, evidenziando poi «l’approccio aggressivo di UniCredit». La Germania si oppone fermamente all’operazione fin da quando l’istituto di credito italiano guidato da Andrea Orcel ha reso nota la sua partecipazione in Commerzbank, quasi due anni fa: 26 per cento del capitale in via diretta e un’ulteriore posizione di circa il 4 per cento tramite total return swap. A metà marzo UniCredit ha annunciato l’offerta pubblica di scambio, iniziata il 5 maggio e la cui chiusura – prevista in origine per oggi – è stata posticipata al 3 luglio.
Andrea Orcel (Imagoeconomica).
Avviata un’indagine per possibile manipolazione del mercato
La vicenda UniCredit-Commerzbank si è inoltre arricchito di un altro capitolo: la Procura di Francoforte ha infatti confermato di aver avviato un’indagine preliminare su una possibile manipolazione del mercato in relazione all’offerta pubblica di scambio. L’inchiesta fa seguito a una denuncia penale presentata dal consiglio dei lavoratori di Commerzbank, pervenuta alla procura il 14 giugno.
Semyon Skrepetsky, artista russo che viveva in Polonia dal 2021, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco a Biala Podlaska. Lo riportano i media locali e lo conferma Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, ricordando che Skrepetsky aveva partecipato alle proteste a Venezia contro la riapertura del padiglione russo alla Biennale. Noto per le sue caricature di politici, aveva realizzato ritratti satirici del presidente Vladimir Putin, dell’omologo bielorusso Alexander Lukashenko, del leader ceceno Ramzan Kadyrov e del defunto leader dell’opposizione russa Alexei Navalny. Tre giorni prima di essere ucciso, in occasione della Giornata della Russia, si era recato a Berlino dove aveva inscenato una protesta solitaria con una caricatura di Joseph Stalin e Putin. Sarebbero due i suoi assassini, uno dei quali è stato arrestato vicino al consolato bielorusso della cittadina polacca.
I have heartbreaking news to share: Semyon Skrepetsky, who stood with us in Venice protesting the reopening of the Russian Pavilion, has been murdered.
Semyon was a Russian artist and dissident who chose to challenge power through his work. His cartoons targeted Putin, Kadyrov,… pic.twitter.com/YSKiXKycK4