Il racconto dell'ultima telefonata di Michela Murgia al suo medico, il dottor Fabio Calabrò, poche ore prima del decesso: "Quella telefonata, poche ora prima di morire, è stato il suo modo di affermare ancora una volta la sua libertà: ora ho finito, posso andare". Continua a leggere
Addio al sociologo Francesco Alberoni, morto all’età di 93 anni a Milano. Da alcuni giorni era ricoverato all’Ospedale Maggiore per una complicazione sopraggiunta durante una terapia alla quale era sottoposto per problemi renali. Nella sua lunga carriera ha indagato i movimenti collettivi e le comunicazioni di massa, i fenomeni migratori e la partecipazione politica, ma soprattutto i processi amorosi.
Francesco Alberoni, scomparso a 93 anni (Imagoeconomica).
Il successo di Innamoramento e amore, uscito nel 1979
Nato in provincia di Piacenza il 31 dicembre del 1929, fin dall’inizio della carriera aveva volto lo sguardo ai fenomeni sociali e di costume, studiando i cambiamenti del Paese. Nel 1958 aveva pubblicato L’integrazione dell’immigrato nella società industriale e nel 1964, anno in cui diventò docente di sociologia all’università di Milano, Consumi e società. Nel 1979 aveva dato alle stampe il saggio Innamoramento e amore, bestseller da un milione di copie tradotto in 25 lingue, in cui analizzava l’innamoramento come un processo in cui due individui si ribellano ai loro legami precedenti dando origine a una nuova comunità. Tra le sue opere più celebri ci sono poi L’erotismo; L’arte del comando; Sesso e amore; Leader e masse; Lezioni d’amore; L’arte di amare. Il grande amore erotico che dura. Ma anche Movimento e istituzione; L’élite senza potere: ricerca sociologica sul divismo: L’Italia in trasformazione.
Francesco Alberoni e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Dal 1982 al 2011 ha avuto un rubrica sul Corriere della Sera
Membro del consiglio di amministrazione e consigliere anziano facente veci di presidente della Rai nel 2005, Albertoni è stato anche editorialista del Corriere della Sera, che dal 1982 al 2011 ogni lunedì ha ospitato in prima pagina una sua rubrica intitolata Pubblico e privato. Come accademico, Alberoni è stato – oltre che docente – anche rettore dell’Università di Trento dal 1968 al 1970 e della Iulm dal 1997 al 2001. Nel 2019, si era candidato alle Europee con Fratelli d’Italia: ottenne 5.220 voti e non fu eletto.
È morta domenica 13 agosto Valentina Soster, 62 anni, per trent’anni mente creativa del gruppo Benetton per la linea 0-12. Titolare di Camelia Bakery, situata nel centro storico della città, aveva scoperto la malattia alcuni anni fa, come riportato da Il Corriere del Veneto, affrontandola un giorno dopo l’altro e raccontandola anche sui social. Per le cure aveva scelto un centro oncologico europeo: «Le persone sono qui per guarire o stare meglio, non perché sono malate. Ed è qui la differenza di approccio ed è qui che la paura ti passa».
Dopo la lunga esperienza con il gruppo Benetton per la linea 0-12, nel 2011, ha fondato la casa editrice Biancopanna. Nello stesso periodo ha pubblicato due libri, Mille stelle per Aurelia e London Mood, fashion book ideato proprio per le bambine dai sei ai dodici anni. Nell’ottobre 2015, la svolta: Valentina Soster apre Camelia Bakery, considerato un piccolo gioiello della pasticceria trevigiana. Dopo il primo negozio specializzato in cupcake, è nato a seguire il secondo punto all’interno del negozio Coin, in corso del Popolo. Numerosi i messaggi di cordoglio sui social, che la ricordano come una donna solare, vivace e amante della sua città.
«Ci manchi». Un pensiero condiviso sui social e un pensiero dedicato sui Navigli, a Milano: l’artista Cristina Donati Mayer ha postato su Facebook la foto del murale realizzato come omaggio alla scrittrice Michela Murgia, scomparsa il 10 agosto a soli 51 anni. Nell’opera si legge la frase: «A Michela Murgia. Vogliamo piacerci, non compiacervi» dipinta assieme all’immagine della scrittrice che indossa un vestito colorato con un lungo strascico e un turbante verde.
Realizzato sull’alzaia Naviglio Grande, il murale dall’artista Cristina Donati Mayer, ha sin da subito attirato l’attenzione dei passanti. L’ARTivista, come si definisce lei stessa, con le sue opere denuncia da tempo problemi sociali, trattando temi forti come l’immigrazione, il razzismo, l’ambiente, la violenza sulle donne. Tra le sue performance più famose La morte della sposa del 2013, in cui è rimasta appesa in abito da sposa a Porta Romana per rappresentare le vittime di femminicidio. Nel 2018, sempre a Milano, aveva realizzato il murale che ritrae Roberto Saviano con la frase: «Sogno di un ministro in una notte di mezza estate».
Il marito e i figli di Michela Murgia hanno difeso Roberto Saviano dagli attacchi di alcuni giornali di destra, parlando del rapporto fraterno tra i due. Continua a leggere
Lo scrittore racconta l'amica e collega scomparsa lo scorso 10 agosto nel giorno dei suoi "funerali politici", come li ha voluti definire. Continua a leggere
Il critico, scrittore e professore universitario Alessandro Giammei, figlio d'anima e curatore dell'opera di Michela Murgia ha detto che ci sono inediti della scrittrice che saranno pubblicati. Continua a leggere
Michela Murgia ha scelto di fare testamento come atto politico per tutelare la sua famiglia queer. La casa romana ai figli d'anima, mentre uno di loro, Alessandro Giammei, gestirà invece la curatela degli scritti, editi e inediti. "Tutto il mio armadio a Chiara Tagliaferri, Patrizia Renzi avrà il patrimonio di gioielli e bigiotteria", dichiarò. Continua a leggere
La richiesta di un “polo” autonomo crotonese si scontra con la decisione del Ministero della Cultura di unire Crotone a Sibari. La riorganizzazione del Mic procede spedita si mobilitano cittadini e associazioni. Continua a leggere
La scrittrice, drammaturga e attivista Michela Murgia è morta a 51 anni a seguito di un tumore al rene. La donna, autrice di Tre ciotole, aveva smesso di curarsi e si era sposata. Continua a leggere
L'ex busker diventato famoso grazie al gatto Bob non può più pagare il mutuo della casa e rischia di ritrovarsi per strada, almeno per un po' di tempo. Continua a leggere
Un progetto diffuso per incontrare, vedere e ascoltare l’arte. È Art Beats, promosso dal Settore Musei Civici di Bologna e da Aeb Industriale, azienda del settore dell’audio professionale, in programma il 16 e 17 settembre 2023 in varie sedi, con ingresso gratuito.
Musei Civici aperti e sette installazioni sonore
I visitatori potranno accedere a sette sedi museali selezionate tra tutte e sei le aree disciplinari in cui si articola il Settore Musei Civici, negli orari di apertura: Museo Civico Archeologico, Museo Civico Medievale, Collezioni Comunali d’Arte, MAMbo – Museo d’Arte Moderna, Museo internazionale e biblioteca della musica, Museo del Patrimonio Industriale, Museo civico del Risorgimento. Oltre che alla visione e al dialogo con l’arte, il pubblico sarà invitato all’ascolto di sette installazioni sonore, ognuna ispirata alle collezioni del museo associato, commissionate da Aeb Industriale ad altrettanti compositori e musicisti, esponenti della poliedrica scena artistica bolognese. La suggestione visiva di questi sette luoghi di cultura della città si trasformerà così in note musicali per offrire una coinvolgente esperienza immersiva ai visitatori. Attraverso la creazione di un Qr Code, ogni composizione resterà a disposizione del museo associato in via permanente per permettere a tutti gli interessati di scaricarle in occasione della loro visita.
Sulla Verde Collina di Bayreuth soffiano venti tempestosi. E non sono quelli così genialmente descritti in musica da Richard Wagner nel Preludio dell’opera La Valchiria, prima giornata dell’Anello del Nibelungo.
Intorno al teatro che re Ludwig di Baviera fece costruire per il suo compositore prediletto, e che questi progettò come funzionale scrigno della sua rivoluzionaria drammaturgia, i sussurri polemici sono ormai folate impetuose. Il festival operistico più prestigioso e forse più antico del mondo, fondato da Wagner nel 1876 e sempre esclusivamente dedicato alle sue opere (un evento che ne ha fatto l’epicentro del fenomeno planetario chiamato wagnerismo), fra pochi mesi potrebbe conoscere un cambiamento senza precedenti, la nomina di un direttore artistico che non appartiene alla famiglia del compositore. Un caso mai accaduto in 147 anni.
Wagner e la linea dinastica della rassegna di Bayreuth
La linea dinastica della rassegna di Bayreuth è tutto sommato semplice: dopo la morte di Wagner, avvenuta a Venezia il 13 febbraio 1883, il festival proseguì fino all’inizio del Novecento sotto la supervisione della vedova, Cosima Wagner nata Liszt, e quindi, a partire dal 1908, fu diretto dall’unico figlio maschio del compositore, Siegfried, che morì 61enne nel 1930. Dopo di lui, e mentre il nazismo saliva al potere, le redini passarono alla sua vedova, Winifred, di origine inglese, figlia adottiva di un pianista tedesco, nazista entusiasta, antisemita (come del resto l’illustre suocero e la moglie di lui) e amica personale di Adolf Hitler. Già prima, ma ancor più dopo la presa di potere, il dittatore era di casa nella villa chiamata Wahnfried (più o meno, “la pace dopo le illusioni”), che il compositore si era fatto costruire a poca distanza dal Festspielhaus e nel cui giardino è sepolto. Lì Hitler s’intratteneva con i due figli maschi di Siegfried e Winifred, Wieland e Wolfgang, allora adolescenti. Il Führer aveva un atteggiamento paterno, i due ragazzi secondo le storie di famiglia lo chiamavano zio Adolf. Dopo il 1945, la catastrofe bellica e il pesante coinvolgimento della famiglia Wagner nel nazismo sembravano postulare la fine del Festival di Bayreuth, che invece risorse nel 1951, affidato a Wieland e Wolfgang Wagner. Il primo – regista wagneriano di qualità – morì prematuramente nel 1966. Il secondo ha dominato il festival per oltre mezzo secolo con gestione incontrastata e autocratica, conclusasi nel 2008, all’età di 89 anni. Secondo logica ereditaria, la soluzione dopo il suo ritiro (preceduto da molte polemiche) è stata una “diarchia” formata delle sorellastre Eva e Katharina Wagner, figlie nate dai due matrimoni di Wolfgang, con una differenza di età fra loro di oltre 30 anni. La più giovane è Katharina, nata nel 1978 e diventata direttrice artistica unica del Festival di Bayreuth dal 2015.
Winifred Wagner, nuora di Richard Wagner, con il figlio Wieland e Hitler (Getty Images).
I contrasti tra Katharina, pronipote del Maestro e direttrice unica del Festival, e il consiglio
La pronipote di Richard Wagner, in proprio regista d’opera del genere “innovativo” dalla carriera non particolarmente brillante, nei mesi scorsi è entrata in rotta di collisione con il consiglio che sovrintende alla gestione economica del festival. Si tratta di un organismo composto dai rappresentanti dei principali finanziatori della rassegna, il ministero federale tedesco della Cultura, quello del Land della Baviera, la città di Bayreuth e l’associazione degli Amici del Festival, il cui delegato è attualmente il presidente. Occasione del contrasto, dietro al quale pare peraltro di capire esista una storia non breve di incomprensioni e di scarsa fiducia, la nuova e molto attesa produzione del Parsifalche ha inaugurato il festival lo scorso 25 luglio. Lo spettacolo reca la firma di Jay Scheib, 53enne regista americano di Shenandoah, Iowa, considerato una delle punte di diamante dell’innovazione teatrale (con un curriculum peraltro non particolarmente ricco nello specifico campo operistico), docente di Arti della Musica e del Teatro al prestigioso Massachusetts Institute of Technology. La caratteristica che più ha attirato l’attenzione dei media e la curiosità del pubblico è l’impiego durante la rappresentazione di tecnologie per la creazione di realtà aumentata, con l’utilizzo da parte di chi assiste di speciali visori. Di fatto, alla prima la realtà aumentata ha riguardato solo una parte degli spettatori: i presenti erano quasi 2 mila, i dispositivi necessari per questa fruizione poco più di 300. Il limite era stato deciso dal consiglio di gestione per motivi economici (si è parlato di un costo di 1.000 euro per visore) ed è stato letto dagli osservatori come un attacco diretto a Katharina Wagner e alle sue scelte artistiche, che ormai da parecchi anni sono nel mirino della parte più conservatrice non solo del pubblico ma soprattutto degli amministratori, rappresentata dagli Amici del Festival.
Katharina Wagner (Getty Images).
La difficoltà a riempire la sala e gli eccessi del Regietheater
Al contrasto specifico si è aggiunto un motivo di discussione nuovo e del tutto inedito per il festival wagneriano: a quanto pare, la leggendaria difficoltà di procurarsi i biglietti– anni di lista d’attesa a causa del perenne tutto esaurito – non esiste più. Anzi, ci sono spettacoli che non riempiono la sala. A differenza che in passato, adesso gli appassionati possono sperare di comperare i preziosi tagliandi al volo su Internet, registrandosi sul sito. Katharina Wagner non ha negato problemi, ma li ha addebitati a difficoltà organizzative, mentre autorevoli esponenti del mondo musicale tedesco, come ad esempio l’anziano ex sovrintendente dell’Opera di Vienna, Ioan Holender, hanno indicato una causa ben diversa: il pubblico sarebbe sempre più sconcertato dagli spettacoli che si vedono a Bayreuth e per questo sarebbe portato ad “astenersi”. Secondo questa tesi, la contrarietà agli eccessi del cosiddetto Regietheater – che pure vide la luce proprio nel teatro sulla Verde Collina, con l’innovativo Ring messo in scena nel 1976 da Patrice Chéreau – sarebbe passata dai discorsi più o meni accesi durante gli intervalli delle rappresentazioni, dalle contestazioni a fine spettacolo, dalle dispute sui social network, a una vera e propria forma di boicottaggio concreto. Al di là di quella che nel mondo dei melomani è ormai una vera e propria questione ideologica, i numeri a festival concluso diranno se la crisi dei biglietti è vera o solo presunta. Ma resta il fatto che il bilancio artistico di Katharina Wagner è tutt’altro che esaltante. E le sue scelte sono state spesso molto criticate specialmente per quanto riguarda la Tetralogia– costituita dalle opere L’oro del Reno, La Valchiria, Sigfrido e Il crepuscolo degli dèi, che sono affidate unitariamente alla stessa squadra teatrale e musicale. Il tema è centrale: il teatro di Bayreuth nacque proprio per realizzare la rappresentazione ravvicinata e coerente delle quattro opere che costituiscono L’anello del Nibelungo. Già nel 2013 un enorme clamore era stato suscitato dalla regia del tedesco Frank Castorf, oggi 72 anni, direttore per oltre un ventennio della Volksbühne di Berlino, invitato dalla pronipote di Wagner a “re-immaginare” l’epico ciclo dei Nibelunghi. Ne era uscito uno spettacolo in cui l’oro causa di tutto diventava petrolio e la storia si svolgeva fra il Texas e il Mar Caspio. Titolo della recensione pubblicata dal New York Times: “Le figlie del Reno della Route 66”. Allora, peraltro, solo l’autorevolezza del direttore d’orchestra Kirill Petrenko, debuttante a Bayreuth (è l’attuale direttore stabile dei Berliner, e averlo chiamato va a merito di Katharina Wagner), aveva bloccato il regista, che voleva mettere le mani sul testo poetico-musicale e inserire nella rappresentazione brani di altri compositori. Come aveva commentato il critico Anthony Tommasini, «chi si lamenta dello spettacolo pensi che poteva andare peggio».
Il teatro di Bayreuth (Getty Images).
Allestimenti criticati e prezzi dei biglietti esorbitanti
Il Ring successivo è quello pure molto controverso tuttora in produzione, firmato dal 34enne austriaco Valentin Schwarz, che doveva debuttare nel 2020 ma è stato bloccato per un anno dal Covid. Qui il racconto mitico e allegorico di Wagner, popolato di dei e guerrieri, nani e giganti, misteriose fanciulle che vivono nelle profondità del Reno, uccellini parlanti e draghi che sputano fuoco sparisce a favore di un immaginario legato alla più stretta attualità, con la rappresentazione di una fatua società con l’orrore di invecchiare. E la parabola sul potere e sull’oro causa di ogni male diventa eco della cronaca peggiore: l’anello che tutti bramano è in realtà un bambino rapito. Nessun elemento magico, assente la Natura. È questo allestimento che a quanto pare fatica a trovare chi compri i biglietti. Una tendenza nella quale l’aumento dei prezzi deve anche avere il suo ruolo: adesso i posti migliori nello scomodo ma carismatico anfiteatro wagneriano costano intorno ai 450 euro ciascuno. Quanto al Parsifal inaugurale di quest’anno, secondo l’Associated Press è stato contestato dal 5-10 per cento del pubblico e alla fine applaudito per un quarto d’ora, che per le abitudini tedesche non è neanche molto. Si sa che Wagner amava e inseguiva gli effetti speciali e rivoluzionò anche il modo di inscenare l’opera e di assistervi (oggi – solo per dire – il buio in sala è ovvio, ma quando il compositore tedesco lo impose nel 1876 era una novità assoluta), ma le prime recensioni sembrano revocare in dubbio che la realtà aumentata sia un elemento utile a rileggere questo complesso “dramma sacro”. La minuziosa descrizione che ne abbiamo letto lascia in effetti un po’ interdetti. Figure evanescenti che si dissolvono in fiamme, armi che fluttuano nell’aria, teschi sorridenti, immagini di uccelli o altri animali…Pare di capire che anche senza costosi visori (per il pubblico pagante, un centinaio di euro oltre al prezzo del biglietto) non si perda poi granché.
L’apertura del Festival di Bayeruth nel 2007 (Getty Images).
Katharina Wagner può anche vantare notevoli successi, naturalmente, come ad esempio i magnifici Maestri cantori di Norimberga in scena nel 2017 con la regia dell’innovativo regista australiano Barrie Kosky. Uno spettacolo che è piaciuto a tutti, ambientato all’inizio nella villa di Wagner e nell’ultimo atto nella cornice del processo di Norimberga. A dimostrazione che il teatro di regia non è negativo in quanto tale: quando funziona diventa rivelatorio molto più di uno spettacolo tradizionale. In ogni caso, il destino della direttrice artistica del teatro sulla Verde Collina si deciderà nei prossimi mesi. Secondo varie fonti tedesche, l’impegno finanziario degli Amici del Festival sarebbe destinato a ridursi, lasciando spazio a maggiori contributi da parte del libero Stato di Baviera, il cui ministro della Cultura sostiene la linea della continuità. Lei si proclama disposta a lasciare senza problemi, se necessario, ma intanto rilancia, parla della necessità di un lavoro massiccio sul marketing, di un’organizzazione diversa, di realizzare nel 2026 – a 150 anni dall’inaugurazione – la prima rappresentazione a Bayreuth del Rienzi, finora sempre escluso – come tutte le opere giovanili – dal “canone” del festival. Resta il fatto che pesa ancora la rottura con uno dei maggiori specialisti wagneriani, il direttore d’orchestra Christian Thielemann, mentre la qualità degli spettacoli, regnante la pronipote di Wagner, è spesso, se non sempre una scommessa. Di sicuro, un direttore artistico che dura più di 15 anni è una rarità dappertutto. Ma Bayreuth resta un altro mondo.
Dialogare con il passato e trarne ispirazione per creare nuove forme d’arte. È quello che accade nei lavori di Fabio Viale ospitate all’aeroporto di Malpensa, nelle opere di Claudio Palmieri esposte a Naxos e nella mostra di Matisse al Man di Nuoro. Lettera43 vi accompagna in questo viaggio nel tempo tutto agostano.
I marmi tatuati di Fabio Viale a Malpensa
Sono tatuati, i marmi di Fabio Viale, ospitati alla Porta di Milano, al terminal 1 di Malpensa. Dal buio profondo della sala, così diversa dagli altri ambienti dell’aeroporto, risaltano le opere monumentali dell’artista che fonde mitologia, memoria e linguaggi contemporanei. Nella mostra Monumentum lo scultore cuneese cita icone che vanno dalla Venere di Milo al gruppo ellenistico di Laocoonte, dall’antico Torso Belvedere al David di Michelangelo. Tutti tatuati, appunto, con motivi orientali o come i rapper. E la Mano, che riproduce l’arto di una statua romana di grandi dimensioni, è “disegnata” da scarabei e teschi, che rientrano nel vasto repertorio figurativo criminale. È un’opera in cui si incontrano il passato e il presente, la monumentalità classica, sinonimo di armonia, e un vocabolario attuale, che comunica invece minaccia, aggressività, controllo, sete di potere. (www.malpensanews.it Ingresso libero. Fino al primo settembre).
Un faccia a faccia spettacolare tra contemporaneo e rovine archeologiche? A Naxos, Taormina, con le opere di Claudio Palmieri. Che con 19 fra sculture e installazioni ripropone 36 anni di sperimentazione su una materia lavorata fino a ricordare rinvenimenti fossili e lontane ere geologiche. L’artista romano, che si forma guardando al Futurismo per poi accostarsi all’Informale, è anche pittore e fotografo. I pezzi esposti nella radura davanti al Museo per la rassegnaPieghe del tempo dialogano con il parco archeologico, che testimonia la prima colonia greca fondata in Sicilia nel 734 a.C.. Il metallo di Architettura naturale, con la sommità accartocciata su due lunghissimi steli, ha una struttura stilizzata che rimanda al volo di un animale senza tempo. I colori virano dall’oro al verde, passando per il blu cobalto, ma mentre il tipo di patina è assolutamente moderno, i toni richiamano quelli dei minerali, come in un confronto continuo fra l’oggi e un passato remoto. (www.parconaxostaormina.com Fino al 30 settembre).
A Nuoro le Metamorfosi di Matisse scultore
Un volto diverso, quello che di Matisse offre il Museo Man di Nuoro. Pensando all’artista vengono subito in mente i quadri con colori vivaci, figure appiattite e contorni marcati. Ma nella rassegna Metamorfosi sono esposte le sculture, che consentono di ripercorrere la ricerca formale che il francese conduce soprattutto sul corpo umano, in rapporto con lo spazio e il tempo. Il Nudo disteso, che riprende l’’iconografia classica femminile, è un esempio della sintesi a cui giunge l’esponente dell’avanguardia Fauves: fianchi abbondanti, forme generose, restituite attraverso superfici non sempre levigate, sono al tempo stesso frutto di stilizzazione e di uno sguardo alla plastica arcaica, con donne dal volto non definito. (www.museoman.it Fino al 12 novembre).
A partire dal 2 novembre 2023 la National Portrait Gallery esporrà la mostra "David Hockney: Drawing from Life" con i ritratti del pittore più famoso al mondo, compreso quello di Harry Styles. Continua a leggere
Ha scelto il suo profilo Twitter, Maurizio Mannoni, per confermare la notizia e pubblicare il suo sfogo: «Cari amici, non che la notizia sia di particolare interesse, me ne rendo conto… ma dal momento che molte persone si domandano se tornerò alla conduzione di Linea Notte, ebbene la risposta purtroppo è no. La Rai non ha trovato il modo di farmi fare un’ultima stagione».
Cari amici, non che la notizia sia di particolare interesse, me ne rendo conto… ma dal momento che molte persone si domandano se tornerò alla conduzione di Linea Notte, ebbene la risposta purtroppo è no . La Rai non ha trovato il modo di farmi fare un’ultima stagione .
«È stato bello percorrere questa lunghissima strada assieme»
Un mese fa il conduttore di Linea Notte su Rai3 aveva concluso la sua esperienza salutando il suo pubblico così: «È stato bello percorrere questa lunga strada, lunghissima, assieme… Magari qualcosa succederà o forse nulla. Su questo francamente non so cosa dirvi». E adesso qualcosa da dire lo ha trovato. Lanciato da Sandro Curzi, Maurizio Mannoni, classe 1957 originario di La Spezia, ha lavorato per anni al Tg3 e curato diversi programmi di informazione e di approfondimento giornalistico fra cui Ultimo minuto, Primo piano e Un giorno per sempre.
Il glorioso, secolare cinema Odeon di Milano ha chiuso per sempre le sue porte, al suo posto aprirà un centro commerciale di lusso. E ieri, per molti, che amano e vivono questa città, è stata una veglia per l’ultima proiezione. Il mio racconto di questa ultima, strana, onirica giornata. Continua a leggere
Ha quasi 100 anni, per la precisione 94, ma non arriverà a compiere un secolo di vita il cinema Odeon di Milano, a due passi da piazza del Duomo. La storica multisala con 10 sale di proiezione e oltre 2 mila posti a sedere, la prima della città, chiuderà i battenti da martedì 1 agosto 2023. Gli ultimi spettacoli sono quelli in programma oggi, 31 luglio, fino alle 22:45 (ora a cui inizierà l’ultima proiezione). È la fine di un’epoca perché la multisala è aperta, prima come teatro e poi come cinema, dal 1929 con la sua architettura unica in stile Art déco.
I milanesi già nostalgici: «Vengo qua da quando ero bambina»
Al suo posto nascerà un centro commerciale, anche se a pochi passi da lì c’è già La Rinascente. Nell’ultimo giorno di proiezioni i milanesi si sentono un po’ orfani dell’Odeon. Come Lorena, che ha 46 anni e parla di questo cinema con commozione prima di entrare a vedere il film Barbie: «A Milano e soprattutto in centro stanno chiudendo tutti i cinema, io vengo qua da quando ero bambina. I miei genitori mi portavano a vedere i cartoni animati della Disney e da grande ci sono sempre venuta con le amiche. Anche per Nicolas «è una bella botta la chiusura dell’Odeon. Quanti ricordi in queste sale e per cosa? Per l’ennesimo centro commerciale di cui non abbiamo bisogno».
La designazione dell’ex ad della Rai, Carlo Fuortes, come prossimo sovrintendente del San Carlo è una vittoria del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, resa possibile da un assist governativo. Tale appare il decreto che ai primi di maggio ha messo fuori gioco per motivi anagrafici Stéphane Lissner, il quale ha compiuto 70 anni lo scorso gennaio e decade dall’incarico a causa della sua età. Salvo l’esito del ricorso alla magistratura: udienza l’11 settembre. Fuortes, inizialmente in apparenza non interessato, si è fatto convincere nel giro di un paio di mesi e Manfredi ha potuto annunciare con toni trionfalistici il suo prossimo arrivo. Manca solo il decreto di nomina del ministro della Cultura, che non sembra in dubbio. Quasi generale l’apprezzamento per la designazione approvata dal Consiglio di indirizzo. Solo il rappresentante della Regione si è astenuto, ma per una posizione critica sulla gestione precedente, non ancora chiarita. L’unica nota di prudente attendismo è venuta quindi dai rappresentanti sindacali dei dipendenti della Fondazione del Teatro di San Carlo.
Stéphane Lissner (Getty Images).
Il braccio di ferro con il coro e l’orchestra dell’Opera di Roma e la rottura con Muti
La storia di Fuortes, 64 anni a settembre, è in effetti quella di un dirigente culturale che ha improntato le relazioni sindacali a un forte e spesso conflittuale decisionismo. Passato a dirigere l’Opera di Roma dopo una ultra-decennale gestione del Parco della Musica, il manager approdò su tutte le prime pagine ai primi di ottobre del 2014. Fu allora che il consiglio di indirizzo del Costanzi approvò la clamorosa e inedita strategia proposta dal sovrintendente, in carica da neanche un anno: licenziamento in tronco del coro e dell’orchestra, 180 persone in tutto, e passaggio all’esternalizzazione per queste funzioni. Decisione inevitabile, disse Fuortes, appoggiato dall’allora ministro della cultura Dario Franceschini, per cominciare a mettere ordine nei disastrati conti della Fondazione lirico-sinfonica romana che aveva un debito sopra i 30 milioni di euro e bilanci non in ordine. La decisione mandava un segnale molto forte a masse artistiche che avevano costellato l’estate romana (spettacoli a Caracalla) con ripetute iniziative sindacali di rottura, collegate a richieste soprattutto economiche, fino a incrinare il rapporto con Riccardo Muti, che sembrava destinato ad assumere un ruolo centrale nella programmazione e che invece se ne andò sbattendo la porta e rinunciando all’Aida inaugurale, prevista per la fine di novembre. L’atto di forza durò poco: un mese e mezzo dopo, i licenziamenti furono annullati sulla base di un accordo che vedeva gli stipendi di orchestrali e coristi ridotti in media del 5-10 per cento. Ma che poneva d’altro canto le basi per un forte aumento della produttività artistica.
Carlo Fuortes (Imagoeconomica).
La parentesi a Verona come commissario straordinario della Fondazione Arena
Un anno e mezzo più tardi, ad aprile del 2016, Franceschini avrebbe inviato Fuortes a Verona come commissario straordinario della Fondazione Arena sull’orlo della liquidazione, voluta dall’allora sindaco Flavio Tosi. In questo caso non furono annunciati licenziamenti: il piano-Fuortes (che rimase in carica solo sei mesi e a Verona si fece vedere un paio di volte) era basato sull’abolizione del corpo di ballo e sul taglio temporaneo delle retribuzioni dei dipendenti, ridotti al minimo da un’adeguata campagna di pensionamenti anticipati e agevolati. In pratica, fino alla fine del 2018 è stato in funzione un part-time verticale costituito dal blocco di 52 giornate lavorative all’anno: di fatto una serrata di due mesi, con la Fondazione chiusa in ottobre e in novembre. In questo modo, i compensi dei dipendenti – che tuttavia avevano dato il loro assenso al piano – sono stati ridotti di due mensilità, taglio solo parzialmente compensato dalla cassa integrazione. Una riduzione superiore al 10 per cento.
Al San Carlo Fuortes trova bilanci in equilibrio, risultati di esercizio positivi e un debito cospicuo ma sotto controllo
In realtà, Fuortes non trova a Napoli (dovrebbe insediarsi a settembre: stipendio al massimo consentito dalla legge 248 mila euro all’anno) una realtà neanche lontanamente paragonabile a quelle di Roma nel 2014 e di Verona nel 2016. Secondo gli ultimi dati (la relazione semestrale del commissario straordinario del governo per le Fondazioni lirico-sinfoniche), la situazione è al momento ordinata: bilanci in equilibrio, con risultati di esercizio positivi da 10 anni a questa parte, debito sempre cospicuo (la Fondazione San Carlo è fra le numerose ammesse ai benefici della Legge Bray del 2013, che ha concesso ai teatri musicali importanti finanziamenti a tassi agevolati) ma sotto controllo, intorno ai 25 milioni, grande ritorno del pubblico dopo la pandemia.
Il San Carlo di Napoli (Getty Images).
Al netto dell’inizio burrascoso, l’ex ad Rai ha portato il Costanzi a un livello di qualità toccato raramente nella sua storia
Al di là delle preoccupazioni sindacali, la designazione chiude la non esaltante parentesi di Fuortes in Rai e lo riporta sul terreno che gli è più congeniale, nel quale ha da tempo dimostrato di sapersi muovere non solo con chiara visione delle problematiche gestionali, ma con ricchezza di idee e solido bagaglio culturale. Dopo la tumultuosa annata iniziale, per certi aspetti nonostante questo esordio problematico, il suo lavoro ha in effetti portato il Costanzi – secondo parere critico pressoché unanime – a un livello di qualità toccato raramente nella sua storia ultracentenaria. Decisive, in questo senso, scelte di programma di notevole interesse, non necessariamente attente solo al grande repertorio, ma sempre alla dimensione storico-culturale con uno spazio importante per la musica del Novecento; e decisiva la nomina come direttore musicale di una figura di indiscusso alto livello internazionale come Daniele Gatti, alla guida dell’orchestra nel triennio 2019-2021. Significativo il fatto che in questo periodo, coinciso in larga parte con l’emergenza pandemica, con la chiusura dei teatri o con il loro utilizzo solo parziale, la programmazione dell’Opera di Roma si sia segnalata per originalità e creatività. Il riferimento è in particolare ai film-opera trasmessi in tv e realizzati nel teatro deserto da Mario Martone con Gatti sul podio: Il Barbiere di Siviglia (dicembre 2020) e La Traviata (febbraio 2021). Nell’aprile del 2022 il progetto si era poi concluso con La bohème diretta da Mariotti, quando da poco al Costanzi era subentrato Francesco Giambrone. Proposte di alto valore teatrale, oltre che musicale e vocale, con una continua interazione fra il linguaggio della scena e quello della cinepresa. Del resto, alla prima e solo temporanea ripresa dell’attività, nel mese di giugno del 2020, l’Opera di Roma si era messa in evidenza con un Rigoletto al Circo Massimo, affidato alla regia di Damiano Michieletto, nome di punta della nuova regia operistica internazionale.
Carlo Fuortes e Virginia Raggi alla presentazione della stagione 2021-2022 dell’Opera di Roma (Imageconomica).
Le prime scelte circa la direzione musicale e artistica faranno capire cosa attende la scena napoletana
Il glorioso e antico Teatro di San Carlo (si avvicina ai tre secoli, essendo stato aperto nel 1737) per vari aspetti appare in questo momento – più ancora della Scala, alla quale il nome di Fuortes era stato accostato nei mesi scorsi – come il luogo ideale di una progettualità che si è sempre dimostrata capace di coniugare la riflessione sul teatro per musica di tutte le epoche con la sua realizzazione all’insegna delle nuove idee nella regia. La prossima stagione è già pronta, e quindi l’impronta di Fuortes si vedrà soprattutto a partire dal 2024-2025. Ma già nei primi mesi, le scelte per la direzione musicale e quella artistica faranno capire che cosa attende la scena operistica di Napoli nei prossimi anni. Che Riccardo Muti ritorni a dirigere nella città dov’è nato 82 anni fa, come spera il sindaco Manfredi, oppure no.
È scomparsa a 74 anni la scrittrice Danila Comastri Montanari, autrice, tra gli altri, di 19 romanzi storici che avevano come protagonista il senatore-detective romano Publio Aurelio Stazio. Continua a leggere
Un libro uscito a settembre 2022 è stato vietato ai minori di 18 anni dal Ministro degli Interni che si è avvalso di una legge del 1949 sulla pornografia e in Francia si parla di censura. Continua a leggere
Come si sa d’estate si legge di più. Il marketing delle case editrici è incessante e con il tempo si è creato un vero e proprio filone di libri estivi, gialli/thriller leggeri che accompagnano le ore pigre sotto il solleone ideali per essere letti sotto l’ombrellone. E se si sovvertisse questo format e si decidesse di dedicare il tempo alla lettura estiva recuperando grandi classici mai presi in considerazione durante i frenetici mesi invernali? Ve ne consigliamo quattro. Immensi, magnifici, straordinari. Imperdibili.
I detective selvaggi di Roberto Bolaño (Adelphi)
Di Bolaño molto si è detto e altrettanto si è scritto. Trasformato dalla critica nello scrittore maledetto per antonomasia, «il Jim Morrison della letteratura», quasi ignorato in vita, è diventato autore di culto dopo la sua prematura scomparsa, a soli 50 anni, per una cirrosi epatica non curata. Per chi volesse addentrarsi nella sua opera, il consiglio è quello di partire da I detective selvaggi, pubblicato in Italia da Adelphi, un fluviale romanzo attraverso il quale Bolaño narra l’epopea di un’intera generazione: la sua. Popolato da fantasmi e allucinazioni nella Città del Messico degli Anni 70, I detective selvaggi è la storia di un gruppo di poeti scalcagnati, adepti di un’improbabile ed estrema avanguardia, il “realvisceralismo”, raccontati da centinaia di punti di vista differenti. Al centro c’è la grandezza di Arturo Belano (alter ego di Bolaño) e del poeta Ulises Lima, un po’ i Kerouac e i Dean Moriarty di On the road, però narrati alla maniera di Citizen Kane di Orson Wells.
I detective selvaggi di Bolaño (Adelphi).
2. Sotto il vulcano di Malcolm Lowry (Feltrinelli)
Una sorta di «Divina Commedia ubriaca», come fu definita dallo stesso autore, Sotto il vulcano(consigliato nella nuova traduzione di Marco Rossari) narra l’ultimo giorno di vita di Geoffrey Firmin, ex console britannico nella città immaginaria di Quauhnahuac. Siamo nel 1938 ed è la mattina del giorno dei morti. È la vigilia della Seconda Guerra mondiale. Il console, stremato da una sessione alcolica da Guinness dei primati, trascorre l’ultimo giorno della sua vita barcollando disastrosamente da un drink all’altro, accompagnato dal fratellastro Hugh e dalla moglie Yvonne. «Ancora in abito elegante, non particolarmente scompigliato una ciocca di capelli biondi che gli ricadeva sugli occhi e una mano stretta nella barba corta e appuntita, sedeva di traverso con un piede sulla ringhiera di uno sgabello adiacente al piccolo bancone di destra, mezzo chinato su di esso e parlava apparentemente tra sé». Il racconto è uno schizofrenico delirio mentale di Lowry, in parte autobiografico, alimentato da vino, birro, tequila e mezcal. Un viaggio lungo 12 capitoli, corrispondenti alle ultime 12ore di vita del console, durante i quali succederà di tutto. Un libro che fu scritto con grande fatica, accolto tiepidamente dalla critica ma che oggi è considerato un romanzo di culto. Un classico riconosciuto tale solamente dopo la morte dello stesso Lowry per alcolismo nel 1957. Come fare un trip di Lsd però da sobri.
Sotto il vulcano di Malcolm Lowry (Feltrinelli).
3. Cuore di tenebra di Joseph Conrad (Feltrinelli)
Un capolavoro che è l’esatta rappresentazione della natura umana, Cuore di tenebra di Conrad è un piccolo libro che esplode come una granata nelle mani del lettore. Il romanzo (perennemente presente nella lista dei 100 libri più belli di tutti i tempi) racconta gli sforzi di Marlow, il protagonista, per risalire il fiume Congo nell’Africa nera per conto del suo datore di lavoro, al fine di riportare alla vita un commerciante di avorio disonesto, il misterioso Kurtz. Cuore di tenebra deve molto della sua fortuna ad Apocalypse Now, magistrale trasposizione cinematografica di Francis Ford Coppola che però ambientò la storia in Vietnam. Il regista conservò il messaggio centrale del romanzo, ovverosia che tutti gli esseri umani possono cadere nell’oscurità interiore e macchiarsi di atti riprovevoli. Entrambe le storie si confrontano anche con il razzismo che permea il pensiero imperialista, criticando la disumanizzazione del popolo africano e vietnamita.
Cuore di tenebra di Joseph Conrad (Feltrinelli).
4. Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline (Corbaccio)
La recente pubblicazione di quel capolavoro ritrovato che è Guerra, edito in Italia da Adelphi, ha riacceso l’attenzione su Louis-Ferdinand Céline. Autore discusso, antisemita tanto da macchiarsi di connivenze con i nazisti, alcune sue opere però restano dei capisaldi della letteratura. Per iniziare a conoscerlo si consiglia vivamente la lettura di Viaggio al termine della notte, in cui lo scrittore francese racconta lo smarrimento esistenziale di un reduce della Grande Guerra nei primi Anni 20. Un romanzo che è allo stesso tempo una cronaca fredda e lucida della Francia dell’epoca e che contemporaneamente è il grido di rivolta – letterario e sociale – di un eterno sopravvissuto. Si narra la storia di Ferdinand Bardamu che dopo aver combattuto nella Grande guerra, va in Africa e successivamente negli Stati Uniti. Torna in Francia, dove diventa medico e apre uno studio in un degradato sobborgo di Parigi, per poi finire a lavorare presso un istituto di igiene mentale. Un racconto magistrale sulle miseria della vita e sulle vicissitudini di un uomo, disperato, costretto per tutta la sua esistenza ad arrangiarsi. Un pugno nello stomaco, una riflessione sorprendentemente lucida e crudele sullo stare al mondo.
Viaggio al termine della notte di Céline (Corbaccio).
"Vado un po’ più spesso in ospedale - ha scritto l'autrice - a volte all’improvviso perché il corpo sorprende e ieri mi mancava il respiro a causa del troppo liquido negli anfratti dei tessuti. Il livello delle cure del nostro sistema sanitario mi ha però fino a ora consentito di tornare sempre a casa stando meglio". Continua a leggere
Nel 1994 il mondo era decisamente diverso da oggi. Non c’era l’euro, Kurt Cobain cantava il disagio della Generazione X, i social vivevano ancora solo dentro le intuizioni degli scrittori cyberpunk, come del resto era già accaduto con internet e la virtuale tutto. Proprio in quell’anno usciva Atmosfera mortale (oggi in libreria in una nuova edizione dal titolo Atmosfera Letale), romanzo di colui che, insieme al matematico Rudy Rucker, è sempre stato considerato l’ideologo dei cyberpunk: Bruce Sterling.
Così Sterling nel 1994 raccontò l’emergenza climatica che stiamo vivendo oggi
Il titolo oggi suona quantomeno profetico. Si parla, lasciando da parte i meccanismi da thriller che erano tipici di un genere ormai divenuto un classico, di un clima impazzito per qualcosa di non troppo diverso dal riscaldamento del Pianeta che oggi fa sì che – per restare all’Italia – Milano venga devastata da un tornado con venti a 110 all’ora, grandine grossa come bombe a mano e alberi divelti manco fossero margherite lungo un sentiero, mentre il Sud sia circondato dalle fiamme, senza luce e acqua, e le coste dell’Adriatico, non esattamente il mare più aperto che il Bel Paese ha a disposizione, siano colpite da mareggiate in stile mini-tsunami – Hokusai dove sei? – che non hanno neanche la decenza di lanciare un minimo di preavviso: pochi secondi e il cielo si fa nero, il mare sale e si porta via tutto. Nella trama del romanzo, c’è ovviamente lo sviluppo di una azione – il cyberpunk era una sorta di costola rivoluzionaria e molto rock’n’roll della ormai calcificata fantascienza – si parla del Progetto Tempesta, un gruppo di simil ghostbuster all’inseguimento non di fantasmi ma di fenomeni atmosferici feroci a partire dal famigerato Tornado Alley, ma è lo scenario d’insieme a essere davvero aderente a quella che ormai è la cronaca quotidiana con cui ci troviamo a fare i conti. Esattamente come era capitato a William Gibson con Neuromante, capitolo della sua trilogia dello Sprawl che comprende Giù nel ciberspazio e Monna Lisa Cyberpunk nei quali si profilava appunto un futuro non troppo diverso dal nostro presente, fatto di rapporti a distanza, connessioni, virtualità.
Bruce Sterling (Getty Images).
Il futuro raccontato da Gibson è una versione appena rivista del presente
Del resto, Gibson ha nel corso degli anni, e delle trilogie – dopo quella dello Sprawl è arrivata quella del Ponte, poi quella di Bigend e ora, sembra, sia in corso quella di Jackpot, Inverso (al momento anche una serie su Prime Video) e Agency – provato a mappare la contemporaneità giocando sempre su un futuro che tanto futuro non era, quanto piuttosto una versione appena rivista del presente, mettendo in campo di volta in volta l’ingresso nelle nostre vite dell’Intelligenza artificiale, dello straripante potere delle multinazionali, del marketing che si fa via via sempre più pervasivo e arrogante. Per questo parlare di lui come di un autore di fantascienza potrebbe quasi risultare sviante. Come è sviante farlo per Sterling, suo compare sin dai tempi di Mirrorshades, l’antologia con Mozart in occhiali a specchio in copertina, che raccoglieva un manipolo di autori del tutto intenzionati a raccontarci il domani usando una lingua nuova.
William Gibson.
I visionari a cui bisognerebbe dare ascolto: da Alan Moore a Ridley Scott
Se pensiamo agli States devastati dalla guerra civile di Caos USA, balcanizzazione scoppiata dopo l’innalzamento degli oceani a causa dei cambiamenti climatici, il romanzo è del 1998, o alla pandemia che ha cambiato gli equilibri del mondo in Fuoco Sacro, del 1996, solo per fare un paio di titoli, è chiaro come gli scritti degli autori cyberpunk andrebbero letti con attenzione, e non solo dai nerd assoldati dalla Nasa per spulciare tutti i romanzi di fantascienza, visto mai che qualcuno di questi pazzi visionari non intuisca qualcosa di utile. Del resto, proprio a proposito di pandemia, Contagiondi Soderbergh, film che se non fosse stato girato nel 2011 potrebbe essere tranquillamente un documentario sulla storia del Covid 19, ci dice molto di come i visionari che immaginano mondi altri rispetto al nostro svelandoci però grandi verità sull’esistenza andrebbero presi sul serio, volendo anche alla lettera. Penso a romanzieri, fumettisti come Alan Moore, registi come le sorelle Wachowski o Christopher Nolan, o cantanti, da Grimes a Janelle Monae, fino alla stessa Lady Gaga. Del resto già nel Blade Runer di Ridley Scott, tratto dal romanzo iconico di Philip K Dick padre putativo proprio del cyberpunk e cyberpunk ad honorem Anche gli androidi sognano le pecore elettriche, l’atmosfera è satura di piogge acide e le intelligenze artificiali, spauracchio dei giorni nostri, si credono al pari degli umani e il presente è quasi sempre oscuro e privo di orizzonti. Uomo avvisato…