Meloni può lasciare chi vuole, ma la sua maggioranza non dia lezioni di virtù

Sul fatto che la sfera personale e privata sia o no anche “politica” si dibatte ogni volta. Quanto possa essere “personale”che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si separi via social un venerdì mattina dopo due giorni in cui una rete televisiva legata a un partito di governo ha evidenziato i censurabili comportamenti dell’ormai ex dimenticabile compagno Andrea Giambruno, è tutto da vedere.

Com'è nata la storia d'amore, ormai naufragata, tra Giorgia Meloni e l'ex compagno Andrea Giambruno? Ecco il racconto.
Giorgia Meloni e Andrea Giambruno (Instagram).

Figli e bambini di serie A  di serie B

Dicono che non ci debbano finire in mezzo i bambini. L’affermazione tagliata così appare pressoché incontestabile. Eppure di minorenni dati in pasto dalla politica ne abbiamo visti decine. Ci sono ad esempio i figli delle coppie omogenitoriali presi a calci dalla politica con l’iter parlamentare della controversa proposta di legge, presentata da Fratelli d’Italia, che intende rendere la gestazione per altri reato universale, ossia perseguibile se commesso all’estero da un cittadino italiano. Trentatré certificati di nascita relativi a 33 coppie di mamme registrati dal sindaco Sergio Giordani dal 2017 a oggi sono state impugnate a Padova, dopo Milano, e potrebbero provocare dei figli orfani per decreto perché la politica si è interessata del “personale” proprio “mettendo in mezzo dei minori che non c’entrano nulla”. Non lo diciamo noi, lo dice chiaramente il Parlamento europeo che condanna le istruzioni impartite dal governo italiano al Comune di Milano di non registrare più i figli di coppie omogenitoriali. Ritiene che questa decisione porterà inevitabilmente alla discriminazione non solo delle coppie dello stesso sesso, ma anche e soprattutto dei loro figli, ritiene che tale azione costituisca una violazione diretta dei diritti dei minori, quali elencati nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989 ed esprime preoccupazione per il fatto che tale decisione si iscriva in un più ampio attacco contro la comunità LGBTQI+ in Italia. Questo è “personale” o “politico”?

Definire usa e getta i matrimoni finiti degli altri è personale o politico?

Nel 2019 Giorgia Meloni votò contro la legge cosiddetta “sul divorzio breve” dicendo «no al matrimonio usa e getta soprattutto in presenza di figli. I bambini non sono un dettaglio: vanno tutelati sempre». Definire “usa e getta” i matrimoni finiti degli altri è “personale” o “politico”? Credere che la tutela dei figli passi per il mantenimento di relazioni che non funzionano solo per incagli burocratici è “personale” o “politico”?

Meloni può lasciare chi vuole, ma la sua maggioranza non dia lezioni di virtù
Giorgia Meloni al villaggio Coldiretti (Imagoeconomica).

Attaccare la giudice Apostolico tirando in ballo il figlio è personale o politico?

Ancora. I recenti attacchi alla giudice Iolanda Apostolico di Catania presa di mira dalla maggioranza di governo per avere applicato leggi che smontano il decreto Cutro hanno riguardato anche un risibile processo (finito in un’assoluzione) di suo figlio: sono un aspetto “personale” o “politico”? E questo è solo uno delle decine di casi di magistrati che sono stati attaccati dalla politica su aspetti personali e non nel merito delle loro decisioni. Il caso del calzino turchese del giudice Mesiano che solo un giorno prima aveva condannato la Fininvest a pagare una multa milionaria per danni alla Cir di Carlo de Benedetti è un caso-scuola: ripreso mentre andava dal barbiere e giudicato per il colore delle calze. È “personale” o “politico”?

I consigli per evitare di essere stuprate erano politica o paternalismo d’accatto?

Ancora. I membri dei partiti di maggioranza che per settimane hanno giudicato le scelte personali della scrittrice Michela Murgia ritenevano che fosse un aspetto “politico”? Ancora: tutte le volte che i partiti di maggioranza (ma anche lo stesso Giambruno con il noto lupo) hanno spiegato alle donne come dovrebbero comportarsi per non essere molestate o peggio ancora stuprate hanno fatto “politica” o paternalismo intervenendo nella sfera privata? Un esempio recente: la presidente del Consiglio che interviene sui suoi social su uno spot pubblicitario entrando nel dibattito sulla rappresentazione delle coppie separate è un atto “personale” o “politico”? Ma soprattuto: decidere quale sia la formula giusta della famiglia che rispetti le tradizioni e decidere chi possa amare chi e in quale modo è una questione “personale” o “politica”?

Ognuno è libero di vivere come crede, a disturbare è l’ipocrisia

Questa maggioranza ha costruito la sua propaganda su tre aspetti che non hanno nulla a che vedere con il ruolo istituzionale. Dio rientra in una sfera religiosa e quindi privata all’interno di uno Stato che si definisce laico per Costituzione. La famiglia è il risultato di volontà (e incidenti, come la presidente del Consiglio ha appena provato sulla sua pelle) che non hanno nulla a che vedere con la politica. La Patria tanto decantata è inserita, per Costituzione, all’interno di ordinamenti di legge sovranazionali. Non funzionerà l’ipocrisia dei moralisti di governo. Giorgia Meloni è libera di prendere le decisioni personali che preferisce e come preferisce, Matteo Salvini è libero di avere figli con chi preferisce. Nessuno li giudica. Molto semplicemente stiamo facendo notare che è l’ipocrisia che ci disturba perché lancia falsi segnali virtuosi.

Migranti, Tajani firma l’accordo: 4 mila tunisini in Italia come lavoratori regolari

Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha firmato a Tunisi l’accordo con il suo omologo Nabil Ammar con cui 4 mila lavoratori qualificati del Paese maghrebino potranno lavorare in Italia regolarmente. Il sì è arrivato nella giornata del 20 ottobre 2023 e rappresenta un primo passo di distensione nei rapporti tra la Tunisia e l’Unione Europea.

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Tajani: «Lavoriamo per rafforzare la migrazione regolare»

A spiegare l’accordo è stato lo stesso Tajani. Il ministro ha commentato: «Lavoriamo per rafforzare la migrazione regolare contro quella irregolare, quindi contro i trafficanti di esseri umani. Vogliamo dare lavoro a persone che vogliono essere impegnate, che sono formate e che non andranno in giro per l’Italia ma andranno direttamente a lavorare nell’agricoltura e nell’industria». Secondo i dati del Viminale, sarebbero almeno 14.837 i tunisini sbarcati irregolarmente in Italia dall’inizio del 2023. Ma si tratta di appena il 10 per cento dei 140.006 clandestini complessivamente arrivati in Italia. 92.844 sono partiti dalla Tunisia, ma si tratta per lo più di subsahariani. Tajani ha parlato anche del conflitto tra Israele e Hamas: «Il nostro appello a tutti è sempre di rispettare i diritti umani, di rispettare il diritto internazionale e tenere al di fuori di qualsiasi iniziativa militare la popolazione civile, da una parte e dall’altra».

Migranti, Tajani firma l'accordo 4 mila tunisini in Italia come lavoratori regolari
Antonio Tajani (Getty Images).

Saied impaziente per i fondi del memorandum

Appena due settimane prima dell’accordo firmato tra Tajani e Ammar, il presidente della Tunisia, Kais Saied, ha rifiutato la prima tranche degli aiuti previsti dal Memorandum firmato a luglio con l’Ue. Il programma prevedeva un pacchetto di finanziamenti consistenti: 105 milioni per i flussi migratori, 150 per il bilancio pubblico e 900 milioni, vincolati a un prestito, per assistenza macrofinanziaria. Con il Paese a rischio default, Saied ha criticato il mancato arrivo dei fondi e ha rispedito a Bruxelles la prima tranche, di circa 127 milioni di euro. Il presidente ha dichiarato di «non volere l’elemosina».

Terrorismo, Piantedosi: «Monitoriamo soggetti vicino all’Isis»

L’arresto dei due uomini egiziani accusati di terrorismo e vicinanza all’Isis, avvenuto a Milano il 17 ottobre, «non è un caso isolato». Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi spiegando che «ci sono casi all’attenzione periodica e ciclica delle nostre forze di intelligence e delle forze di polizia. Ci sono diversi personaggi tenuti sotto la doverosa attenzione».

Su 28 mila obiettivi sensibili sono 286 quelli di massima sensibilità

Nonostante al momento i servizi di intelligence non abbiano identificato la possibilità di eventi imminenti legati a organizzazioni terroristiche, è comunque importante tenere alta l’attenzione perché «come abbiamo visto dagli ultimi episodi in Francia e Belgio la minaccia è anche di tipo indefinito, come i lupi solitari e i casi di emulazione». «Abbiamo un sistema di polizia e di intelligence che ha quasi sempre accertato i fenomeni sul nascere», ha aggiunto Piantedosi. Il ministro ha fornito poi alcuni dati: «Su un bacino di 28 mila obiettivi sensibili, sono 286 quelli classificati di massima sensibilità e che quindi hanno una formula di vigilanza fissa 24 ore su 24, talvolta con operatori dell’esercito. Abbiamo fatto una valutazione complessiva degli obiettivi ma non tutti presentano caratteristiche di vulnerabilità tali da richiedere un presidio».

Meloni e Giambruno, le reazioni della politica alla separazione

«Un fortissimo abbraccio a Giorgia, con la mia amicizia e il mio sostegno. Avanti, a testa alta!». È quello di Matteo Salvini il primo dei messaggi che diversi politici italiani stanno scrivendo sui social in reazione al post con cui la premier Meloni ha annunciato la separazione dal compagno Andrea Giambruno. «Siamo tutti al tuo fianco, Giorgia», è invece il post ufficiale del partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia.

Da Tajani a Ravetto, i messaggi di solidarietà per la premier

Tra gli alleati di governo sono arrivate anche le parole del vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, che ha scritto: «Giorgia, ti abbraccio». Proprio a Tajani, riporta il Corriere, la premier avrebbe chiesto conto di quanto successo con la messa in onda dei fuorionda incriminati su Canale 5, e il vicepremier le avrebbe riferito che l’iniziativa è stata di Antonio Ricci, «incontrollabile» (come l’hanno definito) autore di Striscia. «Dalla tua, dalla vostra parte. Dalla parte di Ginevra. Ti abbraccio con vero affetto», ha scritto invece la deputata di Forza Italia Rita dalla Chiesa. Poi la deputata leghista Laura Ravetto, che si è rivolta così a Meloni: «Orgoglio forza e nessuna paura. Sei un esempio per tutte».

Vicinanza anche dall’opposizione

Ma la solidarietà sta arrivando anche dall’opposizione, con l’eurodeputata del Partito democratico Alessandra Moretti che ha commentato: «Restare donne oltre i ruoli che si ricoprono non è un’impresa facile. L’amore per i nostri figli ci rende le rocce che siamo e ci fa scegliere per il meglio. La ragione di tutto sta lì. Un abbraccio a Giorgia Meloni che ha agito in un momento difficile da donna libera. Ora le lascino fare la madre». «Tutta questa vicenda è abbastanza sconcia», ha tuonato invece il leader di Azione Carlo Calenda, criticando la scelta di Mediaset di colpire la vita privata della premier. «L’uso strumentale dei fuori onda da parte di reti tv collegate a partiti politici, la richiesta assurda che delle frasi (volgari) di Giambruno risponda Meloni. Il tutto con di mezzo una bimba di sette anni che deve poter fare una vita normale», ha scritto Calenda ricordando di essere « un avversario di Giorgia Meloni» che però oggi «ha tutta la mia solidarietà. Così in Italia non si produrrà mai nulla tranne il fango, finché il fango non sommergerà tutti e tutto».

Perché quello di Meloni e Mediaset su Giambruno è un delitto perfetto

Un delitto perfetto. Un solo vincitore: Giorgia Meloni. Una character assassination che a Mediaset hanno interpretato alla perfezione. Andrea Giambruno, cuore gitano ma testa poco assennata, non è più il compagno della presidente del Consiglio. Che lo ha liquidato con un perfetto e forse lungamente soppesato tweet mattutino, complice l’ultima letale guasconata di Striscia la notizia calata come una pietra tombale sullo sventurato. La maretta tra i due, come conferma la premier, andava avanti da tempo, e nel racconto di chi sapeva Meloni era angustiata dalla sola preoccupazione di tutelare la figlia Ginevra, di trovare il modo per proteggerla da una separazione che avrebbe comportato inevitabilmente un trauma. Ma negli ultimi mesi atteggiamento e comportamenti di Giambruno erano diventati tali che quella che doveva restare una vicenda privata sarebbe fragorosamente diventata pubblica, dunque politica. E lei rischiava di restarne travolta.

Meloni probabilmente era stata informata dell’operazione

Ed è qui che il patto sancito con Marina Berlusconi all’indomani della morte del padre le è venuto in soccorso. Individuando nel programma di Antonio Ricci il perfetto tramite perché, come spesso ricordato, l’autore di Striscia gode a Mediaset di una autonomia e libertà di movimento che ad altri non è consentita. Quindi da quei letali fuorionda l’azienda poteva fintamente prendere le distanze proprio appellandosi all’incontrollabilità del personaggio. Un “a nostra insaputa” suggestivo, ma poco plausibile alla luce di patto tra le due donne: come avallare, trattandosi del compagno della premier, un’operazione che l’avrebbe danneggiata se non, appunto, informandola e ottenendo il via libera?

Perché quello di Meloni e Mediaset su Giambruno è un delitto perfetto
Giorgia Meloni e Marina Berlusconi al funerale di Silvio (Getty).

Giambruno sempre più inviso a Mediaset: quel tweet della Confalonieri…

E questo era il momento di rompere gli indugi, perché Meloni, donna ferita nei sentimenti e compagna umiliata, avrebbe avuto tutti dalla sua parte. In Mediaset ha trovato sponda ma anche terreno fertile. Perché Giambruno era sempre più inviso in azienda per una certa protervia che evidentemente gli derivava dal sentirsi intoccabile, e per le sempre più frequenti uscite balzane di cui i vertici di Mediaset venivano implicitamente chiamati a rispondere. Avvisaglie in questo senso ce n’erano già state del resto. Una delle prime sue sparate, quella contro i catastrofisti del clima, era stata oggetto via social di una piccata reprimenda di Lella Confalonieri, un cognome che dice più del pur importante ruolo ricoperto, vicedirettrice delle news del Biscione.

Ma alla fine sono arrivati i fuorionda, la goccia (per citare un passaggio del testo con cui Meloni lo ha congedato) che ha fatto traboccare il vaso. E che hanno reso la scelta di difendere il conduttore dalle polemiche che lo investivano non più sostenibile. Ecco spiegato il via libera a Ricci e alle sue “Avventure di Giambrunasca”. Ecco il tweet della Meloni che pone fine, oltre che al suo rapporto di coppia, anche a quello dell’ex compagno con Mediaset.

Meloni scarica Giambruno: «Finisce qui»

Giorgia Meloni ha detto stop. Ufficializzando la fine della relazione con Andrea Giambruno, dopo le polemiche e gli imbarazzi per i fuorionda diffusi da Striscia la notizia, con un tweet. «Le nostre strade sono divise da tempo».

Interrogazione della Lega contro Zaki: «Può fomentare cellule dormienti»

«Gravi dichiarazioni come quella» di Patrick Zaki, che dopo gli attacchi di Hamas sui social aveva definito «serial killer» il premier israeliano Benjamin Netanyahu, «benché seguita da precisazioni e correttivi, a parere dell’interrogante possono rappresentare un inno alla violenza e fomentare eventuali cellule terroristiche dormienti in Italia». Lo ha dichiarato in una interrogazione alla premier e ai ministri di Interni e Giustizia, il deputato leghista Luca Toccalini chiedendo «quali iniziative il governo intenda adottare al fine di garantire la sicurezza nazionale e prevenire e contrastare il rischio di una attivazione di cellule terroristiche».

Le ospitate cancellate dopo il post su Netanyahu

Dopo l’uscita di Zaki sui social e nonostante le sue precisazioni – «Nel conflitto Israele-Palestina nessuno può essere ritenuto come filo-Hamas se sostiene la Palestina. Non sono con Hamas»  – Che tempo che fa aveva fatto slittare la presentazione del suo libro Sogni e illusioni di libertà, prevista per la puntata inaugurale sul Nove, a data da destinarsi.

 

Pochi giorni dopo era stato cancellato l’incontro all’Arsenale della pace di Torino organizzato dal Servizio missionario Giovani. «L’Arsenale della Pace di Torino da 40 anni è una casa sempre aperta alle tante situazioni che bussano alla porta, in dialogo con persone di ogni orientamento, cultura e religione», aveva spiegato il Sermig. «Con questo spirito, settimane fa, avevamo accolto la richiesta del Salone del Libro di uno spazio per la presentazione dell’ultimo libro di Patrick Zaki. Le condizioni però sono cambiate. Alla luce degli avvenimenti degli ultimi giorni, crediamo non più opportuno confermare la disponibilità ad ospitare tale incontro che rischierebbe di alimentare ulteriori polemiche, divisioni e strumentalizzazioni».

«I neri piacciono alle donne perché hanno una dote sotto»: la Liga Veneta espelle il consigliere regionale

Le scuse di rito non sono bastate. La Liga Veneta ha espulso il consigliere regionale eletto con la lista Zaia Fabiano Barbisan che, come ha spiegato il segretario locale Alberto Stefani, si è reso responsabile «di affermazioni indegne e vergognose, da punire con massima severità». Martedì 17 ottobre, durante il talk show Focus sulla rete locale Medianordest, Barbisan parlando di immigrazione aveva prima definito i migranti in fuga dalla fame «più sgionfi de mì» (più gonfi di me), poi si era lasciato andare a commenti sessisti: «I ragazzotti neri, bisogna dire di colore adesso, forse alle donne piacciono perché hanno un’altra dote sotto». Parole da cui persino il conduttore della trasmissione si era immediatamente dissociato. Nemmeno due giorni dopo è arrivato il provvedimento di espulsione.

«Parole a dir poco indegne», la reazione dei consiglieri veneti del Pd

Questi ragionamenti «ci riportano al tempo dei cavernicoli», hanno tuonato i consiglieri veneti del Pd parlando di «una vera vergogna, che cancella ogni rispetto per le donne, per chi soffre e cerca di scappare dagli orrori, e per lo stesso Consiglio regionale». Non le ha mandate a dire neanche Luana Zanella capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera che ha affondato il colpo: i migranti, «rispetto a Barbisan hanno di sicuro doti anche di sopra».

Le scuse del consigliere

Dopo lo scoppio della polemica, Barbisan aveva cercato di buttare acqua sul fuoco. «Sono profondamente rammaricato e mi scuso per quanto accaduto l’altra sera in televisione. Quelle mie parole non rappresentano né i miei valori, né, soprattutto, il pensiero del movimento e del gruppo al quale appartengo», ha spiegato. «Sull’onda emotiva della diretta televisiva, purtroppo, mi sono fatto colpevolmente trascinare dagli argomenti e dalla discussione. Chi scappa da una guerra ha tutti i diritti ad essere assistito, a prescindere dalla propria corporatura. Mi scuso pertanto per queste mie parole, così come mi scuso se ho ferito la sensibilità delle donne e chiunque si sia sentito offeso dagli improvvidi termini che ho utilizzato». Scuse che però non sono bastate, nemmeno alla Liga.

Sondaggi politici: Lega a ridosso del 10 per cento, M5s perde oltre mezzo punto

Dopo aver superato quota 10 per cento due settimane fa nei sondaggi Swg per Tg La7, la Lega continua a crescere anche nei dati registrati dalla Supermedia Youtrend/Agi. Il partito guidato dal vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, è cresciuto di mezzo punto percentuale salendo a quota 9,8. Per la prima volta il Carroccio sfiora la doppia cifra nelle rilevazioni Youtrend/Agi. E nel centrodestra la Lega è l’unica a crescere. Fratelli d’Italia ha infatti perso lo 0,2 per cento ed è scesa a quota 28,7, sempre saldamente in vetta ai sondaggi. Forza Italia ha perso due decimi, nonostante l’exploit avuto a Roma nei giorni del tesseramento, con i militanti triplicati: è ora al 7,2 per cento.

Male Pd e Movimento 5 stelle

Nonostante il calo, il partito di Giorgia Meloni resta saldamente avanti al Pd, secondo a quota 19,6 per cento. I dem restano quindi 9 punti dietro FdI, a fronte di un decremento dello 0,1 per cento rispetto al sondaggio precedente. Elly Schlein può comunque guardare il lato positivo. Dietro, in terza posizione, il Movimento 5 stelle perde lo 0,6 per cento e la forbice aumenta. Il partito di Giuseppe Conte è ora al 16,1 per cento: tra i due gruppi ballano tre punti e mezzo. Il centrosinistra in generale ha perso lo 0,2 per cento e si è fermato al 25,4, oltre 20 punti dietro il centrodestra, attualmente al 46,7.

Sondaggi politici Lega a ridosso del 10 per cento, M5s perde oltre mezzo punto
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Azione in calo

In controtendenza con il dato Swg, Azione nella Supermedia perde lo 0,3 per cento e scivola al 3,6. Il partito di Carlo Calenda ora è tallonato da Avs, in risalita al 3,5 per cento (+0,1). Si avvicina anche Italia viva. Nonostante la separazione dei gruppi parlamentari composti prima delle elezioni proprio con Calenda, Matteo Renzi e i suoi crescono dello 0,1 e si fermano al 2,7 per cento. Dietro, +Europa e Italexit perdono lo 0,2 per cento e scendono rispettivamente al 2,3 e all’1,8. Cala anche Unione Popolare (-0,1), ora all’1,3 per cento, mentre Noi Moderati sale all’1,1 con un incremento dello 0,3.

Renzi ufficializza la separazione tra Italia Viva e Azione

Matteo Renzi e Carlo Calenda si dicono addio. Ancora una volta. Da giovedì 19 ottobre 2023 la separazione tra Italia viva e Azione è diventata ufficiale, come annunciato dallo stesso Renzi nella sua enews. Il neoeletto segretario nazionale di Iv ha scritto: «Ufficializziamo la separazione delle strade con gli amici di Azione. Abbiamo provato fino all’ultimo a chiedere di fare la lista insieme e la risposta di Calenda è stata sprezzante. Ognuno ha il suo stile, noi non facciamo polemica. Dunque auguri a tutti e ognuno per la sua strada. Meglio finire questa telenovela che farci ridere dietro da mezza Italia».

Al Senato Azione finirà nel gruppo misto con Sinistra Italiana ed Europa Verde

Renzi ha continuato: «Io voglio fare politica, non vivere circondato da cavilli regolamentari e da rancori personali. I gruppi si chiameranno Italia Viva – Il Centro – Renew Europe. Alle elezioni faremo un grande risultato. Ne sono certo». Ora però rimane l’aspetto burocratico da risolvere, ovvero la composizione dei gruppi parlamentari. Nell’aula del Senato, la situazione è facilmente delineabile. Italia Viva conta infatti sette senatori, uno in più del necessario, e può formare un gruppo autonomo. Azione, con solo quattro esponenti, andrà invece probabilmente nel gruppo misto, insieme a Sinistra Italiana e Europa Verde. Diversa la situazione della Camera, dove entrambi i gruppi non hanno il requisito minimo di 14 deputati aderenti. La prassi però ha concesso di formare anche gruppi “sottodimensionati”, tramite una deroga del presidente della Camera. Ecco allora che il partito di Carlo Calenda potrà contare su 12 eletti, 10 propriamente di Azione più Elena Bonetti ed Ettore Rosato. Mentre Italia Viva si ferma a nove, fiduciosa che la deroga permetta loro di costituire un gruppo. 

De Cristofaro, presidente gruppo misto al Senato: «Cerchiamo di andare d’accordo»

Il presidente del gruppo misto al Senato Giuseppe De Cristofaro, Sinistra Italiana, ha commentato: «Lasciare la presidenza ad Azione? Ma noi di Alleanza Verdi e Sinistra abbiamo lo stesso peso. Cerchiamo di andare d’accordo e di fare le cose assieme». Ad oggi il gruppo misto conta la presenza dei tre senatori a vita Mario Monti, Liliana Segre e Renzo Piano. A cui si aggiungono gli esponenti di Alleanza Verdi Sinistra, Ilaria Cucchi, Celestino Magni e Barbara Floridia, insieme allo stesso De Cristofaro.

Raffaele Langella verso il ruolo di direttore generale di Confindustria

Nuovo direttore generale di Confindustria cercasi, o forse lo si è già trovato. Nei corridoi di viale dell’Astronomia si sussurra infatti il nome di Raffaele Langella, ex ambasciatore italiano a Singapore, e ora distaccato dalla Farnesina e direttore degli Affari internazionali del sindacato degli industriali.

Raffaele Langella verso il ruolo di direttore generale di Confindustria
Raffaele Langella (Imagoeconomica).

Alla Comunicazione 18 addetti: non sono un po’ tantini?

Dopo il virulento scontro tra Carlo Bonomi e la sua dg Francesca Mariotti sulla buonuscita da attribuire alla capa della Comunicazione Alessia Magistroni (a proposito, il dipartimento in oggetto conta 18 addetti, diciamo un po’ tantini), che ha lasciato molti notabili basiti, il presidente di Confindustria, in scadenza a maggio 2024, vuol promuovere a suo numero due l’ambasciatore dell’associazione.

Mariotti è stata messa «a disposizione» dal capo del personale

Non sappiamo se del futuro possibile ruolo di Langella si sia parlato nel Comitato di presidenza in cui Bonomi ha comunicato la sua decisione di sostituire Mariotti, che nel frattempo è stata messa «a disposizione» dal capo del personale. Ma la voce si è sparsa, e molti in Confindustria si sono chiesti – piuttosto perplessi – come possa svolgere il ruolo di interlocutore e controparte del governo una persona come Langella che resta un suo dipendente in distacco.

Bufera su Salvini che ha accusato Hamas per la strage dell’ospedale

«La strage dell’ospedale di Gaza lascia sgomenti. Un pensiero e una preghiera per le vittime e i feriti. Qualcuno ha commentato in modo affrettato, ma stanno emergendo dati, in forma di video, intercettazioni e analisi di geolocalizzazione, che evidenziano il ruolo di Hamas». Su X Matteo Salvini sposa (come Joe Biden) la tesi secondo cui dietro la strage all’ospedale di Gaza ci siano gli estremisti palestinesi, che avrebbero colpito l’edificio con razzo sfuggito al loro controllo. «È doveroso accertare le responsabilità. Storicamente i terroristi islamici non si sono mai fatti scrupoli, e purtroppo a pagare il prezzo di questo orrore sono anche civili innocenti».

Le reazioni al tweet di Salvini

Il tweet del ministro delle Infrastrutture e leader della Lega hanno sollevato un polverone social. «Ma vergognati. Anzi, vergognatevi. Quello che sta facendo Israele è immondo, siete solo in grado di dire le vostre bestialità seduti comodi dai vostri uffici senza essere minimamente consapevoli della realtà di quel posto. Più di due milioni chiusi in una gabbia a morire, che Dio vi maledica fino alla fine dei vostri giorni», scrive un utente della piattaforma ex Twitter. Così un altro: «Storicamente sei un ladro bugiardo, quindi qualsiasi cosa scrivi o dici per me è una bugia. Quando ci saranno dati “certi” ed indipendenti allora potrai commentare, ma ormai non sei più credibile comunque, faresti meglio a ritirarti». Un altro ancora: «Ma tu sei un ministro e mi rappresenti!!! Potresti per favore essere più cauto ed esprimerti in linea con il tuo ruolo??». Tra i commenti si legge poi: «Tu devi solo tacere, razzista… Sei politicamente morto, supporti l’israele nazista terrorista e ora spudoratamente copri i crimini di guerra di Israele». E poi: «Smettila di fare altre figure, è una situazione in cui la prudenza è fondamentale, oltretutto esponete tutti noi a ritorsioni».

Terzo Polo, vicino lo scioglimento dei gruppi: botta e risposta tra Azione e Italia viva

Lo scioglimento dei gruppi parlamentari unici tra Azione e Italia Viva è vicino. Il Terzo polo è quindi vicino alla fine. I senatori di Italia viva, infatti, considerano terminata la collaborazione con Azione. E dal canto suo, il partito di Carlo Calenda non ha intenzione di fare un passo indietro e attende che siano i parlamentari di Matteo Renzi ad «assumersi la responsabilità di fronte agli elettori».

I senatori di Iv chiedono a Borghi un incontro

E così i senatori di Italia viva hanno chiesto al capogruppo Az-Iv al Senato, Enrico Borghi, di convocare i gruppi. Come spiega Repubblica, in una lettera hanno scritto: «È vero che il senatore Calenda è noto per i suoi repentini cambi di opinione, ma il rispetto che gli dobbiamo porta a dover considerare le sue parole con la massima attenzione. Essendo terminata, dunque, ogni collaborazione tra Azione e Italia Viva ti chiediamo di convocare il gruppo del Senato nel minor tempo possibile per prendere atto delle dichiarazioni del senatore Calenda e trarne le necessarie conseguenze politiche, statutarie e regolamentari».

Terzo Polo, vicino lo scioglimento dei gruppi botta e risposta tra Azione e Italia viva
Enrico Borghi (Imagoeconomica).

L’attacco a Calenda: «Ha detto lui che il rapporto è chiuso»

E ancora: «In questi mesi Italia Viva ha sempre chiesto di ufficializzare la lista unitarie per le Europee 2024, anche alla luce della crescente necessità di costruire un centro europeo riformista forte. In tale direzione sono andate le conclusioni del summit di Vienna dei nostri parlamentari europei del 6 settembre. E tuttavia il senatore Calenda ha continuato a negare ogni possibilità di accordo, fino alle sue dichiarazioni di sabato 14 ottobre, quando, intervenendo alla festa de Il Foglio, egli ha detto “è chiuso il rapporto non tra Renzi e Calenda ma tra Azione e Italia Viva… Azione non andrà alle elezioni europee insieme a Italia Viva”».

Azione risponde con Gelmini: «Non accettiamo diktat»

A rispondere è stata la portavoce di Azione, Mariastella Gelmini: «Matteo Renzi ha lanciato meno di un mese fa per le elezioni europee “il Centro”. Un’operazione che però si è già dissolta. Adesso, dopo aver detto qualsiasi cosa su Azione e su Carlo Calenda, Iv ha la singolare pretesa di presentare una lista unitaria alle prossime elezioni europee proprio con Azione. Una evidente dimostrazione del timore di non raggiungere il quorum. Non accetteremo alcun diktat da Renzi o da Iv. Se hanno deciso di rompere i gruppi nei quali tutti siamo stati eletti con la Lista Calenda, si assumano la responsabilità di fronte agli elettori del Terzo Polo».

Terzo Polo, vicino lo scioglimento dei gruppi botta e risposta tra Azione e Italia viva
Mariastella Gelmini (Imagoeconomica).

L’Italia reintrodurrà i controlli al confine con la Slovenia

Il ministro dell’Interno sloveno Bostjan Poklukar è stato informato dal suo omologo italiano Matteo Piantedosi che l’Italia ha deciso di attuare controlli temporanei alle frontiere con la Slovenia a causa del cambiamento della situazione in Europa e nel Medio Oriente. Lo riporta l’agenzia di stampa slovena Sta. Obiettivo della misura, come ha spiegato Piantedosi a Poklukar, è la «prevenzione del terrorismo e della criminalità organizzata», si legge in un comunicato del ministro dell’Interno sloveno.

 

Garante dei detenuti, M5s vota con la maggioranza al Senato: Pd e Avs escono dall’aula

Felice Maurizio D’Ettore sostituirà Mauro Palma e sarà il nuovo Garante delle persone private della libertà, conosciuto anche come Garante dei detenuti. La decisione è stata presa dalla commissione Giustizia del Senato, con 15 voti favorevoli. A votare sì sono stati i partiti di maggioranza e il Movimento 5 stelle. Pd e Avs, invece, hanno abbandonato l’aula in polemica con il centrodestra e con i pentastellati. I futuri vice di D’Ettore, ex deputato di Forza Italia ora in Fratelli d’Italia, saranno l’avvocata romana Irma Conti e il civilista palermitano Mario Serio, rispettivamente indicati da Lega e M5s.

Scalfarotto contro il M5s: «Stampelle del governo per le poltrone»

Ivan Scalfarotto, senatore di Italia Viva, ha attaccato i pentastellati e Roberto Scarpinato, ex pm antimafia di Palermo che avrebbe indicato Mario Serio. L’accusa è di «fare la stampella del governo se c’è in ballo qualche poltrona com’è accaduto per la vigilanza Rai». Il via libera dovrà essere dato dalla Camera, che però ha rifiutato di ascoltare i tre candidati. Per D’Ettore, oltre al voto alla Camera, soltanto l’attuale incarico all’università di Firenze, dove insegna diritto privato, potrebbe diventare un ostacolo. Da regolamento il Garante non può essere un dipendente della pubblica amministrazione.

Garante dei detenuti, M5s vota con la maggioranza al Senato Pd e Avs escono dall'aula
Ivan Scalfarotto (Imagoeconomica).

Pd e Avs lasciano l’aula

Anche Pd e Avs hanno espresso il proprio disappunto, lasciando l’aula. I senatori dem Alfredo Bazoli, Anna Rossomando, Franco Mirabelli e Walter Verini, hanno definito «inaccettabile e intollerabile il metodo che la maggioranza e il governo hanno adottato per un organo di garanzia particolarmente delicato e che ha il compito di monitorare che sia salvaguardata la dignità personale dei detenuti e di segnalare eventuali abusi». La senatrice Ilaria Cucchi, di Avs, parla di scelta «inaccettabile perché perché priva dei requisiti richiesti quali competenza, indipendenza e di non essere alle dipendenze di una pubblica amministrazione. L’unico requisito della terna proposta dal governo Meloni è quella di essere vicina all’attuale maggioranza di destra».

Garante dei detenuti, M5s vota con la maggioranza al Senato Pd e Avs escono dall'aula
Ilaria Cucchi (Imagoeconomica).

Cecina, il sindaco si disintossica e torna dopo l’autosospensione per cocaina

Il sindaco di Cecina, Samuele Lippi, è tornato in municipio. Il primo cittadino del comune in provincia di Livorno aveva annunciato di voler ritornare, revocando l’autosospensione presentata a luglio dopo lo scandalo cocaina che l’ha visto protagonista. Una vicenda per cui ha deciso di non dimettersi, tanto da essere intenzionato a portare a termine il proprio mandato. Nella mattinata del 18 ottobre, Lippi, sindaco del Pd, si è presentato in Comune insieme a quattro nuovi assessori, nominati al posto di quelli che si sono dimessi al suo arrivo. Della vecchia giunta è rimasta soltanto l’assessora Caterina Calderone, in quota Italia Viva.

Il sindaco: «Torno per i cittadini»

Già nei giorni precedenti al suo ritorno, Samuele Lippi aveva annunciato il suo ritorno e sfidato il Consiglio comunale: «Poi vediamo se hanno i numeri per sfiduciarmi, secondo me no». Su Facebook, in mattinata, ha poi scritto: «Percorso completato. Come vi avevo promesso, ho portato a termine il percorso di disintossicazione: lo ha certificato il servizio dipendenze dell’ASL. Torno a lavorare per voi cittadini che mi avete eletto sindaco: protrarre ancora l’impedimento temporaneo costituirebbe una mancanza di rispetto verso chi mi ha incaricato di guidare l’Amministrazione Comunale. In questo scorcio di consiliatura, se non vogliamo buttare all’aria anni di lavoro, abbiamo ancora molte cose da fare insieme: il porto, la comunità energetica ai laghetti della Magona, le nuove scuole comunali e le piazze della Cecina che verrà. Stamattina subito la prima firma: il rifacimento della maxirotatoria alle Poste di S.Pietro in Palazzi. Poche parole, ora ripartiamo con i fatti».

Lippi sfida il Pd: «Sfiduciato? Decisione irregolare»

Samuele Lippi deve fare i conti, però, con il suo stesso partito. Il Pd potrebbe spingere i suoi sei consiglieri a dimettersi. Se dovesse dimettersi la metà del Consiglio comunale, il sindaco decadrebbe. Lippi ha intanto incassato la sfiducia dei dem durante l’assemblea comunale di martedì 17 ottobre: «Stiamo a vedere, ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Io vado dritto come un treno. Qui qualcuno vuole fare le trame politiche ma io un certificato che attesta la mia guarigione sanitaria dalla dipendenza dalla cocaina e posso tornare a fare il sindaco. Per me quell’assemblea non è valida. Presenterò un esposto alla commissione regionale e nazionale di garanzia perché secondo me è irregolare la convocazione e la decisione presa. Vediamo cosa rispondono».

Scommesse, Salvini chiede le dimissioni di Gravina: Abodi e FdI frenano

Matteo Salvini e la Lega sono tornati alla carica e hanno chiesto, ancora una volta, le dimissioni del presidente della Figc Gabriele Gravina. Secondo il ministro delle Infrastrutture e i vertici del suo partito, il numero uno della federazione dovrebbe dimettersi, assumendosi la responsabilità del caso scommesse. A difendere Gravina è stato, invece, Andrea Abodi. Il ministro dello Sport ha attaccato la Lega in un’intervista a La Stampa. E Fratelli d’Italia, partito della premier Giorgia Meloni, ha espresso una posizione diversa rispetto al Carroccio.

Scommesse, Salvini chiede le dimissioni di Gravina Abodi e FdI frenano
Matteo Salvini (Getty Images).

Sasso: «Chiediamo le dimissioni di Gravina»

Il caso si è aperto già venerdì 13 ottobre. In una chat utilizzata dalla Lega per diffondere comunicati ai giornalisti, il deputato Rossano Sasso ha dichiarato: «Ciò che sta emergendo è inaccettabile. Lo sport non può essere un ambiente dove la ludopatia è all’ordine del giorno, dove il doping e le inchieste penali la fanno da padrone. Non possiamo continuare ad assistere a questo scempio, per questo chiediamo le dimissioni del presidente della Figc e di chi con lui sta ai vertici».

Abodi: «Non mi appassiona la caccia al colpevole»

Il ministro dello Sport, Andrea Abodi, è però di un altro avviso: «In pieno stile italiano, ora si muove una caccia al colpevole ed è un tema che non mi appassiona. Faccio fatica a pensare che i comportamenti dei singoli calciatori e il tema della ludopatia possano essere responsabilità della Federazione». E ha aggiunto: «Deve essere chiara la differenza tra gioco legale e illegale. Il gioco legale è trasparente, ha dei limiti alle somme che si possono spendere e i pagamenti sono tracciati. Il gioco illegale non ha nulla di tutto questo. Si deve contrastare la ludopatia, che è espressione di un disagio sociale, ma non si può rendere clandestino un settore economico che è regolato dallo Stato e dal quale lo Stato trae benefici».

Scommesse, Salvini chiede le dimissioni di Gravina Abodi e FdI frenano
Andrea Abodi e Gabriele Gravina (Getty Images).

La Lega contrattacca: «Serve un cambiamento radicale»

Ma dalla Lega arriva un nuovo attacco. In una nota, il partito di Salvini ha chiesto nuovamente al presidente di dimettersi: «Alla luce di quanto è accaduto e sta emergendo nel calcio italiano tra scommesse, doping, fallimenti sportivi, problemi infrastrutturali e televisivi, crisi economiche, cosa deve accadere ancora per rivoluzionare la guida del movimento? È sempre più necessario, per rispetto di milioni di appassionati e in particolare dei più giovani, un radicale cambiamento, a partire dalle dimissioni del presidente Gravina».

Marcheschi: «Dimissioni? Non sono la soluzione»

Tra Salvini e Abodi si è poi frapposto Fratelli d’Italia, con le parole del senatore Paolo Marcheschi. Quest’ultimo, responsabile Sport del partito di Giorgia Meloni, ha dichiarato: «Il calcio italiano ha necessariamente bisogno di un’opera auto riformatrice e il fenomeno delle scommesse rappresenta solo la punta di iceberg di un sistema contraddistinto da tempo da negatività ed episodi che ne dimostrano l’inefficienza. Abbiamo più volte sollevato questa problematica e crediamo che la soluzione a tutto ciò non sia rappresentata dalla richiesta di dimissioni di Gravina, che attengono all’autonomia del sistema calcistico, quanto piuttosto dal verificare se vi siano le condizioni di un commissariamento della Figc da parte del Coni».

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Biancofiore con la Lega: «Gravina deve avere un sussulto di dignità»

E anche la capogruppo al Senato per Civici d’Italia, Noi moderati, Coraggio Italia e Udc, Micaela Biancofiore, ha appoggiato la richiesta della Lega: «Per fermare la deriva sportiva e morale del mondo del calcio, che da troppo tempo ha messo radici, credo sia urgente un cambio ai vertici della Figc, come auspica Salvini insieme con tutto il mondo del calcio e della politica. Gravina dovrebbe avere un sussulto di dignità. Restare fermi, immobili di fronte agli accadimenti di questi ultimi giorni che profilano scandali ancora più ampi e disonorevoli per il calcio italiano sarebbe inaccettabile. Occorrono gesti forti di responsabilità, a cominciare dal vertice della federazione che ha bisogno di rigenerarsi con personalità autorevoli ed esemplari, capaci di invertire l’andazzo degli ultimi anni. Non si può pensare di restare fermi in attesa che la tempesta passi, c’è il rischio che arrivi l’uragano con effetti deleteri per la nostra società e per il ruolo stesso che il calcio esercita tra giovani e meno giovani».

Casini difende Gravina: «Nello sport c’è principio di autonomia»

Infine, è arrivata un’altra difesa a Gravina. Stavolta è stato Pier Ferdinando Casini, decano del Parlamento, a criticare la Lega e il vicepremier: «Vedo che Salvini stamattina ha chiesto le dimissioni di Gravina dalla Federcalcio. Pur essendo un tifoso, non sono onestamente in grado di valutare se il presidente Gravina abbia lavorato bene o no, ma da quando in qua il governo interviene sulle federazioni sportive? Non esiste più il principio dell’autonomia dello sport? Il vicepresidente del Consiglio dei ministri ha parlato a nome del governo? È tutto un po’ sorprendente».

La proposta di legge sul salario minimo viene rinviata in commissione

La proposta di legge sul salario minimo presentata dalle opposizioni è stata rinviata in commissione dall’aula della Camera. Nella seduta del 18 ottobre 2023 i parlamentari erano chiamati a scegliere se votare gli emendamenti e gli articoli in essa contenuti oppure optare per il loro rinvio in commissione. La scelta di quest’ultima modalità d’azione, passata con 21 voti di differenza, ha fatto infuriare le forze di opposizione che, come nel caso del presidente del M5s Giuseppe Conte, hanno parlato di «delitto perfetto contro una misura di civiltà». A votare a favore del rinvio sono stati i partiti della maggioranza. Contrarie invece le forze di opposizione, ovvero Pd, M5S, Azione, Più Europa e Verdi-Sinistra.

Conte: «Basta schiaffi a quest’aula»

Tra i primi a tuonare contro la decisione del rinvio presa dalla maggioranza c’è il presidente del Mooimento 5 stelle Giuseppe Conte che, nel suo discorso alla Camera, ha affermato: «Affidate al rimpallo tra Cnel e rinvio in commissione la realizzazione del delitto perfetto contro una misura di civiltà. Anziché votare ci state chiedendo di rispedire la pdl in commissione per farla morire lì, ma non vi consentiremo rinvii e meline. Basta schiaffi a quest’aula. La politica dovrebbe mettere via le bandiere e dire che l’Italia è uno dei cinque Paesi su 27 in Europa che ancora non ha il salario minimo».

Elly Schelin (Pd) e Giuseppe Conte (M5S) alla Camera
Elly Schelin (Pd) e Giuseppe Conte (M5S) alla Camera (Imagoeconomica).

Per Schlein la maggioranza fugge dalla realtà

Molto netto e contrariato anche il commento della segretaria del Pd Elly Schlein: «Fuga dalla realtà, non vi vergognate? Oggi date un colpo ai 3,5 milioni di lavoratori poveri e poverissimi. Il segnale che lanciate è inequivocabile: non contate nulla. Vorrei aveste incontrato quei due vigilanti all’aeroporto di Torino che mi hanno raccontato che prendono 5 euro l’ora e devono fare tre lavori per campare. Invece vi presentate a mani vuote. Il rinvio è un modo per buttare la palla in tribuna, per non trovarsi nell’imbarazzo di dire no a una proposta di legge apprezzata anche da una parte dell’elettorato che ha votato per voi». E ancora: «Avete fatto dire ad altri ciò che voi non avete il coraggio di dire: cioè che è normale avere salari bassi. Non avvertite sulla vostra pelle alcun senso di vergogna? La vostra scelta oggi è pavida, oltre a essere cinica. Abbiate il coraggio, se siete contrari, di votare contro affossando questa proposta».

La maggioranza si difende: «Le opposizioni vogliono buttarla in caciara»

Il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Tommaso Foti, ha invece difeso la scelta presa dall’aula e dal centrodestra accusando le opposizioni di voler «buttare in caciara» la questione del salario minimo e di comportarsi «come allo stadio».

Tommaso Foti (FdI)
Tommaso Foti (Imagoeconomica)

Poi l’attacco diretta a Elly Schlein: «Voi siete in fuga da qualche anno. Nel 2014 il M5s ha presentato una proposta di legge. Il salario minimo era 9 euro. Era uno sbaglio allora o è una presa in giro oggi? O un compromesso che avete fatto? Spiegatelo, spiegatene le ragioni sotto il profilo economico. Quella cifra è buttata lì, è solo buttata lì. Un approfondimento in commissione deve essere fatto. La differenza tra quest’aula e lo stadio è che qui ci sta gente abituata a fare delle leggi, altri – in fuga dallo stadio – vengono qui per comportarsi come allo stadio».

Disastro della Moby Prince, istituita una nuova commissione d’inchiesta

La Camera dei deputati ha dato il via libera alla proposta di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sul disastro della nave Moby Prince. La mozione è stata approvata con un’ampia maggioranza di 282 voti favorevoli, nessun contrario e tre astenuti. Si tratta della terza commissione d’inchiesta su questo incidente, le altre due erano state istituite in legislature precedenti ma non avevano concluso i loro lavori a causa della caduta del governo.

Si indagheranno legami con traffici illegali di armi e rifiuti tossici

La nave “Moby Prince” di proprietà della Nav.Ar.Ma fu coinvolta in un grave incidente la sera del 10 aprile 1991, quando entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo nel porto di Livorno. L’incidente causò un vasto incendio alimentato dal petrolio fuoriuscito dalla petroliera, e portò alla morte di 140 persone a bordo, tra passeggeri ed equipaggio, con l’eccezione del giovane mozzo napoletano Alessio Bertrand, unico sopravvissuto. La commissione, composta da 20 deputati, avrà il compito di indagare sulle cause del disastro e cercare ulteriori responsabilità relative all’incidente. Tra i compiti, in particolare, ci sarà l’analisi delle circostanze della collisione, delle comunicazioni radio tra soggetti pubblici e privati prima e dopo l’incidente, dei tracciati radar e delle rilevazioni satellitari relative alla zona marittima attorno al porto di Livorno. Saranno esaminati anche i soccorsi in mare e i motivi del mancato coordinamento nella gestione del soccorso delle vittime. Infine, si cercheranno eventuali correlazioni tra l’incidente e traffici illegali di armi, combustibili o rifiuti tossici avvenuti nella rada di Livorno in quegli anni.

La commissione accerterà l’ipotesi della presenza di una terza nave

Il capogruppo del Pd in commissione Ambiente, Marco Simiani, nella sua dichiarazione di voto ha ricordato che «sulla strage della Moby Prince rimangono a oggi troppi misteri, ma nessun colpevole». Il vicepresidente della commissione d’inchiesta Pietro Pittalis, Forza Italia, ha sottolineato l’importanza della sua istituzione «per approfondire ancora quegli aspetti che debbono essere accertati, soprattutto quell’ipotesi di presenza di una terza unità navale che, allo stato, non è ancora stata identificata con certezza e che avrebbe determinato la collisione tra il traghetto Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo, avvenuta all’interno dell’area di divieto di ancoraggio».

Le associazioni delle vittime: «Dopo 32 anni abbiamo possibilità di arrivare alla verità»

«Fin dall’inizio di questa legislatura ci siamo rivolti a tutte le forze politiche presenti in parlamento per chiedere di completare il lavoro interrotto a causa dello scioglimento anticipato delle Camere l’anno scorso», hanno dichiarato in una nota le associazioni dei familiari delle vittime della Moby Prince, «il parlamento ha ascoltato le richieste delle nostre associazioni e adesso, dopo più di 32 anni, abbiamo la possibilità di arrivare alla verità sulle cause del più grande disastro della marineria italiana nel quale persero la vita 140 persone». «Ringraziamo tutti i gruppi parlamentari e il presidente Fontana per essere arrivati a questo traguardo», hanno sottolineato i presidenti delle associazioni Luchino Chessa (Associazione 10 Aprile-Familiari Vittime Moby Prince) e Nicola Rosetti (Associazione 140).

I giochi delle tre carte di Salvini, il peggiore dei populisti

Matteo Salvini ha capito da tempo una cosa fondamentale per chi fa politica: può dire tutto e il contrario di tutto, tanto nessuno mai gli chiederà conto delle sue contraddizioni, se non qualche giornalista pignolo la cui voce però si perde nel coro della miriade di quelli cui dà del tu. Da allievo prediletto di Silvio Berlusconi, che proprio il giorno delle finte nozze con Marta Fascina (a proposito, si hanno di lei notizie?) lo incoronò suo erede politico, ha imparato che spararla grossa paga subito e in contanti. La verità invece è una cambiale dilazionata nel tempo, così che spesso ci si dimentica di incassarla. Forte del consenso che ne deriva, il capo della Lega è diventato il più populista tra i leader presenti sulla scena: riesce sempre a trasfigurare la realtà a suo vantaggio, a trasformare la sconfitta in un successo anche quando l’evidenza dimostra il contrario. Un mago della propaganda insomma, aiutato in questo dal fatto che, siccome in Italia si vota praticamente ogni anno per qualcosa, sguazza nel permanente clima da campagna elettorale come i pesci nello stagno.

Salvini voleva la flat tax per tutti, è arrivata giusto una limatina

La sua vicenda politica è piena di esempi, ma anche restando all’oggi c’è l’imbarazzo della scelta. Voleva mandare le persone in pensione prima, e aveva fatto della legge Fornero lo spauracchio contro cui sollevare le piazze. Risultato della manovra appena licenziata: in pensione ci si andrà dopo. Voleva la flat tax per tutti, gli hanno dato il contentino di una riforma fiscale che, ben lungi dal rinnegare la progressività, riduce le aliquote a tre. Una limatina, giusto per dire di aver fatto qualcosa.

I giochi delle tre carte di Salvini, il peggiore dei populisti
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il Ponte sullo Stretto di Messina? Rimandando tutto al 2025

Voleva i soldi per il Ponte sullo Stretto di Messina, l’altro suo grande cavallo di battaglia: glieli hanno messi sulla carta rimandando tutto al 2025, abbastanza per dirottarli su qualche altra posta di bilancio. Infatti Salvini, che ha fiutato l’inganno, ha subito buttato la palla in tribuna. Tutto: strade, autostrade e ponti, sarà pronto per il 2032. Anno dove lui conta di esserci per cantare vittoria, il mondo se si va avanti di guerra in guerra non si sa.

Sul canone Rai la differenza la metterà il fisco, cioè sempre i contribuenti

Da ultimo, ulteriore pennellata a coprire la sua sicumera, la grottesca questione del canone Rai. Si sa che il leader del Carroccio, convinto che la televisione pubblica sia terreno dove la sinistra ha sempre scorrazzato a piacimento, voleva abolirlo. Il governo non lo ha fatto, ma lo ha ridotto di 20 euro, per paradosso nel momento in cui la destra fin qui reietta sta dilagando in ogni anfratto di Viale Mazzini. Gli italiani dunque pagheranno di meno? No, semplicemente la differenza la metterà il fisco, cioè i contribuenti, cioè coloro che già pagano il canone. Ma c’è da giurare che Salvini si intesterà questo giochino delle tre carte come una fulgida vittoria.

Sondaggi politici, calano tutti i partiti maggiori: esultano Azione e Avs

Secondo l’ultima rilevazione Swg per il Tg La7, in sette giorni tutti i partiti maggiori hanno subito in calo nelle intenzioni di voto degli italiani. Per Fratelli d’Italia, sempre saldamente in prima posizione, la quota del 30 per cento si fa sempre più lontana. Il partito della premier Giorgia Meloni, nel giorno in cui ha presentato la manovra approvata in Cdm, ha subito un calo dello 0,3 per cento, scivolando a quota 27,4. Resta ampio il divario dal Pd. I dem guidati da Elly Schlein non vanno oltre il 19,6 per cento, scendendo rispetto a una settimana prima dello 0,2. Il distacco resta di poco meno di 8 punti.

Sondaggi politici, calano tutti i partiti maggiori esultano Azione e Avs
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Il Movimento 5 stelle ha perso quasi mezzo punto

Tra i partiti maggiori, chi ha perso di più è stato il Movimento 5 stelle. Giuseppe Conte ha visto scivolare il suo partito dello 0,4 per cento, fino al 16,1: tra le opposizioni, è il calo più grande. La Lega e Forza Italia, invece, restano praticamente stabili. Il Carroccio guidato da Matteo Salvini ha ceduto soltanto lo 0,1 per cento ed è rimasto sopra la soglia del 10 per cento, al 10,2. Stabile, invece, il partito di Antonio Tajani, che resta al 6,4 per cento, come sette giorni fa.

Sondaggi politici, calano tutti i partiti maggiori esultano Azione e Avs
I tre leader di centrodestra, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Esulta Calenda: Azione supera il 4 per cento

A guadagnare sono, invece, i partiti minori. Soprattutto Azione di Carlo Calenda. Con un aumento dello 0,3 per cento, il partito dell’ex ministro raggiunge quota 4 per cento. E con una crescita identica, +0,3, anche Alleanza Verdi e Sinistra può esultare: adesso è al 3,6 per cento. Resta dietro Italia Viva, che nonostante la rielezione di Matteo Renzi resta fermo al 2,5 per cento. Stessa percentuale di +Europa, che rispetto a una settimana fa ha guadagnato lo 0,1. Sale ancora L’Italia con Paragone, ora all’1,8 con una crescita dello 0,1. Guadagna lo 0,2, infine, Noi Moderati, che tocca l’1 per cento.

Giambruno: «Io e Giorgia Meloni magari siamo già sposati»

Andrea Giambruno, giornalista e compagno della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha fatto il punto sul suo primo anno da first gentleman, in un’intervista esclusiva a Chi. Il conduttore di Diario del giorno, striscia quotidiana in onda su Rete4, ne ha approfittato per ribattere ad alcune critiche che gli sono piovute addosso nel corso degli ultimi mesi. E ha parlato anche di matrimonio: «Finché ce lo chiederanno, io e Giorgia non ci sposeremo. Lo faremo quando ci andrà. Oppure ci siamo già sposati e non l’abbiamo detto a nessuno. Questo anello un po’ vistoso che porto all’anulare? Mi piace così. Ho il cuore gitano io».

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Giambruno: «Non ricevo ordini da nessuno»

La parte centrale dell’intervista è quella sulle critiche ricevute. Giambruno ha dichiarato: «Più mi criticano e più resto qui a fare il mio lavoro. Faccio il giornalista, so fare solo questo. E non ricevo consigli né ordini da nessuno. Se poi alcuni colleghi in malafede pensano che io prenda ordini da Giorgia, sono fatti loro. Sono libero e la mia compagna non si sognerebbe mai di intromettersi in quello che faccio. Anzi, ho trovato sgradevole che le chiedessero di commentare le mie parole in una conferenza stampa a Palazzo Chigi. Ha altro da fare. Solo pensare che se vado in onda sui migranti io mi consulti prima con lei… Via, è in malafede chi dice queste cose».

Giambruno «Io e Giorgia Meloni Magari siamo già sposati»
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Sul look: «Il ciuffo? Aumenterà con gli ascolti»

Il giornalista ha parlato anche di chi lo critica per il suo look. Giambruno, nel rispedire al mittente ogni attacco, ha chiesto sarcasticamente: «È vietato avere i denti bianchi e i capelli folti?». Poi ha proseguito: «Ho 42 anni e non li perdo. Devo nascondermi? Anzi, me li faccio crescere appositamente. C’è un’invidia in giro ragazzi… Incredibile. Il mio ciuffo aumenterà con gli ascolti!».

Mimit, 30 mila punti vendita per il trimestre anti inflazione

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, ha rivendicato «una politica generale per il potere d’acquisto all’interno della quale il trimestre anti inflazione si inserisce come strumento decisivo nel contrasto al caro vita». In una nota il Mimit ha spiegato che «attualmente vi hanno aderito quasi 30 mila punti vendita in tutta Italia, tutti consultabili su mimit.gov.it/anti-inflazione».

Lombardia, Lazio e Piemonte in testa a livello di adesioni

Le Regioni con il maggior numero di adesioni sono Lombardia con 4.298 punti vendita, Lazio con 2.841 e Piemonte con 2.550 . Il totale delle aziende dell’industria alimentare e dei beni a largo consumo aderenti sul territorio nazionale è in costante aggiornamento. Ad oggi hanno aderito al patto grandi marchi italiani e internazionali tra cui Zuegg, Ferrero, Beiersdorf (Nivea, Nivea men, Hansaplast), Molini Bongiovanni, Bolton Food spa (Riomare), SC Johnson srl (Glade, Oust, Pronto, Duck, Mr Muscle, Shout, Raid, Baygon, Off, Autan), Orogel, Spumador (acqua Recoaro), Mondelez (Oreo, TUC, Ritz, Milka, Philadelphia, Toblerone), Savenzia Fromage & dairy Italia S.p.a., (Camoscio d’oro), Mutti, Inalca (Manzotin e Montana – carne in scatola), CSI (Compagnia Surgelati Italiana ha Findus, Capitan Findus, Sofficini, Carletto, 4salti in padella e Green Cusine), Mare Aperto Foods (tonno in scatola) e Danone.