Uno, due, tre: flop. Mentre votavano tre fiducie e un voto finale sulla legge elettorale, i deputati, ma anche i senatori, di centrodestra e di centrosinistra non sfoggiavano sorrisi di trionfo o bronci da disfatta. Erano tutti soprattutto molto, molto mogi. Tanti i motivi: c’è il rischio bocciatura della Consulta, per la legislatura è partito il countdown, molti parlamentari torneranno a casa per sempre. Ma c’è uno spettro che agita i sonni dei leader.

Aiuti esterni cercasi
Perché il Melonellum ha come scopo principale dichiarato quello di dare cinque anni di stabilità a Palazzo Chigi per chi vince le elezioni. A questo serve il premio di maggioranza di 35 senatori e 70 deputati alla coalizione che ottiene il 42 per cento sia alla Camera sia al Senato, fino ad arrivare a quasi il 55 per cento dei parlamentari. Però, c’è un però. Se infatti nessuno raggiunge la soglia minima del 42 per cento il premio di maggioranza salta e il risultato delle elezioni si trasforma in un proporzionale puro. La prima conseguenza è che nemmeno la coalizione prima arrivata potrebbe dar vita a un governo senza aiuti esterni. Si aprirebbe insomma uno scenario da Prima Repubblica con lunghe consultazioni al Quirinale, estenuanti trattative con i partiti minori lasciati fuori dalle coalizioni al momento del voto (come potrebbero essere Roberto Vannacci e Carlo Calenda), fino ad arrivare, alle brutte, a trattative con i proxy, con i partiti più affini a scapito della compattezza della coalizione. Un sogno per chi ipotizza una riedizione delle larghe intese, un incubo per Giorgia Meloni ed Elly Schlein.

Se l’asticella fosse troppo alta?
Proprio per questo Fratelli d’Italia a un certo punto aveva ipotizzato di presentare una modifica allo Stabilicum per abbassare al 41 per cento la soglia. Più affrontabile, soprattutto considerando i sondaggi che non danno alcuna coalizione in netto vantaggio, ma entrambe vicine al pareggio e soprattutto entrambe non stabilmente sopra il 42 per cento. Ma la lettura ragionata delle sentenze della Consulta in materia elettorale, rammentate al governo da Sergio Mattarella, ha fatto capire che si rischiava una bocciatura non solo di qualche codicillo ma di tutto l’impianto da parte della Corte Costituzionale. E dunque 42 per cento sia, ma con la grande incognita che l’asticella fissata sia troppo alta per le gambe delle due coalizioni e ci si ritrovi dopo il voto a un tana liberi tutti che rimescolerebbe le carte e i partiti. Tutto molto Prima Repubblica.

