Un clima da caccia alle streghe

Si respira un’aria pesante, tesa, quasi viziata tra le navate e nei corridoi del clero salernitano. In via Roberto il Guiscardo l’atmosfera è quella delle grandi purghe, dove l’ossessione dominante sembra essere diventata la caccia ai colpevoli, l’individuazione del “capro espiatorio”, l’inseguimento del dissenso. Una vera e propria caccia alle streghe guidata dall’Arcivescovo Andrea Bellandi e dal suo fidato e onnipresente “vescovo ombra”, Don Gentile. Un attivismo inquisitorio che stride drammaticamente con quella che dovrebbe essere la vera, unica e autentica missione di una guida spirituale: la cura delle anime e la fraternità con il proprio presbiterio. Mentre ci si affanna a cercare nemici interni e a puntare il dito contro i sacerdoti, ci si dimentica di una verità elementare: sono proprio questi atteggiamenti freddi, burocratici e formali a scavare un solco incolmabile tra il Vescovo e i suoi sacerdoti. Un presbiterio ferito, smarrito, lasciato a se stesso, non si rianima con la finzione scenica. Non bastano le pacche sulle spalle o gli abbracci elargiti a favore di camera a margine delle celebrazioni solenni nelle prese di possesso. Gesti ostentati che sanno di convenienza, privi di spontaneità, perfetti per la comunicazione d’immagine di un amministratore delegato, ma tragicamente lontani dal cuore di un Padre. Un Padre chiama, conosce per nome, ascolta, soffre con i suoi figli e li conforta. Non gestisce una Chiesa come se fosse una multinazionale in rinnovamento. Una riorganizzazione che, tra l’altro, somiglia sempre più a un desolante bilancio di chiusure e dismissioni: La voce della Chiesa zittita: spenta la televisione diocesana, già oscurata Radio Stella, chiuso lo storico quotidiano cattolico Agire. L’informazione locale e la presenza culturale della diocesi liquidate con un colpo di spugna. L’abbandono dei presidi storici: il Seminario svuotato e chiuso, la Colonia San Giuseppe svenduta o affittata. La gestione dei beni ed egemonie d’area: la Cattedrale e altri siti religiosi di primissimo piano — fonti di visibilità e importanti introiti — affidati alla gestione diretta degli “amici” di Comunione e Liberazione, con una preferenza di cordata che umilia la storia e le energie del clero locale. Il caso “Gregge”: l’ombra dell’opportunismo e la verità negata A coronare questo quadro desolante interviene la gestione opaca della vicenda dell’”Opera del Gregge”. Invece di fare immediata, rigorosa e trasparente chiarezza nell’interesse superiore della verità e della tutela dei fedeli, la risposta del Vescovo Bellandi ha mostrato il volto di una condotta più attenta all’opportunismo tattico, alla tutela della propria posizione e della propria “poltrona”, piuttosto che al coraggio della trasparenza. La tendenza a prendere tempo,la mancanza di una presa di posizione ferma ed esplicita sul dossier dimostrano che l’interesse primario non è stato quello di far luce, ma di evitare scossoni istituzionali che potessero incrinare equilibri di potere. Ma il tempo delle mezze verità sta per finire: presto nodi e retroscena verranno al pettine, mettendo a nudo responsabilità, omissioni e coperture che finora si è cercato di tenere coperte. Sacerdoti di serie A e di serie B: un presbiterio spaccato Ora, in questo quadro di smantellamento progressivo, sembra essere arrivato il turno dell’ultimo tassello: l’allontanamento e la delegittimazione dei preti. Con la regia del suo collaboratore “ombra”, l’operazione di isolamento dei sacerdoti sta portando i suoi frutti più amari. Ma c’è un’ulteriore verità scomoda che a breve emergerà con forza devastante e di cui presto si avranno notizie circostanziate: nella diocesi di Salerno è stato istituito nei fatti un odioso sistema a doppio binario. Esistono i sacerdoti di serie A — gli “allineati”, gli appartenenti ai movimenti e alle cordate privilegiate, protetti e gratificati con incarichi di rilievo e gestione di risorse — e i sacerdoti di serie B, quelli di periferia, gli indipendenti, i non ammessi al “cerchio magico”, lasciati soli ad affrontare le difficoltà quotidiane delle parrocchie senza alcun supporto e costantemente sotto la lente dell’inquisizione curiale. Un Vescovo non è un city manager chiamato a tagliare rami secchi per far quadrare i conti o a commentare i difetti dei propri collaboratori per additarli al pubblico ludibrio. Un Vescovo deve fare il Vescovo. Deve pensare alla vita pastorale vera, alla sofferenza delle parrocchie abbandonate e alla solitudine di tanti sacerdoti che consumano la propria vita nel silenzio. Servono padri, non inquisitori. Serve ascolto, non burocrazia. Se via Roberto il Guiscardo non ritroverà in fretta la strada dell’umiltà e della paternità, a restare chiusa non sarà solo una TV o un seminario, ma la porta stessa del cuore di un’intera comunità diocesana.

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