Disaronno group ha perfezionato il closing per l’acquisizione del 100 per cento di Amaro Averna e Zedda Piras, precedentemente appartenuti a Campari. L’operazione, il cui accordo era stato sottoscritto a dicembre 2025, si concretizza attraverso la costituzione della newco Meridia con sede a Sassari, la cui governance vede il passaggio da Campari Group a Disaronno Group. I dipendenti dei due stabilimenti rispettivamente in Sicilia e in Sardegna, 11 in totale, sono tutti stati assorbiti da parte di Meridia.
Ferrari: «Così arricchiamo il nostro portfolio a livello internazionale»
L’annuncio del closing arriva a pochi giorni della comunicazione da parte del Gruppo del proprio rebranding in Disaronno Group che segna un’evoluzione volta a rafforzare il posizionamento globale. «Questa operazione rappresenta un passo fondamentale nel nostro piano di crescita e ci consente di arricchire strategicamente il nostro portfolio a livello internazionale, rafforzando significativamente, grazie ad Amaro Averna, la nostra posizione in tre dei nostri mercati prioritari, Stati Uniti, Germania ed Italia», ha affermato Marco Ferrari, ceo di Disaronno Group. «In questo contesto, per Zedda Piras l’obiettivo è il consolidamento della presenza sul mercato italiano».
Possibili disagi per i passeggeri dei treni giovedì 11 giugno 2026 a causa di uno sciopero nazionale di otto ore, dalle 9 alle 17, del personale delle imprese ferroviarie e degli appalti ferroviari indetto da Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Ugl Ferrovieri, Fast Confsal e Orsa Trasporti. Al centro dell’agitazione una protesta contro il governo che «ha scelto di ignorare le nostre richieste sui rischi derivanti dalle future gare ferroviarie intercity dove è emersa la volontà del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti di suddividere in tre lotti non equivalenti, anziché in un unico lotto». Si contesta dunque l’imminente pubblicazione del bando per la messa in gara del servizio Intercity che coinvolge circa 3 mila ferrovieri. Non sono previste fasce di garanzia, dato che le consuete (dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21) sono fuori dall’orario previsto per l’agitazione.
Il Mit al lavoro per evitare la mobilitazione
Le motivazioni sono state giudicate fondate dallo stesso ministero dei Trasporti, che ha annunciato di essere al lavoro per scongiurare la mobilitazione. «Alla luce dell’ennesimo sciopero, questa volta proclamato per l’11 giugno, si informa che i tecnici del Mit sono al lavoro già da tempo, su indicazione diretta del ministro Matteo Salvini, per risolvere il problema ed evitare la mobilitazione. Peraltro, va sottolineato che, in questo caso, la richiesta dei lavoratori è condivisibile».
La Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibile il ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal Senato nei confronti della Procura di Milano e relativa a Daniela Santanchè, tra gli imputati per la vicenda della truffa aggravata ai danni dell’Inps sui fondi Covid da parte delle società del gruppo Visibilia. Al centro della vicenda l’uso nel procedimento di «contenuti di posta elettronica» della senatrice di Fratelli d’Italia e alcune «audio registrazioni occulte» di conversazioni dell’ex ministra del Turismo agli atti del fascicolo, senza la richiesta di autorizzazione alla Camera di appartenenza. I giudici della Consulta hanno disposto che l’ordinanza sia notificata alla Procura di Milano entro 60 giorni.
Daniela Santanchè (Imagoeconomica).
Su cosa si basa il ricorso del Senato
Il ricorso del Senato riguardava l’utilizzo, nella richiesta di rinvio a giudizio, di contenuti di posta elettronica che vedevano Santanchè in copia e registrazioni audio effettuate da alcuni ex dipendenti delle società dell’ex ministra. Il tema sollevato da Palazzo Madama riguarda la distinzione tra prove acquisite come “documenti”, dunque utilizzabili dalla pubblica accusa in un processo a carico di un parlamentare, oppure come “corrispondenza” equiparabile a “intercettazioni” (e sarebbe questo il caso). Sebbene non si tratti esattamente di intercettazioni, la tesi è che – in base all’articolo 68 della Costituzione – per usare fonti di prova di questo tipo serva l’ok del Senato. Il procedimento penale contro Santanchè è fermo da oltre un anno in udienza preliminare a Milano: la decisione della Corte Costituzionale, inevitabilmente, allungherà ancora i tempi del procedimento.
Sarà Selvaggia Lucarelli la conduttrice dell’Isola dei famosi 2026. A riportare l’indiscrezione è il settimanale Chi nella rubrica «C’è Chi dice» di Giuseppe Candela, secondo cui il reality sarà registrato a giugno nelle Filippine ma sarà trasmesso su Canale 5 in autunno, motivo per cui la giornalista non potrà sedere dopo 10 anni nella giuria di Ballando con le stelle. La stessa rivista ha anche anticipato alcuni concorrenti, tra i quali figurano Pierpaolo Pretelli – impegnato lo scorso anno nel ruolo di inviato -, Zeudi Di Palma, ex Miss Italia e concorrente del Grande Fratello, Daniele Iaià, vincitore della prima edizione del reality Too Hot To Handle, e Francesco Chiofalo.
La sua newsletter è la più seguita al mondo nella categoria cultura
Un nuovo colpo per la giornalista, reduce da una stagione come opinionista del Gf Vip. Di recente, inoltre, Substack ha fatto sapere che la sua newsletter, Vale tutto, è la più seguita al mondo nella categoria cultura, nonostante sia scritta in italiano. Il suo progetto ha circa 220 mila iscritti tra gratuiti e paganti, numeri simili a quelli dei cronisti statunitensi che, negli ultimi anni, sono riusciti a raccogliere centinaia di migliaia di iscritti sulla piattaforma.
Martedì 2 giugno Emanuele Pozzolo, deputato di Futuro Nazionale, è finito fuori strada col suo suv lungo la superstrada che porta a Cossato, all’altezza di Vigliano Biellese. L’auto è caduta in un fossato, dopo una sbandata causata forse dall’asfalto bagnato. Sottoposto all’alcoltest, il parlamentare – rimasto illeso – è risultato positivo con un tasso doppio rispetto a quello previsto dai limiti di legge. Lo riporta il Corriere della Sera.
Emanuele Pozzolo (Facebook).
La condanna per porto abusivo di arma da collezione
A ottobre del 2025 Pozzolo è stato condannato in primo grado dal tribunale di Biella a un anno e tre mesi per porto abusivo di arma da collezione, con sospensione condizionale della pena, per la vicenda dell’incidente di Capodanno 2024, quando durante una festa con alcuni colleghi di Fratelli d’Italia il genero del caposcorta di Andrea Delmastro (all’epoca sottosegretario alla Giustizia) fu ferito da un colpo di pistola sparato proprio dal deputato. L’inchiesta, incentrata su questioni tecniche relative all’arma e ai proiettili, non includeva più l’accusa di lesioni dopo il risarcimento e il ritiro della querela da parte della vittima. Espulso da FdI, Pozzolo è stato successivamente accolto da Roberto Vannaccinel nuovo partito fondato dall’ex generale.
La versione di Pozzolo: colpa dell’aquaplaning
Pozzolo sostiene di aver perso il controllo a causa dell’aquaplaning, ovvero la perdita di aderenza degli pneumatici che si verifica quando uno strato d’acqua si interpone tra gomma e asfalto, rendendo il veicolo difficilmente controllabile. In ogni caso, gli agenti giunti sul luogo dell’incidente hanno contestato al deputato la guida in stato di alterazione, con i provvedimenti del caso a seguire. Pare che quanto successo abbia irritato molto Vannacci, anche perché l’incidente è avvenuto a ridosso dell’assemblea costituente di Futuro Nazionale, in programma il 13 e il 14 giugno a Roma.
L’economia italiana crescerà dello 0,5 per cento nel 2026, mentre «il nuovo shock energetico pesa su consumi delle famiglie, investimenti ed export», frenando lo slancio legato all’aumento delle spese legate al Pnrr. Lo rileva l’Ocse, che rispetto a marzo ha quindi rivisto in lieve rialzo le previsioni per il nostro Paese da +0,4 per cento. Nel 2027, d’altra parte, il calo dei prezzi dell’energia e la riduzione dell’incertezza, permetterà alla crescita di salire a +0,6 per cento, ma si tratta di una correzione al ribasso rispetto alla stima precedente di +0,7 per cento. L’organizzazione di Parigi sottolinea che «assicurare che le misure di contenimento dei prezzi dell’energia siano temporanee e limitate a famiglie e imprese vulnerabili limiterà l’impatto dello shock contenendo i costi fiscali».
Notte di raid e rappresaglie nel Golfo Persico: Washington ha attaccato una petroliera civile e un’isola iraniana e Teheran ha risposto con missili e droni contro le basi americane in Kuwait e Bahrein. Secondo l’Iran, gli attacchi sono andati a segno, mentre il Centcom smentisce: di sicuro è stato colpito l’aeroporto internazionale del Kuwait, in un raid che ha causato un morto e diversi feriti, oltre alla chiusura dello scalo.
Missile Usa contro una petroliera diretta in Iran, poi l’escalation
Gli attacchi reciproci sono iniziati dopo che gli Usa hanno bloccato una petroliera battente bandiera del Botswana che tentava di dirigersi verso un porto iraniano, in violazione del blocco americano: il Centcom ha spiegato che la nave M/T Lexie ha «ignorato ripetuti avvertimenti» e che un aereo è quindi intervenuto «lanciando un missile Hellfire contro la sala macchine». In risposta, l’Iran ha preso di mira con alcuni missili la nave statunitense-israeliana Panaya. Le forze Usa hanno quindi lanciato un attacco sull’isola di Qeshm (situata nello stretto di Hormuz), colpendo un’antenna di telecomunicazioni.
CLAIM: Iran’s Islamic Revolutionary Guard Corps claims they struck U.S. 5th Fleet headquarters in Bahrain and a U.S. air base in the region with missiles and drones today. FALSE.
TRUTH: All Iranian attacks on American forces failed. U.S. forces remain vigilant and ready to… pic.twitter.com/KuYzaENUqI
L’ulteriore risposta iraniana non si è fatta attendere: Teheran ha lanciato missili e droni sulle basi statunitensi in Kuwait e in Bahrein. Secondo i pasdaran, come detto, gli attacchi sono stati «precisi» e sono andati a segno. Versione smentita dal Centcom: «L’Iran ha lanciato diversi missili balistici verso i paesi vicini della regione; tuttavia, nessuno di essi ha colpito gli obiettivi previsti. Due missili iraniani lanciati contro il Kuwait non hanno raggiunto la destinazione o si sono disintegrati in volo, mentre tre missili lanciati contro il Bahrein sono stati immediatamente intercettati dalle forze di difesa aerea statunitensi e bahreinite». Droni iraniani, questo è sicuro, hanno colpito un terminale passeggeri dell’aeroporto internazionale del Kuwait. Nella notte le sirene sono risuonate anche in Arabia Saudita. Inoltre sono state registrate esplosioni anche a Erbil, in Iraq.
Colpito l’aeroporto del Kuwait: un morto e diversi feriti
Il ministero degli Esteri kuwaitiano ha reso noto che una persona è rimasta uccisa e diverse altre ferite in seguito agli attacchi di droni iraniani. «La sicurezza dello Stato del Kuwait, la sua sovranità e l’incolumità dei suoi cittadini e residenti sul suo territorio costituiscono una linea rossa» , si legge in un comunicato. Il portavoce del ministero della Difesa del Kuwait, Saud Abdulaziz Al-Otaibi, ha descritto l’attacco iraniano «un’aggressione criminale».
Un attacco di droni ucraini contro un autobus russo in viaggio da Mosca a Simferopol, in Crimea, ha causato sette morti e 11 feriti, secondo quanto riferito dalle autorità della regione di Donetsk, in Ucraina, controllata da Mosca, dove è avvenuto l’attacco. «A Yenakiyevo, un drone ha colpito un autobus che collegava Mosca a Simferopol. Secondo le prime informazioni, sette civili sono stati uccisi. Altre 11 persone hanno riportato ferite di varia gravità e stanno ricevendo le cure necessarie», ha scritto Denis Pushilin, capo dell’amministrazione locale istituita dalla Russia, su Telegram.
Diversi feriti in un attacco a San Pietroburgo
Droni ucraini hanno inoltre colpito nella notte Kronstadt e San Pietroburgo, nell’oblast russo di Leningrado, causando diversi feriti. Lo hanno riferito le autorità russe, parlando di generici attacchi a «infrastrutture». Secondo i media ucraini, è stato colpito il terminale petrolifero di San Pietroburgo dove è scoppiato un incendio. Il canale Telegram Astra ha confermato che nel complesso di raffinazione petrolifera, la JSC Petersburg Oil Terminal, sono divampate fiamme. Kronstadt, sede di un rilevante porto, ospita invece una fabbrica di droni.
Archiviata la sbornia celebrativa del 2 giugno, la settimana politica si dovrebbe chiudere con il “botto” dei nuovi ingressi nel partito di Roberto Vannacci. La data in cui è attesa l’operazione è sabato 6 giugno. L’unica certezza è il numero: si parla di quattro new entry, sempre alla Camera, in modo da far raddoppiare i deputati vannacciani, appena costituitisi in una componente del gruppo Misto.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Da Furgiuele a Bof, le voci sui nuovi arrivi in FN
I nuovi arrivi dovrebbero essere in prevalenza leghisti. Le voci danno in entrata in Futuro Nazionale il calabrese Domenico Furgiuele e il veneto Gianangelo Bof, mentre è fallita la trattativa con un altro leghista veneto, Erik Pretto. Quest’ultimo, contro il quale Matteo Salvini ha avviato un provvedimento disciplinare per mancato pagamento dei contributi al partito, dovrebbe approdare a breve in Forza Italia, anche se non ci sono conferme al momento. Gli altri deputati che sarebbero in predicato di trasloco in FN sarebbero gli ex leghisti, passati con FI da poco più di quattro mesi, Davide Bergamini e Attilio Pierro. L’idea sarebbe di chiudere con questo pacchetto prima dell’assemblea costituente di Futuro Nazionale, in programma a Roma il 13 e 14 giugno.
Ziello e il reclutamento vannacciano
Il responsabile organizzativo del partito (anche lui un ex leghista), Edoardo Ziello, ha raccolto più richieste e curriculum di un cacciatore di teste. Il deputato pisano inoltra con cadenza regolare le domande al generale, che le vaglia una a una. Questa fase di nuovi ingressi, inaugurata con l’arrivo della leghista Laura Ravetto il 19 maggio, dovrebbe concludersi sabato. Il generale punterebbe a costituire un gruppo (servirebbero altri 12 deputati in base al regolamento della Camera) e non è detto – viene spiegato – che non ci riesca prima della fine della legislatura. Ma per ora tiene tutto fermo e si accontenta di otto ‘soldati’.
Edoardo Ziello e Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Salvini tenta il rilancio con un ritiro di partito a luglio
Intanto, dalle parti degli ex compagni di partito regna il caos totale. Salvini è sempre più assente (non solo dalle celebrazioni del 2 giugno). Il segretario leghista ha ormai trasferito tutta la gestione della strategia comunicativa a Davide Vecchi, legato agli Angelucci e alla fidanzata Francesca Verdini. Vecchi ha in mano i rapporti con i territori e, da poco, anche quelli con le tv. Mentre la comunicazione dei gruppi, a cui comunque sovrintende, langue. La stessa comunicazione del leader è da mesi ormai molto low profile.
Matteo Salvini con Davide Vecchi (Imagoeconomica).
Come rilanciarsi e tentare di crescere nei sondaggi, nei quali Lega è tallonata da Vannacci? Con il tesoriere Alberto Di Rubba e il vice Claudio Durigon, Salvini ha pensato di organizzare un ‘ritiro’ di partito, sul modello di quelli organizzati nel tempo dal centrosinistra (iniziò Romano Prodi con l’Ulivo in Toscana nel 1997, seguirono, in anni più recenti, Enrico Letta con i ministri nell’Abbazia di Spineto, nel 2013, ed Elly Schlein a Gubbio nel 2024). Solo che non appena ha fatto diramare la convocazione per il 19 e 20 giugno nella chat del consiglio federale sono partite le defezioni e i distinguo, tra chi aveva un impegno familiare (Luca Zaia) e chi istituzionale (Attilio Fontana). Il raduno è stato quindi spostato al primo weekend di luglio. Tutti i big dovrebbero esserci e sono già state avanzate alcune richieste tipo quelle di una foto di gruppo con i governatori da scattare il primo giorno.
La partita di Zaia e il modello a due Leghe
Zaia ha fiutato l’aria. Teme che il ritiro serva a lanciare la sua candidatura alle Politiche, probabilmente insieme ai governatori che non possono essere ricandidati per il blocco del terzo mandato, come Fontana, Massimiliano Fedriga e il presidente della Provincia di Trento Maurizio Fugatti (i quali dovrebbero però dimettersi in anticipo rispetto alla fine della legislatura). L’ex Doge non intende darla vinta a Salvini così facilmente: vuole determinate garanzie sul suo futuro e anche un po’ fargli pagare tutti gli sgambetti che pensa di aver subito (in primo luogo il mancato superamento del divieto a una sua ricandidatura in Veneto e poi gli uomini legati ad Alberto Stefani sistemati alla guida della Liga veneta). Insomma, si agita e torna a proporre il modello delle due Leghe con due leader ispirato alla Cdu-Csu di cui Salvini non vuol proprio sentire parlare. E via ancora veleni, diffidenza e fendenti. Mentre Vannacci sale nei sondaggi.
In viaggio verso l'arma definitiva con l'ex ammiraglio Niko e la sua bionave You Sexy Thing.
Nel secondo capitolo della serie Disco Space Opera di Cat Rambo la chef Nicolette "Niko" Larsen e i suoi colleghi ristoratori si ritrovano in serie difficoltà.
Il loro ristorante è stato distrutto nell'esplosione della stazione spaziale, ora il loro rifugio è la bionave intelligente You Sexy Thing, diretta verso l'avventura.
Forunatamente Niko e il suo team, oltre a intendersi di cucina, sono abili mercenari e nell'avventura ci si trovano bene.
In L'arma del diavolo Niko dovrà affrontare un temibile avversario e per farlo avrà bisogno di un'arma... - Leggi l'articolo
Spielberg torna alla fantascienza e agli alieni con Disclosure Day, mentre arriva anche Supergirl nelle sale e House of the Dragon 3 su HBO Max.
Solo cinque novità ma di peso questo giugno, soprattutto in sala dove arrivano Disclosure Day e Supergirl, ma anche il film di Masters of the Universe. In streaming la terza di House of the Dragon e la seconda della versione live action di Avatar – La leggenda di Aang.
Masters of the Universe
4 giugno, film, sala. La leggendaria serie animata arriva sullo schermo con un film live action diretto da Travis Knight. Nel cast Nicholas Galitzine nella parte di He-Man, Jared Leto in quella di Skeletor e Morena Baccarin.
Guarda il video: Masters of the Universe Trailer... - Leggi l'articolo
«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza provocare danni alla collettività e venendo rapidamente zittite dagli altri avventori», diceva Umberto Eco nel 2015. In un decennio la situazione è drammaticamente peggiorata. Le legioni di imbecilli ora sono un esercito e il bar sport digitale, con il suo opinionismo dilagante e non moderato, è un oggettivo fattore di aumento della conflittualità e di indebolimento dei legami sociali. Compresi quei modelli di convivialità che hanno in un caffè o in uno Spritz occasioni di incontro con conoscenti e anche con sconosciuti. Legami sociali deboli, come quelli che si hanno con la cassiera del market, che però sono essenziali per la vita di relazione.
Umberto Eco (Ansa).
I bar e i caffè sono una fabbrica sociale
Bar sport di Stefano Benni resta un capolavoro satirico nella rappresentazione dell’umanità che si ritrova(va) seduta ai tavoli di un caffè a parlare di calcio o di donne e motori con la stessa serietà riservata alla politica o all’agricoltura. «È perfettamente inutile che un bar possieda un buon biliardo, se non ha un buon scemo da bar», sottolineava Benni. Ma al di là delle battute, dobbiamo seriamente considerare che bar e caffè sono una “fabbrica sociale”. Segnalando però che il bar sport digitale sta uccidendo il bar sport reale.
Solo incontrandosi e vedendosi di persona e facendo le cose assieme si accende la socialità. Da soli seduti davanti a uno schermo si attiva addirittura la funzione contraria. La discussione online genera contatto ma non relazioni. Accende e spegne le persone a seconda dei casi e dei temi, ma non attiva quel “noi” che si può manifestare solo attraverso la modalità dal vivo. In altre parole accentua l’isolamento delle persone, condannandole a un irreparabile individualismo.
Stefano Benni nel 2013 (Ansa).
Dove si chiudono i bar cresce l’estrema destra
In questa luce risulta particolarmente interessante la ricerca Quando i bar-tabacs chiudono: erosione del legame sociale e aumento del voto all’estrema destra che ha preso in considerazione la chiusura in Francia di circa 18 mila bar-tabac o bistrot tra il 2000 e il 2022. È emerso che le zone dove la percentuale di serrande abbassate è stata più alta, maggiore è risultato l’aumento del sostegno al partito di estrema destra Rassemblement National (RN), salito negli anni successivi tra l’1,3 e il 3,6 per cento circa. Una correlazione, questa, che non si è registrata con la chiusura di altre attività commerciali, come per esempio le panetterie. E che viene confermata dal dato che quando apre un nuovo bar-tabac, la percentuale di voti per l’estrema destra tende a diminuire nel tempo. «Gli effetti di questo processo sono tre volte più forti nelle comunità rurali, dove i bar sono rimasti l’ultimo luogo di socialità», sottolinea il curatore della ricerca Hugo Subtil dell’Università di Zurigo.
Marine Le Pen e alle sue spalle Jordan Bardella (Ansa).
La mancanza di spazi terzi di socialità porta a una visione del mondo più angusta
Senza entrare nel merito di cosa si fa al bar, o meglio quanto le singole attività (dal gioco di carte alle scommesse, dal biliardo alle bevute in compagnia) influenzino la visione del mondo dei frequentanti, la cosa più importante è quel “cosa” che si fa assieme. «È l’aspetto condiviso, sociale, a fare la differenza», continua Subtil, definendo i bar-tabac «spazi terzi», rispetto alla casa e al posto di lavoro, dove persone di origini diverse si mescolano. Quando questi posti scompaiono, le persone socializzano in una cerchia più ristretta di amici e familiari che la pensano allo stesso modo. La visione e la prospettiva del mondo si restringono. L’altro, il diverso da sé, quasi scompare. «Questo, col tempo, erode il tessuto sociale e indebolisce i legami che si creano di persona».
In tutta Europa, i sondaggi e le ricerche suggeriscono che dove la fiducia interpersonale e la solidarietà locale sono più deboli, il sostegno ai partiti di destra radicale tende a essere più alto. L’infelicità insomma sembra avere molto a che fare con il populismoe il sovranismo.
Gli infelici sono attratti dagli estremi dello spettro politico
Naturalmente la discussione e un’eventuale confutazione è aperta. Sono però rilevanti le tre chiavi di lettura, che sono anche sintesi estrema della relazione che intercorre tra populismo e infelicità e che considerano anche le implicazioni politiche delle pratiche di cura e condivisione.
Il declino della felicità e della fiducia sociale in Europa e negli Stati Uniti spiega gran parte dell’aumento della polarizzazione politica e dei voti antisistema.
Atteggiamenti soggettivi come la soddisfazione di vita e la fiducia giocano un ruolo molto più importante nel plasmare i valori e il comportamento di voto rispetto alle ideologie tradizionali o alla lotta di classe.
Le persone infelici sono attratte dagli estremi dello spettro politico. Chi ha poca fiducia si trova più spesso all’estrema destra, mentre chi ha molta fiducia è più propenso a votare per l’estrema sinistra.
Il boom di serrande chiuse: dal Regno Unito all’Italia
Ma tornando allo stretto ambito della ricerca sui bar si deve segnalare che la situazione francese non è unica, perché il declino dei locali pubblici (bar, bistrot, osterie) riguarda l’Europa intera. Una vera e propria istituzione, qual è stata il caffè (come bevanda e come luogo), che dal Settecento in poi è venuto identificandosi con l’Illuminismo e la stessa democrazia, deve fare oggi i conti con una crisi che è deflagrata con la pandemia. Per effetto delle nuove abitudini post Covid, le persone bevono meno, escono con meno frequenza e passano più tempo a casa. Oltremanica, in Inghilterra e in Galles, l’anno scorso hanno chiuso o sono stati convertiti a nuovi usi 366 pub, uno al giorno. Nei Paesi Bassi, un caffè su cinque dal 2020 ha cessato l’attività. Ma anche in Italia negli ultimi anni il settore dei bar e dei caffè ha subito una profonda contrazione, con la chiusura di oltre 21 mila locali nell’arco di un decennio. Solo nel corso del 2024, a fronte di 3.937 nuove aperture, si sono contate ben 12.188 cessazioni di attività, per un saldo netto negativo di 8.251 imprese.
Una desertificazione che induce alla conclusione che la società incattivita nella quale ci troviamo e della quale la crisi della partecipazione politica e della democrazia tout court è espressione, sta seduta ai tavolini di bar che non ci sono più. Come i quattro a amici che «tra un bicchiere di coca e un caffè» volevano cambiare il mondo e ora fanno fatica perfino a uscire di casa.
Parate, discorsi, commemorazioni, sfilate di celebrities grondanti senso civico: per il 2 giugno, ottantesimo anniversario della Repubblica italiana, scorrono fiumi di retorica così gonfi e impetuosi che la Protezione civile ha diramato l’allarme bianco-rosso-verde. L’unico correttivo possibile è una tradizione dello show-business americano da poco importata in Italia: il roasting. Letteralmente significa “mettere sulla graticola”, e consiste nel bersagliare pubblicamente di lazzi e critiche pungenti una star dalla gloria solida e indiscussa, suggellandone l’inossidabile successo ed esorcizzando nel riso ogni possibile invidia. Forse è il momento giusto per fare arrosto anche la nostra Repubblica, certi che non se la prenderà; anzi, considerate le temperature, forse nemmeno se ne accorgerà. Via, accendiamo il barbecue!
Le frecce tricolori per la parata del 2 giugno a Roma (Ansa).
Per un soffio non vinse la monarchia
La Repubblica vinse per un soffio. Dodici milioni e rotti i voti per la Repubblica, 10 milioni e spiccioli per la monarchia: non proprio un abisso, diciamolo. Quasi metà del Paese si sarebbe tenuta volentieri i Savoia, anche se avevano consegnato l’Italia a Mussolini e nel momento del massimo pericolo si erano dati alla fuga. Ottusa fedeltà alla Corona? No, solidarietà verso una famiglia di emarginati di origine straniera, segnati da tare fisiche dovute ai matrimoni fra consanguinei e non ancora padroni della lingua italiana, che ora rischiavano sfratto e remigrazione. L’unica vera colpa dei monarchici era una sensibilità verso i fragili troppo in anticipo sui tempi.
Manifestazione per la Repubblica nel 1946 (Ansa).
Il miraggio di vedere una donna al Quirinale
Le chance di avere una donna al Quirinale sono rimaste zero. Almeno, con la monarchia c’era la scusa della legge salica che imponeva la successione dei primogeniti maschi. Se in 80 anni non abbiamo ancora avuto una presidente della Repubblica, invece, dobbiamo ringraziare solo il tenace sessismo e l’ottusità del Parlamento e dei grandi elettori, che ci hanno fatto perdere l’opportunità di avere a capo dello Stato figure autorevoli e integerrime come Tina Anselmi, Nilde Iotti e (almeno finora) Emma Bonino.
Tina Anselmi e Nilde Iotti (Ansa).
Vuoi mettere i fasti e l’indotto di una Corona?
È poco glamour. Vogliamo mettere le cerimonie e il fasto della monarchia con le grigie celebrazioni del calendario repubblicano? Incoronazioni, matrimoni reali, nascite, giubilei e altri eventi pittoreschi, ognuno col suo indotto di merchandising, risolleverebbero il Pil in un Paese sempre più deindustrializzato che si avvia a diventare una San Marino in versione extralarge che vivrà solo di turismo e, grazie alla tropicalizzazione del clima, della coltivazione di mango e avocado.
Con le dinastie di oggi, Emanuele Filiberto si difenderebbe alla grande
In fondo i Savoia-Carignano non sono così male. Okay, nel 1946 Vittorio Emanuele III e Umberto II dovevano competere con sovrani europei di ben altra caratura e patriottismo, Giorgio VI aveva vissuto il London Blitz, Cristiano X di Danimarca aveva difeso gli ebrei, Guglielmina d’Olanda dall’esilio sosteneva la resistenza. Oggi l’asticella si è abbassata parecchio: le dinastie continentali annoverano trafficanti d’armi, corrotti, maniaci sessuali, tossicodipendenti e pedofili, quando non tutte queste cose insieme. Alla fin fine, il più pulito è povero Emanuele Filiberto, di cui si può dire di tutto, ma almeno non compare negli Epstein Files.
Emanuele Filiberto di Savoia.
Gli italiani sognano un re: e chi se non Mattarella?
Gli italiani sognano una monarchia. E il loro sovrano ideale si chiama Sergio Mattarella: benvoluto, decorativo, elegantemente pop, moralmente e intellettualmente inattaccabile, è la luce che brilla sul Colle più alto e ci dà sicurezza nei momenti più duri, come si è visto durante la pandemia. Il 2 giugno è l’occasione ideale per pensionare con onore la Repubblica, e posare una corona sulla veneranda canizie di Mattarella, che incarna perfettamente la maestà dello Stato e, alle soglie degli 85 anni, è più lucido e sul pezzo di parecchi cinquantenni. Oltretutto, dopo di lui salirebbe al trono la sua primogenita Laura, oggi perfetta first-lady e già regina ufficiosa del Quirinale. Pensate che sollievo, poterci risparmiare la fiera del bestiame che sarà l’elezione del prossimo Capo dello Stato. I nomi di Draghi e Monti girano già adesso, tanto per bruciarli con largo anticipo, mentre Ignazio La Russa ripete: «Io al Quirinale? Mai». Ma lo ripete un po’ troppo spesso.
Gli showrunner della serie rivelano il loro rimpianto più grande riguardo James Kirk
La quarta e penultima stagione di Strange New Worlds, unica serie dell'universo Star Trek ancora in produzione, non avrà un nemico di stagione, ma tornerà a una forma di narrazione più verticale, con storie autoconclusive. I dieci nuovi episodi accompagneranno i fan durante l'estate, con la prima puntata disponibile il 23 luglio su Paramount+ a cui seguirà un nuovo episodio ogni giovedì fino al finale di stagione del 24 settembre. Per ingannare l'attesa, il portale di informazione Polygon ha intervistato gli showrunner della serie Akiva Goldsman e Alex... - Leggi l'articolo
SERIE TV - Star Trek - 2 giugno 2026 - articolo di Angela Bernardoni
È l'apprezzato Death of the Author il vincitore nella categoria romanzo di fantascienza, ma la sua autrice Nnedi Okorafor vince anche per la migliore opera illustrata
Il 30 maggio 2026, durante il Bay Area Book Festival, sono stati annunciati i vincitori di ciascuna categoria dei Locus Awards 2026. Tananarive Due, Stephen Graham Jones e Nnedi Okorafor erano gli ospiti d’onore, insieme all’artista locale Alyssa Winans. Tra gli altri eventi del fine settimana figuravano letture, tavole rotonde con autori di spicco e un ricevimento.
Premi Locus 2026
Romanzo di fantascienza
Vincitore: Nnedi Okorafor, Death of the Author
Elizabeth Bear, The Folded Sky
Cory Doctorow, Picks & Shovels
Isaac Fellman, Notes from a Regicide
Daryl Gregory,... - Leggi l'articolo
Gli showrunner della serie rivelano il loro rimpianto più grande riguardo James Kirk
La quarta e penultima stagione di Strange New Worlds, unica serie dell'universo Star Trek ancora in produzione, non avrà un nemico di stagione, ma tornerà a una forma di narrazione più verticale, con storie autoconclusive. I dieci nuovi episodi accompagneranno i fan durante l'estate, con la prima puntata disponibile il 23 luglio su Paramount+ a cui seguirà un nuovo episodio ogni giovedì fino al finale di stagione del 24 settembre. Per ingannare l'attesa, il portale di informazione Polygon ha intervistato gli showrunner della serie Akiva Goldsman e Alex... - Leggi l'articolo
SERIE TV - Star Trek - 2 giugno 2026 - articolo di Angela Bernardoni
L'autore propone il sesto romanzo della sua saga Schegge dell'Impero.
Giovanni Oro sta diventando un autore sempre più interessante. Già entrato due volte in finale al Premio Urania con romanzi a se stanti, continua a portare avanti la sua saga di fantascienza spaziale/militare intitolata Schegge dell'Impero (ma in precedenza nota anche come saga Xipe) che arriva ora al sesto romanzo, per ora in edizione ebook a cui probabilmente seguirà più avanti un'edizione stampata, e che esce, come gli altri, nella collana curata da Alessandro Coman Nuova Frontiera.
La macchina dei rimpiantidi Giovanni OroCon quanta forza può bruciare un... - Leggi l'articolo
Ogni tanto, nel mezzo di un’intervista, qualcuno dice la verità per sbaglio. È successo al francese Damien Comolli, amministratore delegato della Juventus, mentre raccontava ai giornalisti la sua celebre arma segreta. «L’algoritmo è un metodo economico», ha detto. Cinque parole. È l’unica frase di tutta l’intervista in cui ha descritto con precisione chirurgica ciò che fa davvero. Solo che credeva di vantarsi. Perché un conto è l’algoritmo che ci ha venduto per un anno e mezzo, quello alla Moneyball, basato sulla scienza dei dati, per una Juve che finalmente smette di comprare a sentimento. Un altro conto è quello che esce, riga dopo riga, dalle sue stesse dichiarazioni: un filtro per spendere meno. Che non è la stessa cosa. Anzi, è l’esatto contrario.
Cos’è Moneyball: battere i ricchi comprando chi è sottovalutato
Conviene ripassarlo, perché è semplice. Moneyball non era una formula magica chiusa in un computer. Era un’idea, e per giunta facile: il mercato del baseball prezzava male alcuni giocatori, e chi se ne accorgeva poteva comprarli a poco e vincere lo stesso. Billy Beane, con un budget da poveri, batteva i ricchi perché comprava ciò che tutti gli altri sottovalutavano.
Metodo predittivo, controcorrente e che non lascia spazio all’intuizione
Tre cose definivano quel metodo. Era predittivo: produceva un numero, una stima che potevi verificare. Era controcorrente: compravi proprio ciò che gli osservatori scartavano, perché lì stava l’affare. Ed era spietato con l’intuizione: nasceva per cacciare dalle decisioni il «carattere», il «fisico da campione», l’occhio dell’esperto. Tutta roba che costa cara e non si misura. Tenete a mente questi tre punti. Perché Comolli, nella stessa intervista, è riuscito nell’impresa di sbagliarli tutti e tre. Di fila.
Giorgio Chiellini e Damien Comolli (Ansa).
«Nomi che anche lo scouting apprezza»: allora c’è un problema
Primo. Si vanta che l’algoritmo ha prodotto «nomi che anche lo scouting apprezza». Fermatevi qui. Il senso di Moneyball era comprare ciò che gli scout non apprezzano: è lì che si nasconde il valore a buon mercato. Se invece il tuo algoritmo conferma quello che gli osservatori pensavano già, non stai trovando affari: stai facendo un sondaggio interno. Comolli ha inventato il software più costoso del mondo per scoprire di essere d’accordo con i suoi dipendenti.
David in azione durante la partita persa dalla Juventus in casa contro il Como (foto Ansa).
Ma come, le variabili impalpabili non dovevano essere tagliate?
Secondo. Subito dopo, racconta che con l’allenatore Luciano Spalletti vogliono analizzare «la personalità dei giocatori», il «linguaggio del corpo», il «carattere», perché per giocare alla Juve «serve qualcosa di speciale». Bellissimo. Peccato che siano esattamente le variabili impalpabili che Moneyball era nato per buttare fuori dalla porta. Lui le fa rientrare dalla finestra, con la valigia in mano. Lo strumento scientifico dura il tempo di una frase, poi torna il vecchio totem del calcio italiano: il giocatore che «ce l’ha dentro».
Risparmiare era solo l’effetto collaterale, non la mission
Terzo, il capolavoro: «metodo economico». Moneyball non era spendere poco. Era spendere bene. Risparmiare era l’effetto collaterale di aver trovato il prezzo sbagliato, non lo scopo. Chiamarlo «metodo economico» tradisce cosa sia davvero nella sua testa: non un modello che misura il valore, ma una scrematura di listino entro un tetto di budget. Un filtro. Che è poi il punto: quando uno ti dice «uso un modello quantitativo» e poi sceglie a naso entro il limite di spesa, quello non è Beane. È un commercialista con l’abbonamento a una banca dati.
Il fallimento dell’esperienza di Comolli al Liverpool
C’è un particolare che rende tutto più gustoso. Comolli un Moneyball vero lo ha già provato sul serio. E lo abbiamo visto tutti. Liverpool, 2010-2012. Ragionamento da manuale: il centravanti Andy Carroll segna di testa sui cross, quindi compriamo i migliori crossatori del campionato. Logico, no? Carroll costò 35 milioni, record britannico dell’epoca. Poi arrivarono Jordan Henderson, Charlie Adam e Stewart Downing, un’altra cinquantina di milioni. Risultato: sette acquisti su nove furono delusioni, Downing chiuse la prima stagione con zero gol e zero assist in Premier League, il Liverpool finì ottavo e nell’aprile 2012 Comolli venne licenziato proprio per quella politica di mercato.
Andy Carroll ai tempi del Liverpool (foto Ansa).
Filtrare numeri grezzi senza capirli è superstizione con il foglio Excel
Il modello aveva un difetto piccolo piccolo: la statistica sui cross non dice nulla sulla qualità di un giocatore in Premier League. Filtrare numeri grezzi senza capirli non è scienza, è superstizione con il foglio Excel. Lo dice la sua biografia: Comolli non ha portato a Torino il metodo che fece grande Oakland. Ha portato il Liverpool che lo fece esonerare. Con 13 anni di ritardo, ma la stessa identica idea.
Gli errori di valutazione fatti di continuo, come sull’allenatore Tudor
Vediamolo all’opera oggi, il dirigente dei dati. A giugno 2025 ha confermato l’allenatore Igor Tudor esaltandone intensità e resilienza, una dote che giudicava «impressionante». Lo ha esonerato il 27 ottobre. Dopo appena quattro mesi. La previsione più importante della stagione — chi deve guidare la squadra — gli è collassata in poco più di un trimestre. Se l’algoritmo serviva a evitare gli errori di valutazione, qui ha fatto il pieno.
Igor Tudor, ex allenatore della Juventus (foto Ansa).
L’algoritmo ha riportato indietro la Juventus
I numeri, già che ci siamo. La Juventus che ereditò arrivava da un quarto posto e dalla partecipazione alla Champions. La Juventus che consegna è sesta e in Europa League. L’algoritmo ha preso una squadra nell’élite europea e l’ha riportata indietro: in discesa, ma con metodo. Per la cronaca, fuori dalla Champions per due punti dal Como, ma a 18 dall’Inter. Cioè vicinissima al quarto posto e lontanissima dal vincere lo scudetto, che era l’unica cosa promessa. L’ossessione per la vittoria, applicata con rigore, ha prodotto il sesto posto.
Luciano Spalletti e Damien Comolli (foto Ansa).
Un processo quantitativo serve a sapere perché hai sbagliato
Poi c’è la perla finale. Sull’attaccante Loïs Openda — belga di scuola francese, preso e mai sbocciato in bianconero — Comolli ha ammesso candidamente di non sapere perché non abbia funzionato: «Abbiamo sbagliato noi o non era pronto per la Juve?». Ecco la domanda che uccide il personaggio. Un processo quantitativo serve esattamente a sapere perché hai sbagliato: scomponi, misuri, correggi. Comolli, invece, apre le braccia. E non è un caso isolato.
Openda dopo l’unico gol segnato in campionato, contro la Roma (foto Ansa).
David, Zhegrova, Openda: il sistema usato parla (e male) solo francese
C’è un filo che lega i suoi colpi di mercato, ed è curiosamente lo stesso del suo passaporto: Jonathan David, preso a parametro zero dal Lilla, solo 6 gol in campionato (tra l’altro distribuiti malissimo: quattro raggruppati in cinque partite, tra gennaio e febbraio); Edon Zhegrova, ancora dal Lilla, parcheggiato in panchina da Spalletti (zero gol e zero assist in tutte le competizioni, una rete enorme decisiva mangiata in Champions contro il Galatasaray e soprattutto il lunare giudizio finale di Comolli: «Siamo felici del suo contributo e anche l’allenatore è felice del suo contributo»); e lo stesso Openda (una sola rete in Serie A). Comolli è andato a fare la spesa nel campionato che conosce meglio e ha riportato a Torino una fila di occasioni mancate con l’accento giusto. L’algoritmo, evidentemente, parla solo francese.
Damien Comolli con Kenan Yldiz e Edon Zhegrova (foto Ansa).
La responsabilità più comoda del mondo
Per chiudere, il bon ton istituzionale. «Mi prendo la piena responsabilità», ha detto. E due righe dopo: «Non ho mai pensato a una mia possibile uscita». È la responsabilità più indolore mai vista in un campo da calcio: tutta la colpa, zero conseguenze. Una responsabilità a sovranità limitata, garantita dal fatto che a deciderlo è lui stesso. Comolli ha aggiunto anche che il giudizio sul suo lavoro va dato «tra i tre e i cinque anni», cioè il periodo perfetto: abbastanza lungo da non rispondere oggi, abbastanza vago da non rispondere mai. Resta una sola cosa vera, in tutta l’intervista. Quella frase di cinque parole all’inizio. «L’algoritmo è un metodo economico». Sì. È un modo per spendere meno, travestito da scienza, che conferma gli scout invece di smentirli e rimette al centro il «carattere» che doveva eliminare. Non è il Moneyball di Beane. È money, e basta. La ball, a Torino, si è persa per strada.
In vista delle elezioni Usa di metà mandato, le società di intelligenza artificiale, il settore delle criptovalute e i gruppi filo-israeliani stanno spendendo valanghe di dollari per ostacolare membri del Congresso e candidati poco graditi. Come sottolinea Axios, non si può ignorare l’entità di queste spese, perché si tratta di un volume di investimenti «che può stroncare carriere e bloccare sul nascere movimenti politici».
Le spese folli dei PAC per affossare i candidati sgraditi alle midterm
In base ai dati della Commissione elettorale federale, otto dei 12 maggiori finanziatori esterni nelle primarie per la Camera dei Rappresentanti di questo ciclo elettorale sono PAC (Political Action Committee, organizzazioni nate per raccogliere fondi a favore o contro un candidato) legati alle criptovalute e all’IA, oppure vicini a Tel Aviv. E in quattro occupano, appunto, le prime quattro posizioni di questa speciale classifica.
Al Green (Ansa).
In vetta c’è Protect Progress, cioè la sezione democratica di Fairshake, ovvero il principale PAC finanziato dall’industria delle criptovalute, che ha speso 15,8 milioni di dollari in una decina di distretti. Quasi 5 quelli spesi nel 18esimo del Texas per estromettere il deputato di lunga data Al Green a favore del dem Christian Menefee, eletto al Congresso nel 2025. Segue lo United Democracy Project, affiliato all’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee – il più potente e influente gruppo di pressione pro-Israele negli Stati Uniti), che ha speso 11,6 milioni di dollari, di cui quasi 8 contro il deputato repubblicano Thomas Massie nel quarto distretto del Kentucky.
Thomas Massie (Ansa).
In precedenza l’AIPAC si era messo di traverso nelle suppletive per l’11esimo distretto del New Jersey: Tom Malinowski, critico nei confronti di Israele, alle primarie dem ha dovuto così lasciare il passo a Analilia Mejia.
Tom Malinowski (Ansa).
Al terzo posto troviamo Elect Chicago Women, organizzazione affiliata all’AIPAC, che ha speso ben 9,8 milioni di dollari per sostenere due candidate alla Camera dei Rappresentanti in Illinois: l’ex deputata Melissa Bean e la senatrice statale Laura Fine. Ai piedi del podio Think Big, sezione democratica del comitato pro-IA Leading the Future: degli 8,2 milioni di dollari spesi, la maggior parte è stata usata per sostenere la già citata Bean e per sfavorire Alex Bores, candidato alla Camera dei Rappresentanti per lo Stato di New York, favorevole alle misure di salvaguardia contro l’intelligenza artificiale.
I principali Super PAC preferiscono concentrarsi sulle elezioni generali
Una potenza di fuoco impressionante: di fatto, gli unici enti che possono davvero competere con tali livelli di spesa sono i principali Super PAC dei due partiti, ossia l’House Majority PAC dei Democratici e il Congressional Leadership Fund dei Repubblicani. Che, però, difficilmente spendono ingenti somme nelle primarie, preferendo invece concentrare le proprie “energie” sul sostegno ai candidati dei distretti più contesi nelle elezioni generali. E ciò lascia ampio spazio di manovra a PAC – per così dire – “alternativi”.
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa).
L’attività di promozione e di affossamento avvengono generalmente alla luce del sole. Come spiega Axios, i candidati presi di mira da questi PAC hanno cercato di fare dell’ingombrante presenza di tali organizzazioni il tema centrale delle loro campagne elettorali. Ma la tattica non si è rivelata efficace, in particolare contro i PAC legati alle criptovalute e all’IA, che sono riusciti in larga misura a promuovere i propri ‘protetti’. Ma anche l’AIPAC, che ha preferito utilizzare gruppi come Elect Chicago Women per occultare la propria interferenza, ha portato a casa risultati tutto sommato soddisfacenti, considerando che Israele al momento non gode esattamente di grande popolarità.
Nel distretto di New York si prospetta un “derby” tra PAC legati all’IA
E adesso, via con altre spese, perché le primarie sono tutt’altro che finite. Sia Protect Progress che United Democracy Project nel quinto distretto del Maryland sostengono il deputato statale Adrian Boafo come successore di Steny Hoyer, ex leader della maggioranza dem alla Camera. Nel 12esimo distretto di New York, invece, si prospetta un “derby” tra PAC legati all’intelligenza artificiale. Il già citato Bores, contro cui ha già speso molto Think Big (tra i suoi finanziatori c’è OpenAI), ha ottenuto il sostegno del Jobs and Democracy PAC, finanziato da Anthropic, così come di You Can Push Back, legato al mondo delle criptovalute.
Vincitrice di un Oscar, ex moglie di George Lucas, ha avuto un ruolo fondamentale anche in film come Taxi Driver.
Marcia Lucas, montatrice vincitrice di un Oscar il cui lavoro ha contribuito a plasmare la trilogia originale di Star Wars e numerosi altri film di riferimento degli anni '70 e dei primi anni '80, è morta il 27 maggio all'età di 80 anni dopo aver combattuto contro un tumore metastatico.
Nel 1974, venne nominata agli Oscar per il miglior montaggio con American Graffiti. Collaborò con Martin Scorsese ai film Alice non abita più qui, nel 1975, e a Taxi Driver l'anno successivo, ottenendo per quest'ultimo una nomination per il BAFTA al miglior montaggio.... - Leggi l'articolo
Quali sono le più grandi saghe della storia della fantascienza e quanto hanno influito sul genere?
Dall'Allodola dello spazio a The Expanse, il genere della fantascienza si è spesso prestato alla narrativa seriale. Alcuni dei suoi titoli più famosi sono nati come saghe o lo sono diventati in seguito, come Fondazione, Dune, Hyperion. Ma al di là dei titoli più famosi, quali sono le saghe che hanno fatto il genere, e quanto sono state importanti per la sua diffusione e il suo successo? Uno speciale di Arturo Fabra copre esaustivamente l'argomento in questo numero, in cui si parla anche del nuovo film di Star Wars The... - Leggi l'articolo
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Aveva solo cinquantaquattro anni. Era stato anche finalista al Premio Lovecraft e al Premio Hypnos.
Ieri 31 maggio è stata diffusa la notizia della scomparsa di Luca Bonatesta, una delle figure centrali del ClubGHOST, storico club dedicato all'horror. Cinquantaquattro anni, colpito da una malattia che gli aveva anche causato problemi alla vista, Bonatesta viene ricordato in un commosso post da Max Ferrara sul sito del club.
Nato a Brindisi nel 1972, Luca Bonatesta ha lavorato per dodici anni all'Agenzia News per poi diventare giornalista freelance. Dal 2019 ha cominciato a collaborare attivamente alle pubblicazioni del club, prima col sito Club GHoST e il blog Planet Ghost,... - Leggi l'articolo
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Sui social cinesi lo chiamano spesso “Ma Ge“, letteralmente “Fratello Ma“. Un soprannome quasi affettuoso, che dice molto del rapporto particolare tra Elon Musk e la Cina. Negli scorsi anni è stato persino suggerito come possibile presidente degli Stati Uniti, mentre i suoi tentativi di scrivere poesie in mandarino e le frequenti visite a Pechino hanno alimentato una popolarità quasi da rockstar. Un trattamento riservato anche a Jensen Huang, il fondatore e amministratore delegato di Nvidia, il colosso statunitense dei chip. Pure il super manager della compagnia al centro della contesa tech tra Pechino e Washington, di origine taiwanese, è un visitatore abitudinario della capitale cinese.
Musk e Huang, cerchiati in rosso, nella delegazione americana in visita a Pechino (foto Ansa).
Entrambi facevano parte della delegazione con cui Donald Trump si è presentato in Cina per il suo attesissimo summit con Xi Jinping. Entrambi sono diventati super virali sui social. Lei Jun, fondatore di Xiaomi, che corre verso Musk per un selfie è diventato uno dei momenti più condivisi della giornata. Musk che fa l’occhiolino alla fotocamera, Lei che abbassa il telefono in modalità autoscatto. E naturalmente la domanda collettiva: quale smartphone stava usando? Risposta: uno Xiaomi 17 Pro.
Elon Musk es toda una celebridad en China, todos quieren fotos con él durante el banquete ¡hasta Lei Jun (CEO de Xiaomi) sonríe como fan y le pide una foto! pic.twitter.com/V330C4iZzs
Il figlio di Musk, tra l’altro, sta avendo una popolarità quasi surreale dopo che Elon ha scritto in cinese che sta imparando il mandarino. Mentre Huang, sfuggito al resto della delegazione, è stato pizzicato mentre mangiava, in piedi, un piatto tipico a base di tagliatelle fritte in un ristorantino di Pechino.
Nvidia CEO Jensen Huang was spotted in Beijing enjoying simple street food noodles like an ordinary traveler.
One of the most powerful figures in AI and technology… sitting down quietly for a local meal in the middle of the city.
Eppure, i risultati ottenuti dai due “super ceo” dopo questo viaggio sono agli opposti. Musk esce rafforzato, Huang indebolito. Qualche giorno dopo il vertice tra i due presidenti, Tesla ha annunciato il via libera al suo sistema di guida autonoma in Cina. Un risultato dopo anni di negoziati, autorizzazioni rinviate e ostacoli normativi. Il meccanismo, basato su intelligenza artificiale addestrata attraverso milioni di filmati di guida reale anziché su semplici regole pre-programmate, rappresenta uno degli asset tecnologici più strategici dell’azienda. La Cina era l’ultimo grande mercato a mancare all’appello. L’autorizzazione concessa a Tesla va letta su due livelli. Sul piano economico offre all’azienda americana un vantaggio importante nel più grande mercato mondiale dei veicoli elettrici. Sul piano politico, invece, Pechino sembra distinguere tra comparti tecnologici considerati accettabili e altri giudicati troppo sensibili.
Elon Musk in Cina (foto Ansa).
Mentre Musk ottiene un’apertura, Nvidia vive infatti una situazione al contrario. Dopo essere stato inizialmente escluso, Huang era stato richiamato all’ultimo momento nella delegazione americana diretta a Pechino, alimentando sui social cinesi aspettative e speculazioni. La sua presenza aveva fatto pensare a una possibile intesa sul fronte dei chip. Per mesi il tema era stato centrale: gli Stati Uniti avrebbero potuto concedere licenze selettive per esportare versioni depotenziate dei microprocessori avanzati Nvidia destinati al mercato cinese.
Musk in Cina con figlio al seguito (foto Ansa).
Bloccata la GPU Nvidia per il gaming: sarebbe stato un mercato enorme
Ma la svolta non è arrivata. Anzi, come ammesso dalla stessa Casa Bianca, è stata la Cina a non dare il via libera a un allentamento delle restrizioni sulle spedizioni di chip concesso da parte statunitense. Di più. Proprio durante il summit, la Cina ha aggiunto una GPU Nvidia per il gaming alla lista dei prodotti da bloccare nei controlli doganali. Era destinato ai gamer cinesi e ai professionisti della grafica 3D, un mercato enorme. La Cina rappresenta infatti uno dei più grandi ecosistemi mondiali per videogiochi, e il segmento dell’hardware ad alte prestazioni costituisce una parte importante della presenza commerciale di Nvidia nel Paese.
Pechino non vuole subire le regole imposte da Washington
Pechino sembra voler evitare che Nvidia continui a consolidare la sua presenza attraverso prodotti “di seconda fascia” o versioni modificate dei microprocessori, sviluppate appositamente per aggirare i limiti imposti dalle restrizioni americane. Negli ultimi anni, Nvidia ha spesso progettato versioni depotenziate in modo da rispettare formalmente i controlli alle esportazioni imposti da Washington, mantenendo comunque un piede nel mercato cinese. La decisione sul gaming, aggiunta al mancato via libera su altri modelli dedicati al mercato tech più ampio, mostra che Pechino non intende limitarsi a subire le regole imposte da Washington.
Il ceo di Nvidia Jensen Huang (foto Ansa).
Lo stesso Huang ha ammesso dopo il summit Trump-Xi che Nvidia ha ormai «largamente ceduto» il mercato cinese a Huawei. In realtà, Pechino continua ad avere bisogno della tecnologia Nvidia. Ma Xi vuole convincere Washington che la leva americana dei chip sta lentamente perdendo efficacia. Il messaggio è prettamente politico, con la Cina che trasforma il rifiuto in un segnale di pretesa autosufficienza.
La Cina cerca di sopravvivere ai tentativi di isolamento tecnologico
Per sostenere questa postura negoziale, è stata approntata un’ampia strategia retorica. Proprio alla vigilia del summit Trump-Xi, la televisione di Stato ha trasmesso immagini provenienti da un laboratorio Huawei normalmente chiuso al pubblico. Insieme al fondatore Ren Zhengfei compariva il vicepremier Ding Xuexiang, figura chiave del Partito comunista per la strategia tecnologica. Huawei è diventata l’azienda simbolo dell’assedio americano sulle filiere globali più avanzate. Ora il colosso di Shenzhen vuole mostrarsi come la prova che la Cina può sopravvivere ai tentativi di isolamento tecnologico.
Jensen Huang (foto Ansa).
Non solo. Nei giorni scorsi, Huawei ha annunciato di poter arrivare entro il 2031 a capacità equivalenti alla tecnologia a 1,4 nanometri, appena pochi anni dietro i leader mondiali della taiwanese TSMC e della sudcoreana Samsung. Negli ultimi anni, Pechino ha costruito una gigantesca infrastruttura autoctona: startup, università, fondi pubblici, governi locali e centri di ricerca lavorano per replicare ogni anello della filiera globale dei microprocessori. Laser industriali, materiali fotosensibili, software di progettazione, wafer di silicio, packaging avanzato: ogni segmento è diventato una priorità nazionale. L’obiettivo della leadership, che rallenta Nvidia per incentivare l’adozione dei dispositivi nazionali, è arrivare a produrre internamente oltre il 70 per cento dei chip necessari al comparto interno.
«Hai più bisogno te delle mie terre rare di quanto io non ne abbia dei tuoi chip»
Il motivo alla base di questa spinta è duplice: incentivare lo sviluppo nazionale per perseguire una seppur complicata autosufficienza nello snodo più critico della contesa tecnologica, segnalare a Trump una posizione di forza nei colloqui. Come a dire: «Hai più bisogno te delle mie terre rare di quanto io non ne abbia dei tuoi chip». L’apertura al sistema di guida autonoma della Tesla di “Fratello Ma”, dossier meno sensibile, può invece rappresentare il case study di successo dei legami tra il mercato cinese e i grandi manager americani.
Quando La messa è finitavinse l’Orso d’argento al festival di Berlino, anno 1986, allora la mia proposta di scrivere un libro su Nanni Moretti venne finalmente accettata. Se Sogni d’oro, 1981, pur conquistando a Venezia il Leone d’argento dalle mani prestigiose di Italo Calvino, era stato un fiasco sia di critica sia di pubblico, i due film successivi, Bianca, 1985, eappunto La messa è finita, che sono tornati sui nostri schermi, avevano rilanciato Nanni Moretti quale stella indiscussa delgiovane cinema italiano. Rispetto ai film precedenti, scritti e diretti in solitaria, Moretti si era stavolta avvalso della collaborazione di uno sceneggiatorelucido ed esperto quale Sandro Petraglia: scelta indubbiamente felice, perché la critica notò subito una narrazione filmica più coesa e matura, rispetto alle “scene”, incastrate e distinte, di cui era composto il fulminante esordio nel cinema professionale di Ecce bombo, 1978.
Nanni Moretti in Ecce Bombo (da Youtube).
Moretti tra commedia all’italiana e i fratelli Taviani
Tanto Bianca che La messa è finita, insomma, furono film che siglarono la consacrazione di Nanni Moretti lungo un orizzonte non solo italiano, ma anche europeo, sollevandolo dalle pieghe del concitato dibattito promosso dal confronto televisivo, sotto la guida di Alberto Arbasino, tra lo stesso Nanni e Mario Monicelli, incentrato sulla questione, tutta e solo nazionale, se Ecce bombo fosse o meno l’aggiornamento generazionale della stracollaudata “commedia all’italiana”. Nanni era evidentemente mal disposto a sostenere una simile tesi, che il suo e quello di Monicelli – o di Risi, Scola, Steno e quant’altri – fossero la medesima tipologia di cinema. La stampa lo aveva persino incasellato tra i cosiddetti “nuovi comici”, al fianco di Verdone, Nuti, Troisi, Nichetti. Formula che certo non riconosceva né auspicava.
Numi tutelari espliciti erano stati semmai i fratelli Taviani, che nel 1977, grazie alle cure di Roberto Rossellini, avevano sorprendentemente trionfato a Cannes con Padre padrone, in cui proprio Nanni figurava nelle vesti di attore.
In La messa è finita, entrando in un caffè, il tormentato protagonista pronunciava una frase emblematica, «Vi amo, voi tutti che siete in questo bar…», evidente calco della battuta con la quale un personaggio de Il prato, 1979, regia dei fratelli Taviani, salutava lo sfrecciare di un convoglio ferroviario, «Vi amo, voi tutti che siete in questo treno…».
Bianca, La messa è finita e la fine delle utopie
È tuttavia fuor di dubbio che della migliore commedia italiana, Bianca conservava la capacità di aderire minuziosamente al tessuto sociale nazionale, mettendo in scena lo spirito del tempo, ovvero la fine delle utopie, attraverso il ritratto del sentire comune di quegli anni, che attraverso una fortunata formula giornalistica furono chiamati gli anni del “riflusso”, il riflusso del politico nel privato: non perché, come voleva il Sessantotto, anche il personale fosse politico, ma in quanto la dimensione stessa del politico stava per essere inghiottita dall’individualismo più esplicito e duro. Da cui lo smarrimento della memoria, altro tema carissimo a Moretti: l’incapacità persino di ricordare l’utopia perduta, la cui estrema conseguenza diventava la perdita di identità.
Moretti seppe davvero cogliere il nucleo semantico dello spirito del tempo, che era il paradosso di un individualismo senza identità, un ritirarsi nel grembo dell’io, dove i segni e segnali di riconoscimento, verso se stessi, e di riconoscenza, nei confronti delle politiche otto-novecentesche, finivano dissolti.
In La messa è finita, così, vestire l’abito talare, Moretti prete, venendo immediatamente meno ogni suggestione in una qualsiasi fede rivelata, significava il disperato tentativo di mantenere vivi orizzonte e funzione sociali, che la perdita delle utopie aveva relegato a inespressi barlumi fuori memoria. Anche in questo, Moretti non tradiva la vena migliore della commedia italiana, ovvero il gusto fondamentalmente amaro del comico, l’acre sapore della sconfitta a controbilanciare sorrisi e sberleffi.
Il filo che unisce Ecce Bombo e Amici miei
Nel 1984, la Rai realizzò un programma in due puntate dal titolo non equivocabile, Riso in bianco: Nanni Moretti atleta di se stesso. Il parallelo con Monicelli, allora, non può significare solo acre e irrisolta contrapposizione. Amici miei, 1975, dello stesso Monicelli, era infatti un film generazionale, come lo sarà tre anni più tardi Ecce Bombo. Il primo metteva in scena la generazione della guerra, che ha fatto la Resistenza, e vissuto la fondazione della Repubblica; l’altro, i giovani dopo il Sessantotto, orfani come si è detto delle utopie. La prima si rifugiava in una ostinata e estenuata goliardia, l’altra nel vuoto a perdere di una sfera sociale ed esistenziale alternativa alle convenzioni borghesi. La disillusione restava il tratto comune a entrambe, con una differenza però: la generazione proveniente dal fascismo e dalla guerra era costituita da vecchi che giocano a fare i bambini, mentre quella alla ricerca del sogno perduto, a specchio, da bambini che giocano a fare i vecchi.
Bianca e La messa è finita, così, sono i film successivi in cui il tema della disillusione non è più differibile. Il professore e il prete, figure protagoniste dei due film, sono ormai adulti, e pertanto degli esclusi: il carcere per il primo e la terra dove c’è un vento che fa diventare pazzi per l’altro diventano i rifugi senza uscita una volta assodata la sconfitta di tutto e di tutti (il primo filmino a passo ridotto di Moretti, non a caso, già intitolava La sconfitta).
Monicelli, a differenza di Moretti, delegava all’attore il senso della storia
Dal punto di vista strettamente cinematografico, la differenza tra Monicelli e Moretti è forse un’altra. Mentre Monicelli – e con lui Risi, Scola, Steno e quant’altri – disponevano di una formidabile generazione di interpreti (Gassman, Tognazzi, Sordi, Manfredi e Mastroianni), Nanni si deve collocare sia alle spalle che di fronte alla macchina da presa. La sua «notevolissima presenza d’attore» come scrisse un critico famoso, segna una cesura nella storia del cinema italiano. Forse solo la figura di Pietro Germi, spesso protagonista dei propri film, è paragonabile, seppur alla lontana, al cinema di Moretti. Monicelli e tutti gli altri avevano la possibilità di delegare all’attore il senso della storia e il significato del racconto: ne Il marchese del Grillo, 1981, la celebre battuta, «Io so’ io…e voi nun siete un cazzo!», è integralmente caricata sulle spalle di Alberto Sordi, e da questi a cascata sul personaggio. Monicelli, insomma, si tiene fuori. Le battute pronunciate da Moretti nei film, talune ormai proverbiali, diventano automaticamente messaggi dell’autore.
Mario Monicelli (Ansa).
Il trauma dell’avvento del berlusconismo con Aprile e Il caimano
Questa ipertrofia dell’io, rappresentata e forse anche subita da Nanni, condurrà in seguito al trauma profondo dell’avvento dell’età berlusconiana.
Berlusconi, infatti, sarà colui capace di realizzare pienamente i sogni degli italiani, là dove la generazione di Ecce Bombo aveva già volatilizzato ogni possibile utopia. In breve, se Moretti autore/attore è il luogo di un eccesso dell’io nel segno della sconfitta generazionale, Silvio Berlusconi è lo spazio di un eccesso dell’io in nome del trionfo nazionale.
Come è noto, il trauma condusse a film quali Aprile, 1998, e Il caimano, 2006. Se la contrapposizione con Monicelli era ancora squisitamente generazionale, quella con Berlusconi assunse dunque carattere dolorosamente esistenziale. Berlusconi si manifestò come l’Ego dell’uomo di spettacolo, di contro all’Io dell’artista/autore. Cosa che rimanda a un certo neo-romanticismo nella poetica morettiana, forse non ancora sottolineato abbastanza. Si pensi che alla radice dell’ispirazione di un film quale Sogni d’oro stava il Tonio Kröger di Thomas Mann, ossia il ritratto emblematico dell’artista sospeso tra romanticismo e decadentismo. Sia Bianca che La messa è finita, oggi di nuovo al cinema, restano film emblematici e importanti, all’interno dell’evoluzione della poetica del loro autore, ma anche momenti di passaggio epocale nell’ambito di una possibile storia sociale dell’arte cinematografica italiana.
La serie spin-off di The Boys, Spider-Noir in bianco e nero, Star City e i racconti di Silvio Sosio nella settimana di Fantascienza.com
Si è conclusa anche la quinta (e penultima) stagione di For All Mankind. For All Mankind a nostro avviso è attualmente, per distacco, la migliore serie di fantascienza attiva. I temi che tratta, come li tratta, come parla della realtà di oggi attraverso lo strumento della metafora, del parallelo raccontando questo universo in cui già da parecchi anni esiste una colonia umana su Marte, ne fanno una serie straordinaria. E questa quinta stagione è stata quasi un culmine, con gli ultimi tesissimi episodi che hanno mostrato la brutalità della guerra,... - Leggi l'articolo
Fuori ci sono già 30 gradi all’ombra, le ascelle degli italiani iniziano a mandare i primi segnali di fumo, e i colonnelli del transistor hanno già deciso a tavolino come e quanto dovremo soffrire sotto l’ombrellone. Domenica, al Centrale del Foro Italico di Roma, va in scena il neonato Power Hits Estate Grand Opening. Un titolo che gronda modestia, inventato da Lorenzo Suraci per festeggiare il decennale della sua creatura con un colpo di genio: sdoppiare il festival. Perché aspettare luglio per farsi del male? Molto meglio stabilire a tavolino l’apertura dei battenti a maggio, per poi trascinare l’agonia dei tormentoni fino a settembre all’Arena di Verona. Grattando via i lustrini, però, ci si accorge che non siamo di fronte a una festa spontanea.
I figuranti in cartellone non si trovano su quel palco per un’improvvisa illuminazione dello Spirito Santo o perché la gente ha scelto le canzoni canticchiandole sulla spiaggia. Fanno tutti parte, o quasi, della triade delle multinazionali che presidia il mainstream nostrano: Warner, Sony e Universal. Cantano tutti per lo stesso portafoglio, spostandosi in blocco da una transenna all’altra come una comitiva di pendolari del lusso con il pass VIP al collo. Dopotutto il tormentone estivo come miracolo democratico nato sotto l’ombrellone è una favola a cui non credono più nemmeno i bambini: la musica è una catena di montaggio e le major usano i network come caselli autostradali.
Le stesse facce di Sanremo si rivedono al Concertone, a Battiti Live e al Foro Italico
La spectre radiofonica ha perfezionato l’arte del lavaggio del cervello: si prendono le medesime facce, si fa timbrare loro il cartellino all’Ariston a febbraio, le si fa scaldare sul palco del Concertone del Primo Maggio, le si trasferisce sulle passerelle di Battiti Live Spring e, infine, le si fa atterrare al Foro Italico, pronte per un altro paio di giri di giostra estivi su Canale 5. Un martellamento a reti unificate per sfinimento del timpano. E sia chiaro: non è detto che in questo enorme calderone non ci sia una canzonetta che funzioni o un pezzo indovinato. Il punto è che, buono o cattivo che sia il prodotto, passano solo ed esclusivamente loro perché il tabellone è bloccato a monte da una spartizione scientifica delle quote di mercato. Diventa una sfilata di figurine interscambiabili dove le sorelle major si dividono i corpi del reato.
Levante, Serena Brancale e Delia al Concertone del Primo Maggio 2026 (Ansa).
Le corazzate dei tormentonisti di Warner, Sony e Universal
La Warner Music monopolizza l’aria schierando l’esercito dei tormentonisti di professione: Annalisa nella divisione Atlantic Records come Achille Lauro, Geolier, Fedez, Serena Brancale e lo stesso Sal Da Vinci. Tutti arruolati sotto la stessa bandiera industriale, a dimostrazione che la major non fa prigionieri ma solo contratti.
Le altre due consorelle non stanno certo a guardare per il bene dell’arte: Sony risponde saturando lo streaming con il pacchetto pre-confezionato di Biagio Antonacci, Gigi D’Alessio e Bresh, scendendo fino ai giovani cresciuti a pane e visualizzazioni. La Universal chiude il cerchio piazzando nella catena i suoi pesi massimi: Emma, Giorgia o la coppia LDA & Aka 7even.
Emma e Giorgia (Ansa).
Pure i talent si passano i concorrenti: è la fine dello scouting
In questa melassa dove le canzoni rimbalzano da un network all’altro per convincerci che ogni traccia sia da strapparsi i capelli, la figura del talent scout è stata felicemente sostituita da un ufficio di collocamento che ripesca profili già catalogati, digeriti e marchiati. Chi lo fa più lo scouting in Italia? Nessuno. Basta guardare la finale di Amici di quest’anno: a trionfare è stato Lorenzo Salvetti, una faccia che era già passata dall’ingranaggio dei live di X Factor nella scuderia di Achille Lauro prima di essere elegantemente reinserita nel circuito di Canale 5. Se persino la scuola televisiva più famosa del Paese smette di cercare dal basso e si limita a riaddestrare e sdoganare usato sicuro, il colpo è totale. La musica che ascolteremo nei prossimi mesi non è la colonna sonora della nostra estate. È solo una tassa fissa da pagare, mentre noi restiamo orfani di alternative sul telecomando, condannati a credere che questo algoritmo sia davvero l’unico tormentone possibile.
Jiè dāo shā rén. Uccidere con un coltello preso in prestito. È uno dei Trentasei stratagemmi del celebre trattato di dottrina militare della Cina antica, codificato durante l’epoca della dinastia Ming sulla base di svariati secoli di saggezza strategica. Il significato non è per forza legato a un’azione violenta o a un inganno. È semmai l’esaltazione della delicata “arte” di ottenere un risultato attraverso l’azione di un altro soggetto, evitando di esporsi direttamente.
Perché la Cina usa Islamabad nella mediazione tra Usa e Iran
Un principio che anche la Cina contemporanea non ha mai abbandonato, almeno stando alle mosse di Xi Jinping sulla crisi in Medio Oriente. Pechino sta portando avanti una strategia in cui esercita influenza senza occupare il centro del palcoscenico, preferendo muoversi attraverso attori regionali capaci di agire in sua vece.
Nello specifico, il Pakistan, che si è ritagliato un ruolo di primo piano nella mediazione in corso tra Stati Uniti e Iran. Non è un caso che, nei giorni scorsi, il premier pakistano Shehbaz Sharif sia stato in Cina. Un viaggio di quattro giorni, che lo ha portato a incontrare Xi. La visita era formalmente dedicata alle celebrazioni per i 75 anni delle relazioni diplomatiche tra Cina e Pakistan, ma sostanzialmente dominata dalla situazione mediorientale. A rendere evidente la priorità del dossier Iran è stata soprattutto la composizione della delegazione pakistana: accanto a Sharif, era presente il capo dell’esercito Asim Munir, figura diventata centrale nei contatti tra Washington e Teheran e protagonista dell’attuale fase negoziale.
I calcoli di Xi Jinping sul breve e medio periodo
Per la Cina, la crisi ha prodotto nel breve periodo anche alcuni vantaggi tattici. Le ampie riserve energetiche accumulate negli anni e una rete di approvvigionamenti molto diversificata hanno limitato i danni derivanti dalle tensioni attorno allo Stretto di Hormuz. Inoltre, comparti strategici nei quali Pechino gode di una posizione dominante, come le tecnologie verdi e i veicoli elettrici, hanno beneficiato indirettamente dell’instabilità energetica. Il calcolo cinese cambia però radicalmente nel medio periodo. Un conflitto prolungato rischierebbe infatti di deprimere crescita e domanda globali, minacciando un modello economico che continua a dipendere in larga misura dall’export.
Xi Jinping (Ansa).
Il Pakistan è il mediatore ideale
Per Xi, Islamabad rappresenta il mediatore ideale: abbastanza vicino a Teheran da essere ascoltato, sufficientemente integrato nel sistema internazionale da mantenere canali aperti con Washington e al tempo stesso profondamente legato alla Cina.
Islamabad occupa una posizione centrale nella Nuova Via della Seta attraverso il Corridoio economico Cina-Pakistan ed è diventata uno snodo strategico per la proiezione cinese verso l’Oceano Indiano. La cooperazione è forte anche sul piano della sicurezza. Tanto che, pochi giorni fa, ambienti militari cinesi hanno riconosciuto pubblicamente per la prima volta che il Pakistan ha utilizzato dispositivi cinesi durante gli scontri di frontiera con l’India dello scorso anno. Il sostegno di Pechino all’attivismo pakistano sulla mediazione si fa dunque sempre più esplicito. Fin dalle prime fasi della crisi, la leadership cinese ha accompagnato e incoraggiato l’azione di Islamabad. Diversi osservatori ritengono, anzi, che abbia orientato direttamente alcune delle sue mosse. Un’impressione rafforzata dalle parole del premier Li Qiang, che nell’incontro con Sharif ha sottolineato come Cina e Pakistan hanno «sempre mantenuto una stretta comunicazione e un forte coordinamento». Lo stesso Iran avrebbe riconosciuto il ruolo decisivo della Cina dietro questo processo. Eppure, Pechino ha scelto deliberatamente di non rivendicarlo apertamente per evitare di apparire come il soggetto che esercita pressioni dirette. Non solo. Xi vuole anche sottrarsi al rischio politico di assumersi la responsabilità di un eventuale fallimento negoziale. Allo stesso tempo, Xi ha elogiato Sharif per avere dimostrato uno «spirito proattivo» sulla crisi, investendo Islamabad di un ruolo internazionale.
Islamabad si è trasformata in una piattaforma diplomatica globale
Per decenni, il Pakistan è stato percepito come un fattore di instabilità regionale. Ora, invece, la Cina lo proietta come piattaforma diplomatica globale. D’altronde, in un sistema internazionale sempre più frammentato, chi riesce a parlare con tutti acquista un valore enorme. La Cina lo sa bene, come dimostra l’agenda diplomatica a dir poco frenetica che Xi sta mantenendo nelle ultime settimane, in cui spiccano i summit con Donald Trump e Vladimir Putin.
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).
Il Pakistan può così ricoprire una funzione importante nella politica estera cinese. Da anni, e a maggior ragione dopo il ritorno di Trump, Pechino cerca di presentarsi come una potenza responsabile e alternativaagli Stati Uniti. Ma, ogni volta che scoppia una crisi, emerge un limite: la Cina non vuole assumersi i costi tipici di una superpotenza e cioè garanzie militari, missioni, interventi, fallimenti.
Attraverso Islamabad, Pechino vuole provare a influenzare una crisi senza diventarne proprietaria. Può esercitare pressione su Teheran senza apparire ostile all’Iran. Può favorire il dialogo con Washington senza sembrare subordinata agli Stati Uniti. Può ottenere dividendi politici se i colloqui riescono, lasciando intravedere la sua regia dietro il successo. Oppure limitare i danni se i colloqui falliscono, sminuendo un ruolo mai del tutto esplicitato.
Se questo schema funzionasse, oltre una tregua tra Washington e Teheran ci sarebbe un’altra notizia: il successo del tentativo della Cina di diventare più influente senza diventare più esposta. Uccidere con un coltello preso in prestito, appunto. O, meglio, negoziare con un mediatore preso in prestito.
Cento e duecento anni di fantascienza, tra avventura, visione, appropriazione. Pubblichiamo l'Intervento di Giulia Abbate al panel“I cento anni della fantascienza” tenutosi alla convention Delos Days lo scorso 26 aprile 2026.
di Giulia Abbate
Per convenzione, si data al 2026 il centenario dalla nascita della parola “fantascienza”, ricordando la prima pubblicazione, nel marzo del 1926, dell'iconica rivista pulp Amazing Stories di Hugo Gernsback. Cento (e più) anni dopo, oggi, la fantascienza riesce ancora parlare del presente e al presente? Riesce a essere, come in molti si sono augurati negli anni, uno strumento di cambiamento?
Personalmente, devo dire che incontrare il solarpunk, sottogenere SF su cui lavoro dal 2020, mi ha dato la possibilità di approfondire una serie di tematiche legate alle circostanze materiali, e di sviluppare una visione più concreta. In passato, dato il mio lavoro tendevo a concentrarmi sulla sola editoria, e a fare dei discorsi più facilmente interni a... - Leggi l'articolo
LIBRI - Dall'Italia - 30 maggio 2026 - articolo di Giulia Abbate