Le famiglie investono i risparmi nella preparazione di un concorso, gli studenti dubitano degli esami, le ragazze chiedono di poter tornare a casa senza paura, gli elettori cercano il proprio nome in una lista. A 12 anni dall’arrivo di Narendra Modi al governo, la promessa di un’India più ricca, forte e rispettata si scontra con una popolazione sempre più insoddisfatta. Soprattutto quella più giovane. I nuovi impianti industriali, le ambizioni tecnologiche e il nazionalismo indù celebrato nei templi raccontano un’ascesa che in molti non ritrovano nella propria vita.
Meno male che Meloni ha definito Modi «il leader più amato al mondo»
Da mesi, questa insoddisfazione è salita in superficie, sporcando l’immagine che colui che Giorgia Meloni ha definito «il leader più amato al mondo» prova a presentare all’esterno. La patina del racconto di Modi è offuscata dagli Scarafaggi, il movimento che da mesi sfida l’esecutivo del premier giunto ormai a metà del suo terzo mandato. Ma la protesta è più ampia e si intreccia con le rimostranze di altre categorie sociali, in uno scenario nel quale sembra per la prima volta incrinarsi il sistema Modi.

La reazione delle autorità, come spesso accaduto, è forte. In un fine settimana, a Nuova Delhi, sono stati dispiegati circa 41 mila agenti in una capitale blindata per provare a stoppare le manifestazioni: stazioni della metropolitana chiuse, posti di blocco e strade sbarrate. Oltre 7 mila persone sono state fermate. Due leader degli Scarafaggi, Ashutosh Ranka e Saurav Das, sono stati in seguito trasferiti nel carcere di Tihar per cinque giorni di custodia giudiziaria.
La presunta violazione degli impegni a mantenere la «pace sociale»
Liberati e tornati a manifestare, avevano scavalcato le barricate di Jantar Mantar, l’osservatorio astronomico settecentesco diventato uno dei principali luoghi del dissenso nella capitale. Lì avevano sventolato il tricolore, dopo che la polizia aveva cancellato il sito dall’elenco degli spazi autorizzati alle proteste. Per le autorità hanno violato gli impegni a mantenere la «pace sociale».

La Corte suprema ha convocato un’udienza urgente, ordinando di ripristinare trasporti e comunicazioni e riesaminare le limitazioni alla circolazione: chi manifesta pacificamente può essere privato della libertà soltanto secondo le procedure previste dalla legge. Quasi 150 giornalisti si sono riuniti al Press Club contro i fermi dei colleghi. La città sta moltiplicando i luoghi della ribellione.

Musulmani e minoranze penalizzati elettoralmente
Il bersaglio principale è Gyanesh Kumar, capo della Commissione elettorale. La revisione delle liste ha cancellato oltre 130 milioni di nominativi, più di due volte la popolazione dell’Italia. L’opposizione denuncia un impatto sproporzionato su musulmani e minoranze, accusando Kumar di preparare un vantaggio duraturo per il Bharatiya Janata Party di Modi.

In gioco la possibilità stessa di scegliere chi governa
La Commissione respinge le accuse: la pulizia delle liste elimina duplicazioni e iscrizioni irregolari, chi è stato escluso erroneamente può registrarsi di nuovo. Ma essere costretti a dimostrare di esistere, dopo essere scomparsi da un registro, pesa diversamente su chi ha documenti, tempo e denaro e su chi vive ai margini. Per il BJP i manifestanti vogliono minare la democrazia mettendo in discussione operazioni legittime. Per gli Scarafaggi, però, è in gioco la possibilità stessa di scegliere chi governa.

Chieste e ottenute le dimissioni del ministro dell’Istruzione
Nei mesi precedenti erano scesi in piazza contro le fughe delle tracce degli esami di ammissione universitari e dei concorsi pubblici, fino a ottenere a luglio le dimissioni del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan. Dietro quella mobilitazione c’erano anni di studio, risparmi familiari spesi nei corsi di preparazione e opportunità di lavoro troppo scarse: il sospetto che anche la selezione fosse manipolata aveva trasformato la frustrazione individuale in una contestazione collettiva.

Il concorso pubblico e l’università restano strumenti di mobilità in un’economia incapace di offrire abbastanza impieghi sicuri a una popolazione giovane enorme. Le fabbriche di iPhone e i progetti sui semiconduttori alimentano le ambizioni industriali del governo, mentre milioni di candidati continuano a contendersi un posto pubblico.
Il governo però non vuole cedere sull’arbitro del voto
Ora il movimento chiama questa nuova fase “Season 2″: dalla possibilità di conquistare un posto a quella di contare attraverso il voto. Due meccanismi di selezione, due promesse di uguaglianza che una parte dei giovani considera compromesse. Cedere su un ministro è una cosa, farlo sull’arbitro del voto espone il governo a una contestazione della propria legittimità.

D’altronde, attorno alla battaglia sul voto si addensano frustrazioni accumulate nelle università, nel mercato del lavoro, negli spazi pubblici. Il governo può spostare una protesta sulla mappa. Più difficile cancellare le ragioni per cui continua a ricomparire: la mancanza di fiducia nelle istituzioni.
Il principale rivale di Modi è Rahul Gandhi
Rahul Gandhi sta provando a portare questa energia dentro una battaglia comune delle opposizioni. Il leader del Congresso, principale rivale di Modi, è stato fermato temporaneamente più volte, assieme ad altri parlamentari. Su tivù e social tutti lo hanno visto caricato su un mezzo dagli agenti, mentre anche la sorella Priyanka veniva arrestata.

Tornato in libertà, Rahul ha subito guidato la marcia verso la Corte suprema, mostrando una copia della Costituzione indiana da un autobus scoperto. Con lui migliaia di sostenitori e i vertici della coalizione d’opposizione “India“, dal Congresso ai partiti regionali. Per Gandhi, che nelle lunghe marce attraverso il Paese ha cercato un rapporto meno mediato con gli elettori, si apre uno spazio politico. Riempirlo richiede però di convincere una generazione diffidente anche verso le vecchie dinastie.

Lo stupro di una 17enne e le richieste delle studentesse
Nei campus di Delhi, intanto, le studentesse chiedono di poter attraversare quelle porte e tornare a casa senza paura. La denuncia dello stupro di una 17enne nel parco di Aastha Kunj, nella seconda metà di settembre, ha riacceso le proteste assieme ad altri gravi casi di violenza contro minorenni.

Centinaia di studenti di Lady Shri Ram, Miranda House, Gargi e altri college si sono mobilitati contro le molestie quotidiane, l’illuminazione insufficiente e l’assenza di controlli negli spazi attorno alle università. Chiedono trasporti sicuri e strumenti di denuncia che funzionino, contestano i consigli a evitare luoghi e orari, le restrizioni che scaricano sulle donne il compito di prevenire le aggressioni. Nel parco dell’aggressione non c’erano telecamere interne e alcune di quelle agli ingressi non funzionavano.

In India oltre 80 violenze sessuali al giorno secondo le statistiche
Secondo i dati del National crime records bureau riportati, nel 2024 la polizia ha registrato in India 29.536 casi di stupro, oltre 80 al giorno. A Delhi 1.058, il numero più alto tra le grandi città censite. Sono soltanto le violenze denunciate, perché stigma, pressioni familiari e timore delle conseguenze ne lasciano molte altre fuori dalle statistiche. Quattordici anni dopo Nirbhaya, la giovane violentata su un autobus nel 2012, la Corte suprema è tornata a chiedere verifiche sulle falle della sicurezza. Le manifestanti vogliono sapere chi risponde quando illuminazione, sorveglianza e sistemi di protezione promessi dopo ogni aggressione non funzionano.

Anche nelle campagne la promessa di modernizzazione incontra chi teme di pagarne il prezzo. A luglio migliaia di agricoltori del Punjab hanno marciato verso Nuova Delhi contro quello che descrivono come un accordo commerciale «segreto» con Washington: l’apertura alle importazioni americane di olio di soia, cereali per mangimi e latticini minaccerebbe i redditi di milioni di famiglie. È una mobilitazione che ha riportato nella capitale una delle opposizioni più tenaci a Modi. Tra il 2020 e il 2021 i contadini avevano presidiato per mesi gli accessi alla città, costringendo il premier a ritirare tre leggi di liberalizzazione agricola. Dietro la difesa dei prezzi e delle protezioni del mercato c’è la stessa domanda che attraversa i campus: quale spazio riserva l’India che cresce a chi dispone di pochi margini per assorbire un’altra perdita?

Il nazionalismo ha spostato l’identità indiana verso quella indù
Non vanno poi dimenticate le inquietudini delle minoranze delle enormi “periferie” territoriali dell’India, soprattutto musulmane. Le accuse di esclusione dalle liste elettorali si innestano su anni di politiche e mobilitazioni nazionaliste che hanno spostato l’identità indiana verso quella della maggioranza indù.

La legge sulla cittadinanza approvata nel 2019 agevola l’accesso per migranti di sei religioni provenienti da Afghanistan, Bangladesh e Pakistan, lasciando fuori i musulmani. Nello stesso anno, la revoca dello status speciale del Jammu e Kashmir, a maggioranza musulmana, è stata accompagnata da arresti e blocchi delle comunicazioni. Nel gennaio 2024 Modi ha presieduto la consacrazione del tempio di Ram ad Ayodhya, sul sito della moschea demolita da estremisti indù nel 1992. Un trionfo per il suo elettorato, un altro segnale di estraneità per molti cittadini musulmani.

Queste tensioni non confluiscono automaticamente in un fronte comune con contadini, studentesse e Scarafaggi. Il nazionalismo indù conserva un consenso profondo, le opposizioni restano attraversate da rivalità e interessi diversi. Ma nelle mobilitazioni ricorre la richiesta di poter accedere alle opportunità e alle garanzie che il governo promette: un lavoro, la libertà di attraversare la città, istituzioni imparziali, il riconoscimento di un’appartenenza che non dipenda dalla religione. Modi, dopo aver già perso la maggioranza assoluta alle elezioni del 2024, è chiamato a dare risposte. Altrimenti il rischio è vedere incrinarsi un sistema nel quale si è sentito a lungo invincibile.
