Come si vive in un paese commissariato per camorra?

Lucia Serino

Mi dispiace per la pasticceria Pepe e per il caseificio Aurora. Due autorità del gusto che, all’improvviso, per i capricci della geografia amministrativa, si sono trovati a essere privati del loro territorio d’appartenenza, la piccola Sant’Egidio, per via di quell’annessione per decreto di una fetta di paese alla vicina e più grande Pagani. In tempo per condividerne il destino di rinomata zona criminale, per la terza volta senza sindaco e senza consiglio comunale, governata da tre commissari prefettizi. Diciamolo meglio perché mi accorgo, nel momento stesso in cui scrivo, che le parole non escono bene: consiglio comunale sciolto per camorra. Una volta, due, e ora tre. Con quali risultati di redenzione e riconversione? Nessuno, solo recidive. Ora, non so cosa potete immaginare della vita in un comune sciolto per camorra. Io, per esempio, sono zingara. Parto, torno, mi muovo parecchio. E questo aiuta: una parte del disagio, quando non ci sei, semplicemente non la vedi. Ma quando torni allora diventa difficile non accorgersi che manca qualcosa di impercettibile. Innanzitutto manca quella cosa minima e quotidiana che si chiama decoro, non è più una priorità di nessuno. Per la verità non è che prima la città brillasse. Ma almeno potevi arrabbiarti. Ora con chi te la prendi? La raccolta differenziata è diventata una specie di materia scolastica in cui tutti conoscono la teoria e pochi sembrano sapere che cosa succeda nella pratica. Il Comune ha cambiato calendario e modalità del servizio, ha invitato i cittadini a usare l’applicazione Junker, ha ricordato giorni e orari di esposizione dei mastelli. Tutto molto ordinato sulla carta. Poi c’è la città vera, quella in cui la carta finisce nei contenitori e il resto, qualche volta, per strada. E’evidente che la città abbia smesso di produrre una sua idea di futuro. Trascinata nel vuoto, continua ad alimentarlo. Il cinema è chiuso. L’Auditorium teatro Sant’Alfonso, anche, è stato chiuso nell’estate per lavori di adeguamento, con una riapertura indicata per la fine di settembre, salvo nulla osta tecnico. Nel frattempo proliferano i supermercati. Cambiano insegne e ragioni sociali con una frequenza sospetta. Aprono negozi di abbigliamento. Crescono le scuole private e paritarie, in una città che ormai conta decine di istituti paritari. È il capitalismo urbano nella sua versione più elementare, si vende ciò che serve a consumare, studiare, mangiare, vestirsi. Molto meno ciò che serve a stare insieme. L’edilizia degli anni Sessanta invecchia male. Palazzi costruiti quando il cemento era ancora sinonimo di modernità mostrano crepe, superfetazioni, balconi rattoppati, facciate che avrebbero bisogno di manutenzione e una manutenzione che spesso sembra arrivare solo quando non se ne può più fare a meno. Neppure il 110 sono riusciti a fare. La cosa più strana, però, è un’altra. Non c’è conflitto. Non c’è il sindaco da contestare semplicemente perché non c’è il sindaco. Non c’è un assessore a cui telefonare per chiedere conto di una strada, di un marciapiede, di un servizio. Non c’è una maggioranza da attaccare e un’opposizione da ascoltare. Non c’è neppure quel litigio municipale, spesso ridicolo ma almeno vitale, che accompagna ogni città normale. Non c’è il manifesto polemico, il consiglio comunale infuocato, il consigliere che si alza, sbatte le carte e dice che così non si può andare avanti. Non si va avanti. E basta. I tre commissari che governano Pagani hanno per legge i poteri che spettavano al sindaco, alla giunta e al consiglio comunale. Ma un commissario non è un sindaco. Non ha bisogno di essere rieletto, non deve convincere nessuno, non deve spiegare la sua visione della città, non deve attraversare la piazza la domenica mattina cercando di capire dagli sguardi se la gente è contenta o arrabbiata. È lì per risanare un’amministrazione e accompagnarla fuori da una situazione che lo Stato ha giudicato compromessa. A Pagani resteranno diciotto mesi. Io penso che non serviranno a nulla. E’ già successo nei due scioglimenti precedenti. La democrazia municipale, nella sua forma più concreta e anche più paesana, è sospesa proprio mentre sarebbe necessario ricostruirne il senso. Certo, le ragioni dello scioglimento non appartengono alla categoria delle voci di paese. Il decreto presidenziale parla di condizionamenti della criminalità organizzata sull’amministrazione e di una compromissione dell’imparzialità e del buon andamento dell’ente. Nelle motivazioni compaiono rapporti tra soggetti ritenuti vicini alla criminalità organizzata e amministratori e dirigenti, affidamenti di servizi, gestione del cimitero e dello spazzamento, sanificazioni, assunzioni, occupazioni di terreni comunali e abusi edilizi non efficacemente contrastati. La commissione di accesso ha rilevato anche condotte amministrative e inerzie che, secondo la relazione prefettizia, avrebbero favorito interessi diversi da quelli istituzionali. E allora viene da chiedersi che cosa significhi, per una città, uscire da questo meccanismo. Non basta cambiare gli uomini. Non basta aspettare diciotto mesi e poi mettere un’urna in mezzo alla piazza. Il decreto dice esplicitamente che il commissariamento serve a rimuovere gli effetti del deterioramento e a ricondurre l’ente alla legalità. Ma la legalità, se deve diventare anche vita quotidiana, dovrebbe essere visibile in cose molto meno solenni, tipo una strada pulita, un servizio che funziona, un abuso che viene fermato, un teatro che riapre, un programma culturale che abbia un senso, una città che abbia qualcosa da raccontare oltre i propri procedimenti giudiziari. Che tristezza, persino le processioni sono tristi. L’altra sera quella dei Santi Martiri San Felice e Santa Costanza era piccola, dimessa. Certo, tirava vento. Ma mancava la città. Quella in cui si litiga perché c’è ancora qualcuno a cui attribuire una responsabilità. La cosa più difficile da raccontare va oltre la città governata dalla camorra. E’ una città che, dopo tre scioglimenti, rischia di abituarsi a essere governata da qualcun altro.

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