Chi è Massimiliano Lisa, il civico in corsa per Milano contro destra e sinistra

Quando Massimiliano Lisa si è candidato sindaco di Milano, alla guida della lista civica Milano Libera, quasi tutti i commentatori hanno convenuto su due osservazioni. La prima: è utopico pensare di inserirsi nella competizione tra centrosinistra e centrodestra, definendosi equidistante. E questo in effetti è difficile da negare. La seconda: probabilmente lo fa per rivalsa verso l’amministrazione-Sala, con la quale ha in corso un contenzioso rispetto agli affitti del Museo Leonardo, che ha fondato e dirige. La vicenda ha preso una piega anche penale quando Lisa ha querelato Beppe Sala per diffamazione, ma ancora più significativi sono i suoi esposti sfociati in inchieste per corruzione e turbativa d’asta. Il sindaco ha parlato di «una parte della Procura che fa politica», riferendosi alla candidatura dell’ex pm Tiziana Siciliano, già titolare dell’inchiesta sull’urbanistica, che si propone come vicesindaco. Sulle sue motivazioni, Lisa è però piuttosto convincente.

Dall’editoria al Museo di Leonardo

Cinquantanove anni a ottobre, Lisa è un vero e proprio figlio della “Milano da bere”. Nel 1985, a soli 18 anni, ha fondato la sua prima casa editrice lanciando prodotti di successo come Commodore Gazette e Informatica VideoMagazine. Dopo 20 anni nell’editoria, si è reinventato come imprenditore culturale con l’avventura del Museo Leonardo. «La Milano degli scorsi anni mi ha dato l’occasione per realizzarmi», spiega a Lettera43. «Quella di oggi è molto cambiata: non dà opportunità a me, figurarsi ai più giovani! E anche per questo che mi candido, altro che rivalsa personale… ». In una campagna elettorale piuttosto povera di idee, Lisa è letteralmente un fiume in piena: le sue proposte sono diventate anche un libro (La Repubblica di Milano), oltre che il programma elettorale di Milano Libera.

Chi è Massimiliano Lisa, il civico in corsa per Milano contro destra e sinistra
La copertina de La Repubblica di Milano.

L’ambizioso «Metodo Leonardo»

Il «Metodo Leonardo», ambiziosamente riferito sia all’esperienza del genio sia a quella del museo, è ovviamente al centro del suo progetto. «Arte e tecnologia devono fondersi, perché le cose più significative nascono dalla contaminazione», dice Lisa. «Abbiamo grandi scuole e università, ma il Comune deve fare da aggregatore, per creare un circolo virtuoso. Non possiamo più limitarci alle mostre dei soliti noti: bisogna dare gli spazi pubblici a tutti. L’assessore Tommaso Sacchi ha speso circa 80 milioni per la cultura, ma personalmente non ho visto grandi risultati per la città». 

I giovani sono il punto di partenza

Il tema dell’urbanistica milanese non viene affrontato con toni da denuncia, ma con un approccio teorico basato sul concetto di “Post-democrazia” di Colin Crouch, che Lisa considera il più influente tra i sociologi viventi: «Oggi la politica non si fa più. A comandare è l’economia», continua. «Noi votiamo, ma il nostro potere finisce lì e i partiti non sono in grado di risolvere il problema. Lo disse chiaramente anche Alan Greenspan, dimettendosi dalla Fed e profetizzando che il successivo presidente Usa – chiunque fosse stato – non sarebbe riuscito a governare, perché tutto sarebbe rimasto in mano ai poteri forti». Potrebbe sembrare che ci stiamo allontanando troppo da Milano, ma non è così: «Questo si riflette nelle scelte immobiliari e urbanistiche locali, che devono essere fatte per il bene dei cittadini e non degli investitori. Questi ultimi si spaventeranno nel sentirmi parlare così, ma sappiano che con me sindaco potranno certamente continuare a lavorare, però con parametri diversi, a partire dagli oneri di urbanizzazione e dalla percentuale di edilizia pubblica». Secondo Lisa le più importanti città europee nei prossimi anni si distingueranno per la capacità di attrarre i giovani non solo per studiare, ma anche per rimanervi con un progetto di vita, basato su affitti accessibili e possibilità di fare impresa, anche grazie alle agevolazioni pubbliche. «Faccio un esempio pratico su Milano: la metà degli spazi nei mezzanini nelle metropolitane era sfitta e con impianti elettrici da sistemare, così è stato fatto un contratto ventennale con dei francesi, che si occuperanno di tutto», spiega. «Un’amministrazione virtuosa avrebbe invece potuto concedere questi spazi ai giovani neolaureati a condizioni di favore. C’è una grossa differenza tra amministrare e governare: amministrare significa pensare al presente, governare significa pensare ai prossimi 10, 15, anche 50 anni». 

L’idea di comunità

«Oggi è molto difficile pensare a un futuro a Milano», prosegue Lisa. «Me lo ha detto anche una donna anziana, nata del 1943. Mi ha raccontato la storia di un suo vicino di casa coetaneo, che si è impiccato dopo essere stato sfrattato. Certo, aveva problemi psicologici, ma queste persone vanno aiutate, infatti nel mio programma c’è un bando per 500/700 educatori di strada. Era molto diverso nella Milano socialista degli Anni 70: l’allora Sindaco Paolo Pillitteri si recò in quello stesso caseggiato per chiedere a ciascun condomino come volesse che fosse ristrutturata la propria casa». Il riferimento al vecchio Partito Socialista non è però una dichiarazione di appartenenza politica. «Il mio primo voto è stato per il Partito Repubblicano di Spadolini e poi ho sempre votato al centro. Mai a destra, ma sono sempre stato aperto alle idee di tutti», precisa Lisa. «Il concetto più importante è quello di bene comune: per ogni progetto bisogna chiedersi quale sia l’utilità per la comunità. Non dico di tornare al pericoloso comunismo di inizio secolo scorso, ma al tavolo delle decisioni devono essere rappresentati tutti gli interessi, non solo quelli della finanza. Dopo la vicenda San Siro, gli annunci sull’edilizia popolare da parte degli amministratori in carica fanno ridere».

Trasparenza e contatto diretto coi cittadini

Sul lobbismo esistono una legge nazionale e una norma regionale lombarda, che però riguarda solo il Consiglio e non la Giunta. Il Comune, invece, segna il passo. «Tutti gli incontri con portatori di interesse invece vanno tracciati sul sito e deve essere evidente l’effetto che queste interlocuzioni hanno sulle delibere», incalza Lisa. «Per essere veramente trasparenti non basta pubblicare un bando, ma bisogna spiegare i processi che hanno portato a decidere in quel senso, anche rispetto alle cifre. Non tutti i cittadini hanno gli strumenti per capire cosa sta dietro certe decisioni e bisogna spiegarsi chiaramente». «Se fossi sindaco», promette, «un pomeriggio alla settimana sarebbe dedicato al ricevimento dei cittadini da parte di tutti i membri della Giunta, me compreso». 

Chi è Massimiliano Lisa, il civico in corsa per Milano contro destra e sinistra
Lo skyline di Milano.

La propaganda sulla sicurezza

Il tema della sicurezza è spesso foriero di polemiche politiche tra destra e sinistra e su questo Lisa si colloca davvero in una posizione terzista: «Non c’è democrazia se non c’è sicurezza, perché ognuno ha il diritto di sentirsi libero di muoversi senza rischiare la propria incolumità», mette in chiaro. «Questa sensazione di insicurezza è prodotta sia dal governo nazionale, di centrodestra, sia da quello locale, di centrosinistra. Forse però è persino voluta: se tutti parlano di questo tema (sul quale i sovranisti prosperano) non ci si occupa dei problemi reali, a partire dagli stipendi da fame che sono un altro frutto dell’incompetenza diffusa tra chi ci governa. La debolezza della politica fa felice la finanza, che si compra tutto ed esercita il vero potere». Per questo, ed è l’altra promessa elettorale, «convocherei subito la Polizia locale per un piano di sicurezza con le forze a disposizione, ovviamente concordato con i sindacati. Anche l’aumento delle pattuglie notturne, recentemente deliberato in consiglio comunale, viene rivendicato dal candidato “ribelle”: «Era un’idea presente nel mio programma, solo che loro non si sono disturbati a condividerla e l’hanno imposta dall’alto».

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La mobilità e il trasporto pubblico

Rispetto alla mobilità, Lisa propone di partire dall’emorragia dei dipendenti ATM che non possono permettersi di vivere a Milano: «Senza personale non puoi erogare i servizi. La recente assunzione di autisti tunisini non è una soluzione di lungo termine, se rendi invivibile la città per una fascia di popolazione. Questa amministrazione ha tagliato diverse linee di superficie su gomma, col risultato che in certe zone i mezzi non passano, se non con frequenze insoddisfacenti». Viene poi avanzata la proposta di concedere il biglietto gratis a studenti e anziani, ma con una certa cautela. Intanto già esistono agevolazioni per ISEE bassi e poi c’è il grosso problema delle coperture economiche. «Al momento non possiamo prometterlo, ma contiamo di recuperare risorse internalizzando funzioni oggi in appalto, con risultati non soddisfacenti», precisa.

Il riassetto delle partecipate: no alle privatizzazioni

Lisa è durissimo in merito all’ipotesi di una superholding che faccia da cappello a tutte le partecipate del Comune, avanzata dall’assessore al Bilancio Emmanuel Conte: «Non mi stupirei se in campagna elettorale questa idea venisse rimangiata, ma già averlo pensato è un buon motivo per non affidarsi più a lui e alla vicesindaca Anna Scavuzzo. Sono contrario alla privatizzazione di ATM e di tutte le altre partecipate. Voglio fare l’opposto». Tradotto: MM per il candidato andrebbe fusa con Milanosport e forse anche con altre partecipate, «per risparmiare sulla governance e svolgere più funzioni, dalla manutenzione delle case (di cui tutti si lamentano) al ritorno all’edilizia pubblica». Per la verità già oggi MM si occupa di case, poi ci sono dei vecchi problemi mai risolti: «Bisogna anche riprendere a fare la manutenzione delle strade, oggi in condizioni inaccettabili. Invece va impedito che centri sportivi come il Carraro rimangano chiusi, cosa che ha conseguenze anche sul disagio e quindi sulla sicurezza». Anche qui, il problema dei fondi è ben noto a chiunque si sia mai occupato di sport in città: «Ci vorranno anni, perché la situazione è difficile, ma bisogna cominciare a farlo e smetterla di affidarsi ai privati».

Daines torna a Pechino: i preparativi del nuovo summit Trump-Xi

Si chiama Steve Daines e da qualche tempo è diventato uno dei grandi protagonisti nascosti delle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Il fatto che torni a Pechino, come svelato dal South China Morning Post, significa che i preparativi del nuovo summit tra Donald Trump e Xi Jinping sono entrati nella fase decisiva. Il senatore repubblicano del Montana, tra i politici più vicini al presidente americano, è atteso nella capitale cinese per un nuovo ciclo di colloqui riservati destinati a definire agenda e possibili risultati dell’incontro previsto alla Casa Bianca nella seconda metà di settembre. Una missione che arriva mentre Washington e Pechino cercano di tenere aperto il dialogo, mentre allo stesso tempo continuano ad alzare il livello dello scontro tecnologico e commerciale.

Daines torna a Pechino: i preparativi del nuovo summit Trump-Xi
Steve Daines con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi a Pechino (Ansa).

La missione del senatore trumpiano in Cina

Negli ultimi mesi, Daines si è ritagliato un ruolo insolito nella relazione tra le due potenze. Non è un negoziatore ufficiale né un membro dell’amministrazione. È però uno dei pochi esponenti del mondo trumpiano che la leadership cinese considera un interlocutore credibile. Conosce il Paese, dove ha lavorato negli Anni 90 per la multinazionale Procter & Gamble, gode della fiducia diretta del presidente e ha costruito un rapporto personale con diversi dirigenti cinesi. A maggio era stato lui ad anticipare la visita di Trump a Pechino, contribuendo a preparare un incontro che aveva consolidato la tregua commerciale. Ora gli viene affidato un passaggio ancora più delicato: verificare quanto delle intese raggiunte negli ultimi mesi possa tradursi in annunci concreti durante il summit di Washington.

Daines torna a Pechino: i preparativi del nuovo summit Trump-Xi
Il senatore repubblicano del Montana, Steve Daines (Ansa).

Il dossier economico per stabilizzare la tregua tariffaria

Il calendario negoziale è fitto. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng continuano a gestire il confronto economico: nei giorni scorsi si sono parlati di nuovo per stabilizzare la tregua tariffaria. Sul tavolo c’è anche un pacchetto di scambi da circa 30 miliardi di dollari, concentrato sui comparti più sensibili: terre rare, minerali critici, chip e componenti avanzati. Parallelamente prende forma un confronto sull’intelligenza artificiale, che potrebbe sfociare in un dialogo bilaterale dedicato alla sicurezza e alla governance delle nuove tecnologie. Il dossier economico resta il cuore del negoziato, ma difficilmente il summit potrà evitare i grandi temi strategici: Taiwan, la guerra in Ucraina, il Medio Oriente e la competizione nell’Indo-Pacifico.

Daines torna a Pechino: i preparativi del nuovo summit Trump-Xi
Il segretario del Tesoro, Scott Bessent (Ansa).

Trump e l’idea di un G2 con la Cina

L’avvicinamento all’incontro tra i due leader procede però lungo una traiettoria che, almeno in apparenza, appare contraddittoria. Trump continua a descrivere Xi come un interlocutore indispensabile. Dietro i toni spesso imprevedibili del presidente americano emerge una convinzione costante: le grandi crisi internazionali possono essere affrontate solo attraverso un’intesa tra Washington e Pechino. È una visione che richiama, almeno nella sostanza, l’idea di un direttorio informale tra le due maggiori potenze mondiali. Quasi un G2, come lo ha definito più volte lo stesso tycoon. Xi risponde con un lessico diverso. Da mesi insiste sulla necessità di costruire una «relazione di stabilità strategica costruttiva». Per Pechino significa evitare che la competizione sfugga di mano, mantenere aperti i canali politici e impedire che le divergenze economiche si trasformino in una crisi sistemica.

Daines torna a Pechino: i preparativi del nuovo summit Trump-Xi
L’incontro tra Xi e Trump a Pechino (Ansa).

Le armi negoziali (per ora congelate) di Xi

Le mosse concrete raccontano però un’altra storia. Mentre si prepara il summit, l’amministrazione Trump continua ad ampliare il contenimento tecnologico della Cina. Negli ultimi giorni sono arrivate nuove restrizioni che colpiscono il settore dei robot umanoidi e altri comparti avanzati, in continuità con una strategia che punta a rallentare l’ascesa industriale cinese attraverso controlli alle esportazioni, limitazioni agli investimenti e inserimenti nelle liste nere commerciali. Pechino ha reagito come ormai avviene da mesi. Ha denunciato le nuove misure come una violazione del consenso raggiunto dai due presidenti e ha ribadito la disponibilità a rispondere con nuove ritorsioni qualora Washington continui a utilizzare la tecnologia come strumento di pressione. Sullo sfondo resta la leva più efficace di cui dispone la Cina: il controllo di ampie quote della filiera mondiale delle terre rare e di altri materiali critici indispensabili per l’industria occidentale. La tregua commerciale non ha cancellato questa arma negoziale. L’ha semplicemente congelata.

Daines torna a Pechino: i preparativi del nuovo summit Trump-Xi
Xi Jinping (Ansa).

La nuova grammatica diplomatica di Washington e Pechino

Insomma, la preparazione del summit non coincide con una fase di distensione. Più si avvicina l’incontro tra Xi e Trump, più entrambe le parti cercano di rafforzare la propria posizione negoziale. Washington aumenta la pressione tecnologica per arrivare al tavolo con nuove leve. Pechino preserva la capacità di incidere sulle catene di approvvigionamento globali e continua a calibrare con attenzione le proprie contromisure. Il dialogo serve a evitare una rottura. La competizione serve a negoziare da una posizione di forza. È probabilmente questa la vera novità della relazione tra le due potenze. Per diversi decenni, dialogo e confronto si sono alternati. Oggi procedono insieme. Il summit di Washington sarà costruito proprio su questo equilibrio instabile: cooperare dove conviene, competere ovunque sia possibile. Daines è diventato interprete ed emissario di questa nuova grammatica diplomatica.

Dal Garante della privacy stop ai deepfake di ‘Striscia la Notizia’ su Mentana

Al termine di un’istruttoria avviata nei confronti di R.T.I. Spa per alcuni servizi di Striscia la Notizia, nei quali l’immagine e la voce di Enrico Mentana erano state manipolate mediante l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale, il Garante per la protezione dei dati personali ha stabilito che l’uso «di deepfake, anche a fini satirici, deve rispettare la dignità delle persone e i princìpi di liceità, correttezza e trasparenza stabiliti dalla normativa sulla privacy», di fatto vietandolo. Nei filmati di Striscia la Notizia venivano attribuite al direttore del TG LA7 dichiarazioni mai pronunciate, mentre la sua immagine era collocata virtualmente nello studio televisivo dell’emittente di Urbano Cairo: secondo l’Autorità, che si è attivata a seguito del reclamo di Mentana, il realismo dei servizi satirici avrebbe potuto indurre il pubblico a ritenere autentici i contenuti.

Ecco chi ha guadagnato davvero in tv: i bilanci del 2025

In Italia, il gruppo televisivo con la più alta capacità di produrre utili e fare fruttare il capitale investito in relazione al fatturato è Discovery. Esatto, quello dei canali Nove e Real Time, Dmax, Food network e Giallo, della sfortunata operazione Amadeus e dei buoni risultati di Maurizio Crozza e Fabio Fazio. Confrontando i conti 2025 di Rai, Sky, Mediaset, La7 e Discovery Italia, infatti, è proprio quest’ultima ad avere di gran lunga gli indici migliori sia nel rapporto utili/ricavi, sia in quello ebit/ricavi (l’ebit rappresenta i guadagni prima degli oneri finanziari e imposte, ma dopo gli ammortamenti e le svalutazioni, poste che nei gruppi televisivi sono di solito molto significative).

Ecco chi ha guadagnato davvero in tv: i bilanci del 2025
Fabio Fazio e Luciana Littizzetto (Ansa).

I canali in chiaro di Discovery rimangono un ottimo affare

Nel 2025 Discovery Italia, società televisiva controllata da Warner Bros. Discovery, ha chiuso con 255,8 milioni di incassi (278,3 mln nel 2024), un ebit di 25,6 mln (61,8 mln nel 2024) e utili per 19,1 mln (45,1 mln). Nonostante il peggioramento nei conti (più per mutati criteri di iscrizioni contabili che per reali problemi economico-finanziari), è rimasto nettamente il gruppo televisivo italiano a più alta marginalità, con un 7,6 per cento di rapporto utili/ricavi (era al 16,2 nel 2024) e un 10 per cento di indice ebit/ricavi (era al 22,2). Insomma, i canali televisivi in chiaro gestiti in Italia da Discovery rimangono a tutti gli effetti un ottimo affare, almeno per il momento. Per un business che Paramount-Skydance, se nel 2027 andrà in porto l’acquisizione di Warner Bros. Discovery, si ritroverà in casa e sul quale dovrà fare approfonditi ragionamenti prima di rinunciarvi a favore di un futuro fatto solo di piattaforme streaming e cinema.  

Il confronto con Rai, Sky, Mediaset e La 7

Ovviamente la dimensione di Discovery Italia resta piccola rispetto ai principali operatori televisivi attivi nel nostro Paese. La Rai ha chiuso un esercizio 2025 con 2,55 miliardi di euro di ricavi, Sky Italia, a quota 2,41 miliardi, e Mediaset Italia, con i suoi 2,09 miliardi. Ma la grandezza degli incassi non coincide con la marginalità dell’investimento. Su questo fronte, perlomeno finora, il peggiore investimento è stato quello in Sky, che da una ventina di anni accumula perdite: anche nel 2025 l’esercizio si è chiuso con quasi 176 milioni di rosso (in miglioramento sui -258 milioni del 2024). e un ebit negativo per oltre 222 milioni di euro (-241 mln nel 2024) a causa degli alti ammortamenti per le iniziative in ambito di telefonia mobile e internet. Anche la Rai chiude un esercizio 2025 in rosso (poi le cose le sistema a livello di gruppo coi dividendi di Rai way) con perdite per 21,2 milioni (erano di 47 milioni nel 2024) e un ebit negativo per quasi 148 milioni (-163 mln nel 2024). Mediaset Italia non presenta conti separati e relativi esclusivamente al business sulla Penisola: sono disponibili solo i ricavi italiani, vicini a 2,1 mld di euro, e l’ebit, pari a 61 milioni di euro (209 milioni nel 2024), per un rapporto ebit/ricavi del 2,9 per cento. 

Ecco chi ha guadagnato davvero in tv: i bilanci del 2025
L’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi (foto Ansa).

Sommando, invece, le operazioni di Mediaset in Italia, Spagna e Germania, allora i conti assumono tutt’altro aspetto, con ricavi 2025 pari a oltre quattro miliardi di euro, ebit superiore a 238 milioni e un risultato netto di 300 milioni. La7, come gruppo televisivo, ha perso centinaia di milioni di euro all’anno nell’era pre-Cairo. Ma anche da quando è stata acquistata dall’editore del Corriere della sera non ha certo mai brillato per la sua marginalità: pure nel 2025 chiude l’esercizio con ricavi per 143 milioni, un ebit modesto pari a 400 mila euro, e un risultato netto di 1,3 milioni di euro. Nulla di che, con indici di utili/ricavi pari allo 0,9 per cento e di ebit/ricavi dello 0,2. 

La nota di Palazzo Chigi alla Spagna: «Non accettiamo ultimatum, misure almeno fino al 15 agosto»

Il governo italiano ha risposto a quello spagnolo che, nel pomeriggio del 7 agosto, aveva lanciato un ultimatum intimando all’Italia di togliere, entro il 9 agosto, le limitazioni introdotte alle frontiere dopo la crisi migratoria di Ceuta. «L’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero per ciò che riguarda la sicurezza nazionale ed il controllo delle frontiere. Non intendiamo in nessun caso rivedere la decisione di sospendere l’applicazione dell’accordo di Schengen per i cittadini di paesi terzi provenienti dalla Spagna, almeno fino al 15 agosto e comunque sino a quando non saranno completamente esclusi rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia. In quella data, come annunciato dalle stesse autorità spagnole, è infatti attesa a Ceuta una nuova ondata migratoria», si legge in una nota di Palazzo Chigi.

«Allenteremo le misure solo quando saranno esclusi rischi di sicurezza e terrorismo»

E ancora: «Solo quando si avrà la certezza che non vi saranno rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia, che non vi sia una nuova ondata, che non ci siano migranti irregolari diretti verso il territorio europeo, si potrà rivedere quanto già deciso. Questo senza pregiudizio nei confronti di un Paese amico come la Spagna, analogamente a decisioni simili adottate in passato dal governo italiano, ad esempio nei confronti della Slovenia, e da governi europei nei confronti dell’Italia e della stessa Spagna. Nel momento in cui tutte queste condizioni dovessero venire meno, l’Italia è pronta a continuare un confronto costruttivo con il governo di Madrid. Nel frattempo le autorità di frontiera italiane faranno di tutto per garantire la massima agibilità ai cittadini spagnoli ed europei che, è importante sottolinearlo, non sono interessati dal ripristino dei controlli ai confini aerei e marittimi». La Spagna aveva minacciato, in caso di mancato stop delle limitazioni, «misure proporzionate per tutelare gli interessi e la dignità dei suoi cittadini».

Morto il produttore William Orbit, famoso per la collaborazione con Madonna

È morto a 69 anni il produttore discografico William Orbit, famoso per collaborazione con Madonna nell’album del 1998 Ray of Light, disco elettronico considerato uno dei migliori nella carriera della regina del pop.

Gli originali arrangiamenti di Orbit segnarono un nuovo capitolo per Madonna (proveniente dal non eccezionale Bedtime Stories), che grazie a successi come la title track, Frozen e The Power of Goodbye vinse tre Grammy Award. Il decesso è avvenuto il 23 luglio, ma è stato annunciato solo oggi dalla famiglia.

Desiderosa di non ripetersi, Madonna per il successivo album Music scelse Mirwais come produttore principale, pur mantenendo per tre brani la collaborazione con Orbit. Quest’ultimo produsse anche due singoli di successo di Madonna destinati a colonne sonore: Beautiful Stranger per Austin Powers – La spia che ci provava e la cover di American Pie di Don McLean, tratta dal film Sai che c’è di nuovo? (di cui l’artista fu anche protagonista). Orbit tornò a collaborare con Miss Ciccone per l’album MDNA del 2012, co-producendone sei brani.

Morto il produttore William Orbit, famoso per la collaborazione con Madonna
William Orbit (Facebook).

Le altre collaborazioni di Orbit

Nel corso della carriera Orbit ha lavorato anche ad altri dischi di successo come lo sperimentale 13 dei Blur, quello di Tender & Coffee & TV, e Pure Shores delle All Saints, che arrivò al numero 1 nel Regno Unito). Come pezzi singoli, Orbit ha inoltre collaborato con Britney Spears, Ricky Martin, Kraftwerk, Beck, Melanie C, Robbie Williams, Chris Brown, Pink, No Doubt e U2.

Morto il produttore William Orbit, famoso per la collaborazione con Madonna
William Orbit (Facebook).

Cosa prevede il patto di difesa tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan

Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno siglato a Gedda un patto di difesa che, sul modello dell’articolo 5 della Nato, «intende rafforzare la deterrenza collettiva contro ogni forma di aggressione e prevede che qualunque attacco armato contro qualunque dei tre Stati sarà considerato come un attacco a tutti loro». Il “patto della Mecca”, questo il nome informale dell’accordo, è stato firmato da presidente turco Recep Tayyip Erdogan, dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e dal primo ministro pachistano Shehbaz Sharif.

L’accordo nel contesto di forti tensioni regionali

Il patto di difesa vincola le tre potenze a maggioranza sunnita in un momento di crescita di guerre e tensioni militari in Medio Oriente, in cui si inseriscono gli ultimi attacchi condotti dagli Houthi (foraggiati dall’Iran) in Arabia Saudita, che sostiene il governo dello Yemen e che di recente ha affiancato gli Stati Uniti nei raid contro la Repubblica Islamica. Una fonte vicina all’esercito di Riad ha dichiarato che la coalizione a guida saudita «non rimarrà a guardare» mentre gli Houthi intensificano i loro attacchi contro le truppe dell’esercito regolare yemenita. Il Pakistan, assieme al Qatar, ha cercato di mediare gli sforzi per porre fine alla guerra tra Usa e Iran. Quanto alla Turchia, Ankara ha svolto un ruolo diplomatico cruciale nei negoziati per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza.

Il patto resta aperto anche ad altri Paesi dell’area

Secondo il comunicato ufficiale, l’accordo è ispirato da «legami storici di lunga data, solidi vincoli di fratellanza e solidarietà islamica, interessi strategici condivisi e una cooperazione di lunga data in materia di difesa». Fonti di Ankara hanno tenuto a chiarire che l’accordo ha natura difensiva, non è diretto contro alcun attore specifico e non interferisce con altri patti (la Turchia fa parte della Nato). Il patto, inoltre, rimane aperto ad altri Paesi della regione che desiderino aderire. Al momento non è previsto l’ingresso di altri Stati nel patto, ma una fonte di Al Jazeera ha parlato dell’interesse di Egitto e Qatar.

L’Iran minaccia l’Arabia: «Il patto non vi mette al sicuro»

L’Iran ha chiarito che l’intesa con Pakistan e Turchia non metterà l’Arabia Saudita al sicuro: «Devono sapere che un accordo sulla carta non garantisce loro sicurezza, così come non l’hanno portata anni di sostegno unilaterale agli americani», ha scritto su X Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare iraniana per la Sicurezza nazionale e la Politica estera: «Correggete le vostre politiche, così non avrete bisogno di elemosinare sicurezza dagli altri».

Dall’Italia: Francesco Guccini e la fantascienza: quando le stelle incontravano l’ironia

Francesco Guccini e la fantascienza: quando le stelle incontravano l’ironia

Con la scomparsa di Francesco Guccini, la cultura italiana perde uno dei suoi narratori più originali: cantautore, scrittore, romanziere, appassionato di storia e di letteratura, ma anche autore che, pur senza essere identificato con il genere, ha lasciato un segno non trascurabile nella fantascienza italiana.

Nelle sue canzoni la fantascienza non è mai stata un tema dominante. Guccini ha preferito raccontare la memoria, il tempo, la politica, l’amicizia e la provincia, ricorrendo solo occasionalmente a immagini futuribili o fantastiche, sempre filtrate da quello sguardo ironico e profondamente umano che caratterizzava tutta la sua opera. Era però un appassionato lettore del genere e conosceva bene l’immaginario della science fiction classica, che riaffiorava qua e là nei suoi testi e nelle sue interviste. Se c’è però una canzone in cui... - Leggi l'articolo

 

MUSICA - Dall'Italia - 7 agosto 2026 - articolo di S*

Editoria: Cinzia Di Mauro parla di Finisterrae

Cinzia Di Mauro parla di Finisterrae

In una videointervista l'autrice catanese parla del suo romanzo vincitore del Premio Cassiopea.

Finisterrae è il romanzo che ha portato alla ribalta nel mondo della fantascienza Cinzia Di Mauro. Uscito nel 2025, lo scorso marzo a Fiuggi ha vinto il Premio Cassiopera, uno dei due premi (l'altro è il Vegetti) dedicati a opere edite e votati da una giuria. Il canale YouTube Radio Diffusione Europea le ha dedicato un'intervista, che è visibile qui sotto. Nella rubrica “Tra le righe – interviste a scrittori” speciale DeepCon 2026 si parla di totalitarismo e libertà, vecchi e nuovi, di plutocrazia legata a doppia mandata alla tecnocrazia... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 6 agosto 2026 - articolo di S*

Editoria: Campo Archimede di Thomas Disch

Campo Archimede di Thomas Disch

Un mondo dove gli esseri umani sono considerati pedine sacrificabili nel romanzo su Urania Collezione di agosto. 

A volte capita di riprendere in mano un libro scritto tanto tempo fa e rendersi conto che è ancora molto attuale, forse più di quanto è stato scritto. E no, non è sempre una bella sensazione. Come esempio potremmo prendere il romanzo Campo Archimede, scritto da Thomas Disch nel 1968… il che significa che ha quasi sessanta anni… e repubblicato su Urania Collezione di agosto. Nel romanzo viene descritto un mondo in cui gli Stati uniti sono in guerra con diverse nazioni e la loro democrazia è ormai solo una facciata che copre un regime... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - NARRATIVA - Editoria - 6 agosto 2026 - articolo di Giampaolo Rai

Gian Luca Farinelli nuovo direttore artistico dei David di Donatello

Gian Luca Farinelli è il nuovo direttore artistico della fondazione Accademia del cinema italiano – Premi David di Donatello. La nomina è stata approvata dal cda della fondazione presieduto da Silvia Calandrelli e composto dai Consiglieri Francesco Giambrone, presidente Agis, Alessandro Usai, presidente Anica, Giorgio Carlo Brugnoni, direttore generale Cinema e Audiovisivo del ministero della Cultura e Salvatore Nastasi, presidente Siae. A partire dal 5 agosto 2026, inoltre, la Siae diventa socio fondatore aderente della fondazione.

Farinelli: «Il cinema italiano merita di essere valorizzato»

«Ringrazio la presidente Silvia Calandrelli e tutto il consiglio di amministrazione della fondazione Accademia del cinema italiano», ha dichiarato Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, fra i maggiori esperti di restauro cinematografico, saggista e docente. «La loro fiducia mi rende particolarmente orgoglioso. Assumo questo incarico con senso di responsabilità ma anche con entusiasmo. Il cinema italiano ha una storia unica e, al tempo stesso, un presente che merita di essere valorizzato. Lo faremo dando voce a tutte le diverse professionalità, sensibilità e anime, cercando di far emergere il meglio dell’intera filiera».

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno

È il giorno di Roberto Vannacci: il 5 agosto, nel pomeriggio, il leader di Futuro Nazionale sbarca a Montecitorio per parlare di migranti, sicurezza dei confini, approvvigionamenti e costi dell’energia.

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno
La locandina della conferenza stampa di Roberto Vannacci a Montecitorio.

È però probabile che la conferenza stampa “Immigrazione e crisi energetica, la visione di Vannacci per l’Italia” si trasformi in un dibattito più acceso sullo scostamento di bilancio e sulle spese per la Difesa, in particolare sul Safe su cui era inciampato qualche giorno fa Antonio Tajani. In Aula infatti i deputati vannacciani hanno contestato arditamente sia il piano sulla clausola di salvaguardia illustrato da Giancarlo Giorgetti sia il fondo europeo per le spese militari. «Il Safe è un cappio al collo nei confronti dell’Italia», ha gridato il futurista Edoardo Ziello brandendo un cappio (più una fune da barca, a essere sinceri).

E, poi, l’affondo sulla clausola di salvaguardia: «Noi pensiamo a un governo che si era insediato con l’auspicio di combattere i poteri forti e di non farsi contaminare dalla burocrazia di Bruxelles di fatto ha tradito quegli impegni», ha dichiarato l’ex leghista. «Voteremo in modo contrario alla risoluzione della maggioranza che chiede l’accesso alla clausola di salvaguardia e, quindi, anche al Safe». 

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno
I vannacciani in Aula a Montecitorio.

Con Futuro Nazionale, il cappio è così è riapparso tra i banchi di Montecitorio dopo 30 anni. Era il 16 marzo del 1993, quando il leghista Luca Leoni Orsenigo (ah, la matrice) lo sventolò durante il voto del “decreto Conso”, il cosiddetto ‘colpo di spugna’ per i presunti corrotti, in piena Tangentopoli. Una cosa è certa: a Giorgia Meloni oggi pomeriggio fischieranno le orecchie.

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno
Luca Leoni Orsenigo col cappio alla Camera nel 1993.

Le assunzioni di Valditara

«Con questi numeri, se ci saranno le preferenze il nostro Giuseppe Valditara rischia di essere il più votato», scherzano i leghisti. Già, perché le assunzioni decise dal governo riguardano l’immissione in ruolo di 346 dirigenti scolastici, 46.642 docenti – di cui quasi 11 mila di sostegno, 79 unità di personale educativo, 2.628 insegnanti di religione cattolica e 12.284 unità di personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA). Numeri che potrebbero portare la popolarità di Valditara a punteggi record. Che poi tra i ministri è tra i più «invisibili», dicono alcuni suoi colleghi, che in verità gli invidiano uno staff capace di coprire tutte (o quasi) le notizie potenzialmente negative. Una grancassa mediatica che porta consenso, quasi come le assunzioni in vista nel settore della scuola.

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno
Giuseppoe Valditara (Imagoeconomica).

Un agosto da Leone

A Papa Leone XIV la villa pontificia di Castel Gandolfo piace, eccome. Tanto da tornarci pure nel mese di agosto. Si dice che il pontefice non abbia gradito la visione di piazza San Pietro praticamente vuota, assolatissima, all’Angelus di domenica scorsa. Quindi, meglio stare ai Castelli Romani, dove bastano un centinaio di fedeli sotto il balconcino per avere l’impressione di un “bagno di folla”. Prevost lascerà Castel Gandolfo il 6 agosto, festa della Trasfigurazione del Signore, per presiedere ad Assisi la messa nella basilica papale di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola per i partecipanti all’incontro “Go! Franciscan Youth Meeting”. Il 15 agosto, Assunzione della beata Vergine Maria, celebrerà invece la messa nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, sempre a Castel Gandolfo. Quindi il 22 agosto Leone XIV sarà in visita pastorale a Rimini, dove si tiene il tradizionale Meeting di Comunione e Liberazione, per presiedere la messa al porto. Il calendario del mese si chiude il 29 agosto con la messa e la processione nella chiesa di Maria Santissima del lago. E poi, a Dio piacendo, si torna a Roma.

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno
Papa Leone a Castel Gandolfo.

Il party di Setta

Restando in Puglia è tutto pronto per il compleanno numero 62 di Monica Setta. Ancora una volta il party della giornalista brindisina si terrà alla Masseria Torre Maizza a Savelletri di Fasano. Il programma parte al tramonto con un aperitivo tra gli ulivi, seguito da una cena placée per una quarantina di ospiti super selezionati, come assicura il comunicato stampa. La lista è ovviamente top secret, ma tra i pochi nomi trapelati ci sono quelli «dell’ad di Sistemi Urbani del Gruppo FS, Matteo Colamussi, l’imprenditore Marco Di Venuto, inserito da Forbes tra i 100 giovani più promettenti, il past president di Confindustria Brindisi Gabriele Menotti Lippolis, l’industriale salentino Fernando Nazaro, esponente di Confindustria Puglia, il segretario generale di First Cisl Riccardo Colombani e alcune delle più care amiche della festeggiata, tra cui la direttrice del Museo di Brindisi Anna Cinti, l’architetta Isabella Altamura e gli storici amici Stefania Rengo ed Enzo Visentin». Grande attesa, si ricorda, per il super ospite a sorpresa.

Papa Leone XIV in viaggio apostolico in Sudamerica a novembre: le tappe

Papa Leone XIV compirà un viaggio apostolico in Uruguay, Argentina e Perù dal 6 al 17 novembre. Lo ha reso noto la Santa Sede, spiegando che il pontefice si recherà a Montevideo, Paisandú e Florida dal 6 all’8 novembre; a Buenos Aires, Córdoba e Luján dall’8 all’11 novembre; e a Lima, Chiclayo, Cusco e Pucallpa dall’11 al 17 novembre.

Papa Leone XIV in viaggio apostolico in Sudamerica a novembre: le tappe
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Leone XIV tornerà nella “sua” Chiclayo, dove è stato vescovo per otto anni

Si tratta del quinto viaggio apostolico di Leone XIV dopo quelli in Turchia-Libano, Principato di Monaco, Algeria-Camerun-Angola-Guinea Equatoriale e Spagna. E avrà un sapore particolare per Prevost, statunitense in possesso anche della cittadinanza peruviana grazie agli oltre 20 trascorsi nel Paese, che tornerà da pontefice nella “sua” Chiclayo, dove è stato vescovo della diocesi dal 2015 al 2023. L’ipotesi di un viaggio di Leone XIV in Perù era stata anticipata all’inizio di giugno dall’allora presidente José María Balcázar, che nel frattempo ha lasciato il posto a Keiko Fujimori.

Alberto Bagnai (Lega) nominato componente dell’Antitrust

Il deputato della Lega Alberto Bagnai entra nel consiglio dell’Antitrust prendendo il posto lasciato libero da Saverio Valentino, promosso nei giorni precedenti alla presidenza dell’Autorità garante. Il mandato di Bagnai durerà sette anni e non è rinnovabile. Classe ‘62, mente economica del Carroccio, è stato eletto per la prima volta in Parlamento nel 2018. Prima al Senato ha presieduto la Commissione Finanze dal giugno 2018 al luglio 2020, poi nel 2022 è stato eletto alla Camera, dove continua a seguire in particolare i dossier di politica economica, finanza pubblica, sistema bancario, fisco e rapporti con l’Unione europea.

Drone con esplosivo trovato all’aeroporto di Lipsia vicino a un cargo ucraino

Un drone con detonatore e materiale esplosivo è stato trovato accanto a un cargo ucraino all’aeroporto di Lipsia-Halle. Lo riportano i media tedeschi, citando un portavoce della Nato, che sta partecipando alle indagini avviare dalla polizia tedesca. Il velivolo a pilotaggio remoto, che secondo la Bild trasportava un ordigno realizzato artigianalmente utilizzando fertilizzante e benzina, è stato sequestrato. Quello di Lipsia è lo scalo principale in Germania per la rotta verso l’Ucraina.

Cosa è successo all’aeroporto di Lipsia

La Bild, che ha anche pubblicato delle foto del drone, scrive che il drone è stato rinvenuto sulla pista dell’aeroporto di Lipsia-Halle, nelle immediate vicinanze di un aereo ucraino Antonov, attorno alle 23:40. Dopo il ritrovamento, il drone è stato esaminato: un’analisi a raggi X ha rivelato la presenza di un detonatore al suo interno. Tuttavia, il dispositivo era difettoso, e questo ha impedito l’eventuale esplosione dell’ordigno. Dopo il ritrovamento, l’aeroporto di Lipsia è stato chiuso al traffico aereo. Di conseguenza, un cargo della DHL è stato costretto a interrompere la manovra di atterraggio e a riprendere quota. Secondo la Bild, poco dopo (a sei chilometri dallo scalo e a un’altitudine di 400 metri), il velivolo è entrato in collisione con un oggetto non identificato: il sistema di difesa anti-drone dell’aeroporto aveva infatti rilevato la presenza di due velivoli a pilotaggio remoto. La Reuters, invece, riporta che il cargo della DHL ha urtato un oggetto non identificato durante la fase di salita dopo il decollo e che questo ha reso necessario un atterraggio non programmato ad Hannover, dove è stato rilevato un danno alla parte frontale del velivolo.

Nuovo massiccio attacco su Kyiv, Zelensky torna a chiedere più intercettori

Almeno 17 persone sono morte nel terzo massiccio attacco combinato di missili e droni russi sulla regione di Kyiv e sulla capitale ucraina, che ha visto la distruzione di edifici residenziali, magazzini e siti industriali. Colpita anche una stazione ferroviaria. Circa 50 i feriti. Le forze ucraine hanno abbattuto 98 dei 115 droni lanciati dalla Russia durante la notte, ma non sono state in grado di abbattere nessuno dei missili di Mosca: Volodymyr Zelensky è tornato a chiedere un maggior numero di intercettori Patriot, di fabbricazione statunitense.

Zelensky: «Gli intercettori balistici avrebbero salvato vite»

«Gli intercettori balistici sono ciò che avrebbe potuto salvare la vita delle persone uccise oggi», ha scritto Zelensky sui social: «È fondamentale che i nostri partner comprendano che i ritardi nella fornitura di tali sistemi, o la riluttanza a fornirli, portano direttamente a perdite umane e distruzioni così terribili». Kyiv è ormai in grado di intercettare la stragrande maggioranza dei droni russi, ma dipende ancora dai rifornimenti degli alleati occidentali per contrastare i missili. Tutto questo mentre la Russia sta intensificando gli attacchi: secondo Reuters, starebbe schierando addirittura un’unità missilistica nordcoreana nell’ovest del Paese.

Mosca: «Colpite anche tre navi mercantili nel Mar Nero»

Mosca ha rivendicato di aver colpito «centri di trasporto, logistica e distribuzione» nella città e nella regione di Kyiv, «coinvolti nello stoccaggio e nella consegna di armi e materiale militare di vario genere, nonché nella produzione e distribuzione di droni». Il ministero della Difesa russo, inoltre, ha dichiarato di aver bombardato tre navi mercantili che trasportavano armi nel Mar Nero, a sud di Odessa.

Primarie dem in Michigan, El-Sayed verso la vittoria

Abdul El-Sayed è sempre più vicino alla vittoria delle primarie democratiche in Michigan. Secondo le proiezioni di Nbc News è lui il vincitore della consultazione, mentre altri siti parlano ancora di testa a testa con la sfidante Haley Stevens, pur con un leggero vantaggio di El-Sayed. Progressista e filopalestinese appoggiato da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, in caso di vittoria consoliderebbe la presenza nel Midwest della sinistra progressista in vista delle elezioni di midterm di novembre. Secondo la Cnn, i due candidati sono separati da poco meno di 25 mila voti. Se le proiezioni della Nbc verranno confermate, El-Sayed affronterà l’ex deputato Mike Rogers, che ha ottenuto la nomination repubblicana senza opposizione. La loro sfida di novembre si preannuncia come una delle più competitive del Paese e potrebbe determinare quale partito controllerà il Senato.

Chi sono i due candidati

El-Sayed, ex direttore sanitario della contea di Wayne, ha costruito la sua campagna su temi come il progetto di una sanità pubblica universale (Medicare for all), la riforma del finanziamento delle campagne elettorali e la richiesta di interrompere gli aiuti militari statunitensi a Israele. Stevens, alla sua quarta legislatura alla Camera, ha invece puntato sul rilancio dell’industria manifatturiera e dell’economia del Michigan. Ha inoltre ricordato le sue precedenti vittorie in collegi considerati difficili, sostenendo di essere la candidata più competitiva per battere il candidato repubblicano alle elezioni generali.

Clausola di salvaguardia nazionale, le richieste dell’Italia all’Ue

L’Italia intende chiedere all’Ue di utilizzare lo 0,6% del Pil per gli interventi sulla sicurezza energetica (ovvero il massimo consentito) e circa lo 0,9% per sicurezza e difesa, sfruttando la flessibilità prevista dalla clausola di salvaguardia nazionale. Lo ha detto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti durante le comunicazioni alla Camera.

Lo scostamento di bilancio arriverà dopo l’ok di Bruxelles

La Commissione europea, ha spiegato Giorgetti, valuterà le richieste «nel mese di settembre, eventualmente raccomandandone l’approvazione al Consiglio, che dovrebbe formalizzare la raccomandazione nella riunione Ecofin di ottobre». In seguito, il governo ricorrerà «alla procedura prevista dall’articolo 6 della legge n.243 del 2012, al fine di poter dare conto del quantum delle clausole utilizzate e degli interventi ai quali le relative risorse saranno destinate, cioè il cosiddetto scostamento di bilancio». Per gli Stati membri che attivino la clausola, «il monitoraggio della traiettoria di spesa verrà effettuato in due passaggi», ha spiegato Giorgetti: «Un primo passaggio verificherà se un eventuale debito del conto di controllo possa essere ricondotto all’incremento delle spese per la difesa; nel caso in cui l’incremento delle spese per difesa non giustifichi pienamente gli scostamenti registrati dal conto di controllo rispetto al tasso di crescita dalla spesa netta fissato nel Piano strutturale e raccomandato dal Consiglio, un secondo passaggio verificherà se detti scostamenti derivino dall’utilizzo dei margini concessi per l’estensione della National Escape Clause alle spese per sicurezza energetica».

Axios: «Accordo su Hormuz vicino, oggi l’annuncio»

Stati Uniti, Iran e Oman sono vicini a un accordo provvisorio per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Lo riporta Axios citando due fonti della regione e un funzionario statunitense, aggiungendo che Washington punta ad annunciare l’accordo nelle prossime ore. La notizia è stata confermata dal presidente americano Donald Trump, secondo cui un’intesa potrebbe essere raggiunta «domani o dopodomani», ovvero oggi o giovedì. Il tyccon ha spiegato che martedì si è tenuta una «negoziazione durata tutto il giorno» con l’Iran. «Stiamo avendo ottime discussioni. L’unica cosa che conta è agire. E loro vogliono raggiungere un accordo. Vedremo cosa succederà. Ho tutto il tempo che mi serve», ha detto ai giornalisti prima di salire sul suo Air Force ONe. In un’intervista a Fox News ha aggiunto: «Li abbiamo colpiti molto duramente. Ma il colpo più duro deve ancora arrivare e spero che non dovremo usarlo. Spero di no, stiamo avendo ottime discussioni. Non amano ammetterlo».

Prorogato al 25 agosto il taglio delle accise sul gasolio

Il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo taglio delle accise sul gasolio, sempre di 17 centesimi al litro (compresa Iva), prorogando di fatto quello in vigore fino al 25 agosto. Una mossa che, ha precisato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, costa 245 milioni di euro, trovati tagliando «un po’ di spese ai ministeri, non erano molto contenti, ma poi vedremo». Dal 25 agosto entrerà nuovamente in vigore il meccanismo delle accise mobili – ossia, il governo andrebbe a spendere l’incasso extra dell’Iva dovuto all’aumento dei prezzi dei carburanti per abbassare le accise su benzina e gasolio. Il meccanismo può essere attivato solo dopo la prima settimana di ogni mese, quando viene contabilizzata la cifra definitiva del periodo precedente.

Nessuno sconto sulla benzina

Per il momento rimane esclusa dagli sconti la benzina. La decisione di limitare il taglio al gasolio è collegata alla disponibilità delle coperture finanziarie e all’impatto del diesel sul trasporto delle merci. Gran parte dei mezzi commerciali e degli autocarri utilizza infatti questo carburante. Inoltre i prezzi del gasolio hanno subito aumenti più marcati sulle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati.

Forfait, simboli e nuovi partiti: nella Lega tira aria di scissione?

Tira una brutta aria quando nei partiti si comincia a parlare di statuti e simboli. Nell’estate che vede la Lega scivolare al 5,9 per cento nei sondaggi – attestandosi al settimo posto davanti ad Azione, Italia viva, +Europa e Noi Moderati – il movimento di Matteo Salvini è attraversato da tensioni e veleni.

Il forfait di Zaia alla festa della Lega a Cervia

In attesa del raduno di Pontida del 22 settembre, il segretario si è goduto qualche giorno di festa, affollata, a Cervia. Al tradizionale appuntamento all’ultimo minuto ha dato forfait Luca Zaia. Il suo intervento era in programma venerdì alle 21.45, alla fine di una serata moderata da Mario Giordano e Lucia Scajola, giornalista di Mediaset (e figlia dell’ex ministro berlusconiano Claudio). Ma nulla: con poco preavviso l’ex doge ha chiamato il deputato romagnolo Jacopo Morrone: «Ho un impegno, non posso venire». Bidonati.

Le voci sul Fienile e la suggestione di un passaggio alla guida di FI

Nei giorni scorsi, l’ex governatore veneto si è ben guardato da smentire le indiscrezioni di stampa che lo davano in chiusura di trattativa con Mediaset per la trasformazione del suo podcast Il Fienile in una sorta di Maurizio Costanzo show 2.0. Addirittura alcuni siti si sono spinti oltre, sostenendo che stia lavorando per sostituire Antonio Tajani alla guida di Forza Italia. Sicuramente il rapporto con gli eredi di Silvio Berlusconi esiste (si sono conosciuti negli anni dei “caminetti” di Arcore con Umberto Bossi) ma a molti nel partito appare più una suggestione anche perché il segretario azzurro in Veneto è uno dei più noti nemici di Zaia, ovvero Flavio Tosi.

Forfait, simboli e nuovi partiti: nella Lega tira aria di scissione?
Luca Zaia (Imagoeconomica).

Le ipotesi dietro il silenzio di Zaia

Dopo il fallimento dell’accordo con Salvini per la gestione di un partito del Nord all’interno della Lega, Zaia è sparito dai radar. Se ne sta «dietro un cespuglio», per usare un’espressione un tempo cara al Senatur, e attende l’evoluzione della situazione. I più maliziosi sostengono che stia attendendo di veder passare il “cadavere”, ovvero il crollo del partito al 3 per cento e il tonfo di Salvini. Altri pensano che il suo silenzio sia determinato dal fatto che avrebbe già stretto un accordo con il segretario per correre alle elezioni politiche. Di certo non sembra agitarsi per prendere la guida della Lega.

Forfait, simboli e nuovi partiti: nella Lega tira aria di scissione?
Striscioni contro Salvini a Villorba, Treviso (Ansa).

Fontana e la bozza di un nuovo partito «segno del malessere»

Piccoli segnali invece arrivano ancora una volta da Brescia, dove a dicembre era partita una raccolta firme a sostegno di una sua nomina a segretario, e dall’Highlander varesino, il governatore lombardo Attilio Fontana. Nel primo caso ha fatto discutere la scelta del segretario cittadino Michele Maggi di togliere dalla comunicazione ufficiale sui social la dicitura “Salvini premier”, lasciando solo “Lega”. La semplificazione del simbolo però è una decisione presa dall’ufficio comunicazione in raccordo con il segretario federale già da ottobre, hanno tenuto a minimizzare da via Bellerio. Si tratta di una “firma grafica” mentre il simbolo “rimane invariato”. Altro caso è quello di Fontana che ha inviato in una vecchia chat di partito, in cui sono presenti tutti gli amministratori e pure Salvini, il testo dello statuto di un nuovo partito, il Partito Liberale Federalista italiano. «Un nuovo partito non è all’ordine del giorno ma è necessario avere più confronto dentro e fuori la Lega. È il segno del malessere», ha puntualizzato Fontana. Insomma, c’è sempre aria di scissione quando si comincia a parlare di simboli e statuti.

Forfait, simboli e nuovi partiti: nella Lega tira aria di scissione?
Attilio Fontana (Imagoeconomica).

Editoria: Il ministero del tempo di Kaliane Bradley

Il ministero del tempo di Kaliane Bradley

Sull'Urania nelle edicole ad agosto una storiamolto particolare sui viaggi nel tempo.

Prelevare dal passato persone che stanno per morire è un espediente molto usato nella fantascienza, per esempio nei romanzi romanzo Millennium di John Varley e La valle condannata di L.P. Davies, il primo pubblicato nel 1983 e il secondo nel 1969.  La scrittrice anglo cambogiana Kaliane Bradley nel suo romanzo d'esordio Il ministero del tempo usa lo stesso stratagemma per evitare paradossi temporali ma i problemi non mancano ugualmente. Il progetto governativo segreto per prelevare persone dal passato preserva bene il tessuto del tempo, ma una volta arrivati ai nostri... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - NARRATIVA - Editoria - 5 agosto 2026 - articolo di Giampaolo Rai

Myrta Merlino riparte dalla tv San Marino dopo il flop a Mediaset

Dopo l’esperienza (da dimenticare) a Pomeriggio Cinque e un anno senza un programma tutto suo, Myrta Merlino lascia Mediaset per approdare su San Marino RTV, emittente della Repubblica del Titano, dove a partire dall’autunno sarà alla guida di un programma incentrato su politica e attualità. Il passaggio è stato confermato dai vertici San Marino RTV, partecipata al 50 per cento dalla Rai: c’è già chi ipotizza un prossimo approdo della giornalista sui canali della tv pubblica italiana, magari già dalla stagione 2027/2028.

Myrta Merlino riparte dalla tv San Marino dopo il flop a Mediaset
Myrta Merlino (Imagoeconomica).

Pomeriggio Cinque aveva chiuso i battenti a giugno del 2025

Terminata la lunga esperienza a La7 al timone de L’aria che tira, Merlino nel 2023 era approdata a Mediaset per sostituire Barbara D’Urso a Pomeriggio Cinque, senza riuscire a replicare gli ascolti di chi l’aveva preceduta. E così il programma era stato addirittura chiuso dopo 17 anni a giugno del 2025 (al suo posto nel palinsesto Dentro la notizia, affidato a Gianluigi Nuzzi). La dirigenza Mediaset, a quel punto, non era riuscita a individuare un nuovo progetto adatto alla giornalista, che così ha trascorso la stagione 2025/2026 senza una trasmissione da condurre, limitandosi a qualche presenza come opinionista nei programmi d’approfondimento del Biscione. Ora il cambio di casacca.

UniCredit, ok della Bafin al superamento del 30 per cento di Commerzbank

La BaFin, ovvero l’autorità di vigilanza bancaria tedesca, ha dato a UniCredit il via libera alla richiesta di poter oltrepassare il 30 per cento delle quote di Commerzbank. Lo scrive Bloomberg. Si tratta di un importante passaggio regolamentare per la scalata dell’istituto italiano alla quarta più grande banca della Germania. Col semaforo verde scatta infatti il conto alla rovescia per la Bce, che dovrà completare la propria valutazione entro 60 giorni lavorativi. La decisione è pertanto attesa per la seconda metà di ottobre. L’autorità di vigilanza può richiedere ulteriori informazioni nel corso dell’istruttoria: in tal caso l’esame potrebbe essere esteso fino a un massimo di 20 giorni lavorativi aggiuntivi.

UniCredit, ok della Bafin al superamento del 30 per cento di Commerzbank
Filiale Commerzbank in Germania (Imagoeconomica).

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?

C’è uno strano filo rosso che lega la crisi di Ceuta agli Usa, a Israele e persino all’impopolarità di Donald Trump. La questione migratoria rimane al centro delle agende dei governi di mezzo mondo. Ma soprattutto è uno strumento di propaganda e pressione, come si è visto con l’exclave spagnola

Trump potrebbe usare la crisi di Ceuta in chiave anti-Ue

Meno trasparente è il ruolo che potrebbero aver giocato attori esterni. L’arrivo improvviso di 60 mila persone è parso a molti qualcosa di organizzato. Da lì le speculazioni. Va detto subito: pistole fumanti non ce ne sono, ma gli indizi abbondano. Il tema interessa molto l’amministrazione Trump. Il 3 agosto, parlando dallo Studio Ovale, il tycoon è tornato ad attaccare il Vecchio Continente: «Due cose stanno uccidendo l’Europa: l’immigrazione e l’energia». Da qui il sospetto che gli Stati Uniti possano approfittare della crisi migratoria per spingere le forze populiste in chiave anti-Ue: Rassemblement National in Francia, Reform UK nel Regno Unito, Vox in Spagna, AfD in Germania e magari Futuro Nazionale in Italia dopo la fine della luna di miele con Giorgia Meloni. Ceuta, in questo senso, potrebbe essere vista come il caso di studio perfetto. E per capirlo bisogna vedere sia che cosa hanno votato i deputati americani al Congresso, sia che cosa scrive l’intellighenzia conservatrice, senza dimenticare i legami personali della famiglia Trump con l’alleato marocchino. Ma andiamo con ordine. 

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?
Il leader di Vox, Santiago Abascal (Ansa).

L’interesse del Gop per le exclavi spagnole

Qualche giorno fa, il deputato ribelle del Gop Thomas Massie ha ricordato ai colleghi, stupiti e indignati per Ceuta, il voto sul provvedimento H.R. 8595 del 15 luglio scorso. La legge si occupa di stanziamenti per la sicurezza nazionale, ma è tra le pieghe che bisogna leggere. Allegato al provvedimento c’è un rapporto della Commissione Bilancio della Camera che parlava esplicitamente delle exclavi spagnole: «Il Comitato prende atto della storica alleanza tra gli Stati Uniti e il Marocco e osserva che le città di Ceuta e Melilla, amministrate dalla Spagna, si trovano in territorio marocchino. Il Comitato sostiene gli sforzi del Segretario di Stato volti a incoraggiare il dialogo diplomatico tra il Marocco e la Spagna in merito al futuro status». 

In sostanza, una presa di posizione contro Madrid. Ma di chi sono le impronte su questo documento? Il dossier porta la firma di uno stretto alleato del segretario di Stato Marco Rubio, il deputato della Florida Mario Díaz-Balart, vicecapo della commissione per gli Stanziamenti. Lo scorso aprile, in un’intervista alla stampa spagnola, Díaz-Balart aveva detto chiaramente che per lui Ceuta e Melilla «non si trovano nel territorio geografico della Spagna ma in Marocco». Díaz-Balart è anche l’anello di congiunzione tra Stati Uniti, Marocco e Israele. L’anno scorso, insieme a Rubio, aveva incontrato a Washington il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita e in più di un’occasione ha rimarcato il suo sostegno al riconoscimento della sovranità marocchina nel Sahara Occidentale. Il deputato è poi un attivo sostenitore di Israele e, secondo la piattaforma Track AIPAC che traccia i fondi della potente lobby AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), ha ricevuto oltre un milione di dollari negli ultimi due anni. 

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?
da TrackAiPac.

Il sostegno “culturale” al Marocco ai danni di Madrid

In questo sistema c’è anche un pezzo del pensiero conservatore che dà sostanza all’appoggio al Marocco ai danni della Spagna. È il caso di Michael Rubin, ex funzionario del Pentagono ai tempi dell’amministrazione Bush durante la guerra in Iraq e oggi prolifico autore per il think tank conservatore American Enterprise Institute (Aei). Il 16 marzo scorso, in un articolo, Rubin sosteneva che re Mohammed VI dovesse «recuperare lo spirito della Marcia Verde per completare l’espulsione dei coloni spagnoli dal suolo marocchino», un chiaro riferimento a quando migliaia di marocchini occuparono il Sahara Occidentale nel 1975. Dieci giorni dopo, Amine Ayoub, analista del think tank conservatore Middle East Forum e di base in Marocco, scriveva sul giornale israeliano Ynet come Israele possa aiutare Rabat a reclamare Ceuta e Melilla: «Aiutare il Marocco a recuperare Ceuta e Melilla punirebbe un membro della Nato che ha ripetutamente scelto l’ostruzionismo anziché la collaborazione nei momenti più critici dell’alleanza». 

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?
Re Mohammed VI con Pedro Sanchez nel febbraio 2024 (Ansa).

La cooperazione militare tra Washington e Rabat

C’è infine un ultimo livello: l’idea degli Usa che il Marocco possa essere fonte di stabilità per tutta l’area. Tra aprile e luglio, i due Paesi hanno firmato intese-quadro sulla cooperazione militare. Legami che riguardano anche figure precise, come Fouad Ali El Himma, uno dei consiglieri più fidati di Mohammed VI. Descritto in alcuni circoli del potere marocchino come «viceré», sarebbe l’architetto dell’”invasione” di Ceuta. Come ha scritto Euronews, El Himma avrebbe già in passato teorizzato l’uso del caos migratorio per scopi politici. Il consigliere del re sarebbe entrato nelle grazie di Trump tramite il genero di quest’ultimo, Jared Kushner, incontrato più volte fin dal 2019. Il viceré sarebbe anche l’artefice della svolta americana sulla sovranità marocchina nel Sahara Occidentale e la firma degli accordi di Abramo con Israele. 

Sanchez è da tempo nel mirino

Senza scivolare in facili complottismi, una delle ipotesi principali è che l’azione sia stata diretta da Rabat. I reporter del New York Times nei primissimi giorni dell’emergenza, hanno scoperto, parlando con diversi migranti entrati a Ceuta, che molti si sono mossi su impulso delle stesse autorità marocchine. L’ipotesi è che l’operazione sia legata tanto a fattori interni (il 26 settembre ci saranno le elezioni legislative in Marocco) quanto a fattori esterni, come il riavvicinamento della Spagna all’Algeria. Il tutto potrebbe poi essere avvenuto con una sorta di luce verde informale dalla Casa Bianca in convergenza con gli interessi israeliani, che vedono nel governo di Pedro Sanchez una spina nel fianco su diversi dossier, come la spesa per la Nato e la guerra in Iran, e più in generale per il suo ruolo nella sinistra internazionale

Che cosa c’entra Trump con la crisi di Ceuta?
Pedro Sanchez (Ansa).

Il metodo MAGA sull’immigrazione non paga

In questo quadro l’immigrazione diventerebbe quindi un’arma per colpire l’Europa e dare munizioni alle destre europee, che a loro volta potrebbero affrontare il dossier con metodi MAGA. Peccato però che la brutalità non paghi. Pensiamo alla remigrazione di Roberto Vannacci, proposta che ricorda le deportazioni dell’ICE negli Usa. Eppure, pare che agli americani questo piglio brutale piaccia sempre meno. Secondo un sondaggio del portale Strength in Numbers, solo in 16 Stati su 50 la politica della Casa Bianca fa breccia. Il gradimento delle deportazioni è in territorio negativo in 34 Stati, inclusi territori repubblicani come Florida, Texas, Iowa e Alaska. Secondo un sondaggio Ipsos pubblicato il 3 agosto, solo il 38 per cento degli americani approva la gestione trumpiana dell’immigrazione, mentre il 42 per cento la disapprova nettamente. Il caso americano contiene quindi un avvertimento per le destre che puntano a conquistare l’Europa. Usare l’immigrazione come arma geopolitica e carburante elettorale produce consenso nel breve periodo. Ma quando gli slogan diventano politiche concrete, il prezzo umano e sociale del pugno duro rischia di allontanare proprio una parte degli elettori che quelle promesse avevano contribuito a mobilitare. Soffiare sul fuoco è facile; governare l’incendio lo è molto meno.

L’Ue fa quadrato attorno alla Spagna su Ceuta, ma bacchetta Sanchez

In conferenza stampa a Bruxelles al termine della videocall dei ministri dell’Interno dell’Ue, il commissario europeo agli Affari Interni e alle Migrazioni Magnus Brunner ha escluso «un legame diretto tra le regolarizzazioni e gli accadimenti di Ceuta». Al tempo stesso, ha anche affermato che la maxi-sanatoria per i migranti della Spagna «non è un buon segnale» per gli altri Paesi dell’Ue: «Capisco che è competenza nazionale e che è stata fatta perché si tratta principalmente di latinoamericani, che parlano la stessa lingua e hanno la stessa cultura, ma il messaggio per il resto d’Europa non è positivo. Proprio no».

L’Ue fa quadrato attorno alla Spagna su Ceuta, ma bacchetta Sanchez
Pedro Sanchez (Ansa).

Brunner: «Legittimi i centri per il rimpatrio in Paesi extra-Ue»

«L’integrità dell’area Schengen è stata preservata», ha poi detto Brunner, sottolineando che «praticamente tutti coloro che sono entrati a Ceuta sono ora rientrati» e che «nessuno ha attraversato il confine verso la Spagna continentale e l’Europa continentale». Crisi migratoria dunque «risolta», almeno per il momento. Brunner si è poi soffermato sulla possibile creazione di hub per il rimpatrio in Paesi terzi sicuri, principalmente africani, parlando di opzione «legittima» per gli Stati che intendono perseguirla: «Sono stati menzionati da alcuni Paesi membri, in particolare da quelli che li stanno predisponendo o che stanno preparando i negoziati con Paesi terzi in merito a questi centri. Il progetto Italia-Albania è diverso. È un progetto italiano». Successivamente ha aggiunto: «Concentriamoci anche sul concetto di Paese terzo sicuro. Il che significa che la procedura di asilo può effettivamente essere svolta al di fuori dell’Unione europea, laddove il concetto di Paese terzo sicuro lo consente».

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L’Unione europea fa quadrato attorno a Madrid dopo Ceuta

Il Consiglio Ue ha parlato di «visione condivisa sulla necessità di continuare a combattere senza tregua il traffico di migranti, di potenziare i rimpatri, di rafforzare le frontiere, di instaurare partenariati solidi con i Paesi terzi e di migliorare la capacità di previsione», aggiungendo poi: «I ministri hanno sottolineato che la comunicazione dovrebbe essere più coordinata e più coerente, soprattutto per contrastare attori esterni malintenzionati impegnati nella manipolazione delle informazioni e nelle interferenze dall’estero». Sostanzialmente l’Ue ha fatto quadrato attorno a Madrid, ribadendo che la gestione delle migrazioni è compito dell’intera Unione europea.

L’Ue fa quadrato attorno alla Spagna su Ceuta, ma bacchetta Sanchez
Fernando Grande-Marlaska (Ansa).

La Spagna: «Incomprensibile la decisione italiana su Schengen»

Prosegue intanto la diatriba tra Spagna e Italia innescata dalla crisi di Ceuta. Dopo la videocall, il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska ha dichiarato: «Sono entrati illegalmente 72 mila migranti. Di questi 70 mila hanno fatto rientro in Marocco. Non ho compreso la chiusura di Schengen da parte dell’Italia, mi è sembrata totalmente priva di necessità e proporzionalità. Vediamo che succede, se ci sarà un ripensamento. Non c’è stato alcun rischio di movimento secondario, avendo Ceuta un regime speciale». Nel corso della riunione, Matteo Piantedosi ha affermato il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne «non è stata in alcun modo di una misura rivolta contro la Spagna», bensì «una scelta di natura cautelare e organizzativa, intesa a tutelare la sicurezza nazionale e la tenuta dell’intero sistema europeo dei controlli in un momento di forte sollecitazione, come avvenuto in tantissimi altri casi».

Poste Delivery Web, il servizio per spedire i bagagli e viaggiare leggeri

Estate tempo di ferie, relax e… per alcuni anche bisogno di spedire. Poste italiane ha pensato a chi vuole viaggiare libero dai bagagli e preferisce far recapitare le proprie valigie direttamente nel luogo di villeggiatura. Con il servizio Poste Delivery Web si possono infatti spedire bagagli e pacchi fino a 70 kg in Italia e 30 kg all’estero, scegliendo di farli ritirare da casa, da un indirizzo diverso, da un ufficio postale o da un punto di ritiro della rete Punto Poste. La spedizione si può creare e acquistare online dal sito web poste.it o dall’app P di Poste italiane, per un’esperienza semplice e veloce. Un ulteriore opzione è rappresentata dall’acquisto attraverso il Borsellino Spedizioni che consente, tramite credito ricaricato, di velocizzare il pagamento e di risparmiare. Per ogni ricarica è riconosciuto fino al 15 per cento di bonus, da utilizzare da subito per acquistare spedizioni. Il servizio offre il monitoraggio dello stato della spedizione, dalla partenza fino all’arrivo a destinazione, sul sito poste.it o App P di Poste Italiane. Basta inserire il numero di tracking sul “Cerca spedizione” o attivare le notifiche via e-mail o sms.

Per vacanze “on the road” c’è 2ruotExpress

Tanti italiani e non solo scelgono la libertà delle vacanze on the road, chi in sella alla moto per percorrere lunghe distanze nella natura, chi sgusciando con lo scooter nelle viuzze di suggestivi paesini o chi ancora preferisce il silenzio e la pedalata della bicicletta. È a tutti loro che Poste italiane offre il servizio 2ruotExpress, una comoda iniziativa per spedire moto, scooter o bici in Italia e a Barcellona. I clienti possono poi ritirare i loro mezzi a due ruote approfittando della celerità di Sda, il corriere espresso di Poste per il trasporto dei veicoli a motore o pedali, e scegliendo il punto di ritiro più vicino tra le 90 filiali in Italia. I veicoli affidati al servizio 2ruotExpress sono assicurati contro incendio, furto e danneggiamenti. La motocicletta, lo scooter o la bicicletta viaggiano in totale sicurezza in speciali gabbie metalliche e con apposite cinghie di ancoraggio progettate per proteggere dagli urti. Un sistema di rilevazione satellitare ne consente inoltre il tracciamento in tempo reale per monitorare lo stato della spedizione. Il mittente deve semplicemente recarsi presso la sede Sda di partenza per assistere alle manovre di carico e ancoraggio del mezzo all’interno dell’apposita gabbia.

Sinner a Milano per controlli ortopedici prima di Cincinnati: cosa è successo

A pochi giorni dalla partenza per Cincinnati, dove si terrà il prossimo Masters 1000 a cui parteciperà, Jannik Sinner ha raggiunto Milano per svolgere nuovi controlli medici dopo quelli effettuati a giugno all’ospedale San Raffaele, che erano serviti per approfondire sul malore fisico e i problemi avvertiti durante il match del Roland Garros contro Juan Manuel Cerundolo.

La visita potrebbe essere legata a un fastidio al ginocchio destro

Stavolta Sinner, che nei giorni scorsi ha effettuato un check-up al J Medical di Torino, si recato presso la clinica privata Physioclinic, per controlli ortopedici e preventivi: l’ipotesi è che ci sia stato un focus sul ginocchio destro – di recente il campione altoatesino è stato fotografato con un cerotto applicato proprio in quella zona – in vista dell’imminente partenza per la stagione sul cemento americano. Gli esami, durati quattro ore, sono stati organizzati su richiesta del suo staff e Sinner è stato visitato dal dottor Piero Volpi (ex medico sociale dell’Inter). Se dagli accertamenti non emergeranno criticità, Sinner – arrivato a Milano in auto da Monte Carlo – decollerà verso l’Ohio domenica 9 agosto.

Quando Lampedusa era Ceuta: l’ipocrisia di Meloni che oggi attacca Sanchez

La crisi di Ceuta ha spaccato l’Europa, con Giorgia Meloni in prima fila nel criticare in tema di immigrazione Pedro Sanchez, accusato di non saper gestire la frontiera spagnola (e dunque europea) col Marocco. Ma, come ricorda anche Le Monde, a settembre 2023 fu l’Italia a trovarsi in una situazione analoga alla Spagna – seppur in misura minore – quando a Lampedusa nel giro di 48 ore sbarcarono circa 10 mila migranti, circostanza che portò al collasso il sistema di accoglienza dell’isola (l’hotspot di contrada Imbriacola è progettato per meno di 400 persone).

Quando Lampedusa era Ceuta: l’ipocrisia di Meloni che oggi attacca Sanchez
Migranti appena sbarcati a Lampedusa a settembre del 2023 (Ansa).

Con Lampedusa al collasso Meloni invocò l’aiuto dell’Ue

«Tre anni dopo aver ottenuto il sostegno dei suoi partner, Giorgia Meloni utilizza le immagini dell’exclave come leva per isolarne uno: la Spagna», scrive Le Monde. Di fatto, la presidente del Consiglio ha usato Ceuta come uno strumento di campagna elettorale interna, descrivendo quanto accaduto come inevitabile conseguenza delle politiche di Madrid, considerate troppo permissive (anche se non è esattamente così), anche alla luce della maxi-sanatoria per gli immigrati irregolari varata ad aprile dal governo socialista di Sanchez. Eppure, quando Lampedusa era – per così dire – Ceuta, la premier italiana invocò l’intervento delle istituzioni europee, chiedendo un meccanismo di solidarietà per la redistribuzione dell’enorme numero di migranti arrivati sul suolo italiano, ottenendo immediato sostegno.

Quando Lampedusa era Ceuta: l’ipocrisia di Meloni che oggi attacca Sanchez
Pedro Sanchez e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La visita di Von der Leyen e il piano d’azione in 10 punti

La pressione migratoria raggiunse livelli record a Lampedusa tra il 12 e il 14 settembre 2023. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen visitò l’isola con Meloni il 17, presentando in quell’occasione un piano d’azione in 10 punti che prevedeva il supporto logistico di Frontex (ovvero l’agenzia Ue che gestisce la sicurezza dei confini esterni dell’area Schengen), una maggiore fermezza sui rimpatri, il potenziamento della sorveglianza aerea e navale, l’aumento delle campagne di sensibilizzazione e comunicazione per scoraggiare le traversate del Mediterraneo, l’attuazione del protocollo d’intesa con la Tunisia (che sarebbe stato successivamente criticato da 46 ong in quanto «modello dei complicità» basato su violazioni dei diritti umani). Nonostante l’attivazione di Bruxelles, però, i tentativi di redistribuzione obbligatoria o volontaria verso gli altri Stati membri dell’Ue rimasero sostanzialmente inefficienti. Ciò spinse l’Italia a focalizzarsi maggiormente su accordi bilaterali esterni (come il memorandum con la Tunisia) per bloccare le partenze alla radice.

Il Ponte sullo Stretto e i sospetti sulle nomine di Salvini: le pillole del giorno

In campagna elettorale non si butta via niente. Figuriamoci un cavallo di battaglia come il Ponte sullo Stretto. Matteo Salvini, in calo di consensi dentro e fuori la Lega, tra un tweet di esultanza per la sospensione di Schengen e un “bravo” al leader di Vox Santiago Abascal, trova il tempo di occuparsi della grande opera. Come scrive La Repubblica, con un decreto ministeriale, il ministro dei Trasporti ha rinnovato in anticipo rispetto alla scadenza naturale del dicembre 2026 il Consiglio superiore dei lavori pubblici. La tempistica, però, ha destato qualche sospetto visto che l’organo consultivo è chiamato in questi giorni a pronunciarsi proprio su alcuni dei passaggi più delicati del progetto Ponte. Due le new entry che hanno fatto storcere il naso al co-leader di Avs Angelo Bonelli: Mauro Dolce, professore di tecnica delle costruzioni alla Federico II e già assessore della prima Giunta Occhiuto, e Giuseppe Roberto Tomasicchio, professore di costruzioni idrauliche e marittime all’università del Salento. Non solo due esperti: il primo fa parte del comitato scientifico della società Stretto di Messina Spa e il secondo è iscritto al comitato Ponte subito.

Il Ponte sullo Stretto e i sospetti sulle nomine di Salvini: le pillole del giorno
Angelo Bonelli (Imagoeconomica).

Bonelli, parlando di «blitz inaccettabile», ha annunciato un’interrogazione durante il question time di Salvini alla Camera previsto per mercoledì. Sulle barricate anche il Pd con Anthony Bargallo, capogruppo in Commissione Trasporti alla Camera. «Il Consiglio superiore dei lavori pubblici non può essere trasformato in un organismo chiamato soltanto a ratificare le decisioni del ministro Salvini, in una sorta di struttura ‘yes man’ pronta a dire sempre sì alle sue scelte», ha tuonato il segretario regionale del Pd siciliano. Mentre per il 5 stelle Agostino Santillo, inserire nel Consiglio superiore dei lavori pubblici figure vicine alla società Stretto di Messina e ai comitati del “Sì” «significa trasformare un organo super partes in una cassa di risonanza della propaganda di governo». Salvini dal canto suo tira dritto. Lo scorso giugno insieme con l’amministratore delegato della società Stretto di Messina Pietro Ciucci aveva annunciato che l’iter approvativo del Ponte sarà completato entro la fine di questa estate. Il progetto, come ricorda Repubblica, dovrà essere poi esaminato dall’Assemblea generale del Consiglio superiore dei lavori pubblici e dalla Commissione speciale chiamata a valutare gli approfondimenti richiesti dopo le osservazioni della Corte dei conti e recepite dal Mit e dalla società Stretto di Messina. Il tutto poi passerà al nuovo esame da parte del Cipess e infine al controllo della magistratura contabile che il governo ha fretta di riformare…

Il Ponte sullo Stretto e i sospetti sulle nomine di Salvini: le pillole del giorno
Matteo Salvini a Messina (Ansa).

Pier Silvio, che reputation!

Sta scalando tutte le classifiche immaginabili, roba da Guinness dei primati. Secondo l’ultima rilevazione di Top Manager Reputation, Pier Silvio Berlusconi è il primo della lista, superando di un soffio personaggi del calibro di Andrea Orcel, Carlo Messina, Claudio Descalzi, ovvero i “classici detentori” del titolo.

Il Ponte sullo Stretto e i sospetti sulle nomine di Salvini: le pillole del giorno
Pier Silvio Berlusconi (foto Imagoeconomica).

Un gioiello di giornalista

«Una collezione fatta di forme materiche ispirate alla terra e ai suoi orizzonti senza tempo. La sua forza discreta, il carattere unico e riconoscibile hanno conquistato attrici, giornaliste, presentatrici tv e persino la Famiglia Reale inglese». Così Giulia Barela pubblicizza i suoi gioielli, un brand che “piace alla gente che piace”, soprattutto a Roma, mostrando le immagini di conduttrici del piccolo schermo che indossano le sue creazioni durante le dirette. E tra le giornaliste ecco Alessandra Viero, di Mediaset, che si aggiunge alle tante che in passato hanno esibito ciondoli, orecchini e altre gioie a beneficio dei telespettatori (e non solo), tra le ire dei consumatori. Nella newsletter estiva inviata dalla maison ai clienti si legge: «C’è chi riconosce la bellezza a prima vista e la sceglie nel tempo. Le creazioni Giulia Barela, negli anni, hanno saputo conquistare sguardi diversi, dalla vita di ogni giorno ai palcoscenici più illuminati, tra tv, cinema e non solo».

Renzi, addio allo storico braccio destro

Si chiamava Bruno Cavini, democristianissimo, storico sindaco di Palazzuolo sul Senio e per tanti anni “braccio destro” di Matteo Renzi. Cavini, scomparso il 3 agosto a 84 anni, fu a lungo presidente nazionale di Uncem, l’Unione nazionale delle Comunità Montane e indimenticabile capo di gabinetto, portavoce e braccio destro di Renzi quando “il Bomba” era presidente della Provincia e poi sindaco di Firenze.

Parla Foti

È agosto, il caldo a Roma è infernale ma le commissioni parlamentari lavorano a pieno ritmo, Se martedì è saltata l’audizione del capo del M5s Giuseppe Conte nella commissione Covid, dato che in aula sono in programma le votazioni, mercoledì il ruolo di protagonista spetterà a Tommaso Foti. Le Commissioni riunite Bilancio e Politiche Ue di Camera e Senato svolgono l’audizione del ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le Politiche di coesione sulle prospettive del negoziato sul Quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea per il periodo 2028-2034. Sarà inevitabile un passaggio su quanto accaduto a Ceuta un tema che scalda parecchio il governo italiano, impegnato in una guerra senza quartiere contro il premier spagnolo Pedro Sanchez