L’Ue apre nuovo cluster nei negoziati di adesione con l’Ucraina

L’Ue ha aperto il cluster 6, dedicato alle relazioni esterne, nei negoziati di adesione con l’Ucraina. La decisione è stata formalizzata martedì 14 luglio 2026 in occasione della terza Conferenza di adesione Ue-Ucraina. «Con l’apertura del cluster 6, il Consiglio ha dimostrato l’impegno dell’Ue nei confronti dell’allargamento», ha dichiarato il ministro irlandese per gli Affari europei, Thomas Byrne, a nome della presidenza di turno dell’Ue. Byrne ha definito la decisione «un’importante pietra miliare» nel percorso di adesione di Kyiv, ricordando che si tratta del secondo cluster aperto dall’Ue con l’Ucraina, dopo il cluster 1 sui fondamentali.

Kyiv: «Realistico completare il lavoro tecnico per l’adesione Ue entro il 2027»

«Il nostro piano non cambia, entro la fine del 2027 vogliamo adottare e iniziare ad attuare tutta la legislazione necessaria» per aderire all’Ue. Lo ha dichiarato il vice primo ministro ucraino per l’Integrazione europea ed euro-atlantica, Taras Kachka, rispondendo in conferenza stampa a una domanda sui tempi del percorso di adesione di Kyiv. Kachka ha sottolineato che l’Ucraina «non parte da zero», avendo già raggiunto «un elevato livello di recepimento dell’acquis europeo» attraverso l’attuazione dell’Accordo di associazione con l’Ue. Secondo il vicepremier, l’apertura dei cluster rappresenta «l’ingresso nella fase finale dei negoziati», quella in cui l’Ucraina potrà dimostrare di aver soddisfatto tutti i requisiti richiesti. Sull’apertura dei prossimi, ha aggiunto, «tutti i documenti sono pronti» e la decisione dipende ora dall’unità dei 27 Stati membri. «Tutte le istituzioni sono operative e le riforme strutturali stanno producendo risultati», ha affermato, evocando in particolare la riforma della giustizia. «È questo», ha concluso, «il punto di partenza che rende ragionevole la nostra ambizione di completare tutto entro la fine del prossimo anno».

Al via a Roma il nuovo round di negoziati diretti tra Israele e Libano

Al via oggi – 14 luglio – a Roma il nuovo round di negoziati diretti tra Libano e Israele, che si tengono sotto l’egida degli Stati Uniti (si terranno nell’ambasciata Usa). Dopo cinque tornate di colloqui a Washington, Beirut e Tel Aviv hanno raggiunto un accordo quadro per una «pace duratura» il 26 giugno, dopo l’entrata in vigore di un fragile cessate il fuoco tra l’esercito di Israele e Hezbollah: il movimento sciita, sostenuto dall’Iran, ha però respinto l’intesa, soprattutto a causa del nodo del ritiro dell’IDF dal Libano.

Il nodo del ritiro delle truppe israeliane dal Libano

La presidenza libanese ha spiegato che Hezbollah ha chiesto alla delegazione di Beirut «di esigere l’immediato ritiro delle forze israeliane da due zone pilota prima di qualsiasi ulteriore discussione». Una questione, questa, che è stata affrontata nel corso di colloqui che avviati nel fine settimana in Libano da una delegazione militare americana e dall’esercito regolare del Paese dei cedri. Da quanto filtra, Israele è disposto a ritirarsi gradualmente, a condizione che Hezbollah nelle aree evacuate non sia presente Hezbollah e che l’esercito libanese abbia le capacità (e l’intenzione) necessarie per mantenere tali settori demilitarizzati, impedendo qualsiasi ritorno del movimento sciita. Nel frattempo, l’IDF sta proseguendo con i raid nel sud del Libano contro i villaggi occupati da Hezbollah.

Consob, c’è l’accordo: Guido Stazi nuovo presidente

Dopo quattro mesi di stallo il governo sblocca finalmente la nomina della presidenza Consob: ad occupare la casella lasciata libera da Paolo Savona, il cui mandato settennale è scaduto a marzo, sarà l’economista Guido Stazi, attuale segretario generale dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) e prima ancora segretario generale proprio presso la Commissione di vigilanza per i mercati e la borsa.

Consob, c’è l’accordo: Guido Stazi nuovo presidente
Guido Stazi (Imagoeconomica).

Stazi è stato indicato da Forza Italia

La scelta di Stazi, esperto di piattaforme elettroniche e big data, è stata sponsorizzata da Forza Italia e ha ricevuto il via libera anche dalla Lega, che nei mesi scorsi aveva tentato di piazzare alla presidenza della Consob il sottosegretario al ministero delle Finanze Federico Freni. Quest’ultimo però a metà maggio ha fatto un passo indietro a causa delle perplessità all’interno della maggioranza e avanzate in particolare dagli azzurri, che spingevano per una figura più tecnica.

Chi è l’economista che guiderà la Consob

Romano classe 1957, Stazi da marzo del 2022 ricopre l’incarico di segretario generale dell’Agcm, di cui è stato anche responsabile del Comitato valutazioni economiche. L’economista, inoltre, è stato capo di gabinetto dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (2005-2012) e, come detto, segretario generale della Consob (2013-2017). In passato docente di Economia e politica della concorrenza nella facoltà di Scienze economiche e bancarie dell’Università di Siena e editorialista di Milano Finanza, Stazi è autore di volumi in materia di antitrust, regolazione ed economia digitale.

Consob, c’è l’accordo: Guido Stazi nuovo presidente
Guido Stazi (Imagoeconomica).

La nomina sblocca anche Antitrust e Anac

La nomina di Stazi, che otterrà semaforo verde in Cdm, è destinata a sbloccare anche quelle per le presidenze di Agcm e Anac, che – salvo sorprese – verranno spartite tra i tre partiti di maggioranza. Il vertice della Consob appunto a Forza Italia, quello dell’Antitrust a Fratelli d’Italia e quello dell’Autorità nazionale anticorruzione alla Lega.

Usa-Iran, altra notte di attacchi: colpite due petroliere, un morto

Trump ha annunciato al Congresso americano la ripresa della guerra contro l’Iran: «Sarà molto veloce. Colpiremo tutte le loro capacità che hanno a che fare con Hormuz e anche l’impianto nucleare di Pickaxe Mountain». E ancora: «Hanno rotto l’accordo, hanno scoperto che c’era qualcosa che non gli piaceva e noi non intendiamo accettarlo. Alla fine finiremo per controllare tutto quello che stanno facendo, è folle e molto stupido».

Attacco iraniano contro due petroliere emiratine

Nella terza notte consecutiva di raid americani, Teheran ha attaccato due superpetroliere emiratine causando un morto – un membro dell’equipaggio – e otto feriti. L’ha confermato il ministero degli Esteri degli Emirati in una nota: «Le petroliere nazionali Mombasa e al-Bahiyah sono state colpite da due missili da crociera iraniani mentre transitavano nella rotta di navigazione meridionale dello Stretto di Hormuz, nelle acque territoriali dell’Oman. L’attacco ha causato la morte di un membro dell’equipaggio indiano a bordo della petroliera Mombasa e il ferimento di altri otto, quattro dei quali in modo grave. Tra i feriti, sei sono indiani e due ucraini. Questo flagrante attacco è considerato una grave e chiara violazione del diritto internazionale, che minaccia la sicurezza e la stabilità della regione». Per questo Abu Dhabi si riserva il diritto di rispondere.

Paradosso Google Italia, più ricavi ma tagli al personale

Google Italy nel 2025 ha raggiunto ricavi per 992,8 milioni di euro, in crescita di quasi il 37 per cento sul 2024, che a sua volta era salito del 7,7 per cento sul 2023. E uno penserebbe che, con questo andamento degli incassi, pure il personale decolli. Invece il più grande motore di ricerca al mondo sta tagliando la forza lavoro in Italia: 34 persone a casa nel giro degli ultimi tre anni.

Paradosso Google Italia, più ricavi ma tagli al personale
La sede di Google Italia a Milano, accanto al Bosco verticale.

I dipendenti di Google Italy a fine 2025 erano infatti 250, di cui 44 dirigenti (46 nel 2024), 125 quadri (161) e 81 impiegati (57). Con un processo di riduzioni progressive che ha visto gli organici passare dai 284 del 2022 ai 281 del 2023, fino ai 264 del 2024 e, appunto, ai 250 del 2025.

Costo medio aziendale di 267.600 euro annui per dipendente

Il costo del personale della società guidata dalla country manager e vice president Melissa Ferretti Peretti, inoltre, è sceso a 66,9 milioni di euro dai 70 milioni del 2024, e rappresenta comunque un costo medio aziendale di 267.600 euro annui per dipendente, che non è niente male (in crescita rispetto ai 265 mila euro medi del 2024).

Paradosso Google Italia, più ricavi ma tagli al personale
Melissa Ferretti Peretti, manager di Google Italia (foto Imagoeconomica).

Le entrate della filiale italiana di Google marciano a pieno ritmo, anche se l’applicazione del principio contabile OIC 34 dal primo gennaio 2024 ha di nuovo reso confusi i conti degli over the top, da Google a Facebook, che invece finalmente stavano facendo chiarezza sui loro business effettivi Paese per Paese e, nello specifico, in Italia.

Cresciuti i ricavi lordi da pubblicità, ma anche i costi della produzione

Come spiegato in nota integrativa del bilancio di Google Italy 2025, infatti, i ricavi lordi da pubblicità di Google in Italia sono stati pari a 992,8 milioni di euro (+36,8 per cento sul 2024), con costi della produzione saliti però a quota 900,4 milioni (+38 per cento).
«La società riporta i ricavi derivanti dalla raccolta pubblicitaria al netto dei costi diretti di vendita correlati, in quanto l’obbligo di prestazione consiste nell’offrire, rivendere e fornire supporto post-vendita agli inserzionisti per conto di Google Ireland Limited, per la quale la società guadagna una commissione. Nella valutazione di questa decisione, la società tiene conto del fatto che, ai sensi delle linee guida contabili OIC 34, sta agendo per conto di Google Ireland Limited nella transazione in quanto non controlla l’inventario pubblicitario prima del suo trasferimento all’inserzionista».

Paradosso Google Italia, più ricavi ma tagli al personale
La sede californiana di Google (foto Ansa).

Perciò il risultato netto (992,8-900,4), che va a formare il valore della produzione del bilancio di esercizio 2025 di Google Italy, è di 92,4 milioni (72,6 mln nel 2024), da sommarsi ai ricavi da attività di marketing e supporto, 51 milioni (78,2 mln nel 2024), ai ricavi da ricerca e sviluppo, 11 milioni (11,4 mln nel 2024), arrivando quindi ai 154,5 milioni (162,3) di ricavi totali iscritti nel conto economico 2025 di Google Italy, per 22,2 milioni di utili (21,6 mln nel 2024) e un patrimonio netto di 166,2 milioni di euro (143,9 mln nel 2024). In tema di rapporti col fisco, i debiti tributari di Google Italy a fine 2025 risultano pari a 24 milioni di euro, di cui 18,2 milioni di debito per la Digital services tax, ossia l’imposta sui servizi digitali maturata per il 2025.

Cinema: Nel nuovo trailer di Godzilla Minus Zero, il kaiju viene bombardato

Nel nuovo trailer di Godzilla Minus Zero, il kaiju viene bombardato

Il nuovo film di Takashi Yamazaki arriverà nelle sale questo autunno

A pochi giorni di distanza dall'annuncio del nuovo progetto hollywoodiano che coinvolge Takashi Yamazaki, è stato pubblicato un nuovo teaser trailer di Godzilla Minus Zero, sequel del film del 2023 Godzilla Minus One che è valso al regista e sceneggiatore il premio Oscar per i migliori effetti speciali (primo vincitore non anglofono della categoria). Guarda il video: GODZILLA MINUS ZERO | Official Teaser Se il primo trailer si concentrava sull'arrivo di Godzilla a New York e sul suo primo incontro con la Statua della Libertà, stavolta l'azione resta in Giappone, dove... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Cinema - 14 luglio 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Premi e concorsi: Premio Odissea in scadenza a fine luglio

Premio Odissea in scadenza a fine luglio

Mancano poco più di due settimane alla scadenza per la partecipazione alla diciottesima edizione del Premio Odissea.

Anche quest'anno il Premio Odissea si sta avviando alla chiusura dei termini, fissati al 31 luglio. Già circa una quarantina i testi inviati al concorso, che, aperto nel 2007, ha lanciato tanti autori che spesso di sono poi affermati nel mondo del fantastico, come Francesco Verso, Davide Del Popolo Riolo, Franci Conforti, Elena Di Fazio, Nino Martino, Luigi Rinaldi. Ricordiamo rapidamente i termini: romanzi non più brevi di cento cartelle, inediti, genere fantascienza o comunque fantastico. C'è una quota di partecipazione fissata in 50 euro, che dà diritto a... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Premi e concorsi - 14 luglio 2026 - articolo di S*

Editoria: ənima è il nuovo romanzo di Giampietro Stocco

ənima è il nuovo romanzo di Giampietro Stocco

L'autore di Seconda pelle e Mosche torna sul tema delle persone artificiali con un romanzo che usa la fantascienza per parlare del mondo di oggi.

Di recente un autore di romanzi mainstream ha lanciato una polemica accusando la fantascienza di non riuscire a predire il futuro. Aveva ragione, anche perché la fantascienza non ci prova neanche: la fantascienza parla del presente, e lo fa usando la metafora, l'estrapolazione, testando i limiti delle tendenze. Non possiamo dire, quindi, se in un futuro ci saranno androidi in grado di cambiare sesso a piacimento, come racconta Giampietro Stocco nel suo nuovo romanzo ənima, ma sappiamo benissimo invece che questo romanzo tocca molti aspetti della società che stiamo vivendo e... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 14 luglio 2026 - articolo di S*

L’Ice uccide ancora: un morto in una sparatoria nel Maine

A pochi giorni di distanza dall’uccisione dell’immigrato messicano Lorenzo Salgado Araujo a Houston, in Texas, l’Immigration and Customs Enforcement ha fatto un’altra vittima. Una persona è infatti morta nel corso di una sparatoria che ha coinvolto agenti dell’Ice a Biddeford, nel Maine.

«La polizia e il dipartimento di Pubblica sicurezza sono attualmente sul posto, atteso l’intervento dell’Fbi per le indagini», ha fatto sapere sui social Ryan Fecteau, speaker della Camera dei rappresentati dello Stato, il più a nord-est degli Usa.

La morte di Salgado Araujo ha riacceso le polemiche attorno all’Ice, che avevano raggiunto l’apice all’inizio di quest’anno dopo le uccisioni di Rene Good e Alex Pretti durante due operazioni condotte a Minneapolis. Nel caso di Houston gli agenti coinvolti nella sparatoria non indossavano bodycam e i loro veicoli non erano dotati di telecamere di bordo. Adesso un nuovo episodio.

Il governo Meloni tra Macron e Trump: la politica estera bicefala dell’Italia

Un’Italia un po’ bicefala. In soli quattro giorni il nostro Paese mostrerà plasticamente come la sua politica estera tentenni tra due vertici: da una parte il Quirinale, dall’altra Palazzo Chigi. Sono sfumature, nulla di definitivo, i fondamenti sono salvi. Siamo sempre ancorati all’Onu, all’Occidente, alla Nato e alla Ue. Epperò sul parallelo Washington-Parigi tra lunedì e mercoledì le cancellerie di mezzo mondo si segneranno sulle agende chi c’era di qua e chi c’era di là. E sono agende che restano. A volte, per convenienza, vengono chiuse temporaneamente nei cassetti, anche se chi apre poi quei cassetti cambia alle prossime elezioni.

Il governo Meloni tra Macron e Trump: la politica estera bicefala dell’Italia
Giorgia Meloni (Ansa).

Tajani a Parigi e Mattarella alla parata del 14 luglio

Dunque, per fare un breve riassunto, nelle agende sarà segnato che lunedì al vertice dei volenterosi a sostegno dell’Ucraina voluto da Emmanuel Macron a Parigi, il governo Meloni ha mandato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Il governo Meloni tra Macron e Trump: la politica estera bicefala dell’Italia
Emmanuel Macron e Antonio Tajani (Ansa).

Politica estera al massimo livello e vicepremier, ma non premier. Mentre martedì alla parata del 14 luglio sugli Champs-Élysées ci sarà Sergio Mattarella, il capo dello Stato.

Il governo Meloni tra Macron e Trump: la politica estera bicefala dell’Italia
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il presidente francese Emmanuel Macron (Ansa).

L’invito di Rubio al vertice delle polemiche

Cambio di continente: il 16 luglio a Washington, il Segretario di Stato Marco Rubio ha convocato un vertice internazionale di contrasto al terrorismo di sinistra, i cosiddetti Antifa, sono invitati 60 Paesi ma gli europei nicchiano. L’Italia manderà (salvo cambi di programma) il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni (apriti cielo dalle opposizioni). Non il ministro, ma un gradino di sotto, sulla falsariga della partecipazione italiana da osservatori al nascente e poi fallimentare Board of peace

Il governo Meloni tra Macron e Trump: la politica estera bicefala dell’Italia
Marco Rubio (Ansa).

È obbligatorio fare la tara alle due diverse occasioni. Sia Macron sia Trump amano le autocelebrazioni e i trionfalismi, il primo è a fine mandato e sente il fiato sul collo del Rassemblement National di Marine Le Pen; il secondo tra quattro mesi scarsi passerà sotto le forche caudine delle elezioni di midterm mentre i sondaggi crollano. È ovvio che i loro inviti vogliano dare segnali agli elettori e siano un messaggio per rappresentare se stessi al meglio. È altrettanto ovvio che Mattarella abbia accettato l’invito di Macron: sarà seduto accanto ad altri 25 capi di Stato per celebrare un Paese amico e cofondatore della Ue. Da lui mai nessuno dubbio sul sostegno all’Ucraina, alla Ue e a un legame sano e paritario con gli Usa. Più da decifrare l’ok del governo all’invito di Rubio. Per alcuni è un tentativo di non tagliare i ponti con Trump dopo lo scontro delle settimane scorse, per altri è un tentativo di mostrarsi sensibili al tema della sicurezza cavalcato da Roberto Vannacci. Di certo il governo tiene ma a fatica nel suo sostegno all’Ucraina, ha una visione critica della Ue e sta cercando una nuova via per relazionarsi all’America di Trump. L’idea se non di fare da ponte, almeno di non farlo saltare, resiste in attesa di vedere l’effetto che fa. Son sfumature, si sa, ma a volte una sfumatura rende il quadro più nitido. 

Legge elettorale, depositati oltre 200 emendamenti: cosa prevede quello di FdI sulle preferenze

È scaduto alle 14 il termine per la presentazione degli emendamenti alla nuova legge elettorale, il cui esame alla Camera riprenderà martedì 14 luglio. In tutto ne sono stati depositati oltre 200. Tra essi anche la proposta di modifica, firmata da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Unione di Centro, ma non da Forza Italia e Lega, che prevede il capolista bloccato e a seguire la possibilità di mettere fino a tre preferenze di cui una di genere tra i sei nomi già scritti sulla scheda che saranno alternati in ordine di genere.

Cosa prevede la proposta di FdI, Noi Moderati e Udc

Nella proposta di Fratelli d’Italia, Noi moderati e Unione di Centro (Lega e Forza Italia si sono presi del tempo per riflettere), il comma 4 ex articolo 1 viene sostituito con il seguente: «Ogni elettore dispone di un voto da esprimere su un’unica scheda recante il contrassegno di ciascuna lista, corredato dei nomi dei candidati nel collegio plurinominale e dei candidati delle liste circoscrizionali presentate ai fini dell’eventuale attribuzione del premio di governabilità». E poi: «Ogni elettore, inoltre, può esprimere fino a tre preferenze in favore di candidati nel collegio plurinominale della lista votata tra quelli che non sono capolista». I seggi ottenuti dalla lista nel collegio sarebbero quindi assegnati partendo dal capolista, mentre per quelli successivi verrebbe seguita la graduatoria determinata dai voti di preferenza. In caso di parità tra due candidati prevarrà l’ordine di presentazione della lista. Quanto alla parità di genere, in caso di più preferenze espresse, «queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda e della terza preferenza nell’ordine di lista». Sulla scheda, il primo nome dopo il capolista potrà essere dello stesso genere di quest’ultimo. Ma i sei candidati sottoposti alle preferenze dovranno poi seguire un ordine alternato.

Ranucci sporge denuncia per diffamazione aggravata e rivelazione di segreto di ufficio

Mentre continuano le indagini, la vicenda dell’attentato a Sigfrido Ranucci si arricchisce di un nuovo capitolo. Come ha fatto sapere il suo legale Roberto De Vita, il conduttore di Report «ha presentato denuncia e querela per diffamazione pluriaggravata e altri reati» in relazione «alla diffusione di dichiarazioni, articoli di stampa, congetture e insinuazioni che hanno trasformato, mediante esplicite allusioni, la vittima del grave attentato nel suo presunto beneficiario, attraverso espressioni che affermano o suggeriscono di un “finto attentato” e altre analoghe formulazioni e di vantaggi conseguenti, la cui ricaduta umana e professionale è di inaudita gravità».

L’esposto della redazione di Report per rivelazione di segreto di ufficio

Non solo: De Vita ha inoltre reso noto che Ranucci, assieme ai giornalisti Daniele Autieri, Giorgio Mottola, Paolo Mondani, Giulio Valesini Luca Chianca e altri della redazione di Report hanno sporto denuncia e querela per rivelazione del segreto di ufficio e del segreto investigativo per la pubblicazione su alcune testate di «notizie ed estratti di atti, coperti dal segreto di indagine ed in particolare di contenuti di intercettazioni telefoniche, di brogliacci e di verbali di sommarie informazioni testimoniali, relative all’indagine ancora in corso» sull’attentato dinamitardo di ottobre 2025. La denuncia, ha spiegato il legale, «non riguarda la pubblicazione da parte dei giornalisti, ma la rivelazione fatta da soggetti tenuti al segreto».

FS, l’assemblea nomina il nuovo cda e indica Strisciuglio come ceo

L’assemblea degli azionisti di Ferrovie dello Stato Italiane ha nominato il nuovo consiglio di amministrazione composto da Tommaso Tanzilli, Gianpiero Strisciuglio, Daniela Rota, Silvia Marzot, Pietro Bracco, Franco Fenoglio e Loredana Ricciotti. Il board rimarrà in carica per il triennio 2026-2028. L’assemblea ha quindi confermato Tanzilli presidente (ricopre l’incarico da giugno 2024) e ha invitato il nuovo consiglio di amministrazione a nominare Gianpiero Strisciuglio come nuovo ceo.

FS, l’assemblea nomina il nuovo cda e indica Strisciuglio come ceo
Tommaso Tanzilli (Imagoeconomica).

Strisciuglio subentra a Donnarumma

Strisciuglio, che subentra a Stefano Donnarumma, sarà chiamato a scegliere i nuovi amministratori delegati delle società controllate Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana. Le nomine sono attese dopo l’estate.

FS, l’assemblea nomina il nuovo cda e indica Strisciuglio come ceo
Gianpiero Strisciuglio (Imagoeconomica).

Per il ruolo di ceo di Trenitalia, lasciata vacante appunto dal nuovo ceo di FS, è in pole Sabrina De Filippis, che dal 2023 ricopre gli incarichi di amministratrice delegata e direttrice generale di FS Logistix e di responsabile del Polo Logistica del Gruppo FS.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole

Nessuno se l’aspettava: il governatore della Regione Lombardia Attilio Fontana che attacca il “suo” ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. E lo fa per ragioni tecniche, denunciando con i numeri le poche risorse umane dedicate alla sicurezza che per decisione del Viminale arriveranno nella sua regione: «Politicamente è un segno ulteriore di sottovalutazione delle necessità del Nord produttivo, della Lombardia, di Milano: l’assegnazione del 6 per cento dei nuovi agenti a una regione che rappresenta il 17 per cento della popolazione e il 23 per cento del Pil appare penalizzante e rischia di non rispondere alle crescenti richieste di sicurezza di un territorio così nevralgico per il Paese. Questa scelta riflette una logica che non sa leggere il territorio». Piantedosi, che si fa notare nelle sue visite a Benevento e nel sud del Lazio, a Fondi, ormai è nel mirino della Lega del nord, dove si deve anche cercare un posto alternativo per Matteo Salvini, dato che il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture è solo una “grana” che certo non porta popolarità, ma solo gli improperi dei viaggiatori. «Al Viminale mai più un cosiddetto tecnico, ci deve essere un politico», ripetono, uno dopo l’altro, i comandanti leghisti che vogliono evitare il tracollo del partito, specie adesso che il generale Roberto Vannacci si rafforza con la sua campagna sulla sicurezza. E uno come Fontana, quando parla, non può non essere ascoltato, specie se vuole coltivare l’idea di “scalare” la Lega e trovare un posto a Salvini, al Viminale.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Attilio Fontana con Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (foto Imagoeconomica).

L’appoggio leghista a Buttafuoco: fibrillazioni alla Cultura

Ennesima divisione all’interno del ministero della Cultura, per colpa di Pietrangelo Buttafuoco: dopo che l’Europa ha sanzionato la Biennale di Venezia per la partecipazione russa alla kermesse, tagliando il finanziamento già concesso e pari a 2 milioni di euro, ecco che l’intellettuale siculo ha trovato la sponda di due partiti, i pentastellati e i leghisti. Ma se i primi sono all’opposizione, i secondi si trovano nella maggioranza governativa, e per di più con la sottosegretaria Lucia Borgonzoni proprio nel dicastero di via del Collegio Romano. Giusto per creare un altro problema al ministro Alessandro Giuli. Queste le parole di Borgonzoni: «Quanto sta accadendo con il caso Biennale è semplicemente inaccettabile. Un organismo politico, l’Unione europea, raccomanda a un ente tecnico, l’agenzia Eacea, di interrompere i contributi. Prima ancora che venga trovato, nell’eventualità ci fosse, un elemento concreto per giustificare questa decisione. Questa è la fine del diritto, una sentenza prettamente politica che danneggia chi da anni porta avanti un lavoro straordinario a Venezia. L’Italia e i suoi luoghi d’arte sono liberi e democratici, non c’è spazio per i ricatti economici di Bruxelles». La sottosegretaria ha trovato anche come alleato Luca Zaia, l’ex governatore della Regione Veneto, oltre al capogruppo dei cinque stelle al Senato, Luca Pirondini. Che è uno dei più battaglieri oppositori di Giuli…

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole

Federcasse copia l’Abi

Si sa, a Roma le sedi per ospitare gli eventi non sono tantissime quando è previsto l’afflusso di tanti partecipanti. Occorre fare un’analisi dei costi e dei benefici, con frasi ripetute all’infinito come «no, la Nuvola di Fuksas no, è troppo cara», oppure, «sì, quel centro congressi andrebbe bene, ma è troppo lontano». E allora che si fa? Si va nell’Auditorium della Tecnica di Confindustria, all’Eur, ma meglio di giorno, perché al calar delle tenebre la zona pullula di presenze poco raccomandabili. Quindi, mercoledì 15 luglio, ecco che arriva l’Abi, l’Associazione bancaria italiana, con il presidente Antonio Patuelli, per la classica assemblea dove partecipano il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta e il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Due giorni dopo, il 17 luglio, stessa sede per “Generare futuri. 135 anni della Rerum Novarum, 80 anni di Repubblica, 10 anni dalla Riforma delle Bcc”, ossia il titolo al centro dell’assemblea annuale di Federcasse, l’associazione nazionale delle Banche di Credito Cooperativo, Casse Rurali e Casse Raiffeisen. Qui non ci sarà Panetta, ma la “Lectio Cooperativa 2026” verrà affidata a Piero Cipollone, componente del comitato esecutivo della Banca centrale europea e presidente della Task Force di alto livello dell’Eurosistema per l’euro digitale.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole

Quelle pellicce di Fendi che non piacciono: Mazzantini nel mirino

I problemi alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea (Gnamc) di Roma non mancano mai: le proteste dei dipendenti contro la direttrice Renata Cristina Mazzantini, innanzitutto, e poi le mostre che fanno discutere. L’ultima è quella di Fendi, con annessa sfilata: per evocare la storia del brand è stata riproposta un’esposizione di una quarantina d’anni fa, dove protagoniste erano anche le pellicce della casa di moda. Pellicce che, se una volta venivano elogiate da quasi tutto il pubblico, ora sono viste come nemiche della sostenibilità: così, ecco che alcune reti televisive non hanno potuto parlare della mostra perché «la policy aziendale non lo permette», per il sostegno alle cause animaliste e per non avere noie con i movimenti green. Qualcuno evoca interrogazioni parlamentari per denunciare la presenza delle pellicce. Fatto sta che l’evento modaiolo non ha permesso di valorizzare il restauro di un giardino della galleria, anche perché tutti erano impegnati a passeggiare con calici di champagne tra le mani…

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Alessandro Giuli e Renata Cristina Mazzantini (foto Imagoeconomica).

De Niro a Roma, tra film e alberghi

Robert De Niro nella Capitale. Lunedì 13 luglio l’attore è presente per gustarsi la versione restaurata di Novecento di Bernardo Bertolucci, nel 50esimo anniversario del film, uscito nel 1976. A dialogare con De Niro – che di Novecento è protagonista, nei panni del possidente terriero Alfredo Berlinghieri, assieme a Gérard Depardieu, che interpreta invece il contadino Olmo Dalcò – sono stati chiamati Antonio Monda e Valerio Carocci. Ma De Niro deve anche controllare il “suo” albergo di via Veneto, Nobu Hotel, di cui è socio proprietario, e valutare le prossime mosse.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Robert De Niro (Ansa).

Persol, quanti occhiali al premio Strega…

Se a Roma vedete un “vip” con dei nuovi occhiali da sole griffati Persol, li ha presi alla cena del premio Strega. Sì, perché in occasione dell’evento mondan-letterario che si è svolto in Campidoglio, nel desco riservato ai personaggioni capitolini al tavolo c’erano degli oggetti, ossia appunto gli occhiali da sole Persol e le agendine Pineider. Ovviamente sono spariti tutti i “gift”, con approcci leggendari per dissimulare la “presa di possesso”, come quella signora che ha utilizzato tovagliolo per occultare all’interno gli occhiali e riporli lentamente nella borsa. Sui siti delle vendite online si trova qualcosa, comunque, di quella razzia “culturale”…

La Commissione Ue nomina Fitto rappresentante speciale per Cipro

La Commissione europea ha nominato il vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto rappresentante speciale della Commissione per Cipro. In tale veste, contribuirà al processo di risoluzione della questione cipriota nel quadro delle Nazioni Unite, in stretta collaborazione con l’inviata personale del segretario generale dell’Onu per Cipro, María Ángela Holguín Cuéllar. «Questa nomina riflette il forte impegno della Commissione a favore della riunificazione di Cipro, con l’obiettivo di raggiungere una soluzione globale, funzionale e sostenibile», spiega l’esecutivo Ue.

Attentato a Ranucci: i soldi agli esecutori materiali e la foto con l’uomo di Lavitola

Secondo la Procura di Roma, i quattro presunti esecutori materiali dell’attentato compiuto il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci hanno ricevuto una somma compresa tra 5 e 10 mila euro, versata in contanti o attraverso viaggi pagati. È quanto emerge dalle indagini.

I pagamenti ai bombaroli e le intercettazioni

I presunti membri del commando sono stati arrestati il 30 giugno 2026: Pellegrino D’Avino (indicato come colui che avrebbe procurato l’esplosivo), Antonio Passariello e Saverio Mutone sono in carcere, mentre per Marika De Filippis (compagna di D’Avino) sono stati disposti i domiciliari. Quest’ultima avrebbe partecipato a un sopralluogo davanti alla casa del conduttore di Report. Ai quattro vengono contestati i reati di detenzione, porto in luogo pubblico e utilizzo di un ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante di avere agito con modalità mafiose. Come riporta Il Messaggero, Passariello ha riferito di aver ottenuto circa 300 euro e Mutone 1.000 euro. Per D’Avino e De Filippis è stato documentato un viaggio in Sicilia interamente pagato. In alcune conversazioni intercettate, uno dei presunti esecutori materiali avrebbe parlato delle istruzioni ricevute dai mandanti.

Attentato a Ranucci: i soldi agli esecutori materiali e la foto con l’uomo di Lavitola
Valter Lavitola (Ansa).

Resta ancora da invidivuare il movente

La Procura di Roma ha individuato in Valter Lavitola il mandante dell’attentato: secondo la ricostruzione investigativa, il faccendiere (molto amico di Ranucci) avrebbe organizzato l’operazione attraverso il collaboratore Gomes Clesio Tavares, che avrebbe svolto il ruolo di intermediario coi bombaroli. Nei giorni scorsi è stata effettuata una perquisizione nell’abitazione del cittadino camerunense, che al momento si trova in Africa. Stando a quanto emerso, anche Lavitola si preparava a partire per il Camerun: da qui l’accelerata all’operazione da parte degli investigatori. Resta ancora da individuare il movente.

Attentato a Ranucci: i soldi agli esecutori materiali e la foto con l’uomo di Lavitola
La foto di Clesio Tavares con D’Avino e Passariello (TikTok).

La foto di Clesio Tavares con D’Avino e Passariello

A proposito di Gomes Clesio Tavares e i suoi rapporti con i presunti esecutori materiali dell’attentato dinamitardi, Il Fatto Quotidiano ha individuato, tra i contenuti pubblicati su TikTok da Passariello, una fotografia del 22 luglio 2024 in cui compare assieme a D’Avino e allo stesso collaboratore di Lavitola.

Attentato a Ranucci: i soldi agli esecutori materiali e la foto con l’uomo di Lavitola
Valter Lavitola lascia la procura di Roma da un’uscita secondaria (Ansa).

Comtel International, nuovo cda: Mattia Conti nominato presidente

È stato nominato il nuovo consiglio di amministrazione di Comtel International (società del gruppo Comtel). Mattia Conti è stato nominato presidente, mentre Stefano Asperti assumerà il ruolo di amministratore delegato. Completano il cda Carlo Nardello e Francesca Furiato. Una nuova struttura societaria dettata dalla particolare importanza delle attività internazionali per l’intero Gruppo, rafforzandone così la governance e ponendo le basi per una crescita più rapida. Comtel, infatti, è già presente su diversi mercati esteri quali Europa, Medio Oriente e Asia-Pacifico con Voice, soluzione di unified communications (app voce, messaggistica, videoconference) dedicata a istituzioni e realtà private in settori strategici quali finance, infrastrutture, hotellerie e sanità.

Legge elettorale, arriva l’emendamento sulle preferenze

Alle ore 14 di oggi, lunedì 13 luglio, scade il termine per la presentazione degli emendamenti alla nuova legge elettorale, il cui esame alla Camera riprenderà martedì 14 luglio. Secondo quanto filtra da fonti di maggioranza, Fratelli d’Italia assieme a Noi Moderati e all’Unione di Centro depositerà un emendamento che prevede il capolista bloccato e a seguire la possibilità di mettere fino a tre preferenze di cui una di genere tra i sei nomi già scritti sulla scheda che saranno alternati in ordine di genere. Una proposta, questa, volta anche a raccogliere precedenti proposte delle attuali opposizioni, ma – in attesa di ulteriori interlocuzioni nei partiti e tra alleati – non sottoscritta da Forza Italia e Lega. Per quanto riguarda il Carroccio, dopo l’apertura mostrata nei giorni scorsi da Matteo Salvini, il vicecapogruppo alla Camera Riccardo Molinari ha affermato che «incaponirsi sulle preferenze non ha molto senso». FdI continua però a lavorare per una mediazione. Non è escluso che, in assenza di un accordo, si arrivi a un voto palese in Aula, che metterebbe in evidenza le divisioni sia nella maggioranza che nelle opposizioni.

L’emendamento per la riduzione delle circoscrizioni Estero

Il centrodestra ha però presentato un emendamento unitario alla legge elettorale che riduce le circoscrizioni Estero: diventano così due circoscrizioni per la Camera e una per il Senato. Attualmente le circoscrizioni sono: Europa, compresi i territori asiatici della Federazione russa e della Turchia; America meridionale; America settentrionale e centrale; Africa, Asia, Oceania e Antartide.

Nuovi attacchi Usa, l’Iran risponde con missili sulle basi americane in Medio Oriente

Nuovi attacchi reciproci tra Stati Uniti e Iran, per una tregua nel Golfo che ormai davvero sembra saltata. I raid americani sono iniziati poco dopo la mezzanotte iraniana e sono andati avanti per cinque ore. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha rivendicato di aver colpito «sistemi di difesa aerea iraniani, i radar costieri, le capacità missilistiche e dei droni e piccole imbarcazioni», il tutto per favorire la riapertura dello stretto di Hormuz, la cui recente nuova chiusura da parte di Teheran ha fatto impennare ancora i prezzi del petrolio.

Teheran minaccia di ritirarsi dal memorandum d’intesa

Secondo i media statali iraniani, gli attacchi aerei Usa hanno colpito vaste aree nelle porzioni occidentale e meridionale della Repubblica Islamica, tra cui l’isola di Qeshm e Bandar Abbas, vicino allo stretto di Hormuz, nonché la provincia del Khuzestan, al confine con l’Iraq. Il Ministero degli Esteri iraniani ha dichiarato che, qualora gli Stati Uniti non rispettassero gli impegni assunti nel recente memorandum d’intesa siglato tra i due Paesi, Teheran smetterà di attenervisi: «Il nostro impegno sarà adempiuto in relazione a quello della controparte: laddove essi abbiano violato l’accordo con vari pretesti, neppure noi lo abbiamo attuato e continueremo a comportarci di conseguenza. Sono stati gli americani a violare il Memorandum d’intesa e a fare a pezzi l’accordo composto da 14 articoli»

L’Iran ha lanciato attacchi in Giordania, Bahrein e Kuwait

Accusando gli Stati Uniti di aver «vanificato tutti gli sforzi compiuti negli ultimi mesi» per la pace nella regione, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica hanno reso noto di aver bombardato in Giordania, Bahrein e Kuwait alcune basi militari utilizzate dall’esercito Usa in Medio Oriente. Nel mirino in particolare la base aerea Prince Hassan in Giordania e quelle di Ali al-Salem e Ahmad al-Jaber in Kuwait, nonché il centro di comando dei droni statunitensi in Bahrein.

Ucraina, Zelensky annuncia un rimpasto di governo e sostituisce il primo ministro

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky attraverso X ha annunciato un rimpasto di governo proponendo la sostituzione del primo ministro Yulia Svyrydenko. «L’Ucraina sta cambiando la sua strategia politica. A ciascuna area prioritaria della politica estera verrà affidata una persona specifica con una solida esperienza, in grado di attuare quanto concordato a livello di leadership e quanto auspicato dal popolo ucraino. Le aree più importanti includono gli Stati Uniti e i nostri accordi sulle licenze per la produzione dei sistemi Patriot, nonché altre forme di cooperazione bilaterale in materia di sicurezza, che devono tradursi in vantaggi concreti per i nostri Paesi e per le aziende ucraine e americane. Lo stesso vale per il nostro lavoro interno. Ci sono nuove sfide e nuovi compiti e, di conseguenza, in Ucraina inizieranno i cambiamenti di personale per garantire l’attuazione della strategia politica aggiornata», ha scritto. E ancora: «Ho discusso i dettagli con il primo ministro ucraino Yulia Svyrydenko. Abbiamo stabilito che questi cambiamenti richiedono un rinnovo del Consiglio dei ministri. Sono grato a Yulia per il suo lavoro chiaro, costante ed efficace, per i suoi anni di servizio proficuo nella squadra ucraina, e le ho offerto l’opportunità di guidare un nuovo e importante settore di relazioni con un partner chiave. Mi aspetto che, insieme ai parlamentari, apporteremo i corrispondenti cambiamenti al governo ucraino. Ci saranno cambiamenti anche tra i vertici delle forze dell’ordine».

Morto a 78 anni l’attore Sam Neill: i suoi ruoli più iconici

È morto a 78 anni l’attore Sam Neill, famoso aver interpretato il paleontologo Alan Grant nella saga di Jurassic Park. «La perdita è stata improvvisa e inaspettata, ma confortata dal fatto che Sam fosse libero dal cancro», si legge in un comunicato della famiglia pubblicato su Instagram. L’attore, nato in Irlanda del Nord e cresciuto in Nuova Zelanda, aveva annunciato ad aprile di essere guarito da un tumore del sangue al terzo stadio.

Non solo Alan Grant: i ruoli più importante della carriera di Sam Neill

Come detto, Neill è noto al grande pubblico soprattutto per il personaggio del paleontologo Grant, apparso in Jurassic Park nel 1993, ripreso in Jurassic Park III e poi, quasi due decenni più tardi, in Jurassic World – Il dominio. Interprete versatile, Neill nel corso della sua lunga carriera, oltre che in blockbuster ha recitato anche in film indipendenti e varie serie televisive. Nel 1981, al fianco di Isabelle Adjani, fu il protagonista maschile di Possession, pellicola tra l’horror psicologico e il dramma sentimentale, diretta da Andrzej Żuławski e diventata cult anni dopo la sua uscita nelle sale. Nel 1988 recitò accanto a Meryl Streep in Un grido nella notte, dramma ispirato a una nota vicenda di cronaca australiana: la scomparsa della neonata Azaria Chamberlain, che durante un campeggio con la famiglia fu uccisa da un cane selvatico nel deserto. Nel 1990 aveva interpretato il capitano Vasily Borodin, “secondo” del comandante Marko Ramius alias Sean Connery in Caccia a Ottobre Rosso. Nel 1993 uscì Lezioni di piano, film vincitore della Palma d’oro a Cannes, che lo vede nel ruolo del marito della protagonista Ada McGrath. L’anno successivo Neill fu John Trent, paziente in un ospedale psichiatrico e investigatore assicurativo, protagonista dell’horror Il seme della follia. Tra i suoi film più celebri c’è poi L’uomo bicentenario, in cui fu il papà della famiglia Martin, che acquista un androide (interpretato da Robin Williams) inaspettatamente capace di provare emozioni. Più di recente, Neill era tornato alla ribalta nei panni dell’investigatore Chester Campbell, principale nemico della famiglia Shelby nelle prime due stagioni della serie Peaky Blinders.

Morto a 78 anni l’attore Sam Neill: i suoi ruoli più iconici
Morto a 78 anni l’attore Sam Neill: i suoi ruoli più iconici
Morto a 78 anni l’attore Sam Neill: i suoi ruoli più iconici
Morto a 78 anni l’attore Sam Neill: i suoi ruoli più iconici
Morto a 78 anni l’attore Sam Neill: i suoi ruoli più iconici
Morto a 78 anni l’attore Sam Neill: i suoi ruoli più iconici
Morto a 78 anni l’attore Sam Neill: i suoi ruoli più iconici
Morto a 78 anni l’attore Sam Neill: i suoi ruoli più iconici

Stefano Cappellini nominato direttore ad interim di Repubblica

Il Gruppo Gedi ha nominato Stefano Cappellini direttore responsabile ad interim di Repubblica con effetto immediato. L’ha annunciato l’editoe spiegando che «forte della sua profonda conoscenza del giornale, della sua redazione e dei suoi valori, Cappellini assumerà la piena responsabilità della direzione editoriale della testata fino al completamento definitivo del processo di nomina del direttore responsabile». La nomina segue le dimissioni di Mario Orfeo.

È stato direttore de Il Riformista e caporedattore de Il Messaggero

Entrato nel giornale nel 2016, ha ricoperto incarichi di crescente responsabilità, affermandosi come una delle firme di riferimento nell’analisi politica e nell’attualità. In precedenza ha diretto Il Riformista ed è stato caporedattore de Il Messaggero. «Desidero rivolgere a Stefano Cappellini i miei migliori auguri per questa nuova responsabilità», ha dichiarato Mirja Cartia d’Asero, amministratore delegato del Gruppo Gedi. «Sono certa che la sua solida esperienza, il suo lungo impegno nel giornale e le sue straordinarie qualità professionali gli consentiranno di guidare Repubblica con autorevolezza durante questa fase di transizione».

L’Unità, la trattativa Pd-Romeo e il piano B Schlein

No, non è finita. Il 7 luglio l’editore Alfredo Romeo ha sospeso le pubblicazioni de l’Unità, motivando la decisione con il fallimento della trattativa per riportare il quotidiano sotto il controllo del Partito Democratico. In realtà, a quanto filtra dal Nazareno, potrebbe trattarsi solo di una tappa intermedia di una trattativa che, in effetti, facilissima non è. Ma nemmeno naufragata.

Dalla prima crisi ai progetti di rilancio

Il nodo è tutto nella compagine societaria che dovrà gestire il rilancio del giornale fondato nel 1924 da Antonio Gramsci. Romeo vuole un riconoscimento per averlo salvato dalla morte definitiva nel 2023, acquistandolo all’asta per 910 mila euro e quindi impedendo che il suo centenario si trasformasse in un mesto ricordo del caro estinto. I problemi de l’Unità sono di antica data. Nel 1997 sono entrati a far parte della compagine gli imprenditori Alfio Marchini e Giampaolo Angelucci, quest’ultimo oggi editore di Libero, il Giornale e Il Tempo. La débâcle dei giornali, non solo di partito, era già ben avviata e nel 2000 c’è stata la prima sospensione delle pubblicazioni. Fu un vero e proprio trauma per l’intellighenzia progressista, che si mobilitò attraverso una cordata guidata dall’editore Alessandro Dalai: nel 2001 il giornale è tornato in edicola, affidato alla direzione di Furio Colombo.

L’Unità, la trattativa Pd-Romeo e il piano B Schlein
Concita De Gregorio (Imagoeconomica).

Da Soru a Romeo

Nel 2008 lo ha acquistato Renato Soru, patron di Tiscali e poi presidente della Regione Sardegna ed europarlamentare. Su consiglio di Walter Veltroni, Soru ha affidato la direzione a Concita De Gregorio. I conti continuavano però a essere più rossi della testata e la non condivisione del piano di risanamento ha portato a una nuova sospensione nell’agosto 2014. L’anno successivo, sotto la segreteria di Matteo Renzi, l’ennesimo tentativo di rilancio è stato affidato a una compagine della quale la fondazione Eyu, legata al Pd, controllava il 20 per cento, mentre l’80 per cento era nelle mani della Piesse, società editoriale nata in seno alla Pessina Costruzioni di Massimo Pessina, proprio per acquisire il controllo dello storico foglio d’informazione. Non a caso, Piesse apparteneva per il 40 per cento allo stesso Pessina e per il restante 60 per cento a Guido Stefanelli, ad della società di costruzioni con una specializzazione nel risanamento di aziende in difficoltà. Nel caso specifico, l’operazione non è riuscita alla perfezione: nel giugno 2017 l’Unità è sparita per l’ennesima volta dalle edicole, avviando una procedura fallimentare terminata solo nel 2023 con l’avvento di Romeo, imprenditore attivo nei settori Real Estate, Property Management, hotellerie di lusso e servizi urbani infrastrutturali. Operazione peraltro non esente da polemiche, vista l’esclusione di un’ampia parte dei giornalisti che facevano parte della redazione. Fin da allora, però, Romeo prospettava il ritorno della testata nell’alveo del Pd come traguardo naturale della sua iniziativa imprenditoriale.

L’Unità, la trattativa Pd-Romeo e il piano B Schlein
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

La trattativa in corso

Nel progetto di Romeo, però, c’è la permanenza nella cabina di comando del giornale, seppure con un ruolo minoritario. L’imprenditore è pronto a cedere il 90 per cento de l’Unità al Pd a «un prezzo meramente simbolico», mantenendo però nelle proprie mani il residuo 10 per cento. L’idea non convince affatto i vertici dem, che vorrebbero segnare una netta discontinuità rispetto alla soluzione adottata in epoca renziana. Per un partito politico che ambisce a conquistare il governo del Paese, entrare in affari con un imprenditore privato non è considerata una buonissima idea e questo a prescindere da Romeo e dai suoi coinvolgimenti professionali con il settore pubblico: varrebbe per chiunque. Per convincerlo a cambiare idea, il Pd ha messo sul tavolo un’offerta importante: circa un milione di euro, ben più sostanziosa di quanto speso per l’acquisto all’asta e ancora più rilevante se consideriamo lo stato di salute del mercato editoriale. Romeo per ora non cede e lo stop delle pubblicazioni è un netto segnale della sua determinazione in tal senso. Vedremo se sarà anche un ultimatum.

L’Unità, la trattativa Pd-Romeo e il piano B Schlein
La sede del Pd (Imagoeconomica).

La svolta progettata da Elly Schlein

A quanto Lettera43 può rivelare, il Pd sta pensando a un piano-B molto diffuso in editoria (e non solo): la formula del rent-to-buy, ovvero l’acquisto finalizzato al successivo passaggio di proprietà. Questo consentirebbe a Romeo di ottenere il suo riconoscimento come proprietario effettivo della rinata Unità, ma col controllo operativo interamente in mano alla struttura che il Pd intende formare ad hoc, mettendosi al riparo da qualunque interpretazione maliziosa. Dopo un periodo di transizione di alcuni anni (circa otto, si mormora), ci sarebbe il passaggio di proprietà definitivo, con il ritorno della testata nella sua casa naturale, il Nazareno.

L’Unità, la trattativa Pd-Romeo e il piano B Schlein
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il Pd vuole fare l’editore, ma puro

Il dossier è nelle mani di Michele Fina, giovane senatore e tesoriere dei dem. È lui a descrivere la situazione come «il mondo alla rovescia», perché ormai da 30 anni i giornali cercano imprenditori disposti a sostenerli – e faticano a trovarli – mentre nel caso specifico il partito vuole andare avanti con le proprie gambe, configurandosi come editore «puro» in un mercato dove la quasi totalità dei player ha invece altri core-business. L’obiettivo del Pd non è certo realizzare margini economici. L’investimento iniziale è importante, ma la gestione sarà necessariamente affidata ai pochi dipendenti rimasti in redazione (circa sei), rafforzati da molti collaboratori. Sono previsti anche successivi interventi di sostegno al ritorno in auge della testata, nel contesto di un piano economico che punta al pareggio.

L’Unità, la trattativa Pd-Romeo e il piano B Schlein
Michele Fina (Imagoeconomica).

Si punta a chiudere l’operazione prima delle Politiche

Il vero scopo dell’operazione è, ovviamente, identitario. Le vicissitudini del proprio giornale di riferimento hanno rappresentato una ferita per l’elettorato storico del partito, che in questo periodo dell’anno si raduna nelle varie feste che ancora si chiamano dell’Unità, nonostante tutto. Il progetto editoriale non è ancora definito e quindi è molto presto per capire chi erediterà la direzione oggi affidata a Piero Sansonetti. Ma da qui alle elezioni politiche del 2027, salvo che non vengano anticipate, si punta a chiudere l’operazione sul piano formale, così da affrontare la difficile sfida a Giorgia Meloni con l’ausilio della storica testata. Fondata da Antonio Gramsci e (auspicabilmente) resuscitata da Elly Schlein. L’importanza politica di questa sfida è ben sottolineata dall’appello rivolto sia a Romeo che al Pd affinché la trattativa vada a buon fine, un’iniziativa firmata, tra gli altri, da Dacia Maraini, Gad Lerner, Nadia Urbinati, Anna Foa, Fausto Bertinotti, Moni Ovadia, Ivano Fossati ed Edith Bruck, scrittrice sopravvissuta ad Auschwitz. Un sogno collettivo di una sinistra orgogliosa delle proprie radici.

L’Unità, la trattativa Pd-Romeo e il piano B Schlein
Piero Sansonetti (Imagoeconomica).

Dall’estero: È morto Sam Neill, il paleontologo di Jurassic Park

È morto Sam Neill, il paleontologo di Jurassic Park

La scomparsa di Sam Neill priva il cinema di uno degli interpreti più riconoscibili del fantastico e della fantascienza degli ultimi quarant’anni.

L’attore neozelandese è morto oggi a Sydney all’età di 78 anni. La famiglia ha comunicato che il decesso è stato improvviso e inatteso, precisando che Neill aveva recentemente superato il tumore del sangue contro cui aveva combattuto negli ultimi anni. Nato a Omagh, in Irlanda del Nord, il 14 settembre 1947, a sei anni si trasferisca nel paese di origine del padre, la Nuova Zelanza, dove comincia a recitare in teatro e inizia una carriera come regista e montatore. Il primo ruolo cinematografico in Unica regola vincere (1977) lo porta all'attenzione di... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Dall'estero - 13 luglio 2026 - articolo di S*

Editoria: Due saggi su Franco Brambilla e Tiziano Cremonini

Due saggi su Franco Brambilla e Tiziano Cremonini

Autore dei volumi è lo storico e critico d'arte Michele Loffredo, editi dall'etichetta indipendente FaseHobArt

Dopo i primi due volumi dedicati a Victor Togliani (Victor Togliani, illustratore e concept artist) e a Roberto Bonadimani (Roberto Bonadimani, illustratore e fumettista), la collana "Maestri dell’illustrazione fantastica e di fantascienza" si arricchisce di due nuove uscite. Sono infatti disponibili le monografie Franco Brambilla, costruttore di universi e Tiziano Cremonini, navigatore cosmico, rispettivamente terza e quarta pubblicazione della collana firmata dall’etichetta indipendente FaseHobArt. Il progetto editoriale proseguirà successivamente con i... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 13 luglio 2026 - articolo di Carmine Treanni

Il nuovo Riocontra: chiacchierata con i fratelli Di Bruno su Milano e dintorni

Alfredo e Giovanni Di Bruno sono due relitti lucidissimi della vecchia Milano: baffi, frezza bianca, qualche anno di galera e una memoria piena di piazze, bische, rapine e nobildonne. Vivono ancora insieme a Lambrate, in una casa enorme e decadente, e guardano il presente come due reduci che non hanno mai smesso di diffidare dei conformisti. Sono gli autori di Riocontra, un libercolo di parole parlate all’incontrario, nato in quella stessa Milano tra la fine degli Anni 70 e gli 80, nelle compagnie di quartiere, tra paninari, bar, sale giochi e piazze dove il linguaggio serviva insieme a riconoscersi e a non farsi capire dagli altri. Non era una lingua con regole fisse, ma un gergo mobile, costruito rovesciando e deformando le parole secondo il suono, rimasto poi in vita in piccoli gruppi e trasformato oggi in memoria di una città scomparsa.

Negli ultimi 10 anni il Riocontra è cambiato. Come Milano

Il nuovo Riocontra: chiacchierata con i fratelli Di Bruno su Milano e dintorni
La nuova edizione di Riocontra.

«Una regola appena la scrivi, non vale più»

Il Riocontra vuoto usa la parola come un cappellino: la metti, fai la foto e sembri venire dalla strada

In questi anni il Riocontra è finito nei pezzi dei rapper, nei podcast e persino nella pubblicità. «Se un rapper viene dalla piazza e parla così, parla così», dice Alfredo. «La lingua non è nostra e non siamo noi a distribuire le licenze». Il problema, spiegano, nasce quando il Riocontra viene utilizzato come un certificato istantaneo di autenticità. «Una drepa qui, una foba là», fa Giovanni. «Poi nel ritornello metti Lambrate anche se sei cresciuto davanti al golf club. È come mettere il rumore del tram dentro una canzone e dire che hai raccontato Milano».

Insomma, non parlano di un Riocontra falso, ma di un Riocontra vuoto. «Il falso almeno prova a imitare qualcosa», continua Giovanni. «Quello vuoto usa la parola come un cappellino. La metti, fai la fotografia e sembri subito uno che viene dalla strada». Alcuni rapper, riconoscono, hanno tenuto in vita parole che rischiavano di scomparire. Altri le hanno trasformate in accessori. «Prima la parola serviva a non farti capire», dice Alfredo. «Adesso serve a farti riconoscere dall’algoritmo».

Lo stesso è accaduto con i podcast, la pubblicità, i nomi dei locali e perfino le operazioni immobiliari. Giovanni racconta che un nuovo palazzo avrebbe dovuto chiamarsi La Drepa. «Gli appartamenti costavano talmente tanto che la drepa non poteva entrarci». Le parole, secondo i fratelli, vengono consumate per eccesso di utilizzo. «Prima finiscono nella canzone», dice Alfredo. «Poi sulla maglietta, poi sulla tote bag». «Poi le usa il Comune», conclude Giovanni. «A quel punto sono morte». In 10 anni sono comparsi anche studiosi, collezionisti ed esperti capaci di distinguere un’inversione autentica da una sbagliata. «L’Accademia della Crusca della rapina», li definisce Alfredo. «Vogliono mettere le regole a una cosa nata per scappare dalle regole», aggiunge Giovanni. «Fanno i convegni e decidono che una parola si gira così e non cosà». Alfredo taglia corto: «Se suona di merda, suona di merda. Non puoi salvarla con una commissione».

Il nuovo Riocontra: chiacchierata con i fratelli Di Bruno su Milano e dintorni
Lazza (Ansa).

«A Milano quello che prima era un quartiere è diventato un marchio»

Ma come è cambiata Milano rispetto alla prima edizione? «È diventata Monte Carlo senza il mare», risponde Alfredo. «E senza il casinò», aggiunge Giovanni. «Il casinò è l’immobiliare». Secondo i fratelli, dopo Expo tutti si aspettavano una città più aperta, più equa e internazionale. «Pensavano che sarebbe diventata Berlino», dice Giovanni. «È diventata un Autogrill a cielo aperto. Entri, consumi, fai una fotografia e riparti».

Le officine sono diventate caffetterie, le ferramenta spazi multifunzionali e le case delle nonne affitti brevi. Quello che prima era un quartiere diventa un marchio; quello che era un panettiere diventa un’esperienza urbana. Il simbolo di tutto è la casa ereditata.

«Uno dice: con l’affitto normale non ci campo», spiega Alfredo. «Allora la mette su Airbnb». «Così si alza da solo il fitto», aggiunge Giovanni. «L’affitto». «Fitto è più Riocontra». Il proprietario pensa di essersi salvato, ma altre cento persone fanno la stessa scelta e alla fine nessuno riesce più ad abitare in città. «L’uno su mille ce l’ha fatta», dice Alfredo. «Ma quello che ce l’ha fatta aveva già la casa della nonna». La responsabilità, precisano, non è soltanto della politica. «La gente fa il 25 aprile, canta Bella ciao e poi torna a casa ad alzare l’affitto», continua Alfredo. «Il capitalismo suo va bene perché è artigianale». «A filiera corta», interviene Giovanni. «Sfrutta uno che abita vicino». La cosa che li irrita di più è l’assenza di autocritica. «Puoi anche fare il tuo business», dice Alfredo. «Ma non raccontarti che stai liberando il quartiere mentre lo rendi inabitabile».

Che fine hanno fatto le piazze e la Milano popolare raccontata nel primo libro? «Le piazze ci sono ancora», dice Giovanni. «Solo che sono piene di tavolini». Per sedersi bisogna ordinare qualcosa. Una volta, ricordano, la piazza era il luogo dove si poteva perdere tempo senza doverlo giustificare. «Adesso se resti fermo 10 minuti arriva uno con il menu», dice Alfredo. «Oppure pensa che stai aspettando il rider». Il nuovo libro vuole restituire voce al «sapie». «Che cos’è il sapie?». «La piazza». «Ma non è il contrario». «Suona bene».

«Il maranza non era una provenienza, era un curriculum»

Ricordano i campetti di via Dezza, dove si incontrano ancora ragazzi, adulti, vecchi e maranza.

Ai loro tempi, precisano, il maranza poteva essere italianissimo. «Era quello di 30 anni che viveva di espedienti», racconta Alfredo. «Tuta, motorino, cugino con la Golf e sempre un amico che gli doveva dei soldi». «Non era una provenienza», aggiunge Giovanni. «Era un curriculum». Oggi, invece, la parola viene usata quasi automaticamente per indicare un ragazzo nordafricano con il borsello. «È diventata una parola razzista», dice Alfredo. «Prima descriveva un modo di stare al mondo. Adesso descrive una faccia».

I fratelli non credono neppure che Milano sia diventata più violenta. «Negli Anni 90 era peggio», sostiene Giovanni. «Solo che i rapinatori erano italianissimi, quindi oggi li ricordano come folklore». Rievocano via Padova, Calvairate e Cimiano: coltelli, motorini rubati, automobili bruciate. «A nostro padre rubarono il cofano della macchina», racconta Alfredo. «Soltanto il cofano?» «Era un bel cofano». Poco dopo provarono a rivenderglielo. «Era lo stesso?» «Aveva ancora dentro i documenti». «I documenti erano nel cofano?». «Erano altri anni».

Il nuovo Riocontra: chiacchierata con i fratelli Di Bruno su Milano e dintorni
Una rissa a Milano (Ansa).

«Il problema è fare business e continuare a chiamarlo lotta»

Perché ve la prendete tanto con i compagni che hanno aperto i bar? L’intervista continua davanti a una parmigiana, due vitelli tonnati e due friselle.

«Il problema non è che aprono un bar», spiega Giovanni. «Il problema è che trasformano tutto in business e continuano a chiamarlo lotta». «Dodici euro un cocktail», dice Alfredo. «Quindici con la scorza d’arancia resistente». Dietro il bancone restano la falce e martello, le fotografie delle occupazioni e i manifesti contro la speculazione. Ma si accetta American Express.

«Una volta nei bar un piatto di minestra non si negava a nessuno», dice Alfredo. «Adesso te lo portano in una ciotolina», aggiunge Giovanni. «Due cucchiai, una spruzzata di burrata e una foglia traumatizzata». «Venti euro». «Pane escluso». Quello che contestano è la trasformazione di ogni cosa in un prodotto: la casa, la piazza, il quartiere, la protesta e perfino il Riocontra. «Mettono una parola al contrario nel nome del locale», dice Alfredo. «Poi il cocktail costa 16 euro e lo chiamano popolare».

Non risparmiano nemmeno chi critica la gentrificazione. «C’è quello che denuncia Milano dal suo appartamento di 200 metri quadri», dice Giovanni. «Con la governante». «Non Big Mano. Una governante progressista». Il povero, concludono, piace finché rimane abbastanza lontano da poter essere raccontato. «Appena prende il tuo stesso ascensore», dice Alfredo, «diventa un problema di sicurezza».

Il nuovo Riocontra: chiacchierata con i fratelli Di Bruno su Milano e dintorni
Un rider in Porta Venezia (foto di L43).

Che fine ha fatto Giulio?

E Giulio? È ancora in Audi? Giulio, il vecchio mecenate del tabacco e storico editore dei fratelli, compare ancora nelle appendici del libro. Ma oggi non lavora più con le sigarette: si occupa di data center. «Prima riempiva il mondo di fumo», dice Alfredo. «Adesso lo riempie di calore». La sua vecchia azienda sostiene di voler costruire un futuro senza sigarette. «Ma continua a venderle?». «Per finanziare la transizione». Tra Giulio e i Di Bruno ci sarebbe stato uno scazzo. Lui sostiene che il tabacco appartenga al passato. Loro considerano questa posizione un tradimento personale. «Uno lavora tutta la vita nel fumo e poi vuole un mondo senza fumo», dice Giovanni. «È come se un rapinatore aprisse un corso sulla sicurezza domestica». I fratelli continuano a fumare. Alfredo sigarette, Giovanni pipa, sigari e qualunque cosa riesca ad accendere. «Una volta ha fumato una pizza», racconta Alfredo. «Era sottile», si difende Giovanni. Ma sigarette elettroniche, mai. «Abbiamo dei principi». Nonostante lo scazzo, Giulio conserva una pagina nella nuova edizione. «Ai mecenati non si nega una nota a piè di pagina», dice Alfredo. «Soprattutto se hanno ancora i server». Il cameriere prova a dividere la frisella. Si spezza in cinque parti irregolari. Giovanni la guarda. «Ecco la sinistra». Il conto è di 87 euro. «La rivoluzione è finita», dice Alfredo. «Perché?». «Il pane era escluso». Prima di salutarli ripeto la domanda di 10 anni fa. «Che fine ha fatto Giulio?». Alfredo si tiene la pancia. «Giulio è sempre lì». «In Audi?». Giovanni indica il cielo: «No. Adesso è nel cloud».

Chiedo all’Intelligenza artificiale: se il manager si affida ciecamente al bot

C’è una nuova specie umana che si aggira nelle sale riunioni: il Ceo innamorato dell’intelligenza artificiale. Non si limita a usarla: la venera. Le chiede consigli strategici, le sottopone organigrammi e arriva persino a porle la domanda delle domande: «Lo licenzio questo?». Non è uno scherzo. È quanto emerge da una recente inchiesta che ha raccolto le testimonianze di diversi lavoratori americani i cui capi, ormai ossessionati dai chatbot, avevano cominciato a prendere decisioni aziendali, comprese assunzioni e licenziamenti, basandosi quasi esclusivamente sui consigli del bot. «Bot delle mie brame, dimmi…».

Chiedo all’Intelligenza artificiale: se il manager si affida ciecamente al bot
Tim Witzdam via Unsplash.

Quando in azienda le direttive dell’IA diventano la Bibbia

C’è, per esempio, l’avvocato impiegato in una startup che racconta di un capo arrivato a imporre a tutto lo staff di consultare l’intelligenza artificiale prima di ogni riunione. Aveva persino fatto costruire un documento di centinaia di pagine, ribattezzato internamente la Bibbia, che i dipendenti avrebbero dovuto interrogare al posto dei colleghi per capire come svolgere il proprio lavoro. E che dire dello specialista IT che descrive un supervisore intento a copiare quasi ogni conversazione avuta con colleghi e collaboratori dentro ChatGPT, chiedendo al chatbot se si fosse comportato correttamente? La risposta era quasi sempre rassicurante e finiva puntualmente per confermare qualunque decisione avesse già preso. Un altro caso riguarda una piattaforma software per l’industria manifatturiera. Qui il fondatore ignorava sistematicamente le analisi di mercato del team commerciale, preferendo fidarsi di ciò che gli suggeriva il chatbot, anche quando contraddiceva l’esperienza diretta di chi lavorava sul campo ogni giorno. In altre parole, ignorava il contesto. Che è esattamente ciò che fa tutta la differenza del mondo. E giù novantadue minuti di applausi per questa pantomima fantozziana.

Chiedo all’Intelligenza artificiale: se il manager si affida ciecamente al bot
foto di Hunters Race via Unsplash.

La fiducia cieca nel bot crea caos e instabilità

Il paradosso, notato da molti, è che questa fiducia cieca nell’intelligenza artificiale, presentata come uno strumento di efficienza, produceva ambienti di lavoro sorprendentemente più caotici e instabili, con ruoli che cambiavano di settimana in settimana in base all’ultima conversazione con il bot. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Umanità varia in cerca disperata di leadership, di qualcuno capace di assumersi dei rischi e prendere decisioni. Il risultato? Un capo sempre meno disposto ad ascoltare le persone e sempre meno capace di entrare in sintonia con loro (empatia, la chiamano quelli bravi) perché l’intelligenza artificiale gli restituisce costantemente l’immagine di sé che desidera vedere.

Gli esseri umani diventano numeri e statistiche

È un’immagine che fa sorridere e insieme inquieta, perché racconta un fenomeno reale. L’IA non entra più soltanto nelle vite private delle persone, nei loro rapporti e nelle loro solitudini; si insedia sempre più a fondo anche nelle stanze dove si decide chi lavora e chi no. In un recente libro scritto da un gruppo di professori della Duke University e della Carnegie Mellon University, Moral AI and How We Get There, il tema della disumanizzazione mediata dall’intelligenza artificiale viene spiegato con grande precisione. Il meccanismo è semplice: meno si percepisce l’altro come essere umano, meno si prova empatia; e meno empatia si prova, meno ci si interroga sulle conseguenze che le proprie decisioni possono avere sulle persone. L’IA può contribuire ad amplificare questa distanza in molti modi, a partire dalla tendenza a trattare gli esseri umani come numeri, dati o statistiche, anziché come persone in carne e ossa, con un vissuto imperfetto e inserite in uno specifico contesto.

Chiedo all’Intelligenza artificiale: se il manager si affida ciecamente al bot

L’amplificazione dei bias e la produzione di false certezze

Non è l’intelligenza artificiale, di per sé, a essere crudele. È uno strumento e, come tutti gli strumenti, amplifica le tendenze di chi lo utilizza. Proprio perché restituisce risposte apparentemente oggettive, rischia però di conferire una patina di razionalità a decisioni che meriterebbero più dubbi, non meno. Il rischio non è tanto che l’intelligenza artificiale prenda il sopravvento sulle persone, quanto che siano le persone a smettere di sentirsi responsabili delle proprie scelte. Il problema principale non è l’autonomia dell’IA, bensì l’abdicazione della responsabilità da parte degli esseri umani. I sistemi di intelligenza artificiale amplificano infatti i bias già esistenti e producono una falsa certezza che finisce per erodere la responsabilità nei processi decisionali organizzativi, marginalizzando l’esperienza e il giudizio umano.

Dopo le attività ripetitive, si automatizza il giudizio

Per anni si è immaginato che l’intelligenza artificiale avrebbe automatizzato soprattutto le attività ripetitive. Quello che invece emerge da questi racconti è qualcosa di diverso: l’automazione del giudizio. Non perché i manager rinuncino formalmente a decidere, ma perché iniziano a cercare nella macchina ciò che fino a poco tempo fa cercavano nei colleghi: conferma, legittimazione e, forse soprattutto, la rassicurante sensazione di non essere soli nel peso delle proprie decisioni.

L’Europa boccheggia, Pechino vende: il boom dei condizionatori cinesi

Temperature record, caldo estremo, notti tropicali. L’Europa è alle prese con un’estate torrida ma soltanto il 20 per cento delle famiglie del continente dispone di un condizionatore per combattere la canicola. Molte persone stanno correndo ai ripari acquistando in extremis dispositivi refrigeranti di vario tipo. La maggior parte di questi prodotti arriva dalla Cina, che oggi rappresenta circa il 40 per cento delle esportazioni globali di condizionatori. Per l’Unione europea, impegnata a ridurre il deficit commerciale con Pechino, non è un problema da poco.

La corsa europea ai condizionatori cinesi

L’Europa dipende fortemente dai prodotti cinesi e la corsa all’acquisto dei condizionatori Made in China ne è un chiaro esempio. Tra i modelli più richiesti spicca il PortaSplit realizzato dal colosso degli elettrodomestici Midea. Costa circa 900 euro ed è un apparecchio portatile che non richiede né l’installazione permanente né fori sui muri, consentendo di aggirare le norme a tutela del patrimonio storico in vigore in molte città europee. La domanda di prodotti simili è salita alle stelle. Sui social media cinesi sono addirittura comparsi numerosi annunci di spedizionieri che pubblicizzano rotte aeree ad hoc per accelerare le consegne ai rivenditori europei.

Perché il caldo rallenta i piani dell’Unione europea

Bruxelles vuole ridurre il suo deficit commerciale con la Cina. Nel 2025 il disavanzo nei confronti di Pechino è aumentato del 15 per cento, raggiungendo i 360 miliardi di euro. Nel primo trimestre del 2026 si è ulteriormente ampliato, toccando i 98 miliardi, il livello più alto mai raggiunto dal 2022. Il caldo estremo, almeno a giudicare dai dati, non farà altro che alimentare l’import di condizionatori cinesi contribuendo ad ampliare il deficit dell’Ue con il Dragone.

Un mercato che entro il 2034 potrebbe valere 35 miliardi di euro

Nella prima metà del 2026 le esportazioni di condizionatori dalla Cina verso l’Ue hanno raggiunto i 3,2 miliardi (+43,2 per cento su base annua). Nessuno dei cinque marchi di condizionatori più venduti in Europa appartiene a un’azienda continentale. La top 5 stilata da Euromonitor International comprende i produttori cinesi Haier, Gree Electric Appliances e Midea seguiti da Beko (Turchia) e Daikin (Giappone). I primi tre controllano circa il 32 per cento del mercato europeo in termini di volumi di vendita al dettaglio: un mercato che vale circa 27 miliardi e che le proiezioni danno in crescita fino a oltre i 35 miliardi entro il 2033/2034.

L’Europa boccheggia, Pechino vende: il boom dei condizionatori cinesi
Caldo torrido a Milano (Ansa).

Tra affari e propaganda: Pechino gioca la sua partita

Il paradosso per l’Ue è servito. Dopo aver accusato Pechino di inondare il mercato europeo con merci a basso costo e adottato misure protezionistiche, Bruxelles scopre che i cittadini non possono fare a meno dei condizionatori del Dragone. La singolare situazione in cui si trova l’Europa non è passata inosservata in Cina, un Paese che utilizza l’aria condizionata persino per refrigerare gli animali nelle fattorie. Il sito Wenxuecity ha osservato con ironia quanto sta accadendo in Francia chiedendosi se «i francesi vivono davvero peggio dei maiali cinesi». Per i media la narrazione è semplice: i condizionatori Made in China stanno salvando l’Europa da un’estate di fuoco. Per l’Unione europea saranno invece mesi infernali. Non solo a causa delle temperature estreme ma anche per le tensioni commerciali con il gigante asiatico destinate ad aggravarsi.


C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto

«Per quel che riguarda il pane la cosa è chiara, per quel che riguarda la pace anche. Ma la questione cardinale della primavera va risolta a ogni costo». Vladimir Majakovskij scrive questi versi in anni in cui in Europa stanno montando paure e smarrimenti collettivi che preparano l’ascesa dei regimi totalitari. Tempi che assomigliano molto a quelli che stiamo vivendo noi ora.

L’utopia concreta lanciata da Bifo

Corsi e ricorsi. Suggestioni. Che ripropongono «la questione cardinale della primavera», nella sua invocazione di bellezza, di invito a superare le contingenze materiali e politiche, per abbracciare un cambiamento radicale. A proporre questo esercizio di “utopia concreta“, di sfida temeraria a un sistema incapace di sopire un bellicismo trionfante e di ristabilire un clima sociale positivo, è Franco Berardi detto Bifo. Lo storico agitatore politico e digitale che dalle proteste del ’77, che ebbero il loro epicentro a Bologna (Radio Alice e gli Indiani metropolitani), a oggi non ha mai smesso di fare sentire la sua voce eretica e ripropone ora la questione della primavera. Non una primavera simbolica, bensì quella che ci attende il prossimo anno. La primavera del 2027.

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Franco Bifo Berardi (da Fb).

Per scongiurare il peggio serve l’imprevedibile 

Si voterà infatti in importanti Paesi europei. In Francia, Spagna, Grecia, Italia, e ovunque è forte il rischio di generalizzata avanzata della destra estrema. «Non possiamo essere sicuri di nulla», scrive Bifo, «neppure del fatto che nella primavera del 2027 ci saremo ancora, né che le condizioni di civiltà minime per svolgere elezioni politiche esisteranno ancora. Il nazionalismo russo e quello ucraino, il nazismo sionista, la mafia guerrafondaia trumpista stringono in una morsa i destini del continente, mentre dall’interno monta un’onda nera e i razzisti si preparano a dare il colpo di grazia in Germania e nel Regno Unito». Supponiamo invece che fra un anno siamo ancora qui, continua, in quel caso nell’area mediterranea dobbiamo attenderci l’accentuazione dei fattori di crisi più importanti: riarmo accelerato, guerra, recessione, dilagare delle aggressioni razziste, deportazioni, sprofondamento delle condizioni sociali. L’incipit è catastrofico, però il seguito prende quota velocemente e con piglio quasi allegro prova a delineare un approccio reattivo e positivo. «Certo se realisticamente si valuta che il peggio sia inevitabile occorre che qualcuno si occupi dell’imprevedibile». 

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Perché fin qui la sinistra ha sbagliato tutto

Sembra un esercizio di prestidigitazione, ma vale la pena seguire il ragionamento di Bifo. La premessa è che non si può rispondere razionalmente a chi è irragionevole. Non si può opporre la ragione a chi fa discorsi di pancia. Ma rifiutando il catastrofismo della destra, come se implicasse venir meno a questioni di stile, la sinistra ha sbagliato completamente, perché i toni catastrofici («siamo invasi», «la nostra civiltà è sotto attacco», «il nostro benessere è a rischio») sono nel sentimento della maggioranza degli europei. Spiace prenderne atto, ma non siamo mai stati così depressi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Bisogna dunque cambiare registro, ma non seguendo il copione della destra, bensì ribaltandolo completamente. Alle cupe narrazioni nordiche che hanno ispirato e ancora ispirano il nazismo, alle mitologie della destra fondate sull’identità, la proprietà, la competizione, la nazione bisogna opporre le solari mitologie mediterranee: conviviali, rilassanti, sensuali.

La terapia paradossale permette di uscire dalla trappola

La “questione della primavera” prossima ed elettorale, nel pensiero di Bifo, si riassume in questo rovesciamento di prospettiva, metodo e contenuti. Ovvero applicando alla politica la «terapia paradossale» che ha i suoi teorici nella Scuola di Palo Alto, nello psicanalista Paul Watzlawick e nell’antropologo Gregory Bateson. È una modalità terapeutica per quelle situazioni in cui sembra impossibile guarire una patologia resistente a ogni cura, che consiste nel ridefinire il campo e modificarne il perimetro, nel non rispettare le regole del gioco e nel confondere le identità: pragmatica paradossale. Watzklawick parla di «ristrutturazione del campo», che significa cambiamento delle premesse e del significato che attribuiamo alle parole, definizione di una cornice imprevista per l’azione, che permetta di uscire dalla trappola costituita dalle regole stabilite. La ristrutturazione non modifica i fatti concreti, ma i significati attribuiti alla situazione, e in tal modo instaura un nuovo gioco.

Il terreno su cui ci si deve confrontare è quello della follia

Se trasferiamo, sempre seguendo il ragionamento di Bifo, questa metodologia del paradosso alla politica e alla competizione elettorale della prossima primavera, il confronto e il programma devono essere di tutt’altro tipo e tono di quelli usati sin qui.

Di fronte a esagitati e fuori di testa, a personaggi che si comportano e dicono cose assurde occorre mettersi sullo stesso piano, ancorché con valori e proposte radicalmente opposti. Ma altrettanto fantastici e paradossali. Perché la ragionevolezza non basta di fronte alla follia. Dunque è sul terreno della follia che occorre misurarsi.

«Quel che occorre», scrive Bifo, «è un programma inverosimile: un limite all’orario di lavoro settimanale di 36 ore con penalità per le aziende che non lo rispettano, aumenti salariali uguali per tutti, azzeramento della spesa militare, penalizzazione economica per chi produce e diffonde plastica, regolarizzazione di cinquecentomila migranti».

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Elly Schlein e Giuseppe Conte (foto Ansa).

Rispolveriamo i vecchi slogan del ’68 e del ’77

Su questo tono si potrebbe continuare, magari riproponendo e ripescando slogan del ’68 e del ‘77. «Vogliamo tutto e subito», «Chiediamo l’impossibile», «Reddito intero lavoro zero: tutta la produzione all’automazione». Ma in realtà la provocazione del contestatore di sempre del sistema capitalistico, che invita a cambiare gioco e campo da gioco, non è così folle come sembra. Cosa fanno infatti e come si comportano i vari Putin, Musk, Trump e compagnia varia di folli, mai così numerosi come in questi ultimi anni? Se ci limitiamo al presidente Usa, vediamo come equilibrio e ragionevolezza siano completamente assenti. Dice cose tremende, parla di amore nei vertici Nato, chiama l’Iran la repubblica islamica del Giappone, minaccia sfracelli se non si fa come dice lui, al mattino dice e al pomeriggio smentisce. In altre parole Trump non gioca sul campo condiviso, ma solo sul campo che decide lui. Sulla base di quel che gli gira o ritiene per lui più conveniente.

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).

Più che un programma da campo largo ne occorre uno da altro campo

Arduo che in vista della prossima primavera elettorale Schlein, Conte e soci prendano alla lettera i consigli di Bifo. Però una dichiarata propensione a non inseguire la destra sul suo terreno, varando un programma non da campo largo ma da altro campo, aiuterebbe. Proposte sfidanti, progetti ambiziosi e toni conviviali, accoglienti, aperti sarebbero un buon modo di porre la “questione della primavera”. Di rivolgersi, e forse essere ascoltati, da quel 50 per cento di italiani che non va più a votare perché sinistra e destra sono uguali.

Il meglio: Fantascienza.com, il meglio della settimana del Premio Strega

Fantascienza.com, il meglio della settimana del Premio Strega

Il pilot di X-Files, il trailer di Dune 3, il disastro di Supergirl, i premi Europa, gli Urania di luglio e gli ospiti di Stranimondi nella settimana di Fantascienza.com

Il vincitore del Premio Strega di quest'anno è Michele Mari. Non ci occupiamo mai di questo premio, ma il fatto che in un periodo quasi di aperto conflitto tra il mondo della narrativa mainstream e la fantascienza, a seguito di un articolo senza senso pubblicato sul Corriere della sera, è curioso che il premio più quotato di quel mondo (in Italia, si intende) vada a uno scrittore che è sempre stato ai confini del fantastico. Non lo è in modo particolare nel libro premiato, I convitati di pietra, un libro sull'infanzia e sulla scuola, ma ci è stato... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Il meglio - 12 luglio 2026 - articolo di S*