Il vagabondo e il passerotto

di Olga Chieffi

Continuano gli eventi promossi dal Circolo Fotografico Colori Mediterranei del Presidente Claudio Carbone, il quale dopo aver archiviato l’accorsato incontro con l’autore di giovedì scorso in cui si è dialogato in immagini e parole con Armando Cerzosimo, stasera, dalle ore 19, ospita il tributo a Charlie Chaplin ed Edit Piaf, un récital musicale dal titolo “Il vagabondo e il passerotto”. Sarà Maria Luisa Pagliano ad evocare la voce del passerotto di Parigi, della quale lo scorso anno si è celebrato il centenario della nascita, mentre, il racconto di un’epoca, il 1939, un momento storico di grande fermento in tutta l’Europa, dalle poesie di Jacques Prévert, alle fotografie di Cartier-Bresson, dei racconti teatrali di Jean Cocteau, all’arrivo della Seconda Guerra Mondiale, dalle musiche dei film di Charlie Chaplin, alle immagini e dei personaggi del film “Roma Città Aperta” di De Sica, dalla Resistenza francese, alla lotta per la vita, per l’amore, è stato affidato alle parole di Giovanna Adamo e Alfonso Autuori. Cosa ci resta di Edith Piaf? Una immagine fissa, avvolta dal “dramma”, una silhouette nera, un mucchietto di chiffon con gli occhi blu cielo che le divoravano il viso, una bambina che, con passo incerto, si accingeva a gridare al mondo di non rimpiangere nulla. “Una così grande voce in un così piccolo corpo”: l’apoteosi della fragilità che trova nella voce l’unico strumento di legittimazione. Nulla di più falso. Marlène Dietrich affermava che l’unico termine che potesse “rimpiazzare” Parigi fosse Piaf. Non tanto per assonanza, ma perché Piaf fu la prima (e forse l’unica) ad esportare il label francese nel mondo. Diplomatica nel sangue, la si ricorda e la si ringrazia ancora oggi per aver contribuito al rafforzamento dell’ancestrale sodalizio storico culturale tra il popolo gallico e gli Amerloques, come affettuosamente li soprannominava. Negli anni ’50, infatti, l’America era concepita come il trampolino di lancio della gloria, il più forte strumento di “legittimazione” per gli artisti o per qualsivoglia personalità importante che volesse godere di stima e fama internazionale. Edith Piaf è tuttora degna ambasciatrice della Francia nel mondo. Non vi è un individuo che non conosca La vie en Rose o che, pensando a Parigi, non si ritrovi proiettato nel suo mondo. Chi di noi non si è mai provato a far roteare un bastone, a camminare, ad ammiccare come Charlot? L’ometto che se ne va, solo, per la strada maestra, con la sua bombetta, il bastoncino, le scarpe troppo grandi, l’andatura dondolante da anitra è nel sentire di noi tutti da sempre. Ma il suo segreto quale è? Londra, dove iniziò il lungo viaggio d’un pessimista europeo, con sangue gitano ed ebreo, carico di antichi dolori, compiuto per convincersi che tuttavia conviene credere nell’uomo. Dal musical viene fuori la sua battaglia per sopravvivere alle meschinerie e alle crudeltà, una continua lotta con se stesso sotto il pretesto di una zuffa col destino nemico. Viene fuori il Chaplin che non fu mai felice, nemmeno quando divenne ricco e idolatrato dalla gente. Per tutta la vita, Chaplin inseguì il sogno – e quanto spesso lo raggiunse – di proiettarsi nella propria opera, sciogliendosi dai lacci della carne per sublimarsi in un personaggio che fosse pura idea che sembra ricordare, come la Piaf, che la salvezza viene soltanto dalla libertà di inventare se stessi, di esporsi, piccoli e indifesi come siamo, alla ruota della fortuna, nell’illusione di beffarla con l’intelligenza, con l’arte.

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