Washington esce, Pechino si fa avanti. Nel momento in cui l’Organizzazione mondiale della sanità deve fare i conti con il ritiro del suo principale finanziatore, la Cina propone una propria dirigente per prenderne la guida. Si chiama Song Li, ha lavorato per oltre 20 anni alla gestione delle politiche per la salute materna e infantile e ora è ufficialmente candidata a succedere all’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, il cui secondo mandato terminerà nell’agosto 2027. Per Pechino, l’occasione è ghiotta: occupare lo spazio lasciato dagli Stati Uniti mentre Donald Trump allontana l’America dalle istituzioni multilaterali.

Il precedente di Margaret Chan
Song è stata direttrice generale del dipartimento per la salute delle donne e dei bambini della Commissione nazionale della sanità. Dall’ottobre 2023 fa parte della segreteria della Federazione nazionale delle donne cinesi. Durante la pandemia di Covid-19, è stata la principale curatrice di un testo sugli standard nazionali per la prevenzione e il controllo del virus per le donne, con l’obiettivo di garantire assistenza alle gestanti e cure ai neonati anche nel pieno dell’emergenza. Se eletta, sarebbe la prima persona proveniente dalla Cina continentale a guidare l’Oms. Un precedente cinese però esiste: Margaret Chan, nata a Hong Kong e sostenuta da Pechino, ha diretto l’organizzazione dal 2007 al 2017. La competizione, con voto nel maggio 2027, resta aperta. Altri sei Paesi, Arabia Saudita, Belgio, Qatar, Botswana, Indonesia e Spagna, hanno già reso pubbliche le proprie candidature.

Il sostegno al multilateralismo in funzione anti-Usa
La Cina presenta la candidatura di Song come una prova del suo sostegno al multilateralismo. Il riferimento, nemmeno troppo implicito, è alle mosse della potenza rivale. Gli Stati Uniti hanno infatti completato il ritiro dall’Oms a gennaio, dopo la decisione preannunciata da Trump al ritorno alla Casa Bianca. L’uscita del principale finanziatore ha imposto all’organizzazione una ristrutturazione che ha comportato il ridimensionamento dell’attività e il taglio di migliaia di posti di lavoro. Restano peraltro circa 260 milioni di dollari di contributi obbligatori americani non versati. La Cina ha promesso altri 500 milioni nell’arco di cinque anni. Nel biennio 2026-2027 le viene attribuito oltre il 20 per cento delle quote obbligatorie, contro il 22 per cento ancora assegnato agli Stati Uniti nonostante il ritiro. Attenzione: sono percentuali riferite ai contributi dovuti dai vari Paesi, non all’intero bilancio dell’agenzia, che dipende anche dai finanziamenti volontari.

Il finanziamento (selettivo) alle organizzazioni internazionali
La corsa all’Oms si inserisce in una strategia più ampia e che arriva da lontano. Nel 1971, la Repubblica Popolare di Mao Zedong ottenne il seggio alle Nazioni Unite in sostituzione della Repubblica di Cina di Chiang Kai-shek. Da allora, la crescita economica del Paese ha aumentato anche le sue responsabilità finanziarie: la quota del bilancio ordinario dell’Onu è passata da circa l’1 per cento nel 2000 al 20 per cento nel triennio 2025-2027, seconda soltanto a quella americana. Secondo uno studio del Center for Global Development, nel 2024 la Cina ha destinato 3 miliardi di dollari alle banche multilaterali di sviluppo, 10 volte la cifra del 2010. Lo studio segnala anche un aumento del 47 per cento dei contributi agli organismi Onu impegnati nello sviluppo. Negli ultimi cinque anni sono cresciuti del 92 per cento i finanziamenti ai programmi delle banche multilaterali che concedono prestiti a tasso zero o agevolato. Con un impegno da 1,5 miliardi, Pechino è diventata il quinto donatore dell’International Development Association, il fondo della Banca Mondiale per i Paesi più poveri. I finanziamenti multilaterali per il clima hanno raggiunto 5,25 miliardi nel 2025. È però un’espansione selettiva. Solo l’11 per cento dei contributi cinesi agli organismi delle Nazioni Unite è volontario, contro oltre il 70 per cento di quelli americani. Pechino ha inoltre ridotto del 32 per cento il sostegno a fondi come Gavi, che finanzia l’acquisto e la distribuzione di vaccini nei Paesi a basso reddito. La Cina insomma sceglie dove investire, senza sostituire integralmente gli aiuti occidentali. Anche sul piano del potere formale il sorpasso resta lontano. Nella Banca Mondiale la sua quota è intorno al 6 per cento, meno della metà di quanto suggerirebbe la formula economica dell’istituzione. Gli Stati Uniti conservano circa il 16 per cento e il diritto di veto.

I rapporti tra Pechino e la direzione uscente dell’Oms
Negli anni si sono moltiplicati anche gli incarichi. Il nome più visibile è quello di Qu Dongyu, direttore generale della Fao dal 2019. Dal 2020 Pechino ha perso posizioni di vertice in varie istituzioni dell’Onu, compresa l’Unione internazionale delle telecomunicazioni. I cittadini cinesi occupano cinque incarichi dirigenziali di alto livello nella Banca Mondiale e nelle altre banche multilaterali: un numero fermo dal 2021. La Cina ha peraltro coltivato rapporti molto stretti in sede Oms, anche con la direzione uscente. Nel gennaio 2020 Tedros incontrò Xi Jinping a Pechino ed elogiò l’impegno cinese contro il coronavirus. Washington accusò l’agenzia di eccessiva vicinanza alla Cina, un’accusa respinta dall’organizzazione. In seguito lo stesso Tedros ha chiesto maggiore collaborazione sulle origini della pandemia. Nel rapporto pubblicato nel 2025, l’Oms segnalava di attendere ancora informazioni dalle autorità cinesi, che hanno sempre respinto le contestazioni sulla mancata cooperazione.

Il Covid e il nodo della trasparenza sanitaria
Restano nella memoria le prime settimane di Wuhan. La trasmissione del virus tra esseri umani venne confermata pubblicamente solo il 20 gennaio 2020, molto tempo dopo le prime segnalazioni. A incidere, secondo diversi osservatori, fu anche il tentativo delle autorità locali di provare a gestire l’emergenza evitando di portare «brutte notizie» al governo centrale. Il tema della trasparenza sanitaria è peraltro attualissimo, in un momento in cui il mondo osserva la diffusione di Ebola in Kenya e il presunto caso di peste in Russia. Il ricordo del Covid potrebbe essere un’eredità politica con cui la candidatura di Song alla guida dell’Oms dovrà confrontarsi, con la Cina chiamata ad accompagnare responsabilità a un potere che si fa più grande.
