Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario

C’è una lettera d’amore e c’è un assegno. Quando Banco Bpm ha proposto a Monte dei Paschi una fusione «tra pari» – nessun premio, nessun contante, solo la promessa di un polo da 50 miliardi – Carlo Messina ha rovesciato il tavolo in 24 ore. Intesa ha lanciato un’Opas da 30,6 miliardi, con premio e un euro cash a titolo.

«La loro è una lettera d’amore, la nostra è un’offerta vera», ha detto l’ad. Brutale, ma vero: una fusione tra pari non mette un euro nelle tasche dell’azionista oggi, un’Opas con premio sì.

Lo schema ormai è noto: Intesa si tiene Mediobanca e il 13,2 per cento di Generali (di cui ha approvato in chiave difensiva anche l’acquisto del 3 per cento), gira a Unipol e Bper il retail di Siena, 635 sportelli che diventano il terzo polo italiano. Bene, ma non è finita. Perché lo spezzatino di Mps è solo il trailer: il film vero comincia dopo.

Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio.

Scenario uno: Intesa si prende Generali davvero

Col 13 per cento non si governa nulla, e Messina lo sa: per questo ripete che la sua è «solo una partecipazione». Ma è il primo passo di una scommessa molto più grande. Oggi su Generali pesano due azionisti che valgono quanto e più di Mediobanca: Delfin, la holding dei Del Vecchio, al 10,15 per cento, e Caltagirone al 6,32 per cento. Anche se non comandano, insieme possiedono una partecipazione imprescindibile per chiunque puntasse a prendersi il Leone. Se Intesa, oltre che la quota in Mediobanca, rilevasse quelle di Delfin e Caltagirone, allora smetterebbe di essere un socio, diventando il padrone. A quel punto governerebbe Generali, e l’asse banca-assicurazione-risparmio gestito non sarebbe più uno slogan, ma un colosso mondiale vero, l’unico campione globale che l’Italia avrebbe la forza di esprimere. È costoso, servono altri miliardi sul tavolo.

Ma è qui – non nello spezzatino di Siena – che si decide se Intesa gioca per il primato europeo o resta una grande banca nazionale. E Delfin e Caltagirone? Monetizzano una posizione che, una volta arrivata Intesa, in termini di potere conterebbe di meno. Vendono in alto, incassano, e liberano capitale per le loro partite. Tutti, in questa mossa, troverebbero un tornaconto. È il classico nodo che si scioglie quando arriva qualcuno con i contanti e la visione.

E cosa sblocca, davvero, governare Generali? Un gruppo che mette insieme una grande banca commerciale, il primo assicuratore italiano con presenze pesanti in Francia, Germania e Mitteleuropa, e una macchina del risparmio gestito da centinaia di miliardi. Non un campione «anche all’estero», ma un campione che all’estero ci vive già, con i piedi dentro tre o quattro mercati continentali. È l’unico schema con cui l’Italia può sedersi al tavolo dei grandi senza chiedere permesso. Tutto il resto – gli sportelli, i premi, le filiali contese – è tattica. Questa è strategia. E si gioca su un orizzonte di anni, non di mesi: prima Mps-Mediobanca, poi la lenta scalata al capitale di Trieste, un mattone alla volta, finché il 13 per cento di oggi non diventa la maggioranza relativa che comanda.

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Carlo Messina, ceo Intesa Sanpaolo (Imagoeconomica).

Scenario due: il terzo polo deve correre, e i francesi fanno la posta

Dall’altra parte del tavolo, il polo Bper-Mps nasce con 2.600 sportelli e 170 miliardi di impieghi. Numeri da terzo gruppo italiano, ma con un mandato chiaro dagli azionisti di Unipol: non un trofeo che brucia cassa e taglia dividendi, bensì massa, solidità, crescita rapida. Il retail di Siena è solo il carburante. Il regista che tutti indicano, tra smentite e mezze ammissioni, è Alberto Nagel, l’uomo con il peso per far crescere ancora la creatura.

E qui entra Banco Bpm, il quarto incomodo. Castagna ha mosso d’anticipo e si è ritrovato scavalcato. La sua proposta senza contanti non regge un assegno con premio. Se Siena sceglie Intesa, a Bpm resterebbe solo il rilancio: con quali soldi, però?

Da sola non ha la potenza di fuoco. L’unico portafogli capace è quello di Crédit Agricole, già al 23 per cento e autorizzata a salire fino al 29,9. Ma attenzione: i francesi sono attentissimi al bilancio. Più che combattere una guerra cash, preferirebbero monetizzare, cedere il controllo di Bpm, prendersi un blocco pregiato di sportelli e diventare di fatto il quarto gruppo italiano senza dissanguarsi. E un terzo polo Bper-Mps in piena corsa sarebbe il compratore naturale di quel che resta. I francesi sarebbero interessati a vendere, Nagel a comprare. Ecco come, in un paio d’anni, la mappa si chiuderebbe su tre poli – Intesa, UniCredit, Bper-Mps – con la Francia che incasserebbe togliendosi così dal campo italiano alle sue condizioni.

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Alberto Nagel (Ansa).

Scenario tre: Castagna o paga o diventa preda

Diciamolo senza giri di parole. La sorte di Banco Bpm è segnata: non oggi, ma a breve.

Castagna ha due sole strade: o si muove subito e tira fuori i soldi per comprare qualcuno – un’acquisizione che lo rimetta al centro come regista e non come oggetto. Oppure resta fermo, e diventa la preda che chiude il risiko: assorbito dal terzo polo o consegnato del tutto ai francesi.

Ha ceduto leve strategiche ad Agricole per restare indipendente, e rischia di ritrovarsi senza preda e senza autonomia. Il tempo gioca contro di lui.

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Giuseppe Castagna, ceo Banco Bpm (Imagoeconomica).

La cornice: o l’Europa o niente

Ma alziamo un attimo lo sguardo dall’Italia. Mentre a Siena si combatte, UniCredit ha già superato il 34 per cento di Commerzbank: Orcel non gioca in casa, gioca in Europa. E ha capito prima di tutti dove sta il futuro.

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Andrea Orcel, ceo di UniCredit (Imagoeconomica).

C’è un dato che dovrebbe toglierci il sonno: nella classifica mondiale delle banche per capitalizzazione comandano americani e cinesi. JPMorgan da sola vale oltre 800 miliardi di dollari.

Nessuna banca dell’Eurozona – nemmeno Santander, la più grande del continente – è ai vertici. Nessuna. È la sindrome della Serie A: un tempo il campionato più bello del mondo, oggi scivolato dietro tutti. Stessa parabola, se non si cambia passo. E il consolidamento, da solo, non basta. Il nemico è la frammentazione: 27 mercati, 27 diritti, 27 pozze di capitale.

Se compro casa in Spagna non posso chiedere un mutuo in Finlandia, perché la banca non saprebbe come recuperare su un immobile spagnolo. La startup europea pesca in una pozza, quella americana nuota in un oceano. Così i nostri risparmi finanziano la crescita di Wall Street invece della nostra. Serve l’unione bancaria – ferma da anni sulla garanzia comune dei depositi che i tedeschi non vogliono – e quella dei capitali. E poiché armonizzare 27 codici è impresa secolare, la via realistica è un “ventottesimo regime”: una corsia europea opzionale che scavalchi i sistemi nazionali. Non si tratta di smontare i recinti, ma di costruirci sopra un’autostrada. Ecco perché la partita di Messina su Generali non è un dettaglio italiano. È il tentativo di costruire l’unico colosso mondiale che possiamo permetterci. Riesca o no, la domanda resta una sola: l’Europa avrà il coraggio di costruire il campo da gioco su cui i suoi campioni possano finalmente crescere? O continueremo a fonderci tra di noi – banche un po’ più grandi ma prigioniere di mercati troppo piccoli – finché qualcuno da fuori non verrà a comprarci tutti?