La strategia di Xi in Medio Oriente: trattare senza esporsi

Jiè dāo shā rén. Uccidere con un coltello preso in prestito. È uno dei Trentasei stratagemmi del celebre trattato di dottrina militare della Cina antica, codificato durante l’epoca della dinastia Ming sulla base di svariati secoli di saggezza strategica. Il significato non è per forza legato a un’azione violenta o a un inganno. È semmai l’esaltazione della delicata “arte” di ottenere un risultato attraverso l’azione di un altro soggetto, evitando di esporsi direttamente.

Perché la Cina usa Islamabad nella mediazione tra Usa e Iran

Un principio che anche la Cina contemporanea non ha mai abbandonato, almeno stando alle mosse di Xi Jinping sulla crisi in Medio Oriente. Pechino sta portando avanti una strategia in cui esercita influenza senza occupare il centro del palcoscenico, preferendo muoversi attraverso attori regionali capaci di agire in sua vece.

Nello specifico, il Pakistan, che si è ritagliato un ruolo di primo piano nella mediazione in corso tra Stati Uniti e Iran. Non è un caso che, nei giorni scorsi, il premier pakistano Shehbaz Sharif sia stato in Cina. Un viaggio di quattro giorni, che lo ha portato a incontrare Xi. La visita era formalmente dedicata alle celebrazioni per i 75 anni delle relazioni diplomatiche tra Cina e Pakistan, ma sostanzialmente dominata dalla situazione mediorientale. A rendere evidente la priorità del dossier Iran è stata soprattutto la composizione della delegazione pakistana: accanto a Sharif, era presente il capo dell’esercito Asim Munir, figura diventata centrale nei contatti tra Washington e Teheran e protagonista dell’attuale fase negoziale.

I calcoli di Xi Jinping sul breve e medio periodo

Per la Cina, la crisi ha prodotto nel breve periodo anche alcuni vantaggi tattici. Le ampie riserve energetiche accumulate negli anni e una rete di approvvigionamenti molto diversificata hanno limitato i danni derivanti dalle tensioni attorno allo Stretto di Hormuz. Inoltre, comparti strategici nei quali Pechino gode di una posizione dominante, come le tecnologie verdi e i veicoli elettrici, hanno beneficiato indirettamente dell’instabilità energetica. Il calcolo cinese cambia però radicalmente nel medio periodo. Un conflitto prolungato rischierebbe infatti di deprimere crescita e domanda globali, minacciando un modello economico che continua a dipendere in larga misura dall’export.

La strategia di Xi in Medio Oriente: trattare senza esporsi
Xi Jinping (Ansa).

Il Pakistan è il mediatore ideale

Per Xi, Islamabad rappresenta il mediatore ideale: abbastanza vicino a Teheran da essere ascoltato, sufficientemente integrato nel sistema internazionale da mantenere canali aperti con Washington e al tempo stesso profondamente legato alla Cina.

Islamabad occupa una posizione centrale nella Nuova Via della Seta attraverso il Corridoio economico Cina-Pakistan ed è diventata uno snodo strategico per la proiezione cinese verso l’Oceano Indiano. La cooperazione è forte anche sul piano della sicurezza. Tanto che, pochi giorni fa, ambienti militari cinesi hanno riconosciuto pubblicamente per la prima volta che il Pakistan ha utilizzato dispositivi cinesi durante gli scontri di frontiera con l’India dello scorso anno. Il sostegno di Pechino all’attivismo pakistano sulla mediazione si fa dunque sempre più esplicito. Fin dalle prime fasi della crisi, la leadership cinese ha accompagnato e incoraggiato l’azione di Islamabad. Diversi osservatori ritengono, anzi, che abbia orientato direttamente alcune delle sue mosse. Un’impressione rafforzata dalle parole del premier Li Qiang, che nell’incontro con Sharif ha sottolineato come Cina e Pakistan hanno «sempre mantenuto una stretta comunicazione e un forte coordinamento». Lo stesso Iran avrebbe riconosciuto il ruolo decisivo della Cina dietro questo processo. Eppure, Pechino ha scelto deliberatamente di non rivendicarlo apertamente per evitare di apparire come il soggetto che esercita pressioni dirette. Non solo. Xi vuole anche sottrarsi al rischio politico di assumersi la responsabilità di un eventuale fallimento negoziale. Allo stesso tempo, Xi ha elogiato Sharif per avere dimostrato uno «spirito proattivo» sulla crisi, investendo Islamabad di un ruolo internazionale.

Islamabad si è trasformata in una piattaforma diplomatica globale

Per decenni, il Pakistan è stato percepito come un fattore di instabilità regionale. Ora, invece, la Cina lo proietta come piattaforma diplomatica globale. D’altronde, in un sistema internazionale sempre più frammentato, chi riesce a parlare con tutti acquista un valore enorme. La Cina lo sa bene, come dimostra l’agenda diplomatica a dir poco frenetica che Xi sta mantenendo nelle ultime settimane, in cui spiccano i summit con Donald Trump e Vladimir Putin.

La strategia di Xi in Medio Oriente: trattare senza esporsi
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).

Il Pakistan può così ricoprire una funzione importante nella politica estera cinese. Da anni, e a maggior ragione dopo il ritorno di Trump, Pechino cerca di presentarsi come una potenza responsabile e alternativa agli Stati Uniti. Ma, ogni volta che scoppia una crisi, emerge un limite: la Cina non vuole assumersi i costi tipici di una superpotenza e cioè garanzie militari, missioni, interventi, fallimenti.

Attraverso Islamabad, Pechino vuole provare a influenzare una crisi senza diventarne proprietaria. Può esercitare pressione su Teheran senza apparire ostile all’Iran. Può favorire il dialogo con Washington senza sembrare subordinata agli Stati Uniti. Può ottenere dividendi politici se i colloqui riescono, lasciando intravedere la sua regia dietro il successo. Oppure limitare i danni se i colloqui falliscono, sminuendo un ruolo mai del tutto esplicitato.

Se questo schema funzionasse, oltre una tregua tra Washington e Teheran ci sarebbe un’altra notizia: il successo del tentativo della Cina di diventare più influente senza diventare più esposta. Uccidere con un coltello preso in prestito, appunto. O, meglio, negoziare con un mediatore preso in prestito.