Il primo ministro russo Mikhail Mishustin lo ha definito un «simbolo di amicizia». Il suo omologo nordcoreano Pak Thae-song ha parlato di un «evento storico». Russia e Corea del Nord hanno inaugurato un ponte stradale lungo il confine. Dietro la solida intesa tra Kim Jong-un e Vladimir Putin, così come nelle relazioni tra Pyongyang e Pechino, ci sono tuttavia esigenze strategiche più che ideologiche. Ed è questo che muove la nuova diplomazia di Kim, intenzionato a mantenere ottimi rapporti con il vicinato ma anche ad ampliare la sua rete di alleanze per acquisire influenza internazionale.

Il ponte tra Russia e Corea del Nord
Il ponte Yakov Novichenko, intitolato all’ufficiale sovietico che nel 1946 salvò il primo leader nordcoreano Kim Il-sung da un attentato, collega Russia e Corea del Nord attraverso il fiume Tumen. Al netto della propaganda, la sua realizzazione è stata tutt’altro che lineare. L’inaugurazione prevista per il 19 giugno è slittata a fine agosto e i lavori sul lato russo risultavano completati solo al 65 per cento. Anche i costi sono lievitati: i 100 milioni di dollari inizialmente stanziati dal Cremlino sono raddoppiati. Presentato da Mosca e Pyongyang come un’infrastruttura commerciale e civile, il ponte potrebbe anche essere utilizzato per lo scambio di personale militare, di operai, di tecnologia bellica e risorse energetiche.

L’equilibrismo necessario di Kim tra Pechino e Mosca
Gli interessi però vengono prima dell’amicizia. Kim e Putin hanno infatti siglato un Trattato di partenariato strategico globale che, tra le varie aree di collaborazione, prevede una clausola di assistenza militare reciproca in caso di necessità. I legami con Mosca sembrano dunque solidi, ma dietro questa intesa ci sono due aspetti da considerare. La Corea del Nord sa innanzitutto di dover mantenere un equilibrio diplomatico tra Russia e Cina, evitando di avvicinarsi troppo a una delle due potenze per non compromettere i rapporti con l’altra.

Allo stesso tempo Kim non intende trasformare Pyongyang nel satellite di un alleato più forte. «L’allineamento tra Russia e Corea del Nord rimane fondamentalmente pragmatico e contingente, fondato più sulla convenienza a breve termine che su una solida architettura di alleanza», ha scritto l’Australian Journal of International Affairs. La diffidenza è evidente anche nei legami con la Cina. La sponda del Cremlino ha notevolmente accresciuto il senso di indipendenza nordcoreano dal Dragone, sfidando il quasi monopolio cinese sull’influenza geopolitica esercitata sul vicino. La convergenza tra Kim e Putin non è vista di buon occhio a Pechino, principale partner economico di Pyongyang (2,73 miliardi di dollari di interscambio commerciale nel 2025). Non farà inoltre piacere alla Cina la decisione della Corea del Nord di ricostruire le difese lungo il confine settentrionale tra i due Paesi, ripristinando campi minati. Ufficialmente per contrastare contrabbando ed espatri illegali, ma non esattamente un segnale di fiducia.

Dal Vietnam alla Tanzania, la rete diplomatica di Pyongyang
In politica estera Kim sta mostrando una curiosa intraprendenza diplomatica alla ricerca di nuove aree di cooperazione. Nel Sud-est Asiatico, per esempio, la Corea del Nord ha intensificato i dialoghi soprattutto con Vietnam e Laos. Sono poi andati in scena avvicinamenti analoghi con la Bielorussia di Alksandr Lukashenko e con la Tanzania, insospettabile Paese africano nel quale il governo nordcoreano vanta da tempo un’attivissima ambasciata. Kim vuole insomma ridurre l’isolamento internazionale ed evitare di dipendere troppo dai suoi vicini. Che restano comunque alleati imprescindibili.
