Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora

L’attesa onda blu ha travolto Donald Trump, infliggendo ai repubblicani una sconfitta storica e cocente nelle elezioni di metà mandato. Il Grand old party ha perso il controllo sia della Camera, ed era previsto, sia del Senato, un risultato questo meno scontato. A perdere sono stati soprattutto i candidati imposti dal Presidente al suo partito, a vincere quelli da lui più dileggiati tra i democratici. Ora, dopo una approfondita analisi del voto, lo sguardo si sposta però sulle mosse del presidente Usa, che non ama le sconfitte, e sulla difficile convivenza che avrà con un congresso ostile.

Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora
Donald Trump (Imagoeconomica)

La carica dei dem: da Ossoff a Talarico

Indiana 5, non un taxi ma un collegio della Camera, è stato poco dopo la mezzanotte italiana il primo segnale della débâcle repubblicana. Seguito dalla vittoria di larghissima misura dell’astro nascente dem Jon Ossoff in Georgia, e ancora di Roy Cooper in North Carolina, di Annie Andrews in South Carolina, del sindacalista indipendente Dan Osborn in Nebraska, di Adam Hamilton in Kansas dove i dem non vincevano dal 1932. Ce l’ha fatta anche Abdul El-Sayed in Michigan: è il primo senatore di religione musulmana. L’onda blu ha poi travolto il North Carolina, l’Ohio e l’Iowa. Clamorosa la vittoria di James Talarico in Texas dopo 38 anni di digiuno democratico al Senato. Non solo. Nello Stato della stella solitaria, Il governatore Greg Abbott ha ammesso la sconfitta contro la democratica Gina Hinojosa.

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Le ragioni del tracollo repubblicano

Ad aver voltato le spalle all’Elefantino sono stati soprattutto i giovani. Stando alla Cnn, il 65 per cento degli elettori tra i 18 e i 29 anni avrebbe votato per i democratici. Due anni fa si erano divisi nel sostegno a Trump e Kamala Harris. Tra gli ispanici la percentuale sfiorerebbe il 62 per cento. A pesare sono stati soprattutto l’aumento del costo della vita, della benzina, i dazi e l’attacco all’Iran, poi le drastiche misure anti-immigrazione e una politica estera troppo interventista. Ma anche i favori fatti alle lobby, soprattutto ai paperoni delle big tech, a scapito di quella classe media che due anni fa lo aveva premiato, il dilagare dei data center, il timore che l’Intelligenza artificiale possa mangiarsi i posti di lavoro dei blue collar, le nostre tute blu. Ma anche la subalternità al governo di Benjamin Netanyahu. Non a caso, martedì pomeriggio Trump aveva annunciato la fine degli aiuti militari a Tel Aviv. Insomma, molti di coloro che due anni fa avevano votato The Donald perché aveva promesso di aiutare i più deboli, si sono sentiti traditi dalla vicinanza a multimiliardari percepiti come al di sopra di ogni regola.

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Festeggiamenti dem in Michigan (Ansa).

La partita dei democratici in vista del 2028

Fin qui la cronaca di una notte durante la quale si sono ribaltati equilibri rimasti stabili, in alcuni casi, da decenni. Ora le incognite sono due: cosa farà Trump e cosa faranno i democratici. I dem infatti da domani potranno bloccare le nomine del presidente, decidere il calendario del Congresso, e potranno addirittura promuovere un impeachment contro il tycoon (difficile però che passi). E soprattutto dovranno capitalizzare un voto che è una bocciatura per l’inquilino della Casa Bianca. Per trasformarlo in una cambiale in bianco nel 2028 servirà però un ottimo candidato e una linea politica meno divisa tra moderati e progressisti. Come del resto ha ricordato Barack Obama. «Questa sera, il popolo americano ha lanciato un messaggio chiaro», ha postato su X l’ex presidente, «vuole una politica capace di unire le persone anziché dividerle e leader che propongano soluzioni concrete alle sfide che deve affrontare».

Mr VETO pronto a collaborare?

Trump dal canto suo ha commentato al New York Times che è «pronto ad accettare il risultato»: «Collaboreremo con i democratici; non vediamo l’ora di lavorare insieme a loro. Probabilmente troveremo un’intesa». Sui social, però, i toni erano stati decisamente meno concilianti. Il presidente nella serata aveva postato su Truth l’immagine di un berretto rosso con la scritta «VETO». «Il mio nome non era sulla scheda elettorale. Se lo fosse stato, avremmo vinto CON UNA VITTORIA SCHIACCIANTE!», aveva tenuto a precisare. Trump si è poi scagliato persino contro Fox News, definendo i sondaggi dell’emittente «un attacco premeditato, una stronzata (Bullshit)».

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Il post di Trump su Truth.

L’incognita di un nuovo attacco all’Iran

Al di là dei commenti a caldo, il tycoon potrebbe, come ha già annunciato, mettere il veto sulle norme proposte dai dem, a cominciare da una maggiore assistenza sanitaria. Secondo gli analisti, però, questo non farebbe che mettere l’accento su progetti apprezzati dalla base. In politica estera il presidente ha poteri molto ampi, ma il Congresso potrebbe bloccare i fondi necessari, ad esempio, per proseguire gli attacchi in Iran, ma non potrà fermarli. Ora bisogna capire se Trump userà le prossime settimane se non i prossimi giorni per sferrare un attacco a Teheran o se rientrerà entro i confini come gli chiedono i sostenitori Maga. «La prima luce dell’alba è all’orizzonte», ha commentato il neo-eletto Ossoff, nuovo idolo democratico. Di certo lo schiaffone per il presidente è stato secco. Se sarà un’alba per i democratici lo si vedrà nel 2028: nel mezzo ci sono due anni di braccio di ferro tra Trump e Congresso e un presidente ferito che venderà cara la pelle.