
Il ministro della Protezione Civile Nello Musumeci avrebbe dovuto dosare le parole su un tema così impattante per la vita di oltre mezzo milione di persone.
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Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, è stato convocato dalla commissione di Vigilanza Rai insieme al direttore dell’Approfondimento, Paolo Corsini. Il giornalista dovrà spiegare il motivo per cui ha mandato in onda un’inchiesta su Silvio Berlusconi durante il voto per le suppletive di Monza. Una scelta che non è piaciuta alla maggioranza, soprattutto ai membri della commissione di Forza Italia. Così i parlamentari di centrodestra hanno votato per convocare Ranucci in commissione e trattare il caso Report singolarmente. E con questa scelta hanno aperto lo scontro con l’opposizione, perché hanno ignorato la proposta della presidente della commissione, Barbara Floridia, di inserire l’audizione in una serie di incontri complessivi sulle scelte editoriali della Rai.

Da Barbara Floridia e dal partito che rappresenta, il Movimento 5 stelle, è arrivato poi l’attacco al centrodestra. In una nota hanno scritto: «La convocazione di Ranucci imposta dalla maggioranza rappresenta un atto intimidatorio nei confronti della libera informazione e un precedente grave che apre la porta a una interpretazione distorta e strumentale delle funzioni della commissione. Chi si ritiene diffamato si rivolga eventualmente a un giudice, ma la Vigilanza non può essere utilizzata come un tribunale dell’inquisizione a fini politici o per interessi di partito. Ci preoccupa profondamente l’utilizzo che fa questa maggioranza di una istituzione di garanzia per attaccare in maniera sconsiderata la libertà di stampa e il servizio pubblico, ignorando completamente le grandi sfide che la Rai ha di fronte».

Anche Alleanza Verdi e Sinistra, con Angelo Bonelli e Peppe De Cristofaro, ha attaccato: «Quanto avvenuto oggi in ufficio di presidenza della commissione è gravissimo. La destra a maggioranza ha votato per convocare in commissione il conduttore della trasmissione Report, Ranucci, reo di aver fatto giornalismo d’inchiesta sull’eredità di Berlusconi. Una vera e propria intimidazione contro chi esercita la professione con la schiena dritta. Invece di pensare a come bloccare una delle poche trasmissioni d’inchiesta rimaste in Rai, la destra pensi all’emorragia di audience dovuta alle scelte sbagliate dell’amministratore delegato e del direttore generale dell’azienda di servizio pubblico. Problemi di ascolti che non ha Report. Tele Meloni non piace agli italiani».
Marina Berlusconi ha espresso il suo giudizio su Giorgia Meloni, riferendosi anche al caso del momento: la rottura con Andrea Giambruno. La presidente di Fininvest e Mondadori è stata intervistata da Bruno Vespa alla presentazione del libro Il rancore e la Speranza, in uscita a novembre ed edito da Mondadori/Rai Libri. E ha manifestato la propria solidarietà alla premier: «In questi giorni ho letto e sentito di tutto: retroscena inventati di sana pianta, ricostruzioni totalmente prive di senso logico e spesso anche contraddittorie. La verità è una sola: stimo molto Giorgia Meloni. La trovo capace, coerente, concreta. La apprezzo sul piano politico e la apprezzo molto anche come donna, ancor più in questi giorni».
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La figlia di Silvio Berlusconi ha parlato anche del rapporto personale con la presidente del Consiglio dopo la morte del Cavaliere: «Quando mio padre è scomparso ho sentito la sua vicinanza alla nostra famiglia e di questo le sono grata». Marina Berlusconi poi ha proseguito: «Per quanto riguarda il governo, ho condiviso varie scelte di Palazzo Chigi, a cominciare dalla grande attenzione verso la politica estera in nome di sani e sacrosanti principi atlantisti ed europeisti: viviamo una fase drammatica, nella quale è la nostra stessa identità, liberale e democratica, a trovarsi sotto attacco. L’aggressione della Russia ai danni dell’Ucraina e i massacri in Medio Oriente ne sono la dimostrazione più evidente e più atroce. Relativamente alla politica economica, poi, apprezzo la cautela e il senso di responsabilità con cui questo esecutivo sta gestendo i conti pubblici».

E infine ha concluso: «Indubbiamente ci sono state anche alcune mosse che mi sono piaciute di meno e non lo ho nascosto». Il riferimento è alle esternazioni sugli extraprofitti dello scorso settembre. Marina Berlusconi ha poi aggiunto: «Ma va sempre considerato che il governo si è ritrovato a dover fronteggiare una situazione macroeconomica complicatissima. Tra guerra e inflazione, oltre a dover rimediare ad alcune eredità del passato davvero indigeste. Penso in particolare ai vari bonus edilizi: facendo i calcoli, pesano sul nostro Paese per una cifra vicina all’importo dell’intero Pnrr».
Meloni-Giambruno: diamoci un taglio. Già, perché dopo una crisi, ormai è topos, si cerca di voltare pagina rivolgendosi al parrucchiere. Non fa eccezione Giorgia Meloni che, dopo aver liquidato via social il compagno Andrea Giambruno, come testimoniato da Chi «si è rifugiata» in un salone sotto casa, abbracciando addirittura la sua hair stylist.

Anche Giambruno, dopo la pausa caffè all’Oriocenter di sabato 21 ottobre, e dopo essere stato ‘retrocesso’ ad autore Mediaset perdendo la conduzione di Diario del Giorno, ha voluto rinnovare il look tagliando il ciuffo galeotto dei fuorionda di Striscia. Così soddisfatto e in posa si è prestato allo smartphone di Gennaro, barbiere romano. Naturalmente lo scatto è finito su Instagram. Parola d’ordine? Cambiamenti.
Insomma dopo la guerra dei Rolex dei Totti-Blasi, dobbiamo prepararci a una battaglia tricologica a Palazzo Chigi?
«La nostra maggioranza politica è compatta, fatevene una ragione. Il governo ha un orizzonte di legislatura». Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nelle comunicazioni al Senato alla vigilia del Consiglio europeo in programma il 26 e 27 ottobre a Bruxelles. Nel suo discorso la premier ha affrontato diversi temi, dal conflitto tra Israele e Hamas, ai migranti fino a Ue e Ucraina.
Sul tema migranti la premier ha dichiarato che la presidente Ursula von der Leyen «ha inviato in queste ore una lettera al Consiglio dando atto dei passi concreti fatti in questa direzione e annunciando, tra l’altro, un provvedimento imminente per rafforzare il quadro giuridico e le politiche europee di contrasto al traffico di esseri umani. È un impegno significativo che siamo pronti a sostenere». La premier ha poi rivendicato il «lavoro incessante» svolto dal governo «fin dal giorno del suo insediamento, in sede europea e internazionale per arrivare ad un cambio di approccio serio e definitivo nella gestione della migrazione». Un approccio più restrittivo e su base securitaria: «Non più porte aperte e redistribuzione, ma protezione dei confini esterni, accordi con i Paesi terzi, canali legali per rifugiati e quote di immigrati regolari compatibili con i bisogni del nostro sistema economico», ha rimarcato la premier, sostenendo anche che l’attuale crisi in Medio Oriente «rischi per la nostra sicurezza».
La presidente del Consiglio ha poi ribadito la vicinanza del governo italiano a Israele: «Voglio esprimere anche in questa aula la vicinanza umana alle famiglie delle vittime del terrificante attacco di Hamas del 7 ottobre. La mia grande preoccupazione è per la sorte degli ostaggi». Le parole di Meloni sono state accolte con una standing ovation da parte dei membri del governo. «Nessuna causa potrà giustificare il terrorismo», ha aggiunto, sottolineando come «i civili di Gaza, i diritti del popolo palestinese e le istituzioni che lo rappresentano legittimamente, a partire dall’Autorità Nazionale Palestinese, sono essi stessi vittime della politica di Hamas, e le due cose non devono essere sovrapposte». La premier ha affermato poi «l’importanza di contribuire alla de-escalation del conflitto e riprendere quanto prima un’iniziativa politica per la regione» per arrivare a una soluzione strutturale «sulla base della prospettiva “due popoli, due Stati“».
Standing ovation con un lungo applauso dall'aula del Senato per il popolo di #Israele. L'applauso è partito quando la presidente del Consiglio, Giorgia #Meloni, ha espresso la "vicinanza umana ai famigliari delle vittime del terrificante attacco di #Hamas pic.twitter.com/KnoJeux72c
— askanews (@askanews_ita) October 25, 2023
Passando alla guerra tra Russia e Ucraina, la premier ha affermato la necessità di «non affievolire il sostegno a Kiev, il futuro è in Europa», perché «il mondo in cui non esistono più linee rosse invalicabili è un mondo insicuro per tutti, anche per noi, non solo per chi è coinvolto nei conflitti«. «Non è un caso che non ci siano state condanne specifiche della Russia dell’attacco di Hamas», ha detto Meloni.

Uno scontro frontale destinato a lasciare qualche strascico nel ministero della Cultura. Protagonisti: il ministro Gennaro Sangiuliano e il suo sottosegretario, Vittorio Sgarbi. I toni si sono alzati, e di parecchio, con l’intervista rilasciata da Sangiuliano al Fatto Quotidiano: «Sono indignato da comportamento di Sgarbi», ha detto senza fronzoli. Ma a cosa faceva riferimento? Sgarbi è accusato di aver svolto consulenze d’oro retribuite durante il suo incarico istituzionale. «Lo vedevo andare in giro a fare inaugurazioni, mostre e via dicendo. Ma mai avrei pensato che si facesse pagare per queste cose», ha aggiunto il ministro. Che poi ci è andato giù persino più pesante.
Sgarbi risulta indagato a Roma per sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Si parla di debiti non pagati per 715 mila euro. Sul caso il ministro ha informato sia la premier Giorgia Meloni sia l’Antitrust, per «verificare una volta per tutte se quell’attività a pagamento è contraria alla legge». Ma è il modo in cui Sangiuliano parla di Sgarbi a fare notizia: «Cerco di tenerlo a debita distanza e di rimediare ai guai che fa in giro, del resto si sa: non l’ho voluto io», ha dichiarato al Fatto. Il ministro ha anche rivelato che l’Agcm, l’organismo che vigili sui conflitti d’interesse degli esponenti del governo, gli aveva fatto pervenire una segnalazione sulle attività e alle società che ruotano attorno a Sgarbi. Segnalazione ricevuta anche da Palazzo Chigi lo scorso venerdì 21 ottobre.

Sangiuliano ha poi descritto in cosa consistono i “guai” di Sgarbi, sostenendo che il sottosegretario alla Cultura vada «in giro a promettere cose irrealizzabili, annuncia acquisti di palazzi e cose da parte del ministero che ha solo 20 milioni in bilancio per acquistare beni», mentre se si facesse «l’elenco delle cose che lui dice che bisogna comprare tocca spendere 1 miliardo». Inoltre, secondo la ricostruzione del Fatto, da febbraio 2023 a oggi il sottosegretario avrebbe incassato 300 mila euro in mostre, presentazioni e premi, insieme al suo capo segreteria e alla sua compagna. L’11 novembre Sgarbi dovrà presiede la giuria di Miss Italia, un ingaggio pagato 10 mila euro. Il suo avvocato ha replicato con ironia: «Meraviglioso è pensare che vi sia incompatibilità tra la funzione di sottosegretario e quella di presidente della giuria di Miss Italia. È inopportuno per ragioni di prostata?». Da vent’anni la legge italiana impone ai titolari di incarichi politici di dedicarsi esclusivamente alla «cura degli interessi pubblici», vietando «attività professionali o di lavoro autonomo in materie connesse con la carica di governo, di qualunque natura, anche se gratuite, a favore di soggetti pubblici o privati».
Non c’è solo Forza Italia nel mirino di Giorgia Meloni, dopo “il caso” Andrea Giambruno. Anche la Lega è finita nel mirino della premier, in particolare con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ora è partita “l’operazione Leo”, per valorizzare le iniziative del viceministro Maurizio Leo, quello che nella mente di Giorgia dovrà essere il prossimo titolare del dicastero di via XX Settembre. Tutto dipenderà da quanti voti riuscirà a raggranellare Matteo Salvini alle prossime Europee…

Sfidare Matteo Renzi nella sua città: Matteo Salvini ha studiato a lungo questa mossa, e il prossimo 3 dicembre a Firenze inaugurerà la campagna elettorale europea portandosi dietro Marine Le Pen e tanti “destri” austriaci, tedeschi, portoghesi. Ma Renzi non starà certo a guardare. Per non parlare della sinistra fiorentina e toscana, che a vedere arrivare Le Pen davanti a Palazzo Vecchio non ci pensa proprio. Salvini afferma che presenterà a Firenze «la nostra idea dell’Europa che verrà fondata sulla sicurezza», ma rischia di creare un problema esattamente su quel tema…

Gennaro Sangiuliano è sempre in tour, in Campania. L’ultimo esempio? Il ministro della Cultura ha visitato anche il sito di Nuceria Alfaterna e il Battistero Paleocristiano di Santa Maria Maggiore, con il vice ministro degli Esteri Edmondo Cirielli e il senatore Antonio Iannone. Che saranno indispensabili a Sangiuliano per partecipare alle prossime elezioni europee come candidato di Fratelli d’Italia.
Riunione targata Cnu, il Consiglio Nazionale degli Utenti, presso l’Agcom, con un seminario, dal titolo: “Donne e Authority: tutela dei diritti ed innovazione nelle comunicazioni”. Per quale motivo? «Puntiamo a un tavolo permanente di confronto fra le donne componenti delle Authority, gli stakeholder, la società civile ed i politici», ha detto Sandra Cioffi, presidente del Consiglio Nazionale degli Utenti. Ha detto proprio «i politici», Cioffi, indimenticata parlamentare Udeur. Sì, proprio il partito creato da Clemente Mastella…

Non è la televisione, ma la radio piace: costa poco e può incidere nella vita di una nazione, facendo opinione. E così Lando Maria Sileoni, il numero uno dei sindacalisti bancari, ha creato Radio Fabi, con podcast disponibili su tutte le piattaforme digitali esistenti: Spotify, Apple Podcast, Amazon Music, Spreaker, YouTube Music. La prima puntata? Sul rinnovo del contratto collettivo nazionale. Un tema caldissimo: Sileoni a Milano Finanza ha detto che «il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, non si è mai interessato direttamente delle vicende sindacali, seguendole a distanza; il direttore generale, Giovanni Sabatini, partecipa agli incontri ma non è un tecnico di relazioni sindacali; la presidente del Casl, Ilaria Dalla Riva, è alla sua prima esperienza da capo della delegazione sindacale Abi». A Palazzo Altieri l’intervista a Sileoni ha fatto andare di traverso il caffè. Intanto si è svolta la conferenza dei servizi Fabi, con i dirigenti sindacali: tre giorni in quel di Riccione con 175 rappresentanti provenienti da tutte le strutture provinciali d’Italia. La guerra con Patuelli e soci è appena cominciata, e per rincarare la dose Sileoni sottolinea come «qualche gruppo bancario non ha digerito il fatto che l’amministratore delegato di Intesa, Carlo Messina, sia venuto al congresso nazionale Fabi a dare la propria disponibilità ad accogliere interamente la nostra richiesta economica di 435 euro. Qualcuno l’ha presa male, facendo finta di non capire che in quel contesto parlava il primo esponente del maggior gruppo bancario e che era pienamente legittimato a rappresentare il proprio pensiero, tra l’altro avendo già da tempo annunciato l’uscita di Intesa dal Comitato sindacale Abi». Chissà chi sarà quel “qualcuno”…

Matteo Salvini voleva mandare la gente in pensione prima, e l’abolizione della legge Fornero era diventata la madre di tutte le sue battaglie. Giorgia Meloni, visto che quello che governa è sempre più un Paese per vecchi, aveva fatto lo stesso con la tutela delle mamme e dei nascituri, predicando la moltiplicazione degli asili e dei figli. Risultato: si andrà in pensione più tardi, e l’Iva su pannolini, latte in polvere e altri prodotti per l’infanzia raddoppia. È quanto viene fuori dall’ultima manovra, partita sotto le insegne della più sfrenata propaganda e approdata a un ineludibile principio di realtà. Certo, le scuse per il plateale dietrofront non mancheranno: c’è il debito pubblico che è fuori controllo, e l’improvvida guerra in Medio Oriente alle soglie dell’inverno apre fosche prospettive sui costi delle materie prime. Quindi tutto quel profluvio di promesse che a parole non costavano niente si può disinvoltamente smentire, e c’è spazio persino per rispolverare un classico delle finanziarie stile Prima Repubblica: l’aumento delle sigarette, che al tempo di monocolori poi pentapartiti assieme a quello della benzina era sempre il fondo del barile da raschiare.

Qualcuno chiederà conto al leader della Lega del perché di tanta sua prosopopea così clamorosamente smentita dai fatti? Qualcuno chiederà a Meloni come concilia il reiterato elogio della natalità col fatto che svezzare i figli costerà di più? Dopo che l’opposizione, campo largo o stretto che sia, avrà smaltito la sbornia per la conquista di Foggia, enfatizzata come se avesse trovato il suo Sacro Graal, forse succederà. Intanto però la narrazione sarà cambiata, i vecchi propositi della premier e del suo vice finiranno in cavalleria, sostituiti da nuove chimere che riempiranno la scena. Poi siccome Meloni è occupata a leccarsi le ferite private dell’affaire Giambruno, storia nata male e gestita peggio, nessuno si azzarderà a disturbarla. Neanche all’intero della sua maggioranza, dove Forza Italia è talmente impegnata a convincerla che i Berlusconi non c’entrano nulla con l’agguato di Striscia all’ex compagno e a scongiurare future ritorsioni che la politica passa in secondo piano. Eppure per chi, fin dalle origini (il mantra del Cav: «meno tasse per tutti») ha fatto della lotta all’oppressione fiscale una prerogativa fondante, motivi per alzare la testa ce ne sarebbero. Ma con comodo: prima la voce del padrone (c’è da capirli, i soldi per stare in piedi arrivano da lì), poi le tasche dei contribuenti.

E Salvini, il virtuoso della propaganda, lo Zelig sovranista, l’uomo del dire e fare? Si sta già costruendo un alibi. Anzi due. La legislatura è lunga, sentenzia il nostro, dura cinque anni. Non si può pretendere che il governo faccia tutto in una notte. Anzi, di legislature ne serviranno due: perché le magnifiche sorti e progressive che finalmente renderanno il Paese moderno ed efficiente troveranno compimento nel 2032. E la loro apoteosi sarà l’inaugurazione del ponte sullo Stretto. Specialista della dissimulazione, virtuoso del calciare la palla in avanti, spacciatore di sogni di gloria. Il capo della Lega, confidando sui ridottissimi tempi dell’oblio, può dire qualunque cosa senza il timore che il suo elettorato, e tanto più i suoi tremebondi compagni di partito, gli chiedano conto.
Sono le 18 di domenica sera e Roman, 22enne padovano con disabilità motoria, sta guardando con attenzione una partita di pallavolo alla tv, seduto sulla sua sedia a rotelle. «Mio figlio ha una diagnosi di tetraparesi spastica con scarso controllo clinico», spiega a Lettera43 Annie Francisca Antonio, 54 anni, filippina con cittadinanza italiana. «Soffre di epilessia focale farmaco-resistente e si alimenta tramite PEG», un tubicino che permette di assumere cibi e liquidi a chi soffre di disturbi organici o legati alla deglutizione. Roman non parla, ma comunica con le espressioni del volto. Ha bisogno di assistenza h24. «Dalle 9 alle 15.30 frequenta il centro diurno L’Iride Rosso, a Padova. Io lavoro come domestica e rientro a casa verso le 17.30», continua Annie Francisca Antonio. «Mio marito lavora come metalmeccanico e torna alle 18.30. Finora al pomeriggio con Roman ci ha aiutati mio figlio maggiore, ma adesso, a causa di impegni lavorativi, non potrà più farlo». Il centro diurno è importante per Roman, perché gli permette di relazionarsi con persone diverse dai suoi familiari e partecipare alle attività proposte dagli operatori ed è anche un valido supporto per la sua famiglia. Però non basta. E non solo perché l’orario di chiusura non coincide con quello in cui la madre di Roman rincasa. «Quando Roman ha la febbre, sta male o il centro diurno è chiuso, ci sono imprevisti da gestire. Fortunatamente ho dei datori di lavoro che hanno preso a cuore la situazione. Quando Roman non sta bene, io sto a casa. Però lo faccio solo nel momento del bisogno estremo. Piuttosto chiamo qualcuno. Per esempio ho attivato anche un contributo familiare per pagare chi viene ad aiutarci».
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Purtroppo Annie a fine ottobre sarà licenziata, perché la sua datrice di lavoro si trasferirà in un’altra città. Aveva pensato di fare richiesta di pensionamento anticipato, grazie a Opzione donna, una misura che consente alle lavoratrici di andare in pensione in anticipo. Con la nuova legge di Bilancio però le cose sono cambiate. Opzione donna e Ape social sono state accorpate in un fondo unico. Per quanto riguarda le donne, il fondo ora sarà destinato solo a particolari categorie di beneficiarie: caregiver, donne con invalidità superiore o uguale al 74 per cento e lavoratrici licenziate o dipendenti di aziende per le quali è in corso un tavolo di crisi. Purtroppo però gli anni di contributi necessari sono aumentati. Prima delle modifiche le lavoratrici caregiver e le donne con almeno il 74 per cento di invalidità potevano andare in pensione in anticipo con 30 anni di contributi e 61 di età. Ora invece potranno farlo con minimo 35 anni di contributi e 63 di età, anche se chi ha due o più figli potrà probabilmente andare in pensione a 58 anni anagrafici. «Ho 27 anni e otto mesi di contributi. Me ne mancano circa sette di contributi e quattro di età», sospira Annie Francisca Antonio. «Andando in pensione prima avrei potuto seguire Roman più tranquillamente. Invece dovrò cercarmi un altro lavoro». Un problema che riguarda in Italia milioni di persone. Anche se è difficile stabilire il numero esatto delle e dei caregiver familiari in Italia, secondo i dati Istat pubblicati nel 2018 sono più di 7 milioni, pari al 15 per cento della popolazione, mentre stime non ufficiali dell’Istituto Superiore di Sanità parlano di 3 milioni, di cui il 65 per cento sono donne.

«Le recenti decisioni del governo sul nuovo fondo unico, individuato in legge di Bilancio, che va a coprire le misure di Ape sociale e Opzione donna, sono preoccupanti per le persone con disabilità e per l’intero Paese», commenta Vincenzo Falabella, presidente di FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap). «L’estensione del periodo contributivo richiesto per l’accesso alla pensione, da 30 a 36 anni (35 per le donne), e l’aumento dell’età richiesta a 63 anni, comporteranno sfide significative per le lavoratrici, in particolare per coloro che svolgono il fondamentale ruolo di caregiver per familiari con disabilità. Le donne caregiver sono spesso l’anello di congiunzione fondamentale nell’assistenza e nell’inclusione delle persone con disabilità nella società. Queste misure rischiano di mettere a dura prova il loro contributo prezioso». Inoltre, aggiunge, «vi è il rischio di un impatto negativo sul benessere delle persone con disabilità stesse, che potrebbero vedere compromessa la qualità dell’assistenza che ricevono. Tale provvedimento potrebbe infatti fare da volano per una forzata istituzionalizzazione per le persone con disabilità con un aumento spropositato della spesa sanitaria». Il lavoro di cura svolto dalle donne è essenziale e spesso sopperisce alle carenze del nostro welfare. Il governo però sembra non riconoscerlo e, di fatto, lo sta ostacolando. E questo è un paradosso tutto italiano.

Uno scontro normativo a bassa tensione tra ministero dell’Interno e dipartimento della Funzione pubblica di Palazzo Chigi, ma al tempo stesso un ulteriore potenziale fronte di frizione sottotraccia tra Fratelli d’Italia e Lega sul tema sicurezza. Caivano è un banco di prova per i pruriti e le ambizioni “legge e ordine” della premier Giorgia Meloni che vuole dimostrare di non essere seconda a nessuno, nemmeno a Matteo Salvini, sul terreno delle politiche securitarie, soprattutto dopo le scaramucce tra partner di maggioranza a proposito del nodo migranti. Meloni punta molte fiche sul delicatissimo caso del popoloso e difficile comune che insiste nella Città metropolitana di Napoli: a corredo dei blitz di polizia, infatti, veleggia in Parlamento un decreto legge che prevede un ampio ventaglio di misure per migliorare la condizione sociale dei residenti e per rafforzare la presenza territoriale dello Stato, sia sul versante del controllo, della deterrenza e della repressione dei reati sia su quello delle infrastrutture, della scuola e della socialità.

Uno degli emendamenti dei relatori (quindi in accordo con il governo) al decreto Caivano, in discussione nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia del Senato, ha però mandato in fibrillazione, secondo quanto risulta a Lettera43, i rapporti tra gli uffici legislativi del Viminale e quelli di Palazzo Vidoni che ospita il ministro Paolo Zangrillo e il dipartimento per la Pa. La modifica normativa crea infatti un articolo 1-bis che prevede «disposizioni per il rafforzamento della capacità amministrativa» della cittadina campana, il cui consiglio nel frattempo è stato sciolto dal Cdm per infiltrazioni mafiose lo scorso 16 ottobre, con l’affidamento della gestione a una Commissione straordinaria per 18 mesi. In pratica, si tratta di interventi per migliorare le performance tecniche e operative del municipio, attività che verrebbero ora demandate, nonostante la presenza dei tre commissari prefettizi, al dipartimento della Funzione pubblica. A Vidoni si prevede così la nascita a costo zero di un nuovo ufficio, con un dirigente di prima fascia, due di seconda fascia e 10 funzionari individuati tra il personale in servizio presso la Presidenza del Consiglio. Nella visione del governo, la nuova struttura dovrà correre in sostegno agli enti locali più “difficili” e, almeno per Caivano, potrà avvalersi del Formez, l’associazione di diritto privato in house di Palazzo Chigi attiva sui concorsi e sul reclutamento del personale pubblico, ma anche su formazione, qualificazione e ammodernamento delle Pa. In pratica ci sono 10 unità di personale del Dfp, guidate dal dirigente Alfonso Migliore, e 10 del Formez, coordinate dal dirigente Francesco Rana, che hanno iniziato a fare i conti con la gatta da pelare Caivano e dovranno occuparsene per i prossimi 24 mesi. Peraltro, risultano già i primi sopralluoghi nelle stanze del Comune campano, in cui pare che l’accoglienza da parte della dirigenza locale, ormai esautorata dal commissariamento, non sia stata esattamente calorosa. Alla faccia dell’ottimismo (della volontà) espresso da Zangrillo: «Abbiamo bisogno di fare sistema anche con la comunità di Caivano, a partire dai dipendenti del Comune».

Ancor meno caloroso è però, secondo quanto trapela, l’atteggiamento del ministero dell’Interno di fronte a una norma che conferisce agli uffici del Dfp prerogative per le quali le strutture del collega Matteo Piantedosi contano addirittura su un dipartimento ad hoc e cioè gli Affari interni e territoriali. Non a caso, risulta che l’emendamento al decreto abbia avuto una genesi abbastanza tribolata nel ping-pong tra le scrivanie di Vidoni e quelle del Viminale. Il ministro “tecnico” in quota Lega ci tiene a fare bella figura con Palazzo Chigi e con Meloni, verso la quale è in lento e strategico avvicinamento “politico” dopo aver subito un lungo e logorante stillicidio di frecciate da parte dei salviniani sul fronte immigrazione. Dunque, tra stanze e corridoi dell’Interno vedono come un intralcio l’ingresso a gamba tesa della Funzione pubblica nel dossier Caivano. Peraltro, da voci raccolte, una qualche tensione era già sorta quando Chigi ha sostituito il primo commissario prefettizio, Gianfranco Tomao, con la citata commissione composta da Filippo Dispenza, Simonetta Calcaterra e Maurizio Alicandro. Mentre, dall’altra parte, in tanti hanno notato la sovraesposizione del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, solitamente molto discreto, nell’affaire Caivano, a testimonianza di uno degli obiettivi politici di Meloni: mettere il marchio di FdI sull’operazione, a discapito dell’alleato leghista.

Anche alla Funzione pubblica e al Formez, però, le obiezioni preoccupate non mancano. A molti non sembra sostenibile un approccio per cui il dipartimento e una associazione privata come il Formez stesso «vanno lì in pianta stabile e si mettono in mezzo alla gestione prefettizia su materie delicatissime, in un territorio difficile come Caivano», si sfogano due fonti qualificate vicine al dossier. «È pure un tema di sicurezza: chi glielo fa fare a un semplice funzionario di una amministrazione centrale di andare giù e mettere le mani in questioni come le case popolari o i sostegni economici ai ceti deboli, prendendo decisioni che possono accontentare qualcuno e scontentare qualcun altro, magari qualcuno che potrebbe reagire molto male?». In effetti, l’emendamento si riferisce a un’azione di efficientamento amministrativo che riguarderebbe anche settori come le politiche sociali, i servizi alla persona, i lavori pubblici o l’anagrafe. Oltre alla finanza, la polizia locale e l’attuazione dei progetti, compresi quelli del Pnrr. «Finché eravamo di fronte a uno scioglimento “leggero”, si poteva pure comprendere un provvedimento del genere. Ma ora», aggiungono i due addetti ai lavori, «siamo davanti a un pieno mandato ai tre commissari prefettizi. Sinceramente, non sembra che i dipendenti della Funzione pubblica o del Formez siano le figure più adatte per andare lì a determinare situazioni delicatissime. Si prendono rischi che potrebbero riguardare persino la loro incolumità».
Un Paese in cui tutti galleggiano e nessuno viene lasciato indietro. Almeno in politica. L’ultimo risultato del riciclo perenne di poltrone e nomine ha portato Gabriella Giammanco nel ruolo di nuova portavoce dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli. Ente che, tra le altre cose, gestisce il gioco d’azzardo pubblico e legale in Italia, tornato particolarmente d’attualità perché tanto si sta parlando di scandalo scommesse, quelle però sui circuiti illegali, che ha travolto (di nuovo) una parte del calcio italiano.
Giammanco, 46 anni, ha trascorso tutta la vita (politica) tra Popolo della libertà e Forza Italia, dal 2008 al 2022, passando tra Camera e Senato nel corso della XVI, XVII e XVIII legislatura, fino a quando non è riuscita a essere rieletta a Montecitorio dopo aver ottenuto solo il 28,18 per cento dei voti contro il candidato del Movimento 5 stelle Davide Aiello (35,86 per cento). Ma niente paura, un anno dopo è arrivata la sistemazione.

Giornalista professionista, Giammanco è laureata in Scienze della comunicazione con il massimo dei voti. Autrice di programmi televisivi e consulente per la comunicazione istituzionale di società pubbliche e private, il suo curriculum è stato selezionato nell’ambito di «una procedura a evidenza pubblica gestita da una Commissione di valutazione composta di cinque esperti e nominata dal direttore dell’Agenzia», come è stato chiarito. Per l’ex deputata e senatrice, legata sentimentalmente in passato anche con l’imprenditore immobiliarista Marco Mezzaroma e col giornalista Augusto Minzolini, era stato un 2022 da dimenticare, visto che oltre ad aver mancato la conferma del seggio in parlamento aveva dovuto fare i conti pure con la fine del suo matrimonio, iniziato nel 2019, con l’imprenditore Federico Angelini. Adesso almeno grazie al nuovo incarico si potrà consolare con un parziale risarcimento.

Fratelli d’Italia, Partito democratico e Movimento 5 stelle si godono una settimana di sondaggi positivi. Secondo i dati elaboratori da Swg per Tg La7, infatti, i primi tre partiti guadagnano consensi. Notizia positiva soprattutto per il gruppo di Giorgia Meloni. La premier, nella settimana della rottura con l’ormai ex compagno Andrea Giambruno, ha guadagnato lo 0,3 per cento ed è risalita al 28,7, nettamente avanti a tutti gli altri ma sempre sotto al 30 per cento. Il Pd di Elly Schlein insegue a quota 19,8 per cento, con una crescita dello 0,2 rispetto a sette giorni fa. I pentastellati di Giuseppe Conte, invece, con un +0,3 per cento toccano il 16,4 e staccano la Lega.
Le intenzioni di voto SWG per @TgLa7 pic.twitter.com/TClssG5lJ5
— SWG (@swg_research) October 23, 2023
Proprio la Lega è l’unico dei partiti maggiori a restare stabile. Il Carroccio resta al 10,2 per cento nelle intenzioni di voto degli italiani. Male Forza Italia, che perde lo 0,1 e ora è al 6,3. Non ne approfitta Azione. Il partito di Carlo Calenda, infatti, è scivolato dal 4 al 3,9 per cento in sette giorni, perdendo terreno. E con esso anche Alleanza Verdi Sinistra italiana di Fratoianni e Bonelli, che è passato dal 3,6 al 3,5 per cento. La rottura del Terzo Polo, invece, porta nuovi consensi a Italia Viva. Matteo Renzi ha toccato quota 2,7 per cento, con un incremento dello 0,2 per cento rispetto alla scorsa settimana.
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Tra i partiti minori, Unione Popolare tocca l’1,5 percento guadagnando lo 0,1, la stessa percentuale persa da +Europa, ora al 2,4 per cento. L’Italia con Paragone scivola al 2,4 per cento (-0,2) mentre Noi Moderati resta stabile all’1 per cento.
«Nasce il Comitato nazionale Renew Italia. L’obiettivo dei fondatori Giuseppe Benedetto, Alessandro De Nicola, Oscar Giannino, Sandro Gozi e Andrea Marcucci è riunire tutte le forze politiche e i movimenti che si riconoscono nei principi e nei valori del Gruppo Renew Europe al Parlamento europeo e lavorare in piena sinergia e presentare una lista comune Renew Italia alle elezioni europee del 2024». È quanto si legge in una nota dello stesso comitato. L’obiettivo è ricostruire quel fronte venuto meno dal giorno dopo la frattura tra Italia Viva di Matteo Renzi e Azione di Carlo Calenda.
Nasce Comitato Renew Italia:"Ancora in tempo per lista comune Europee. Offriamo alternativa a chi non crede in bipopulismo"
Milano, 24 ott. (Askanews) – Nasce il Comitato nazionale RENEW Italia, per iniziativa di @avvbenedetto, @aledenicola, @OGiannino, @sandrogozi e… pic.twitter.com/UjNoDdnbiJ
— Jonathan Targetti (@targettopoli) October 24, 2023
Il documento poi continua: «Le scadenze elettorali che si avvicinano, ad iniziare da quelle del rinnovo del Parlamento europeo e le successive italiane, portano il Comitato a ribadire la necessità di proseguire lungo la strada della creazione di un partito unitario delle forze politiche che fanno riferimento a Renew Europe, come più volte ribadito dal progetto dei Liberal Democratici Europei sin dalla sua nascita». E ancora: «I comitati Renew Italia si rivolgono a tutti coloro che continuano ostinatamente a credere che vi sia una sfida straordinariamente importante per non regalare negli anni a venire Europa e Italia a questa estrema destra e a questa sinistra populista». Poi la lettera del comitato fondatore conclude: «L’unica via per continuare il percorso di trasformazione europea avviato dal 2019 e costruire un’Europa davvero sovrana e democratica, realmente protagonista sulla scena globale, è impegnarsi per rafforzare la presenza di Renew in Europa e la presenza italiana in Renew. Siamo ancora in tempo».
Tra i Comuni al voto nel weekend del 22 e 23 ottobre 2023 c’era anche quello di Foggia, dopo che la precedente amministrazione è stata sciolta con l’accusa di concussione e corruzione. A stravincere è stata la candidata della coalizione del centrosinistra, o per meglio dire del campo largo, Maria Aida Episcopo, presentata dal Movimento 5 stelle ma sostenuta anche dal Partito democratico, da Italia viva e da Azione. La sua vittoria è arrivata senza troppe sorprese al primo turno, con il 52,78 per cento dei voti, mentre il candidato del centrodestra Raffaele Di Mauro, coordinatore provinciale di Forza Italia Foggia, si è fermato al 24,76 per cento.
Come detto, la vittoria a Foggia di Maria Aida Episcopo era attesa, soprattutto considerando i trascorsi dell’amministrazione comunale. La precedente giunta, sciolta per infiltrazioni mafiose nell’agosto del 2021 dall’allora ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, aveva come sindaco Franco Landella, eletto con Forza Italia e in seguito passato alla Lega. L’ex primo cittadino di Foggia è attualmente a processo e deve difendersi dall’accusa di concussione e corruzione, oltre che rispondere dei presunti collegamenti tra la criminalità organizzata foggiana e le amministrazioni locali.
Andando a guardare nel profilo di Maria Aida Episcopo si scopre che la donna, 60 anni, è dirigente dell’Ufficio scolastico territoriale (UST) di Foggia e in passato, tra il 2012 e il 2014, ha ricoperto ruolo di assessore alla Formazione nell’amministrazione comunale di Gianni Mongelli (Pd). La sua candidatura alle Amministrative 2023 è stata sostenuta da ben 10 liste, in un campo largo a lungo cercato dalle forze progressiste. Tra questi il Pd, che ha raccolto 13,7 per cento dei voti e si è assicurato sei consiglieri comunali e il M5s, al 12,3 per cento e con cinque consiglieri. «Questa è la dimostrazione che uniti si vince», ha dichiarato la segretaria dem Elly Schein in un video condiviso su Facebook.
La bozza della Manovra 2024 approvata dal governo Meloni entro la fine di questa settimana sarà presentata al parlamento. Cento pagine e 91 articoli in cui trovano conferma alcuni provvedimenti già annunciati come il taglio del cuneo fiscale per i redditi medio-bassi e le nuove regole per andare in pensione. L’esecutivo conferma anche lo stanziamento di 600 milioni di euro per la carta “Dedicata a te” per gli acquisti di prima necessità.
Il taglio del cuneo fiscale è stato confermato anche per l’intero 2024: sette punti in meno per i redditi fino a 25 mila euro e sei fino ai 35 mila. La misura vale una decina di miliardi e ne beneficeranno 13,8 milioni di lavoratori dipendenti sia pubblici sia privati. I premi di produttività saranno detassati al 5 per cento; i cosiddetti fringe benefit – compensi in forma non monetaria, consistenti nella messa a disposizione di beni e/o servizi a favore dei lavoratori – a mille euro che salgono a 2 mila per i dipendenti con figli a carico. Previsto anche il taglio del Canone Rai da 90 a 70 euro.

Tra le misure della Manovra rivendicate dal governo come identitarie per favorire la natalità c’è lo sgravio contributivo al 100 per cento per tutte le lavoratrici madri fino comunque a un massimo di 3 mila euro annui, senza limiti di reddito, quindi per tutte le lavoratrici madri a esclusione del “lavoro domestico”. Lo sconto sui contributi per la quota a carico del lavoratore dipendente è legato al numero di figli: per le mamme con due figli dura fino ai 10 anni del bimbo più piccolo, per chi ne ha tre lo sconto sui contributi dura più a lungo, fino ai 18 anni del figlio più piccolo. Sempre a sostegno della natalità e della famiglia, inoltre, viene previsto anche un bonus asilo nido che potrà essere utilizzato dalle famiglie per le rette di strutture pubbliche e private solo per i secondi figli che nasceranno a partire dal primo gennaio 2024. La misura, entrando più nello specifico, si rivolge ai nuclei familiari composti almeno da un altro minore under 10 e con un Isee pari o inferiore a 40 mila euro. L’ammontare annuale del beneficio è pari a 3 mila euro.
Centrale il tema pensioni. Queste, grazie all’adeguamento pieno all’inflazione, verranno rivalutate:
A questo si aggiunge che l’indicizzazione sale dall’85 per cento attuale al 90 per cento per gli assegni tra 4 e 5 volte il minimo, cioè tra 2 mila e i 2500 euro, mentre si conferma:
L’indicizzazione viene invece ridotta dal 32 per cento al 22 per cento per i trattamenti superiori a 10 volte il minimo. Per quanto riguarda opzione donna, invece, non è stata decisa la conferma, con l’uscita anticipata delle lavoratrici che viene fatta confluire nella nuova Ape allargata. Serviranno 35 anni di contributi e almeno 61 anni d’età, oppure 60 se la lavoratrice ha 1 figlio o 59 se si hanno più figli.

Per il rinnovo dei contratti collettivi di lavoro della Pubblica amministrazione sono stati stanziati 3 miliardi a cui se ne aggiungono altri 3 per il personale sanitario (2,3 per i rinnovi contrattuali e 700 milioni per la defiscalizzazione degli straordinari). Nessuno stanziamento per gli enti locali. Il ministro della Pa Paolo Zangrillo aveva stimato 8 miliardi per i rinnovi nel 2024: in realtà i 5 miliardi mancanti sono riferiti al 2025.
La bozza della manovra prevede che latte in polvere e preparazioni per l’alimentazione dei bimbi, così come assorbenti, tamponi e coppette mestruali, passino tra i prodotti soggetti all’Iva al 10 per cento. Confermato il congelamento per altri sei mesi, fino a fine giugno, di plastic e sugar tax. Le due imposte, introdotte con la manovra per il 2020 e mai entrate in vigore, dovrebbero quindi scattare dal 1 luglio 2024.
Passa dal 21 al 26 per cento la cedolare secca prevista per gli affitti brevi, ivi compresi anche quelli per le case vacanza e i bed and breakfast. La misura non sarebbe stata del tutto apprezzata dalle forze parlamentari della maggioranza che, sul tema, hanno opinioni contrastanti. Sempre in tema di turismo la Manovra stanzia 81 milioni per la detassazione del lavoro notturno e festivo nel periodo compreso tra il 1° gennaio al 30 giugno 2024 per tutti i lavoratori del settore che hanno un reddito fino a 40 mila euro.
Adriano Galliani, come ampiamente previsto, ce l’ha fatta. In una tornata dove i votanti sono stati uno sparuto drappello di sopravvissuti a una razza in via di estinzione, ha battuto ma non umiliato il rivale Marco Cappato, che può trovare motivi di soddisfazione pensando che, per via delle sue idee eretiche, molti di quelli che sulla carta stavano con lui gli hanno girato le spalle. Il quasi ottuagenario manager (ne farà 80 tondi nel 2024, ma è uguale a quando ne aveva 50) ha avuto con la politica un rapporto scostante: eletto senatore nel 2018 per volere di Silvio Berlusconi, non si è ripresentato alle elezioni del 2022, segno di disaffezione o semplicemente della decisione di volersi dedicare alla sua ultima creatura calcistica, il Monza, rilevata e portata agli onori della massima serie con la decisiva complicità del suo partner in crime, che prima gli aveva affidato per tanti anni le cure del Milan.
Ma Galliani è tornato sui suoi passi, nulla potendo di fronte alle insistenze degli eredi cui spettava decidere le sorti di quel seggio occupato fino alla dipartita dal loro capostipite. E infatti, appena eletto, e an cora prima di ringraziare i suoi elettori, ha telefonato a Marina B. e Marta Fascina, con la quale in questi mesi di lutto perenne è stato discretamente in contatto, mentre i notabili di Forza Italia strologavano invano sulle intenzioni politiche della finta vedova.

Insomma, il copione delle suppletive a Monza è stato rispettato in pieno: doveva essere un affare di famiglia, e così è stato. Galliani è uomo di assoluta fiducia, la sua devozione al Cav è sempre stata servilmente sincera e non di convenienza. Ed è una presenza utile, tanto più in questo momento dove una leadership debole ha moltiplicato i mal di pancia dentro al partito, e dopo che, per l’affaire Giambruno squadernato da Mediaset, Giorgia Meloni è lì col fucile puntato.

Monza insomma è stata un’altra prova di compattezza dei figli, che spiazza gli alleati prima che gli avversari. Per loro, dopo la morte di Berlusconi, Forza Italia non aveva nessuna chance di sopravvivenza. E l’unico dilemma era vedere chi tra Fratelli d’Italia e Lega si sarebbe maggiormente avvantaggiato delle sue spoglie. Invece Marina e Pier Silvio, con l’accordo implicito dei figli di secondo letto, dall’infausta sortita sugli extraprofitti delle banche in su, hanno fatto sentire la loro voce, tra fideiussioni (quelle che di fatto li rendono proprietari di Forza Italia) e televisioni, l’eterna arma che fa da deterrente quando gli alleati alzano la cresta. Una compattezza familiare che è stata citata a esempio anche dal capo di Luxottica Francesco Milleri in una recente intervista sul Sole 24 Ore piena di suggestioni e messaggi. Per lui che si trova a doversi districare con le divisioni tra gli eredi di Leonardo Del Vecchio, e tra chi ne contesta soldi e poteri, il modo in cui la dinasty di Arcore ha risolto la successione è un esempio da imitare.

La trasmissione di Sigfrido Ranucci torna a scuotere gli animi della maggioranza di governo. Nella puntata di Report andata in onda domenica 22 ottobre su Rai 3 si è parlato infatti di Silvio Berlusconi, dall’eredità al bilancio in rosso di Forza Italia fino al ruolo di Marta Fascina e al rapporto tra il Cavaliere e Vittorio Mangano. Gli azzurri hanno definito «vergognoso» il lavoro del conduttore e invocato la convocazione dei vertici di viale Mazzini in commissione di Vigilanza Rai.
Tra le rivelazioni andate in onda, Report ha ricostruito la presunta influenza politica esercitata dall’ultima compagna dell’ex premier morto a giugno, Marta Fascina. «La figura di Marta, nel 2020, diventa di colpo imponente. Soprattutto in politica. La compagna partecipa a tutti gli incontri di Berlusconi e passa ogni ora del giorno a condizionarlo nelle relazioni con gli altri», ha detto nell’intervista la fonte anonima «vicinissima», sostiene Report, a Forza Italia. Fascina, eletta deputata nel 2018 e rieletta nel 2022, sarebbe stata la prima a sostenere la candidatura al Quirinale di Berlusconi, nonché a influenzare la decisione di Forza Italia di far cadere prematuramente il governo Draghi nella convinzione che fosse possibile un ritorno del Cavaliere a Palazzo Chigi. «Nessuna strategia, sfizi di una donna convinta che Berlusconi sarebbe diventato di nuovo presidente del Consiglio», ha detto la fonte nell’intervista, che in seguito le ha anche attribuito «posizioni pro Putin» che avrebbero spinto l’allora leader azzurro a scontrarsi con Meloni per il suo sostegno a Zelensky. Tutto attraverso un progressivo filtro agli incontri e alle telefonate del Cavaliere. Secondo Report, Berlusconi avrebbe poi cambiato posizione grazie al tanto vociferato patto di “reciproca convenienza” tra Giorgia Meloni e Marina Berlusconi. In cambio del ritiro del governo come parte civile nei processi escort e Ruby ter, la figlia del Cav avrebbe assicurato alla premier posizioni più morbide sull’Ucraina. Una ricostruzione che Palazzo Chigi smentisce come «fantasiosa».
Un parlamentare di FI ha raccontato in esclusiva a #Report che Marta Fascina partecipava agli incontri politici di Berlusconi e provava a condizionarlo. Fascina avrebbe avuto un ruolo anche nella caduta del governo Draghi. Rivedi l’inchiesta di #Report
https://t.co/0FAbxv14K2 pic.twitter.com/EWgdPv1H4K
— Report (@reportrai3) October 23, 2023
Il programma di Ranucci ha poi indagato il rapporto tra Silvio Berlusconi e Vittorio Mangano con un’intervista al tesoriere del partito, Alfredo Messina, che ha rivelato come l’arrivo in casa Berlusconi dello “stalliere di Arcore” legato a Cosa Nostra fosse funzionale a protegge la famiglia dell’ex premier: «Lei ricorda quel periodo quando venivano rapite persone? C’era il timore che rapissero anche i figli di Berlusconi. E allora credo che non fosse stata di Berlusconi l’idea di Mangano, ma fosse stata di Marcello Dell’Utri, che lo conosceva per altri motivi, a proporre se si metteva una tutela particolare per evitare di rapire qualche ragazzo», ha dichiarato Messina, ammettendo quello che è stato sempre negato dai legali di Dell’Utri e dallo stesso ex senatore nelle aule dei tribunali.
Fonti del Fatto quotidiano hanno riferito che i vertici di Forza Italia avrebbero cercato di impedire la messa in onda del servizio a causa delle elezioni suppletive a Monza in corso nelle stesse. Il partito è insorto subito dopo la messa in onda del servizio: «Report e Ranucci sono una sorta di “movimento politico” che agisce, finanziato dai cittadini con i soldi Rai, per colpire gli avversari. La cosa non ci meraviglia, ma ci indigna. E ci chiediamo come mai venga tollerata questa condotta», ha tuonato Maurizio Gasparri. Si sostiene che proprio quest’ultimo abbia cercato di impedire la trasmissione del servizio, ma i vertici Rai avrebbero respinto la richiesta. L’amministratore delegato della Rai, Roberto Sergio, sempre secondo il Fatto, avrebbe risposto che i 700 mila elettori della Brianza rappresentano un numero troppo esiguo per sollevare questioni di par condicio elettorali sulle reti televisive nazionali. La deputata azzurra Rita Dalla Chiesa ha definito il metodo di Report «vigliacco» e del quale «la Rai dovrà rispondere in commissione Vigilanza», della quale la deputata è componente.
La volgarità etica di @Report di questa sera? Non c’è’ niente da fare, non riescono a fare a meno di parlare di @berlusconi, di attaccarlo, di attaccare in modo violento le persone vicine a lui, anche oggi che non c’è’ piu’. Senza vergogna. Chiedo, perché?
— rita dalla chiesa
(@ritadallachiesa) October 22, 2023
Alle elezioni provinciali in Alto Adige, un risultato che ha destato notevole interesse è stato ottenuto dal partito di destra a ispirazione separatista Süd-Tiroler Freiheit. Fondato nel 2007 dallo storico volto del secessionismo sudtirolese Eva Klotz, ha ottenuto circa il 10,9 per cento dei voti, più che raddoppiando il risultato della scorsa tornata elettorale, e diventando il terzo partito più votato dopo la Svp (Südtiroler Volkspartei) e il Team K.
Il partito è guidato da Sven Knoll, ed è noto per promuove l’autodeterminazione del popolo sudtirolese e la sua riunificazione al Tirolo austriaco. Nel corso degli anni, la Süd-Tiroler Freiheit ha spesso attirato l’attenzione con azioni provocatorie, come la recente controversia riguardante il sorvolo delle Frecce Tricolori a Bolzano, definito come «un’esibizione nazionalista che colorerebbe il cielo dell’Alto Adige con il tricolore italiano». Nel novembre del 2022, durante l’anniversario numero 102 dell’annessione dell’Alto Adige all’Italia, il partito aveva chiesto alla futura premier Giorgia Meloni di «restituire l’Alto Adige all’Austria», in quanto «l’Italia non c’entra nulla con il Brennero».
Il successo elettorale del partito è dovuto alla campagna elettorale del suo leader, Sven Knoll, erede di Eva Klotz. Nato a Bolzano il 6 giugno 1980, nel 2007 è stato uno dei fondatori della Süd-Tiroler Freiheit e dal 2008 è membro del consiglio provinciale e quindi del Consiglio regionale del Trentino-Alto Adige. Dopo il deludente risultato del 2018, quando il partito ottenne solo il 5,1 per cento dei voti, Knoll (risultato comunque eletto) ha condotto una campagna elettorale caratterizzata da forti toni securitari, con un’enfasi sulla lotta all’immigrazione clandestina. Durante la campagna delle elezioni del 2023, il partito è stato accusato di xenofobia per un manifesto elettorale che raffigurava un uomo di colore con un coltello avvicinarsi a una donna, accompagnato dalla scritta (in tedesco): «Espellere gli stranieri criminali». Il manifesto è stato denunciato da diverse associazioni, tra cui l’Anpi, il Pd e il M5s, ma Knoll ha affermato che queste posizioni hanno attirato anche il voto di molti italiani. Knoll da tempo si batte da anni per la doppia cittadinanza – italiana e austriaca – per tutti gli altoatesini con antenati di cittadinanza austriaca fino al 1920 dovrebbero avere l’opportunità di ricevere la cittadinanza austriaca insieme alla cittadinanza italiana.
La brutale guerra tra Israele e Hamas sta confermando un trend che, da più parti, nella sinistra radicale e extraparlamentare molti hanno da tempo notato: la convergenza tra le posizioni del mondo a sinistra del Partito democratico e il Movimento cinque stelle di Giuseppe Conte. Il quale sta provando a trasformarsi nel «punto di riferimento fortissimo dei progressisti» (Nicola Zingaretti dixit), facendolo diventare un punto chiave del suo progetto politico. Tra gli esponenti di diverse associazioni di sinistra radicale, dall’area fuoriuscita dal mondo del Partito comunista di Marco Rizzo fino ai gruppi culturali per il diritto alla casa, allo studio, passando per il Partito comunista italiano minoritario ma d’avanguardia nell’area, piace molto la posizione di Conte su Israele e Palestina basata sul sostegno alla soluzione dei due Stati, sul rifiuto dell’occidentalismo militante e sulla tutela dei diritti dei civili di entrambe le parti. Confermando un trend già inaugurato dal conflitto russo-ucraino.
Conte è individuato come «il più equilibrato» dei leader italiani sulla politica estera, come Lettera43 ha potuto constatare conversando con diversi esponenti di gruppi a sinistra del Pd tra Milano, Roma e Torino. E soprattutto le sue posizioni, è questo il sentimento generale, suppliscono a una carenza di rappresentanza a cui un’area che dopo il 2008, ultimo di presenza di Rifondazione comunista in parlamento, ha avuto scarsissima presenza istituzionale. A Conte si perdona l’esordio “populista” nel governo M5s-Lega perché si sottolineano i suoi accenni aperturisti verso una visione del mondo diversa dall’Occidente. “L’avvocato del popolo” è al contempo ricordato come l’ex premier del memorandum con la Cina e come il “padre” del Reddito di cittadinanza.

Il politologo Lorenzo Castellani indica nel «chiaro posizionamento di sinistra» della base del Movimento sulla politica estera una spiegazione del posizionamento di Conte; il collega Paolo Mossetti, invece, ha espanso al tema delle posizioni sociali interne la ricerca del consenso di Conte in un’area ritenuta orfana del Pd indicando in ambientalismo, pacifismo e welfare le tre frecce all’arco del Movimento. Le quali hanno prodotto una prospettiva chiara: sottrarre parte dell’elettorato alla deriva “rossobruna” che molte figure, come Rizzo, incarnano: «Pur con enormi contraddizioni, paradossalmente una risposta “organica” alla società del controllo sociale e del “vincolo esterno” viene dalla galassia sovranista. Sotto forma di un’alleanza tra estrema destra ed estrema sinistra che sposa proprio le definizioni “demonizzanti” che gli erano state attribuite dai giornalisti».
In sostanza, il Movimento 5 stelle sposa una visione socialdemocratica con venature populiste che mira a distanziarsi dal Pd laddove c’è il rischio di essere accusati d’incoerenza (come la “terza via” sui migranti perorata da Conte che resta, comunque, cofirmatario dei Decreti sicurezza) con l’esperienza di governo. Ma altrove costruisce, pian piano, l’obiettivo di fare da punto di riferimento ai mondi della sinistra in cerca di rappresentanza. L’area radicale è una, e già alle comunali a Brescia e alle provinciali in Trentino si è sperimentata un’alleanza organica tra gli ex grillini e questo mondo. A settembre 2022, su Twitter la sinistra più anti-sistema colpì duramente Unione popolare e Rifondazione comunista per essersi presentati nel collegio uninominale di Caserta impedendo coi loro voti l’elezione alla Camera in quota M5s di Daniele Della Valle, blogger de L’Antidiplomatico e tra i più attivi commentatori anti-guerra della galassia pacifista. Alle Europee 2024 posizioni di questo tipo potranno essere ripescate per una sfida, tutta a sinistra, col Pd che Conte ha già lanciato sul tema dell’interventismo in politica estera.

L’ambientalismo a cinque stelle può essere un altro volano, da tempo utilizzato, per un convincimento dell’elettorato storico di un partito che, pur dimezzatosi rispetto ai fasti del 2018, vuole restare sul podio dei maggiori a livello nazionale. E molti movimenti dei pentastellati mirano a catalizzare un voto appartenente a un’altra area spesso battuta dal mondo dem: quello del cattolicesimo progressista. Conte non ha fatto mistero di sposare appieno le visioni di politica economica, sociale e diplomatica di papa Francesco, ha incassato il sostegno di Acli e Sant’Egidio alla difesa del reddito di cittadinanza durante il processo di abrogazione disposto dal governo Meloni e da tempo il Movimento mira a un colpo, politico e mediatico, per le Europee 2024: uno dei portabandiera dei pentastellati, si dice, potrebbe essere Marco Tarquinio, pacifista e cattolico convinto, da pochi mesi uscito dalla direzione di Avvenire.

In quest’ottica, Conte e i pentastellati mirano a abbandonare definitivamente l’identificazione con un elettorato “gassoso”, che pescava da ogni ambito. Gli anni del governo e il passaggio dall’alleanza con la Lega a quella col Pd, per poi chiudere il cerchio con l’arruolamento nel governo di Draghi e il suo siluramento sulle politiche sociali, l’inceneritore a Roma e la guerra in Ucraina rendono impossibile ogni ritorno alla fase di contestazione e lotta dura. Conte vuole fare opposizione scegliendo una posizione socialdemocratica e progressista per aggregare ambientalisti, radicali di sinistra e cattolici alla tradizionale roccaforte elettorale, più solida al Sud, del Movimento.
Ma gli ostacoli da superare non sono pochi. Due in particolare sono cogenti: innanzitutto, la presenza di una classe dirigente compatta e coesa su questo progetto è tutta da testare, specie alla prova di un’amministrazione e di un governo che a livello locale e nazionale il Movimento non esercita nelle grandi e principali strutture. In secondo luogo, è finita l’epoca in cui il Movimento si poteva dire “né di destra né di sinistra” o poteva scegliere selettivamente le alleanze locali sulla base dell’opportunismo elettorale. Il grande nodo da sciogliere è quello del dualismo col Pd, a livello di basi, elettorato e corpi intermedi. E paradossalmente il partito più minacciato da un’esplicita definizione di sinistra del Movimento potrebbe essere proprio quello di Elly Schlein, Pungolata da Conte fin dall’inizio della sua segreteria e chiamata a inseguirlo sul suo terreno. Tanto da fare di una storica battaglia a cinque stelle, il salario minimo, il suo manifesto. Qualcosa che fuori dai dem in tanti hanno letto con attenzione, prendendo appunti. Per Conte l’obiettivo è l’aggancio o il sorpasso al Pd nel giugno 2024: di fronte a un elettorato ideologico, ben radicato nei valori e chiaro nelle premesse un passaggio necessario per conseguirlo è la definitiva rinuncia a ogni ambiguità strategica. Che potrebbe pagare nel consolidamento di una base sicuramente a sinistra di quella dem su molti temi chiave.
In Alto Adige la giunta Kompatscher ter parte decisamente in salita. Le elezioni provinciali – che hanno segnato un calo dell’affluenza dal 64,05 per cento del 2018 al 58,39 – infatti hanno ribaltato posizioni di forza. Con 55,4 per cento delle sezioni scrutinate, la Svp esce decisamente indebolita dalle urne, calando rispetto al 2018 dal 38,8 al 32,9 per cento. Lo stesso vale anche per il partner di coalizione la Lega, che cinque anni fa fu il primo partito di lingua italiana con il 14 per cento e ora si ritrova al 4, sorpassata da Fdi e addirittura dal Pd.
Il partito della premier Giorgia Meloni si guadagna, come detto, la prima posizione tra i partiti di lingua italiana con il 7,8 per cento, mentre nel 2018 si fermò al 2,3 per cento. Il Pd sostanzialmente tiene (scende dal 5,1 al 4,6 per cento). La Civica e la lista no vax Vita raggiungono il 3,4 e al 2,7 per cento, mentre crollano sotto l’1 per cento M5s (0,9), Forza Italia (0,8) e la lista Centro Destra dell’ex leghista Filippo Maturi (0,8). Sul versante tedesco si nota una polarizzazione del voto, tra forze di destra e quelle liberali. Alle spalle della Svp si conferma, nonostante è significativo calo, il Team K dell’ex grillino Paul Köllensperger (10,5 contro il 14,2 del 2018), mentre la Süd-Tiroler Freiheit fondata da Eva Klotz si piazza sul gradino più basso del podio più che raddoppiando il risultato della scorsa tornata elettorale (dal 4,6 al 9,3 per cento). Bene anche i Verdi che salgono dal 6,6 al 8,8. La vera sorpresa (annunciata per certi versi dal successo sui social) è quella dell’ex comandante degli Schützen Jürgen Wirth Anderlan, che – partendo dal nulla – ha raccolto il 5,3 per cento dei consensi con slogan anti-migranti e no vax. Anche la lista dell’ex assessore Svp Thomas Widmann entra in consiglio provinciale, ma si ferma al 3,5. Il direttivo della Volkspartei si riunisce lunedì per discutere il da farsi. Pesa il voto in linea con i sondaggi più pessimisti. Per quanto riguarda la nuova giunta, la Svp dovrà fare i conti con una Lega indebolita, mentre Fdi busserà con insistenza alla porta. Resta, infine, il rebus del partner tedesco, che per la prima volta sembra indispensabile.
«Sono stato crocifisso sui giornali da una casta molto, molto ricca, solo perché mi sono permesso di dire che ci sono cose sospette che ti fanno riflettere, film che ricevono milioni e milioni di contributi pubblici e vengono visti da pochissime persone, solo perché mi sono permesso di toccare questo santuario di potere». Sono le parole del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, intervenuto all’evento L’Italia vincente. «Il tax credit» ha aggiunto durante la festa di FdI per un anno di governo «è passato dai 400 milioni del 2019 ad oltre 800 milioni, una cifra enorme con cui si potrebbero fare tante cose».
Entusiasmo, passione, dedizione, l’orgoglio di essere italiani e di servire la propria Nazione.
Un anno di fatti e tanto ancora da costruire.
Grazie a Giorgia Meloni. pic.twitter.com/yR5Q8k19ws— Gennaro Sangiuliano (@g_sangiuliano) October 22, 2023
Il ministro ha poi precisato: «Faremo un piccolo taglio, ma vogliamo incidere sul meccanismo di spesa e renderlo più efficiente». Con i fondi del tax credit, «si potrebbero per esempio acquistare tante macchine per la Tac per abbattere liste di attesa», ha sottolineato Sangiuliano rivolgendosi al ministro della Salute Orazio Schillaci, anche lui presente all’evento. «Aver parlato di una riforma» – ha ribadito – «non significa non ritenere l’audiovisivo fondamentale, un’industria importante per l’Italia, che riconosco e davanti alla quale mi inchino. Ma solo per aver pensato di rendere il sistema più efficiente, uno viene crocifisso”.
Lo aveva scritto nel tweet sulla rottura con l’ex compagno Andrea Giambruno, finito nel mirino di Striscia la notizia per alcuni fuorionda imbarazzanti, che Ginevra, figlia della premier e del giornalista, “è la cosa più importante della sua vita”. Così Giorgia Meloni, di rientro dal vertice del Cairo per la Pace e da Israele, non si è presentata alla festa di FdI L’Italia vincente – Un anno di risultati, e ha preferito restare con sua figlia. Si è però collegata con un videomessaggio.
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Un anno fa abbiamo ricevuto l’incarico di guidare l’Italia. Un onore e una responsabilità enorme in un momento storico incerto e complicato.
Avevamo promesso ai cittadini che avremmo lasciato un’Italia migliore di quella che avevamo trovato, una Nazione della quale essere fieri… pic.twitter.com/XnhFQGXEBK
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) October 22, 2023
Nel filmato, la presidente del Consiglio, ha dichiarato: «Mi dispiace non essere presente, ma anche io sono un essere umano e se a qualcuno posso chiedere comprensione sono i militanti di FdI», ha detto nel video registrato e trasmesso al teatro Brancaccio, a Roma. «Io sono fiera di quanto fatto, ho sempre camminato a testa alta» ha ribadito.
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Con #GiorgiaMeloni, primo Presidente del Consiglio donna, abbiamo scritto una delle pagine più importanti della storia della nostra Nazione.
Grazie Presidente per aver rotto il tetto di cristallo e stravolto i pronostici. Continua a fare grande la nostra amata Italia. pic.twitter.com/F5J0VY3tW0
— Fratelli d'Italia
(@FratellidItalia) October 22, 2023
L’inizio lavori è stato avviato da una tavola rotonda alla quale hanno partecipato il co-presidente del gruppo Ecr al Parlamento europeo, Nicola Procaccini, il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, il ministro della Salute, Orazio Schillaci, il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano e il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida.
Il ministro e cognato della presidente del Consiglio Lollobrigida ha così commentato: «Giorgia Meloni è forte, credo che stia dimostrando anche in queste ore capacità di avere come priorità l’Italia e, sul piano internazionale, anche un quadro di tenuta dei valori di pace, di democrazia, di libertà che ci devono essere in un momento in cui c’è un’aggressione terroristica».
