Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol

Fino a qualche mese fa Luigi Lovaglio era l’uomo che aveva rimesso in piedi il Monte dei Paschi. Oggi la domanda è un’altra: che cosa resta di quella reputazione dopo un’estate trascorsa a costruire una linea di difesa contro l’Opas di Intesa Sanpaolo che, pezzo dopo pezzo, sembra essersi smontata da sola? E soprattutto: quanto può durare alla guida della banca? 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

La controffensiva spuntata di Lovaglio

Lovaglio quella poltrona l’aveva conservata per il rotto della cuffia, grazie alla lista Tortora e all’appoggio decisivo di Delfin, contro il volere dell’altro socio forte, Francesco Gaetano Caltagirone. Oggi anche Delfin ha cambiato campo e il mercato considera molto probabile il successo di Intesa. Eppure a Siena la macchina continua a girare. Avvocati, consulenti, advisor: si parla di decine di milioni spesi per una controffensiva che ha prodotto molti annunci e risultati più modesti. Ora si valuta persino il rinvio dell’assemblea del 29 ottobre e contemporaneamente la distribuzione agli azionisti del 4,5 per cento di Generali, se non dell’intero pacchetto posseduto dal Monte. L’effetto è suggestivo, la sostanza meno. Quelle azioni fanno già parte del patrimonio di Mps e quindi del valore attribuito alla banca. Si distribuirebbe agli azionisti qualcosa che indirettamente è già loro, con in più il problema della tassazione. È forse questo il filo che lega le mosse di Lovaglio: non la mancanza di idee, semmai la tendenza ad annunciarle prima di avere verificato le condizioni per realizzarle. 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Carlo Messina (Imagoeconomica).

Gli ostacoli alle Ops su Banco Bpm e Banca Generali

Il primo caso è Banco Bpm. Il progetto si scontra subito con Crédit Agricole, che possiede il 29,3 per cento della banca milanese e non è d’accordo. Il 20 agosto Mps rilancia addirittura con due Ops, su Banco Bpm e Banca Generali, per circa 34 miliardi complessivi, accompagnate da una distribuzione straordinaria da 4 miliardi. L’ambizione non manca. Il problema sono ancora una volta i soci delle banche bersaglio. L’offerta su Banco Bpm non prevede premio e Crédit Agricole la giudica poco attraente e non sufficientemente creatrice di valore. Con Banca Generali cambia poco. Generali possiede il 50,2 per cento dell’istituto, mentre l’offerta Mps è condizionata al raggiungimento del 50 per cento più un’azione. Senza il Leone, dunque, l’operazione diventa assai difficile. Alberto Nagel aveva tentato una strada difensiva simile e, verificatane l’impraticabilità, aveva preferito abbandonarla. Quel precedente avrebbe forse meritato qualche riflessione. Se non altro per scaramanzia. 

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Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il nodo della passivity rule

Poi c’è la passivity rule, questione meno spettacolare ma più delicata. Le Ops vengono annunciate ad agosto, mentre l’autorizzazione degli azionisti è rinviata all’assemblea del 29 ottobre. Intesa presenta un esposto alla Consob sostenendo che il via libera avrebbe dovuto precedere iniziative potenzialmente in grado di ostacolare la sua offerta. Si aggiunge quindi un problema di numeri. Per liberare Mps dai vincoli della passivity rule occorre il 66,67 per cento dei voti presenti. Con un azionariato frammentato, una maggioranza tutt’altro che scontata. Prima di dichiarare battaglia, forse, conveniva contare i soldati.

Intesa alza l’offerta e Delfin cambia campo

Lovaglio sostiene inoltre che il 29 ottobre non sarà un referendum tra lui e Intesa: approvare le Ops, spiega, significa soltanto mantenere aperta la possibilità di esplorarle. Fino a quando, lo scorso 3 ottobre, Intesa cambia la partita aumentando di 800 milioni la componente cash dell’offerta, portandola da 1 a 1,25 euro per azione, ma ribadisce che, se gli azionisti approveranno le operazioni difensive, potrà ritirarsi. Il referendum che Lovaglio aveva escluso finisce così per materializzarsi. L’ultimo colpo di scena arriva la sera dello stesso giorno. Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, titolare del 17,6 per cento di Mps e decisiva a suo tempo per la conferma dello stesso Lovaglio, si impegna a conferire l’intera partecipazione all’Opas di Intesa e a votare in coerenza con le condizioni dell’offerta. È il colpo più pesante. Lovaglio perde il maggiore azionista proprio mentre gli servono i due terzi dei voti. Caltagirone era già sull’altro fronte. Insieme, Delfin e Caltagirone rappresentano circa il 31 per cento del capitale. Poiché basta il 33,34 per cento dei presenti per bloccare una delibera che richiede il 66,67 per cento, il margine si è fatto strettissimo. Quasi inesistente. 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Palazzo Rocca Salimbeni a Siena, sede di Mps (Imagoeconomica).

Il paradosso prodotto dalla resistenza di Lovaglio

I sostenitori di Lovaglio hanno però ancora un argomento: la sua resistenza ha contribuito a far mettere a Intesa altri 800 milioni sul tavolo. Per gli azionisti Mps è una buona notizia. Ma qui sta anche il paradosso: la strategia costruita per difendere il Monte dall’offerta di Intesa rischia di avere ottenuto soprattutto il risultato di renderla più conveniente. Una specie di eterogenesi dei fini applicata alla finanza. Resta, come si diceva, il conto della battaglia, mentre il mercato considera l’esito dell’Opas sempre meno incerto. E qui il Cda prima o poi dovrà porsi una domanda: fino a quando si difende un progetto industriale e quando diventa difficile distinguere quel progetto dalla permanenza di chi lo ha costruito? Lovaglio intanto continua il road show e prova a convincere investitori e mercato che la partita sia ancora aperta. È il suo mestiere e, finché resta amministratore delegato, anche il suo diritto. Solo che la Lovaglieide sembra arrivata ai titoli di coda. 

Mps-Intesa: così la resistenza di Lovaglio si è trasformata in un autogol
Luigi Lovaglio e Carlo Messina (Imagoeconomica).

La battaglia ormai è finita, quando Siena ne prenderà atto?

Banco Bpm si è fermata davanti a Crédit Agricole, Banca Generali davanti a Generali. La passivity rule ha complicato il percorso, Intesa ha trasformato il 29 ottobre nel referendum che Lovaglio non voleva e Delfin ha cambiato campo. Resta quell’aumento di 800 milioni strappato a Intesa. Per gli azionisti Mps non è poco. Per Lovaglio, però, è una vittoria singolare: dopo mesi trascorsi a cercare un’alternativa a Intesa, il risultato più concreto potrebbe essere stato quello di rendere Intesa più conveniente. A questo punto la domanda non è più se la battaglia sia finita. Ma quanto tempo occorrerà perché a Siena ne prendano atto.