Perché Schlein ha deciso di dribblare Milano

Da quando è stato pubblicato il programma della Festa dell’Unità organizzata dal Pd milanese, da più parti ci si adopera per interpretare le ragioni recondite dell’assenza di Elly Schlein. Eppure, la realtà è in bella vista per chiunque si sforzi di guardarla: la segretaria nazionale ha deciso di non giocare la partita meneghina per concentrarsi sulla ben più complessa vicenda nazionale, come peraltro avevamo anticipato un mese fa. Con tutti gli aspiranti candidati sindaco ben posizionati nel palinsesto della kermesse, Schlein non avrebbe in nessun modo potuto evitare il fuoco di fila dei media sulle scelte ormai inderogabili riguardanti il futuro della città.

Il dribbling della segretaria sulle primarie cittadine

Nonostante la sua invidiabile capacità di usare molte parole per dire pochissimo, sarebbe stato inevitabilmente un gioco a perdere: ogni sua smorfia – e persino ogni sua scelta armocromatica – si sarebbe facilmente prestata a strumentalizzazioni giornalistiche. Incurante del detto secondo il quale gli assenti hanno torto a prescindere, Schlein ha preferito marcare visita, evitando non solo di farsi immaginare in sostegno a uno qualsiasi dei tanti candidati (e dire che Pierfrancesco Majorino fa parte della sua segreteria…), ma anche di proferire verbo sul metodo di scelta della candidatura, perché a oggi nessuno ha ancora ufficializzato il fatto che ci saranno davvero quelle primarie di cui ormai si parla da due anni.

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Pierfrancesco Majorino (Imagoeconomica).

Chi frena sui gazebo in città

La questione-gazebo non è certo secondaria, perché all’interno del centrosinistra milanese c’è chi li eviterebbe volentieri e lo dice apertamente. I meno entusiasti dell’idea sono quelli che avrebbero meno da guadagnarci: il M5s, che a Milano è storicamente molto debole, e Azione, che convergerebbe volentieri su un candidato moderato come Mario Calabresi, mentre teme molto la forza elettorale di un esponente più di sinistra come il succitato Majorino. Il partito di Calenda ha già annunciato che correrà da solo alle prossime Politiche, sottraendo voti al campo largo, ma a Milano vuole far pesare il proprio consenso, soprattutto nel centro storico, usando gli ottimi rapporti con Forza Italia per aumentare la propria forza contrattuale. Per quanto la parte più riformista del Pd sarebbe più che disponibile a trattare anche con i post-berlusconiani, in pole position c’è proprio Azione, che però è decisamente poco compatibile con il resto della coalizione: non solo con M5s e Rifondazione Comunista, ma anche con Alleanza Verdi e Sinistra, che pure è il secondo partito del rassemblement e ha tutte le carte in regola per crescere ulteriormente.

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Mario Calabresi (Imagoeconomica).

Il Modello Milano non è esportabile su scala nazionale

Già, ma chi decide sulla formazione della squadra da schierare in campo, prima ancora che sulla scelta del capitano? Di certo non Schlein: le avete mai sentito dire mezza parola su questioni come il futuro di San Siro? Quelle rare volte che si è espressa su Milano peraltro non le è riuscito benissimo, ad esempio quando ha ventilato provvedimenti contro Lorenzo Pacini, che aveva parlato di «fucili contro i fascisti»: non solo non se n’è fatto nulla, ma la popolarità del giovane candidato sindaco è cresciuta anche in ragione dell’eco mediatica di quell’esternazione. Il problema è che in politica i vuoti non esistono, perché qualcuno naturalmente li riempie. Quindi a decidere sulle sorti della città sarà il livello locale, ovviamente diviso in correnti esattamente come a Roma. La cosa in sé non è un male, anche perché le persone capaci a Milano non mancano, ma l’incapacità del Pd di fare dell’esperienza milanese un tesoro nazionale è ormai un fatto consolidato lungo più cicli politici. Qualcuno forse ricorderà che l’espressione «modello Milano» nacque molto prima del caos giudiziario legato all’urbanistica. Ai tempi della storica vittoria di Giuliano Pisapia indicava la speranza di trasferire a Roma la larghissima alleanza meneghina (da Italia dei Valori ai post-comunisti) per ritrovare quel consenso popolare che mancava dai tempi di Romano Prodi. Pisapia lo chiamava «campo progressista», ma il suo progetto non andò per niente bene.

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Giuliano Pisapia (Imagoeconomica).

Poi è arrivato Beppe Sala, che poteva rappresentare l’ideale trait d’union tra Milano e la Capitale per via dei suoi agganci con il Pd nazionale targato Matteo Renzi (e Maurizio Martina, suo vero king-maker). Anche nel suo caso, le ambizioni nazionali sono rimaste frustrate e il rapporto col partito è stato piuttosto altalenante, persino conflittuale. Ora tira buon vento e lo attende una candidatura coi dem in Senato, ma la clamorosa desistenza della segretaria nazionale sulla partita milanese fa pensare che la capitale economica sia davvero troppo diversa dal resto del Paese per essere considerata un benchmark esportabile.  

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Beppe Sala (Imagoeconomica).

Attesa per l’intervento di Schlein a Reggio Emilia

A dire il vero, Schlein non è del tutto assente nel programma della Festa dell’Unità milanese. La sua foto campeggia sulla pagina del 13 settembre, quando nel primo pomeriggio partiranno dal quartiere Corvetto i pullman (gratuiti) diretti a Reggio Emilia per ascoltare il suo discorso conclusivo della kermesse nazionale. Tira aria di sano cammellaggio in vista del vero inizio della campagna elettorale per le Politiche. Secondo le indiscrezioni che filtrano dal Nazareno, il suo intervento punterà in primo luogo sulle questioni programmatiche, sulle quali è stata recentemente incalzata da AVS: si attende un duro attacco al governo-Meloni su costo della vita, salari bloccati, inerzia ambientale, accise e carenze nel welfare, ma anche delle proposte concrete e identitarie, come la tassazione degli extraprofitti, soprattutto nel settore energetico.

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Elly Schlein (Ansa).

La segretaria stretta tra il duello con Conte e gli equilibri interni

Per quanto si voglia dare priorità ai temi, il vero punto della questione sarà la rappresentazione di questo intervento come il primo atto da candidata naturale alla Presidenza del Consiglio, al netto di una legge elettorale ancora da definire. Questa è la vera partita da giocare, non solo nell’ormai stucchevole dualismo con Giuseppe Conte, ma anche nel più delicato gioco degli equilibri interni, con diversi capicorrente che temono un suo passo falso e altri che specularmente sono invece pronti a scommetterci.

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Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Con quale tattica affrontarla? Auspicabilmente non dando retta a chi le suggerisce un’assenza quasi morettiana (non andrà nemmeno negli altri comuni al voto) e tantomeno a suggestioni strampalate come il rebranding da Elly a Elena Schlein, recente tormentone social, o le candidature “simboliche” (dal partigiano al neo 18enne, dal parente di una vittima di stragi ad altre bizzarrie), idee talmente bislacche da essere sintomi di una debolezza disarmante. Ascolti consigli più avveduti, come il richiamo a una proficua concretezza, come quella che ha permesso nelle ultime tre tornate di vincere a mani basse a Milano, un tempo chimera assoluta. E siccome solo un suicidio politico potrebbe mettere in discussione il quarto successo consecutivo, a prescindere dal candidato, è davvero cervellotico che la leader del principale partito della coalizione non lo cavalchi con entusiasmo, ma, al contrario, si faccia di lato in maniera così palese.