Il mio viaggio in treno verso Malpensa con i lanzichenecchi: il racconto della settimana

La vigilia di Natale sono entrato nella libreria del mio quartiere per cercare una guida di Tangeri da regalare ad Ofelia per un viaggio in Marocco che avevamo in programma e che in realtà non abbiamo mai fatto. Mi ero lasciato conquistare dall’idea di rifugiarmi qualche giorno tra la casbah e la Medina marocchina suggestionato dalla letteratura che in quel periodo mi era capitata tra le mani. Ero rimasto stregato dalle suggestioni che quella città internazionale che profumava di kif e marijuana, di spie, di bar tenuti da espatriati molto simili all’Humphrey Bogart di Casablanca mi regalava. Mi vedevo già con il mio completo di lino beige coloniale e il mio panama Montecristo da 2K avvinghiato al mio triplo gin tonic, come Ian Fleming mentre scriveva il suo ennesimo James Bond, seduto ai tavolini dell’Hotel Minzah. «Quest’anno, non si va a Cap Ferrat», sentenziò  una volta la scrittrice americana Gertrude Stein fissando negli occhi il giovane e biondo Paul Bowles, «si va a Tangeri!». Anche se poi in realtà con Ofelia siamo andati due volte a Cap Ferrat e nessuna a Tangeri. D’altronde né io né lei abbiamo mai conosciuto Gertrude Stein. Tuttavia quel pomeriggio della vigilia di Natale, girovagando per gli scaffali della libreria del mio quartiere, rimasi rapito dalla copertina di un’altro libro: la monumentale biografia, scritta da Blake Bailey, di Philip Roth, sopra la quale troneggiava una fantastica foto in bianco e nero dello scrittore americano, adagiato mollemente, in una posa pensosa davanti ad una finestra. Così lo presi in mano, iniziai a sfogliarlo, a soppesarlo e a prendere confidenza con quella carta ruvida e profumatissima di oltre mille pagine. L’equivalente cartaceo di un maglione di cachemire. «Fanculo a Tangeri», mi dissi, e senza pensarci troppo lo tirai su. Anche se di Philip Roth non avevo mai letto niente in vita mia. Tre giorni più tardi ero già alla Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele a comperare Lamento di Portnoy e Pastorale americana, due tra i più acclamati capolavori di Roth, con l’aggiunta di un libro di racconti di Woody Allen, solo perché avevo letto da qualche parte che i due si erano sempre detestati e l’idea di metterli insieme nella stessa busta e portarli a casa, così per fare a entrambi un dispetto, mi divertiva parecchio.

Raramente si è folgorati dai libri, specialmente per noialtri che con i libri ci lavoriamo, ma mi ricordo che Portnoy riuscì nell’impresa di mandarmi letteralmente fuori di testa come ai tempi accadde con Il giovane Holden, Arancia Meccanica, Bastogne o American Psycho. Il romanzo è un lungo monologo di Alexander Portnoy, l’ebreo americano protagonista del titolo, rivolto al suo psicoanalista. Un po’ come Woody Allen, (sempre lui), in Annie Hall tracciava, durante il racconto della sua storia con Annie, un perfetto percorso psicologico, così Roth faceva con Portnoy, riportando per filo e per segno il suo torrenziale vaniloquio. La cosa mi fece immedesimare a tal punto che mentre il tipo parlava delle peggiori nefandezze, del tormentato rapporto con la madre e di tutte le sue nevrosi ebraico-newyorkesi,  vedevo dall’altra parte ad ascoltarlo la faccia del mio psycho (90 euro a seduta). Natalia Ginzburg in una sua recensione su La Stampa del 22 marzo 1970 scrisse: «L’analista non ha voce, e non ha consistenza né dimensione. Potrebbe tacere sempre – come tace – ed essere però una presenza. Potrebbe avere una sua oscura e misteriosa realtà. Non ne ha nessuna. È una sedia vuota. Certo l’autore non aveva in testa, per questo analista, nessun volto umano. Se avesse un volto, lo sentiremmo respirare nell’ombra. Invece no. In quel vuoto, si avverte invece l’autore con una sua volontà cartacea, la volontà di metter là un analista perché la confessione di Portnoy sembri più vera». Io pensavo esattamente il contrario.

Quel pomeriggio di luglio cambiai lo sguardo su mio padre che, per la prima volta, vidi davanti a me per quello che era: non più un supereroe ma un semplice essere umano di 84 anni. Fino a allora mi aveva generato, criticato, distrutto. Quel giorno usciti dallo studio del mio psicologo decisi che non glielo avrei mai più permesso

La prima volta che entrai nello studio del mio strizza lui riceveva ancora al piano terra di un caseggiato in una piccola via dietro Porta Venezia. Doveva essere il 2008, credo. Mia zia era morta da un paio d’anni, mio padre viveva all’estero ormai da un’eternità, con Allegra andava sempre più di merda e la mansarda dove abitavo in via Tiepolo “puzzava stabilmente di marijuana e freebase”. Ricordo che come prima cosa mi diede una matita in mano e mi fece fare un cerchio su un foglio con un piccolo puntino al centro, chiedendomi di inserire all’interno della circonferenza le persone che più erano importanti per me. Io diligentemente presi la matita e, senza pensarci troppo, prima inserii i nomi di tutti i miei amici e poi, sparsi qui e là, dentro e fuori dal cerchio, quelli di qualche ragazza. Ricordo che rimase sbalordito quando si rese conto che nell’elenco non era stato messo nessuno dei miei famigliari. In definitiva, consigliato da DFA, avevo deciso di rivolgermi a lui non tanto per analizzare la mia disastrosa condizione esistenziale ma per un motivo più pratico: da circa un paio di settimane ero vittima di violenti e continui attacchi di panico e mi arresi rapidamente al fatto che per risolvere la questione avevo bisogno di aiuto. Sorprendentemente l’apporto dello strizza fu quasi miracoloso e in breve tempo gli attacchi di panico così come erano arrivati se ne andarono. Se mi guardo indietro considero il 2008 per una serie di motivi una sorta di spartiacque, come fosse l’inizio della mia svolta personale che probabilmente senza il mio strizza non sarebbe mai avvenuta.

Arrivavo da anni di devastazione rigorosa e sistematica, fisica e mentale. Orari folli, alimentazione sballata, inconcludenza totale. E così, durante quell’anno terribile, ci furono l’inevitabile programma di disintossicazione, le infinite seconde possibilità, le continue ricadute, le scivolate nell’abisso dell’orrore, il panico e, infine, l’esplosione. Dopo un anno di sedute però sentivo di stare un po’ meglio e probabilmente fu per questo che risalii immediatamente la china. Se dovessi segnare due punti cardinali del periodo della terapia sicuramente sceglierei come primo la risoluzione del problema degli attacchi di panico e, immediatamente dopo, l’incontro che avvenne un pomeriggio di luglio del 2009, nel quale mio padre spiegò la finanza degli Anni 80 al mio psicologo. Papà si trovava casualmente in città non ricordo bene per quale motivo e sorprendentemente accettò di presentarsi all’appuntamento con me e il mio strizza. «Se è importante per te vengo volentieri», mi rispose al telefono un paio di giorni prima e nonostante il caldo soffocante si presentò davanti allo studio nella piccola via dietro Porta Venezia, vestito di tutto punto, con tanto di completo estivo blu di Brooks Brothers e cravatta a pois di Marinella, e oltretutto in perfetto orario. Per tutta la sua vita mio padre aveva quasi sempre lavorato in apnea, senza mai venire in superficie. In tutta la sua carriera non ha mai rilasciato un’intervista completa, di peso. Non una parola ai giornalisti sui suoi affari, sulle sue passioni, sui suoi programmi. Non fosse stato per le inchieste collegate alla Montedison e a Raul Gardini, il suo nome sarebbe rimasto nell’ombra. Un po’ finanziere e un po’ brasseur d’affaires, molto bocconiano e di buona famiglia, raccontò tutta la sua vita al mio strizza quel pomeriggio di luglio del 2009 partendo dal giorno in cui finiti gli studi in via Sarfatti decise di mettersi a vendere film. «Non avrei mai pensato di mettermi a lavorare con la finanza», disse a un certo punto. Parlò poco di noi, ma si soffermò parecchio sul giorno in cui fu costretto a chiudere il suo ufficio, l’attico giungla pieno zeppo di ficus Benjamin, 650 metri quadrati affacciati su Piazza San Babila, e di opere che aveva collezionato negli anni e che andarono all’asta. «Le valutarono 4 miliardi e mezzo. La passione di una vita», disse, «quasi tutta messa insieme nella seconda metà degli Anni 80». Non una parola sulle case intestate a mio fratello che costrinse con l’inganno a farsi cedere per poi vendere. Non un accenno al fondo fiduciario lasciato a me da mia madre che gestì con la complicità delle banche e che svuotò completamente. La sua difesa, agguerrita e convinta, si basò completamente sulla tesi che «per fare affari bisognava stare a certe regole e giocare in serie A non era come partecipare a un pranzo di gala». Per quanto la seduta non toccò mai per tutto il tempo l’argomento del rapporto tra padre e figlio risultò per me sorprendentemente risolutiva, perché quel pomeriggio di luglio cambiai lo sguardo su mio padre che, per la prima volta, vidi davanti a me per quello che era: non più un supereroe ma un semplice essere umano di 84 anni. Fino ad allora mio padre mi aveva generato, criticato, distrutto. Quel giorno usciti dallo studio del mio psicologo decisi che non glielo avrei mai più permesso.

Il mio viaggio in treno verso Malpensa con i lanzichenecchi: il racconto della settimana
Il doc girato all’Elba.

Non tornai nello studio del mio psicologo, che nel frattempo si era trasferito nella più centrale via del Torchio, per circa nove anni. Fino al giugno del 2018. Ricordo che in quel periodo stavano girando un documentario su di noi e sulla nostra idea di radio itinerante. La troupe ci aveva seguito fino all’Isola d’Elba dove avevamo progettato una serie di trasmissioni in barca a vela. I pirati, ci chiamavano. Eravamo deejay ma anche giornalisti d’assalto, io avevo 38 anni e Alb 35 e in cuor nostro, finalmente, credevamo di avercela fatta davvero. Per me era come vivere una seconda giovinezza e la naturale evoluzione di quando a 24 anni divenni famoso come “il vocalist dell’anno”, cosa che comportò articoli sui giornali, interviste in programmi televisivi in seconda serata e la trasformazione del mio personaggio, fatto tutto di apparenze, punk e ribellione, in una storia sexy da raccontare agli amici o a qualche cena con i propri familiari. Nel 2004 tornato da un’estate trascorsa a Tenerife al Royal Country Club per un breve periodo mi fidanzai con quattro ragazze contemporaneamente e tutte le porte in città mi si spalancavano davanti. Con Allegra ci mettemmo praticamente insieme durante quella vacanza alle Canarie e una volta tornati in città diventammo la coppia più chiacchierata del momento. Tipo Pete Doherty & Kate Moss. Ma con più droga. C’erano sempre altre ragazze e soprattutto altri ragazzi. Allegra diceva che la sua attrazione per “i cattivi soggetti” era come una droga e che la mia “imprendibilità” la eccitava. Poi le luci della ribalta si spensero e seguirono due aborti, un overdose e gli attacchi di panico di cui sopra. Poi passarono gli anni, arrivò Ofelia e grazie a lei mi gettai a capofitto nella nuova vita che mi veniva offerta. Ripartii da zero e mi illusi che in quella estate del 2018, all’Isola d’Elba, le luci della ribalta che volevo assolutamente riottenere si fossero riaccese per sempre. Evidentemente mi sbagliavo, ancora una volta. Ero diventato una persona molto diversa da quella che ero stata in precedenza. Consapevole, matura, affidabile. Avevo lavorato sodo per ottenere quel poco che avevo e non avevo nessuna intenzione di rinunciarci. In realtà anche quella volta ero semplicemente perso nei sogni su me stesso e nonostante tutto la realtà mi era sfuggita di mano.

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In Grecia.

Fortunatamente c’era Ofelia e c’era il lavoro al bar a tenermi ancorato a terra. Ma non bastavano. La mia vita attuale nonostante tutto mi opprimeva. Fu per questo che decisi di tornare dal mio strizza, o forse anche solo per dimostrargli quanta strada avevo fatto nei nove anni in cui non ci eravamo visti. Dopo un paio di sedute partii per la Grecia e passai le vacanze bevendo bloody mary nella super-villa da 10 mila euro al mese che la famiglia di Ofelia aveva affittato a Sèrifos. Leggevo romanzi di autori americani o giapponesi, continuamente, per tutto il giorno steso al sole ed ero “totalmente fuori di testa” & “troppo concentrato su me stesso”. Perciò poteva essere semicomprensibile che Ofelia mi  lasciasse e che dopo avermi definito uno «stronzo egoista» filasse via sulla Porsche presa a nolo da sua sorella Cleopatra. E invece no. Paradossalmente quella fu l’estate in cui ci ritrovammo e ci legammo l’uno all’altra ancora di più. «Dio è greco!», urlavo in mezzo alla strada a pochi metri dalla spiaggia che avevamo sotto casa e il giorno in cui finirono le vacanze ricordo che piansi come un bambino. Non volevo più tornare indietro. Fosse stato per noi saremmo rimasti lì in eterno, in quel non-luogo sospeso dalla realtà. Durante l’inverno invece ce ne tornammo a New York. Perché era lì che dovevo stare per capire come evolvermi ancora e perché era lì l’epicentro musicale e culturale della wave che volevo seguire. Affittammo un appartamento sulla Quinta, tra il Flatiron e Union Square, e il giorno di Natale, quando andammo da Whole Foods a fare colazione con addosso i nostri maglioni in shetland e i nostri parka pesanti, ricordo che eravamo così felici che ci sembrava di stare nel posto più bello del mondo.

Il mio viaggio in treno verso Malpensa con i lanzichenecchi: il racconto della settimana
A New York.

Penso a tutto questo mentre in treno scorro le foto sull’iPhone e rivedo parte dei momenti che vi ho raccontato, uno dopo l’altro, con lo slow-motion, mentre sto per partire per le vacanze. Nella testa le immagini si mischiano a un sacco di altri pensieri che vanno dal romanzo che mi sono messo in testa di scrivere al podcast letterario che ho intenzione di produrre l’anno prossimo, agli articoli che devo consegnare ai giornali entro fine mese, alla casa per settembre da prendere in affitto a Camogli. Trovo incredibile che al giorno d’oggi non ci sia una fottuta prima classe sul treno da Milano Centrale a Malpensa e si debba essere costretti a viaggiare in compagnia di un gruppo di Lanzichenecchi con in testa cappellini da baseball con visiere a tesa larga e musica assordante sparata nelle orecchie. Io nonostante il caldo indosso un vestito di lino tutto stazzonato e una camicia leggera e Ofelia, di fronte a me, un vestito a fiori di Lisa Corti, dal sapore vagamente indiano. Quando c’è classe regaz, che ve lo dico a fare. Meno male che ho la mia cartella di cuoio marrone dalla quale non mi separo mai, nemmeno sotto la doccia, dove custodisco gelosamente la mia mazzetta di giornali che comprende il New York Times, anche se non parlo una parola d’inglese, Le Monde, anche se non so il francese, e una mezza dozzina di quotidiani italiani che non nomino perché, a parte ovviamente quelli per cui lavoro, fanno così decisamente cacare che li compro tanto per darmi un tono ma non li apro nemmeno. A parte le pagine della Cultura, ovvio, che poi sono quelle sulle quali scrivo io. Cerco di estraniarmi, tengo tra le mani un’edizione francese di un libro dello scrittore inglese Julian Barnes e sono indeciso se scrivere la fine di questo racconto con la mia stilografica sul mio taccuino Moleskine oppure andare a masturbarmi in bagno, guardando un video porno sull’iPad per poi pulirmi con il fazzoletto che appositamente porto sempre con me nel taschino della giacca. Mentre il treno si ferma a Saronno (non pensavo che un treno diretto a Malpensa potesse passare addirittura per Saronno), mi guardo intorno e non capisco dove vada tutta questa gente, quando intorno a noi il cambiamento climatico sta uccidendo il mondo sempre più velocemente facendo bruciare la Grecia e la Sicilia e devastando Milano con uragani notturni di grandissimo spessore. Ma fatto sta che il treno arriva al Terminal 1 e sono costretto a scendere guardandomi intorno e sorprendendomi del fatto che nessuno di quei giovani in bermuda e sneaker ultracolorate non solo non si sia avvicinato a me per chiedere un autografo o, che so, una foto, ma oltretutto nessuno mai mi abbia rivolto la parola e addirittura fatto un cenno di saluto (Ero forse diventato nuovamente irrilevante?). In fondo per loro non esisto, sono solamente un uomo di mezza età, con la giacca e i pantaloni lunghi, che legge giornali in inglese e libri in francese e che, a un certo punto del viaggio, si è dovuto calare una pastiglia di viagra anche per farsi una sega. Vabbè, sicuramente Portnoy avrebbe apprezzato, il resto è noia avrebbe detto qualcuno, perché in fondo a me di questi quattro ragazzini non me ne frega veramente un cazzo.

Guadagnino e Antonelli, la saga dei necrologi continua con Sinéad O’Connor

La «lotta» è finita. Ora Sinéad O’Connor si trova «senza peso nel buio stellato». E ha «per la prima volta capelli lunghissimi, meravigliosi». È così che il regista Luca Guadagnino e il produttore cinematografico Carlo Antonelli guardano dalla terra il volo della cantante, scomparsa lo scorso mercoledì 26 luglio. E questo loro modo di osservare lo regalano a tutti, perché lo fanno, nero su bianco, tra le pagine dei necrologi dei giornale. Venerdì 28 luglio sul Corriere della sera Guadagnino e Antonelli continuano la «saga» dei pensieri rivolti a noti defunti scomparsi, come già avevano fatto con Silvio Berlusconi, Raffaella Carrà e la Regina Elisabetta.

Il romanzo a puntate per Silvio Berlusconi

L’immediato precedente è il necrologio per Berlusconi, scritto sempre dal regista di Bones and All e dal produttore cinematografico con un passato in Fininvest. In questo caso gli scrittori hanno deciso di dividere il testo in due parti. Il necrologio al Cav recita: «Abbiamo passeggiato tutto il pomeriggio per Milano 2, ripensandoti. Le villette color marrone, i ponticelli, la vecchia sede di molti uffici tuoi, il lago dei cigni che ogni tanto gettavano per te l’ultimo canto – Poi, ai margini, i bagliori dei ceri dietro le finestre di case regalate – E dappertutto, nelle strade vuote, l’eco delle tue risate – Quante risate, troppe».

Guadagnino e Antonelli, la «saga» dei necrologi continua con Sinéad O'Connor
Necrologio di Guadagnino e Antonelli per Silvio Berlusconi

Come in una serie tv, dove tutti attendono con ansia la prossima puntata, anche Guadagnino e Antonelli hanno pensato di creare suspance. Così, la seconda tranche del messaggio per il quattro volte presidente del Consiglio è uscita nel giorno dei funerali. E fa così: «Il giorno dopo ti abbiamo celebrato di nuovo facendo tanti giochi, i tuoi preferiti: il monopoli truccato senza imprevisti o probabilità; lo scarabeo per scrivere paroline eleganti; il karaoke tutte imbellettate come te per far passare ogni pensiero; la seduta spiritica per svegliare il demone nella pancia del Paese. Abbiamo urlato tutta la notte».

Guadagnino e Antonelli, la «saga» dei necrologi continua con Sinéad O'Connor
Necrologio di Guadagnino e Antonelli per Sinéad O’Connor

I pensieri a Juan-Luc Godard, alla regina Elisabetta e a Raffaella Carrà

I necrologi di Guadagnino e Antonelli erano già comparsi in occasione della morte di altre personalità, dal regista Jean-Luc Godard, al musicista Ryuichi Sakamoto alla regina Elisabetta.
«Rosa, celeste, verde pallido, viola, rosso acceso, rosso scuro, blu profondo, blu cobalto, verde pisello, giallo…Tutti i colori del mondo, il mondo che cercava comunque di dominare e che era ancora Impero per Sua Maestà Regina Elisabetta II. Rest in peace, now», queste le parole apparse in ricordo della sovrana sul Corriere della Sera l’8 settembre scorso. Indimenticabile anche l’omaggio a Raffaella Carrà: «Questa volta non serve unirsi alla commozione e alla gratitudine che stanno travolgendo il mondo per la partenza verso universi paillettati (e dove il collo non si spezza per il colpo di frusta all’indietro) che hanno accolto la compagna umanista Raffaella Carrà con trionfi discotropicali adatti al suo indefesso impegno terzomondista ma semplicemente tramandare a voi ciò che lei stessa ci insegnò, con sapienza campesina, afferrandoci il braccio nel retropalco di un festival di Sanremo di vent’anni fa: le corna non si fanno verso l’alto, mai, ma verso il basso, per scaricare a terra la sfortuna. Grazie per questa lezione centrale che mai scorderemo, nei giorni di lotta».

Guadagnino e Antonelli, la «saga» dei necrologi continua con Sinéad O'Connor
Luca Guadagnino (Getty Images)

Milano, il cinema di Fondazione Prada è stato intitolato a Godard

A un anno dalla morte di Jean-Luc Godard, avvenuta il 13 settembre 2022, la Fondazione Prada di Milano ha deciso di intitolare al regista franco-svizzero il proprio cinema.

Il legame di Jean-Luc Godard con Fondazione Prada

Godard ha avuto un rapporto privilegiato con la Fondazione, tanto che per il suo spazio ha concepito e realizzato le sue due uniche installazioni permanenti aperte al pubblico: Le Studio d’Orphée e Accent-soeur. E il cinema della Fondazione gli sta dedicando da febbraio 2023 una retrospettiva che terminerà a dicembre. «Il cinema», ha osservato Miuccia Prada, «è un laboratorio di nuove idee e uno spazio di formazione culturale, per questo abbiamo deciso di dedicare la nostra sala a Jean-Luc Godard. La forza sperimentale e visionaria della sua ricerca è uno stimolo continuo a rinnovare l’impegno della Fondazione nella diffusione dei linguaggi cinematografici e visivi e nell’esplorazione di forme di narrazione emergenti, attivando un luogo di conoscenza del mondo e della vita delle persone».

Il cinema di Fondazione Prada è stato ufficialmente intitolato a Jean-Luc Godard, il regista francese scomparso nel 2022.
Jean-Luc Godard (Getty).

La programmazione del cinema riprenderà a settembre: gli incontri in cartellone

Dal primo settembre riprenderà la programmazione cinematografica che mischia opere del passato e del presente. Werner Herzog e Rebecca Zlotowski saranno due dei protagonisti degli incontri aperti al pubblico che inaugureranno la nuova stagione del Cinema Godard, curata da Paolo Moretti, dove sarà proiettata una selezione dei loro lavori, parti dei quali mai usciti in Italia. Il 16 settembre la regista e sceneggiatrice francese Rebecca Zlotowski sarà al centro di una conversazione sull’insieme della sua opera, dal film d’esordio Belle épine (2010), che ha rivelato Lea Seydoux, al più recente I figli degli altri (Les enfants des autres, 2022). Il giorno dopo Herzog sarà il protagonista di un incontro con il pubblico. In questa occasione presenterà il suo ultimo film The Fire Within: a Requiem for Katia and Maurice Krafft (2022), dedicato ai vulcanologi e cineasti francesi che morirono investiti da una colata lavica in Giappone, e l’anteprima italiana di Theater of Thought (2022), che esplora il mistero del cervello umano tra scoperte neuroscientifiche e tecnologiche e le loro implicazioni etiche e filosofiche.

Morto Marc Augé, stimato antropologo, scrittore e filosofo

Marc Augé è scomparso lunedì 24 luglio, all’età di 87 anni. Già directeur d’études presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi, di cui è stato a lungo presidente, dopo aver contribuito allo sviluppo delle discipline africanistiche, ha elaborato un’antropologia dei mondi contemporanei attenta alla dimensione rituale del quotidiano e della modernità.

Marc Augè, filosofo, scrittore e antropologo, è morto all'età di 87 anni. Tra le tante pubblicazioni, è stato autore del celebre Nonluoghi.
Marc Augé (foto Twitter).

Marc Augé, le opere

Tra le sue opere tradotte di recente vi sono: Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità (Milano 1993); Tra i confini. Città, luoghi, interazioni (Milano 2007); Il mestiere dell’antropologo (Torino 2007); Il bello della bicicletta (Torino 2009); Il metrò rivisitato (Milano 2009); Per un’antropologia della mobilità (Milano 2010); Straniero a me stesso (Torino 2011); Futuro (Torino 2012); Per strada e fuori rotta (Torino 2012); Le nuove paure (Torino 2013); Etica civile: orizzonti (con L. Boella, Padova 2013); I paradossi dell’amore e della solitudine (Modena 2014); L’antropologo e il mondo globale (Milano 2014); Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste (Milano 2014); Fiducia in sé, fiducia nell’altro, fiducia nel futuro (Roccafranca 2014); La forza delle immagini (Milano 2015); Le tre parole che cambiarono il mondo (Milano 2016); Un altro mondo è possibile (Torino 2017); Sulla gratuità. Per il gusto di farlo! (Milano 2018); Chi è dunque l’altro? (Milano 2019); Condividere la condizione umana. Un vademecum per il nostro presente (Milano 2019).

Il cordoglio del Comitato scientifico

Queste le parole del Comitato scientifico per la scomparsa del noto antropologo: «Con Augé se ne va un amico e un maestro che ha dato al festivalfilosofia e al suo pubblico, come a tanti pubblici sparsi in tutto il mondo, alcuni insegnamenti dai quali non si torna indietro, come l’idea che le nostre pratiche culturali siano immerse in sistemi simbolici che è indispensabile studiare con gli strumenti dell’antropologia: una disciplina che Augé, grande specialista del terreno africano, ha praticato anche rivolgendo quel particolare tipo di sguardo alle nostre società, nella convinzione che, per essere intelligibili, i processi culturali implichino che nella loro analisi ci rendiamo stranieri a noi stessi»

Sgarbi lirico: dalle sparate contro le messinscena “infedeli” al passato da regista

La Salome di Richard Strauss, in scena 12 anni fa – marzo 2011 – al teatro Petruzzelli di Bari, era costruita su scelte illustrative piuttosto sofisticate. La scena non proponeva infatti una ricostruzione della reggia di Gerusalemme in cui è ambientata l’opera, basata sulla storia evangelica della figlia di Erodiade, Salomè, che esegue per il patrigno Erode la danza dei sette veli, e ottiene come ricompensa la testa di San Giovanni Battista, imprigionato perché pubblico accusatore dell’immoralità della madre. Ma faceva riferimento al più singolare e raffinato esempio di architettura “orientalista” italiana, l’ottocentesco castello di Sammezzano in provincia di Firenze: le scene di Ezio Frigerio erano lo sviluppo di una serie di fotografie di quel sito. Importanti anche le citazioni di Audrey Beardsley, artista che influenzò notevolmente il teatro del decadentismo e segnatamente quello di Oscar Wilde, l’autore del dramma che era stato il punto di riferimento primario del libretto dell’opera, scritto dalla poetessa Hedwig Lachmann. Citazioni evidenti in particolare nei costumi di Franca Squarciapino.

Sgarbi lirico: dalle sparate contro le messinscena "infedeli" al passato da regista
La Salome di Richard Strauss messa in scena nel 2011 al Petruzzelli (da Antennasud).

Quella Salome ispirata al bunga bunga

L’attualizzazione dello spettacolo all’epoca della composizione e non a quella degli eventi (tipico espediente del teatro di regia, oggi nel mirino di una vasta e sempre più agguerrita contestazione dai forti sostegni politici) non era però l’elemento che più aveva attirato l’attenzione mediatica. Un notevole clamore era sorto invece per le dichiarazioni del regista, secondo il quale la vicenda rispecchiava il bunga bunga allora all’attenzione delle cronache politiche e giudiziarie, con tanto di parallelismo fra personaggi dell’attualità e dell’opera. In un’intervista al Corriere del Mezzogiorno alla vigilia del debutto, ad esempio, si leggeva: «Ho voluto ricostruire una situazione leggendaria con riferimenti precisi a una vicenda dei nostri giorni: per cui Erode è Berlusconi, Erodiade la Minetti, mentre Salomé diventa Ruby Rubacuori». Spulciando sul web, si trova del resto che il regista – abilissimo comunicatore e spregiudicato uomo politico – aveva parlato della sua idea all’allora presidente del Consiglio, che l’aveva asseritamente trovata divertente, immaginando sé stesso nei panni del Battista. L’autore dello spettacolo, però, gli aveva replicato che il ruolo del premier era appunto quello di Erode, perché riservava a sé stesso quello del santo. Tanto è vero che alla fine la testa che veniva porta a Salomè su un vassoio d’argento aveva le sue fattezze. Di totalmente estranea alla drammaturgia, poi, c’era una figura muta, una donna dai folti capelli rossi abbigliata con una toga nera, severa spettatrice della vicenda da un palco di proscenio adeguatamente illuminato. L’allusione a Ilda Boccassini, Pm milanese del caso Ruby, era chiara. Alla fine, si legge nelle cronache, lo spettacolo aveva avuto un buon successo, ma non erano mancati i dissensi. Quel regista era Vittorio Sgarbi.

Sgarbi lirico: dalle sparate contro le messinscena "infedeli" al passato da regista
Vittorio Sgarbi e la ‘sua’ Ilda Boccassini sul palco del Petruzzelli (da Antennasud).

Gli attacchi alla bohème sessantottina di Torre del Lago e a Il turco in Italia del festival di Martina Franca

Il critico d’arte che oggi, da sottosegretario alla Cultura, polemizza sugli spettacoli che «mancano di rispetto» o «tradiscono» gli autori delle opere. Con conseguenze che possono arrivare alla grottesca sceneggiata di Alberto Veronesi, auto-bendatosi a Torre del Lago per non vedere La bohème sessantottina che stava dirigendo e che era stata bocciata dall’esponente del governo. Sul tema, il critico sembra avere iniziato una vera e propria campagna. Pochi giorni dopo il caso toscano, ha attaccato aspramente Il Turco in Italia di Rossini che il 18 luglio ha inaugurato il festival di Martina Franca: uno spettacolo secondo Sgarbi (che parlava prima che fosse andato in scena, evidentemente valutando le foto di scena distribuite ai media) tale da «ridicolizzare» il compositore pesarese, perché la vicenda è ambientata negli Anni 60 in un contesto balneare e con citazioni della commedia all’italiana. Non risulta che ci siano state ulteriori conseguenze, in stile – diciamo – versiliano. Richard Strauss, si sa, era tedesco ed è per questo – forse – che già 12 anni fa poteva essere ridicolizzato o banalizzato o strumentalizzato senza problemi particolari. Nelle sue dichiarazioni incendiarie contro il teatro di regia, infatti, Sgarbi specifica sempre che la sua crociata contro i registi “infedeli” è volta a tutelare i musicisti italiani. Del resto, il discorso riguarda anche i manager: come ha detto, la Scala deve avere un sovrintendente italiano. Quanto alla sua esperienza come regista d’opera, è poco conosciuta ma quantitativamente non insignificante, anche se ovviamente sovrastata dalla sua multiforme attività, legata da un lato agli incarichi politico-amministrativi multipli e sovrapposti e dall’altro all’esercizio della sua vocazione originaria, quella di critico dell’arte dalla cospicua bibliografia, curatore di mostre, dirigente di istituzioni culturali. Senza trascurare la televisione e gli interventi pubblici di ogni ordine e grado, ultimo in ordine di tempo lo speech sessista-maschilista al Maxxi di Roma, causa a sua volta di una bufera mediatica.

Sgarbi lirico: dalle sparate contro le messinscena "infedeli" al passato da regista
La protesta di Alberto Veronesi a Torre del Lago.

Il debutto sgarbiano nel 2002 con Rigoletto e le polemiche per un possibile conflitto di interessi

Il debutto nell’opera risale alla primavera del 2002, quando Sgarbi era sottosegretario alla Cultura nel secondo governo Berlusconi (di lì a poco l’incarico gli sarebbe stato revocato per i continui attacchi all’allora ministro Urbani). Il suo Rigoletto ha avuto una vita rappresentativa discreta, essendo stato ripreso varie volte in teatri di tradizione e rassegne operistiche. Lo spettacolo era caratterizzato da una illustrazione in chiave pittorica con riferimenti a Mantegna e Giulio Romano, i grandi pittori attivi a Mantova fra Quattro e Cinquecento. Quella volta, le polemiche divamparono sul possibile conflitto d’interessi da parte di un esponente del governo attivo in prima persona nel “mercato” dello spettacolo con un allestimento da lui stesso firmato. E non sarebbe mancata l’ironia sulla molto approssimativa conoscenza dell’opera e specialmente del libretto palesata da Sgarbi nella conferenza stampa-spettacolo di presentazione, prima di un’ampia serie. Il collegamento fra opera e pittura ha poi caratterizzato quasi sempre l’attività sgarbiana come regista lirico, oltre a un tradizionalismo piuttosto generico nella drammaturgia, che ha indotto la critica a usare aggettivi come «dignitoso» o «equilibrato» per i suoi spettacoli. Nel suo curriculum si trova la rara L’Arlesiana di Francesco Cilea (da Daudet), presentata a Sassuolo nel 2006, caratterizzata dalle gigantografie di alcuni dipinti del Van Gogh “provenzale” proiettati sullo sfondo; più recentemente, una Vedova allegra di Lehár (Salerno, 2014) con riferimenti alla pittura di Giovanni Boldini e al palazzo Berzieri, sede storica delle Terme di Salsomaggiore, con la sua architettura liberty. A quell’epoca, l’exploit provocatorio della Salome barese era già alle spalle, così come era agli archivi La serva padrona di Pergolesi (parco di Follonica, estate 2008). Nel 2015, sempre a Salerno, sarebbe stata la volta di un Don Giovanni passato alle cronache, una volta di più, per l’incontro pubblico di presentazione, protagonista anche l’allora candidato alla presidenza regionale della Campania, Vincenzo De Luca. Per Sgarbi, riportavano le cronache, Don Giovanni è un personaggio «in tutto e per tutto positivo, spavaldo e solare». E lo paragonava proprio a De Luca. La maggiore trovata visiva dello spettacolo consisteva nella proiezione di alcune immagini del Sacro Bosco di Bomarzo, nel Viterbese, con le sculture “mostruose” a identificare l’ingresso dell’inferno in cui finisce il dissoluto punito. Suggestivo, ma non sufficiente per proseguire l’itinerario mozartiano con Così fan tutte, progetto mozartiano allora annunciato per l’anno seguente, ma a quanto pare rimasto lettera morta.

Sgarbi lirico: dalle sparate contro le messinscena "infedeli" al passato da regista
Vittorio Sgarbi (Imagoeconomica).

Se dopo la campagna contro le regie “mistificatorie” Sgarbi scendesse nuovamente in campo non si stupirebbe nessuno

L’esperienza operistica di Vittorio Sgarbi, ironia della sorte, si è fermata sulla soglia della “Scuola degli amanti”, come recita il sottotitolo di Così fan tutte. Ma non si può escludere che la campagna contro le regie considerate “mistificatorie” preluda a una sua nuova discesa in campo nella lirica. Il fatto di essere esponente del governo non lo fermerebbe, come non lo fermò nel 2002. Semmai, qualcosa ci dice che eviterebbe le provocazioni sull’onda dell’attualità politico-giudiziaria, che avevano caratterizzato la Salome del 2011. Per ora, comunque, il critico ferrarese si accontenta del ruolo di difensore dei compositori italiani. Ma da tuonare contro i registi “dissacratori” a mettersi al loro posto, da qualche parte lungo la Penisola dei mille teatri e dei cento festival, il passo non è poi così lungo. Lo facesse, nell’Italia 2023 non si stupirebbe nessuno.

Cinque libri da mettere in valigia per l’estate

L’estate da sempre è il periodo per recuperare le valanghe di romanzi che si sono accumulati sui nostri comodini durante l’anno o che giacciono impolverati sugli scaffali della libreria in salotto da troppo tempo. Se non sapete comunque decidervi, per aiutarvi vi proponiamo cinque titoli freschi di libreria, molto diversi tra loro. Si parte con i capolavori di due mostri sacri della letteratura contemporanea publicati da Einaudi nella prestigiosa collana Supercoralli, si prosegue con altri due titoli proposti entrambi dalla casa editrice indipendente 66thand2nd, e si conclude con una chicca edita da Neri Pozza di cui si parla un gran bene.

Il Passeggero, la prima tappa dell’ultimo viaggio di McCarthy

Dopo 16 anni di silenzio è tornato in libreria Cormac McCarthy con Il Passeggero, primo titolo di una dittico che si concluderà con Stella Maris, la cui pubblicazione è prevista il prossimo autunno. Per quelli che non conoscessero McCarthy basta dire che, tra gli altri, è l’autore dell’ultra celebrato Meridiano di sangue, che ha scritto il fortunatissimo Non è un paese per vecchi, da cui i fratelli Coen trassero un formidabile film, e che con l’ultimo suo romanzo, La strada del 2006, aveva ottenuto il premio Pulitzer per la narrativa. Un incrocio tra Faulkner e Melville e considerato a oggi uno dei giganti assoluti della letteratura americana. McCarthy, che a luglio avrebbe compiuto 90 anni, è morto lo scorso giugno nella sua casa di Santa Fe, in New Mexico, e questa cosa ha reso la recente pubblicazione de Il Passeggero un evento ancor più straordinario di quanto già non fosse. Romanzo chiacchieratissimo, si narra che McCarthy ci abbia iniziato a lavorare fin dalla metà degli Anni 80 per raccontare una tortuosa saga familiare. Un romanzo sulla paranoia e sull’ossessione dove il thriller hardboiled si mischia con la filosofia e la fisica quantistica.

Cinque libri da mettere in valigia per l'estate
Il passeggero di Comarc McCarthy (Einaudi).

Lezioni, l’epica di McEwan

Lezioni è invece l’ultimo epico romanzo di Ian McEwan, che narra la vita di un uomo, tale Roland, un musicista nato alla fine degli Anni 40, che attraverso la sua storia racconta tutta la seconda metà del secolo scorso e prosegue fino ai giorni nostri. Sullo sfondo 70 anni di grandi eventi globali, tra cui la crisi missilistica cubana, Chernobyl, la caduta del muro di Berlino e la pandemia di Covid. Un libro complesso che tratta l’esistenza di un uomo comune (che somiglia molto all’autore stesso), tra cadute e fallimenti, imprigionato in un labirinto di agghiacciante dolore. Ossessionato dalle opportunità perdute, Roland cerca conforto attraverso ogni mezzo possibile: musica, letteratura, amici, sesso, politica e, infine, l’amore. Il suo viaggio solleva domande importanti per tutti noi. Possiamo assumerci la piena responsabilità del corso della nostra vita senza causare danni agli altri? In che modo gli eventi globali al di fuori del nostro controllo modellano le nostre vite e i nostri ricordi? E cosa possiamo davvero imparare dai traumi del passato?

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Lezioni di Ian McEwan (Einaudi).

Il laureando di Maurizio Amendola, il peso dell’inganno

Nella prefazione di Branchie, fortunato esordio di Niccolò Ammaniti, l’autore racconta che il romanzo nacque «come un tumore di una tesi in biologia». La sua, mai terminata. Ammanniti aveva infatti finto davanti a tutta la sua famiglia di aver concluso il ciclo di esami universitari e, asserragliato nello studio del padre, di trascorrere i pomeriggi nella scrittura della tesi. In realtà stava scrivendo quello che poi diventerà il suo primo romanzo. Parte dallo stesso concetto il libro di Maurizio Amendola, Il laureando, edito da 66thand2nd (nome che richiama l’incrocio tra la 66esima Strada e la Seconda Avenue, a Manhattan, dove gli editori hanno creato il primo nucleo del progetto editoriale) che racconta la storia di Livio Maiorano, studente calabrese di giurisprudenza iscritto all’università di Pisa che sembra essere in procinto di laurearsi ed essere finalmente pronto a raccogliere l’eredità dello studio notarile di famiglia. Ovviamente non sarà così, perché il giovane di esami ne ha sostenuti solamente un paio. Il libro scorre così, seguendo il tremendo inganno e vivendo contemporaneamente l’angoscia di Livio che si interroga su ciò che accadrà quando la verità sarà venuta a galla. Un romanzo spietato che racconta il disorientamento della gioventù, il peso delle ambizioni familiari e che in qualche modo ricorda L’avversario di Emmanuel Carrère senza però avere la coda tremendamente tragica della storia narrata dal romanziere francese.

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Il laureando di Maurizio Amendola (66thand2nd).

Millennial protagonisti in Estate caldissima di Gabriella Dal Lago

Sempre 66thand2nd ha appena pubblicato un libro il cui titolo è tutto un programma: Estate caldissima di Gabriella Dal Lago. Siamo in una delle estati più calde a memoria d’uomo e un gruppo di giovani creativi di una rampante agenzia di comunicazione si ritrova in una casa di campagna prima delle vacanze per provare a formulare una proposta per un cliente. «Come il Decameron, ma senza la peste». Definito dalla critica “il romanzo millennial”, Estate caldissima è non solo adatto a queste temperature roventi ma è capace di restituire a pieno la precarietà delle vite dei ragazzi di oggi, tra l’incertezza di relazioni e un futuro sempre ignoto.

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Estate caldissima di Gabriella Dal Lago (66thand2nd).

In Ultima estate a Roccamare Alberto Riva racconta la pineta delle lettere

Ha sempre l’estate nel titolo l’ultimo consiglio letterario. Si tratta di Ultima estate a Roccamare di Alberto Riva ed edito da Neri Pozza. È la storia di una pineta in Maremma a cui il variegato mondo delle lettere deve parecchio. Luogo elettivo, dell’anima direbbero alcuni, in cui si ritrovavano Italo Calvino e Pietro Citati, Carlo Fruttero e Furio Scarpelli, tanto per citare qualche nome. Luogo magico in cui tra cene, bagni e gite in barca, nel giro di alcuni decenni, sono stati scritti romanzi e film, racconti e articoli che hanno segnato la letteratura e la cultura italiane.

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Ultima estate a Roccamare di Alberto Riva (Neri Pozza).

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I Blur, The Ballad of Darren e la mia vecchia passione Mod: il racconto della settimana

Quando nel 1994 uscì Parklife dei Blur avevo 14 anni ed ero in fissa con Lorenzo 1994 di Jovanotti. I vinili iniziavano ad andare lentamente in disuso a favore dei cd ma ricordo che di quell’album avevo voluto assolutamente il disco che, insieme a una serie di remix di Fargetta e Molella di Nord Sud Ovest Est degli 883, era in riproduzione costante sul piatto dello stereo nel salotto di casa di mia zia in Via dei Transiti. «Andrea! Abbassa il volume!», mi urlava la zia dall’altra stanza mentre io, indiavolato, spingevo Penso positivo con il volume al massimo e ballavo con in testa il mio cappellino degli Yankees portato alla rovescia e con addosso la mia t-shirt dei Bulls con sopra il numero 23.

Era il periodo delle Nike Agassi, delle camicie di flanella alla Kurt Cobain, dei jeans strappati sulle ginocchia e del Deejay Time di Albertino. I dischi all’epoca si andava a comprarli da Wimpy, in viale Monza, e la roba che si sceglieva, anche come estetica, era lontana anni luce da quella rappresentata da un gruppo di fighetti londinesi che vestivano Polo o magliette a righe da indie kids e occhialoni da nerd. Poi gli anni passarono e dopo una sbornia di grunge, mischiato a dosi massicce di hip-hop, arrivò con la svolta mod anche il momento di prendere in considerazione la band di Damon Albarn & co. Band che tra l’altro, oltre a essere presente nella abusatissima colonna sonora di Trainspotting era con Song 2, che andava costantemente in loop con il suo ipnotico “Woo-hoo!”, apriva Fifa 98, il videogioco al quale ci misuravamo ossessivamente alla PlayStation tutti i pomeriggi, rollando spini a raffica. Associo la scoperta dei Blur a un cambio di paradigma che, oltre alle band, comprese anche il look. Nel mio armadio le Fred Perry iniziarono a sostituirsi alle Ralph Lauren, le converse alle Stan Smith, i parka di Woolrich alle giacche da vela di North Sails. La scintilla fu il film Quadrophenia, che un pomeriggio DFA mi portò da vedere in VHS dicendomi: «Fratello, da oggi dobbiamo diventare mods», e mi iniziò a parlare di gruppi di cui conoscevo magari solo il nome o di altre band che non avevo mai sentito nominare, tipo gli Who, gli antesignani Kinks o altri, tipo i Jam di Paul Weller o i Pulp o gli stessi Oasis, due ragazzi di Manchester che, quando non erano troppo occupati a spaccarsi le chitarre in testa a vicenda, suonavano musica della Madonna. I Blur, che degli Oasis all’epoca furono considerati gli acerrimi rivali, si inserirono esattamente in questo contesto. Iniziai ad ascoltarli partendo proprio da Parklife, manifesto mod per eccellenza, in cui nella stessa title track venne assoldato nella parte vocale, una specie di rap, Phil Daniels (l’attore protagonista di Quadrophenia) e proseguii consumando Blur, il primo album senza titolo della loro discografia, uscito nel 1997.

Associo la scoperta dei Blur a un cambio di paradigma che, oltre alle band, comprese anche il look. Nel mio armadio le Fred Perry iniziarono a sostituirsi alle Ralph Lauren, le converse alle Stan Smith, i parka di Woolrich alle giacche da vela di North Sails. La scintilla fu il film Quadrophenia, che un pomeriggio DFA mi portò da vedere in VHS dicendomi: «Fratello, da oggi dobbiamo diventare mods»

Nel 1999 mi ero riempito di piercing, indossavo polo Fred Perry di tutti i colori e, quando avevo l’ardore di presentarmi a scuola, sedevo all’ultimo banco con le cuffiette del walkman nelle orecchie, non mi toglievo mai i miei occhiali da sole da donna ultra-glamour e non rivolgevo quasi mai la parola a nessuno. Oltre all’assunzione continua di droghe, la delinquenza e il vandalismo, ero totalmente in fissa con lo stile mod. Le origini del fenomeno risalgono in realtà alla fine degli Anni 40 quando Miles Davis, iniziando a registrare una serie di singoli pionieristici e sperimentali, diede al jazz una nuova direzione. Quelle nuove sonorità provenienti da Oltreoceano folgorarono letteralmente i teenager inglesi al punto che cominciò un vero e proprio processo di studio e imitazione dello stile Ivy League, sfoggiato dai loro idoli immortalati sulle copertine dei dischi. Da quella passione per il modern jazz nacque così l’etichetta modernist, poi abbreviata più semplicemente in mod. Guardavo Quadrophenia in continuazione e più mettevo su la videocassetta più mi sentivo come Jimmy, il protagonista della storia, che nonostante per tutta la durata del film fosse sempre circondato da amici e ragazze, si trovava in un perpetuo stato di solitudine e di tormento.

Mi illudevo che la soluzione a tutti i miei problemi potesse essere Lucilla, una ragazza con cui avevo preso a uscire da qualche mese e che avevo conosciuto l’estate precedente in Grecia, una mattina all’alba davanti al campeggio dove stavamo. Ma con Lucilla c’era sempre qualche problema, lei era sempre distante e anche quando mi impegnavo a scoparla con veemenza, provando in qualsiasi modo a farla venire, finivamo a guardarci, paonazzi ed esausti, senza nulla da dire. La odiavo ma non potevo farne a meno. Un atteggiamento suicida che con le donne si sarebbe protratto per molto tempo e che nel futuro mi avrebbe procurato solo guai. Lucilla aveva le unghie lunghe sempre laccate di bianco, due occhi verde naviglio assolutamente ipnotici e odiava i ragazzi con i berretti da baseball ma se li metteva quando aveva i capelli in disordine o era troppo sconvolta per lavarseli. Io le parlavo di letture audaci, di anfetamine, di party selvaggi ai quali mi sarebbe piaciuto portarla. Oppure mi vantavo dei soldi della mia famiglia e gonfiavo le cifre perché a volte era l’unico modo per avere la sua attenzione, anche se Lucilla sapeva chi era mio padre perché l’aveva visto al telegiornale. Ricordo però che impazziva per Clint Eastwood dei Gorillaz, un pezzo della nuova band di Damon Albarn, che mi aveva passato da qualche giorno il drugo Fede.

I Blur, The Ballad of Darren e la mia vecchia passione Mod: il racconto della settimana
I Blur (dal profilo Fb ufficiale).

L’altra sera un ragazzo al bar mi ha detto: «Dovresti pensare di fare qualcosa con questi TaleS, tipo raccoglierli in un libro, però magari provando a dargli un taglio diverso: abbandonando l’alter ego di te giovane e concentrandoti sul te di adesso». Ci penso da qualche giorno a questa cosa e contemporaneamente penso che non sia casuale che proprio in questi giorni stia leggendo la Vedova incinta di Martin Amis e ascoltando in vinile il nuovo disco dei Blur. Disco tra l’altro che esce domani ma che mi sono precipitato a comperare questa mattina da Serendeepity per poterlo sentire immediatamente e, soprattutto, prima di tutti gli altri. «Aver lavorato a questo disco oggi è stato nettamente meno faticoso rispetto agli Anni 90», ha detto di recente Damon Albarn in un’intervista, «più che altro perché consumiamo meno alcol e meno sostanze». The ballad of Darren, uscito a otto anni di distanza dal precedente The Magic Whip, è un disco grandioso, malinconico, riflessivo, sul tempo che passa e sulla perdita di qualcosa. Un disco da ascoltare nella stessa maniera in cui si legge un libro di Amis, magari stesi sul divano, in mutande, con il volume al massimo e i testi sotto mano. Albarn canta i suoi 50 anni guardando al passato nella stessa maniera nella quale Amis nella Vedova incinta raccontava i suoi, rimembrando un’estate (che sembra un film di Guadagnino prima di Guadagnino) di una compagnia di giovanissimi, trascorsa ai bordi di una piscina di una villa in Toscana, tra droghe, sesso e alcol. «È così che succede. Verso i 45 hai la prima crisi di mortalità (la morte non m’ignorerà); e 10 anni dopo, la prima crisi d’età (il mio corpo mormora che già la morte s’interessa a me)», scrive infatti Amis, in apertura. Protagonista della vicenda è Keith Nearing, 20enne inglese, upper class, fighetto, circondato da una cricca di soggettoni aristofreak e da un gruppo di bellissime ragazze. L’estate come metafora della giovinezza che se ne va senza preavviso, lascia Keith solo con il più temuto dei nemici: se stesso.

«Sono fuori di testa per questi autori, fratello», dico a DFA. «Martin Amis, Ian Mc Ewan, Julian Barnes. Li chiamavano Oxford Gang, una sorta di Brat Pack Letterario, però inglese. Roba da uscire pazzi». Siamo seduti uno di fronte all’altro in un ristorante taiwanese in zona Melchiorre Gioia, una birra cinese davanti a noi e lui è appena atterrato da Barcellona, pronto per partire per la Toscana, o la Sardegna, forse. I discorsi per tutta la durata della cena vertono sul tempo che passa, sui sogni infranti, sui progetti futuri, sulle presunte crisi di mezza età. «Ma smettila con questa crisi di mezza età», risponde lui perentorio, «basta farsi pisciare in bocca da un trans e passa tutto». E poi prosegue: «Io tutta questa crisi sinceramente fratello non la vedo. Okay i turni al bar massacranti, la trasmissione radio chiusa e tutto quello che vuoi. Però, fermati a ragionare un attimo. Stamattina eri in prima pagina sul Messaggero con uno dei tuoi articoli. Sei inseguito da mezza Milano per fare progetti creativi. Un week end si e l’altro pure sei in barca a vela a Portofino o in Costa Azzurra. Tra poco parti e ti fai un mese di Grecia come tutte le estati. Io, e te lo dico sinceramente, non conosco nessuno che fa la vita che fai tu. Nemmeno quelli con i soldi. Per non parlare del tuo armadio. A proposito, rispondi a questa domanda: quante paia di Nike hai?». «Mah, non saprei», rispondo, abbassando lo sguardo sulle mie limited edition da 800 euro. «Hai visto? Se ti avessi detto a 19 anni tutte le cose che hai fatto: radio, giornali, vacanze, casa, storia d’amore paura? Cosa avresti fatto, giovane-vecchio Frateff?», mi domanda, alzando gli occhi al cielo. «Probabilmente detta così avrei firmato col sangue», rispondo, stanco, se non stravolto, e poi aggiungo: «Ma erano altri tempi».

I Blur, The Ballad of Darren e la mia vecchia passione Mod: il racconto della settimana
Martin Amis (Getty Images).

«Ho appena guardato nella mia vita/E tutto quello che ho visto è che non tornerai», canta Albarn nella canzone di apertura The Ballad, in un misto tra dolore e rimpianto. Poi è quasi mezzanotte e a casa fissando il vinile che gira sul piatto mi rendo conto che ancora mi riecheggiano nella testa le parole di DFA: «Pensa da dove sei partito». «Abbandona l’alter ego di te giovane e concentrati sul te di adesso», mi ha detto l’altro giorno un ragazzo al bar. Continuo a pensarci, e mi domando: «Ma sarebbe realmente interessante?».

Il principe e gli altri: biografie e autobiografie per l’estate

Per gli amanti del genere bio e autobiografico, Lettera43 segnala quattro libri da infilare in valigia in vista delle ferie: dalla discesa all’inferno di Birgit Hamer che ripercorre la battaglia per dare giustizia al fratello Dirk morto dopo essere stato colpito da un proiettile sparato da Vittorio Emanuele di Savoia sull’isola di Cavallo (storia da cui è stata tratta la fortunata serie Netflix diretta da Beatrice Borromeo Casiraghi), alla biografia di Berlusconi scritta da Paolo Guzzanti, fino al testamento letterario di Martin Amis e al racconto  fotografico di Paul McCarney che ricostruisce i mesi a cavallo tra il 1963 e il 1964 in cui i Beatles divennero i Fab Four.

Il principe, viaggio all’inferno di Birgit Hamer

Dietro la serie Il principe prodotta da Netflix e girata da Beatrice Borromeo Casiraghi – godibile come uno dei migliori film dei Vanzina in versione aristo-chic se dietro non ci fosse una tragedia – c’è l’omonimo libro scritto da Birgit Hamer, la sorella di Dirk, il turista tedesco morto mesi dopo essere stato colpito da un proiettile esploso da Vittorio Emanuele di Savoia sull’isola di Cavallo nell’agosto 1978.

Edito da poco da Aliberti con una prefazione scritta dalla stessa Borromeo e una postfazione del giornalista del Fatto Quotidiano Gianni Barbacetto, il libro – scevro dai vari “champagnini”, dal solito “italiani di merda” e da frasi come: «Il caso fu riaperto perché un avvocato monarchico sentì dire qualcosa a qualcuno in un bar di Portofino» – è un racconto parecchio dettagliato del viaggio all’inferno di una donna che a un certo punto andò contro tutti, compresa parte della sua stessa famiglia, per ottenere giustizia. La narrazione parte con il racconto di un’estate a Porto Rotondo, prima che il borgo diventasse una roccaforte berlusconiana. In un pomeriggio d’agosto un gruppo di giovani pariolini decise di fare una gita con tre barche nella vicina isola di Cavallo per sfuggire al tedio e alla calura sarda di quei giorni. Seguiranno: una morte lenta che si trasformò in un’agonia, indagini insabbiate, custodie cautelari e scarcerazioni, fino al raggiungimento di un regolare processo a Parigi che si concluderà con la totale assoluzione del «principe sparatore», come Vittorio Emanuele fu definito dalla stampa dell’epoca. Hamer ricostruisce dettagliatamente le responsabilità del Savoia insistendo inoltre sulla clamorosa svolta del caso, avvenuta nel 2006, in seguito ad un’intercettazione ambientale in cui Vittorio Emanuele (rinchiuso in una cella del carcere di Potenza con l’accusa di vari reati da cui verrà prosciolto), si vanterà con i compagni di cella di «aver fregato» i giudici parigini e di essere il colpevole della tragica morte del giovane turista tedesco, mimando addirittura in un video il momento dello sparo. Essendo già stato assolto però Vittorio Emanuele non potè essere perseguito per il delitto. Un libro che è anche indirettamente una sorta di biografia di un uomo, il principe, che nonostante l’esilio, per tutta la vita si è sentito re.

Il principe e gli altri: biografie e autobiografie per l'estate
Il Principe di Birgit Hamer (Aliberti).

Silvio, Berlusconi visto da Paolo Guzzanti

Restando su uomini che per tutta la vita “si sentirono re”, sempre Aliberti ha pubblicato quasi in contemporanea al libro di Hamer la biografia di Silvio Berlusconi, scritta dal giornalista Paolo Guzzanti. Uscito a pochi giorni dalla scomparsa del Cav, racconta per filo e per segno cosa abbia rappresentato B per l’Italia: l’uomo dei miracoli per i sostenitori adoranti, il male in persona per tutti altri. Intitolato semplicemente Silvio, il libro di Guzzanti è una riedizione della biografia uscita nel 2009, Guzzanti vs Berlusconi, aggiornata agli eventi del 2023, con l’aggiunta di due lunghe interviste alla madre Rosa e a Berlusconi stesso più il resoconto dettagliato dell’ultimo incontro tra i due avvenuto ad Arcore nel marzo del 2023, quando ormai «l’autunno del Cavaliere aveva assunto i colori più cupi dell’imminente distacco». Un ritratto molto personale e disincantato dell’uomo su cui tutto è stato detto e scritto e su cui Guzzanti aveva affidato – vanamente – il sogno di una rivoluzione liberale. Intorno le donne, il calcio, le barzellette scollacciate, le gaffe, i processi, le costruzioni immobiliari e la tv.

Il principe e gli altri: biografie e autobiografie per l'estate
Silvio di Paolo Guzzanti (Aliberti).

La grandezza di Amis in La storia da dentro

Lettura imperdibile è La storia da dentro, l’ultimo romanzo di Martin Amis che si può tranquillamente considerare una specie di testamento letterario dell’autore inglese recentemente scomparso. Raramente il mercato offre libri così straordinariamente grandi, scritti in maniera divina e la cui lettura risulta essere un’esperienza totalizzante. La storia da dentro è tutte queste cose assieme e molto altro. Un romanzo, un’autobiografia, una lunga meditazione sulla scrittura dove Amis ovviamente recita la parte del protagonista in compagnia però di personaggi del calibro di Saul Bellow, Philip Larkin e Christopher Hitchens, cui sono dedicate pagine struggenti. Volume mastodontico (oltre 600 pagine di pura meraviglia) che si congiunge idealmente a Esperienza al quale risulta indissolubilmente legato, La storia da dentro è un monumento all’eccezionalità della figura dello scrittore: un adulto costretto in uno stato di immaturità permanente che si guadagna da vivere vendendo storie del tutto inventate e che inoltre, spesso e volentieri, si trova nella condizione di poter scrivere esattamente qualsiasi cosa gli passi per la testa. Un regalo postumo a tutti quelli che amano la letteratura scritto da un’autentica rockstar che è stata capace di  far viaggiare parallelamente letteratura e vita.

Il principe e gli altri: biografie e autobiografie per l'estate
La storia da dentro di Martin Amis (Einaudi).

La genesi del fenomeno Beatles alla lente di Paul McCartney

1964. Gli occhi del ciclone, edito da La nave di Teseo, racconta attraverso 275 scatti e riflessioni di Sir Paul McCartney la genesi della leggenda Beatles. Scattate con una macchina 35mm, le foto inedite catturano il periodo tra la fine del 1963 e l’inizio del 1964, lo stesso in cui la band divenne un fenomeno mondiale, cambiando per sempre la storia della musica. McCartney, che all’epoca aveva solo 21 anni, ha scattato la maggior parte di queste foto – inclusi alcuni autoritratti allo specchio – durante i mesi frenetici passati tra Liverpool, Londra, Parigi, New York, Washington DC e Miami. «Si potrebbe pensare», scrive McCartney, «che ci siamo sentiti come animali in gabbia. Posso parlare solo per me stesso, ma non mi sentivo così. Era qualcosa che avevamo sempre desiderato, quindi quando è successo davvero, quando i poliziotti a cavallo hanno trattenuto la folla fuori dal Plaza, mi sono sentito come se fossimo le star al centro di un film molto emozionante. E la cosa buona era che non c’era mai malizia. Le persone che ci correvano dietro volevano solo vederci, volevano solo salutarci, volevano solo toccarci».

Il principe e gli altri: biografie e autobiografie per l'estate
1964. Gli occhi del ciclone di Paul McCartney (La nave di Teseo).

Ambiente e arte: tre opere da visitare a Trento, Roma e Napoli

«L’arte è per noi inseparabile dalla vita: diventa arte-azione e come tale è sola capace di forza profetica e divinatrice», scriveva nel 1919 in Democrazia futurista, Filippo Tommaso Marinetti. Lo storico dell’arte tedesco Konrad Fiedler andava oltre paragonando l’artista al «pensatore rivoluzionario che si oppone all’opinione dei contemporanei e annuncia una nuova verità». Può dunque l’arte prescindere dalla crisi climatica, una delle vere emergenze che stiamo vivendo? Lettera43 crede di no e per questo vi propone tre opere da visitare che ruotano attorno alla tutela del nostro habitat.

Cataste&Canzei, la poesia della montagna a Mezzano di Primiero

Ai piedi delle Pale di San Martino, a 90 chilometri da Trento, si trova Mezzano di Primiero, borgo che ha scommesso sulla creatività per valorizzare la montagna e le sue tradizioni. Le tipiche cataste di legna sono state trasformate in vere e proprie installazioni: sono ormai una trentina le sculture realizzate con i ciocchi, talvolta colorati, che ripropongono momenti e oggetti legati alla quotidianità contadina, come il telaio, la fisarmonica, i fiori, le pannocchie, la clessidra, le scene evocate dalle canzoni popolari. Le opere sono collocate nei fienili, accanto alle abitazioni, nei prati, lungo i vicoli, nella piazzetta. Al percorso di Cataste&Canzei, termine dialettale che descrive l’insieme di ceppi, si è appena aggiunto Benvedersi Gli autori Renzo Zugliani e Holz Primiero hanno realizzato una sorta di cornice che invita a farsi un selfie, promettendo di “benvedersi” quando la si ritroverà in un posto differente. Tutto rigorosamente in legno (www.mezzanoromantica.it).

L’itinerario Tellurica alla Gam di Roma

Gioca tutto sul confronto fra materiali e colori il percorso Tellurica, allestito alla Gam di Roma con opere site-specific. Se Pino Genovese utilizza legno di recupero, raccolto nel sottobosco o sulle spiagge, Alberto Timossi ricorre a Pvc rosso. I due artisti, che hanno in comune il gusto di creare all’aperto e su ampia scala, hanno progettato un itinerario verso l’interno del museo. All’ingresso è collocata Innesto, in cui si incrociano un elemento vermiglio e un ramo che tendono verso l’alto. Si arriva poi al corridoio delle sculture, con fotografie dal fondo rosso su cui si stagliano delle fronde, e quindi all’installazione del chiostro giardino, pensata per dialogare con l’ambiente cinquecentesco: partendo dalla convivenza fra materiale naturale e sintetico, l’opera lignea tondeggiante, con qualche colata carminio, si pone fra dimensione arcaica e contemporanea. (www.galleriaartemodernaroma.it Fino al 15 ottobre).

Arte e ambiente: tre opere da visitare
Tellurca, alla Gam di Roma (dal sito).

Massi erratici al Parco di Capodimonte, l’arte nel recupero

Mixa memoria e ambiente Massi erratici, il lavoro monumentale esposto dal 12 luglio alle Praterie di Porta Caccetta, al Parco Reale di Capodimonte (Napoli). L’installazione, a cui l’artista partenopea Marisa Albanese stava lavorando nel 2021 prima di morire, è una sorta di totem realizzato con pietre e resti dei bombardamenti subiti dalla città nel 1943, emersi all’interno del Bosco durante i lavori di restauro del giardino storico. Un’opera che è un inno al recupero, e dà nuova vita a elementi di scarto in piena sintonia con la natura e l’ambiente circostante. Fra le pietre, che disposte in orizzontale e in verticale formano una struttura dinamica e slanciata verso l’alto, spiccano due combattenti, una in marmo di Carrara e l’altra in marmo bardiglio (capodimonte.cultura.gov.it).

«L’Apophis? Mai sentito nominare. Ormai sono fuori dal giro»: il racconto della settimana

Arrivati a Portofino da Milano con il treno delle 6 e 10 e con tre ore di sonno alle spalle, ordino un caffè doppio al cameriere del bar Mariuccia in piazzetta senza togliermi gli occhiali da sole e con ancora indosso la felpa rossa con il cappuccio tirato su anche se si muore già di caldo. Mi guardo intorno, tormento la copertina carta da zucchero del piccolo libro di Julien Green pubblicato da Adelphi intitolato Parigi che mi sono portato dietro, accendo l’ennesima Gauloises rossa, la terza, anche se non sono ancora le nove del mattino. La piazzetta è ancora deserta, non ci sono a quest’ora le orde di turisti che tutto il giorno, incessantemente, si riversano nel borgo sputati fuori dalle love-boat, con le bottiglie di plastica di acqua minerale e i panini nello zaino. «Che poi questa cosa non l’ho mai capita. Che cosa ci vengono a fare i turisti qui a Portofino?», chiedo a Ofelia. «Non ci si abbronza, non si nuota, non si fanno tuffi. Non c’è una striscia di sabbia a pagarla oro, un pattino, un ombrellone. Nada». «Esatto», risponde lei caustica, «infatti vedo in giro solo qualche marinaio di qualche equipaggio e un paio di miliardari con l’artrosi scesi da qualche yacht». Tutt’intorno a perdita d’occhio solo una giungla di alberi e di scafi, che tra poco molleranno gli ormeggi diretti verso la Sardegna o altre mete, come accadrà tra poco a noi due, pronti a imbarcarci su una barca a vela presa a nolo e fare rotta verso la Francia. «Pensa che la prossima volta che toneremo qui a Portofino», le dico, «probabilmente avranno ribattezzato Piazza Martiri dell’Olivetta Piazza Silvio Berlusconi. Leggevo l’altro giorno sul Messaggero che sarà il primo Comune a intitolare una via al Cav. Probabilmente sarà una piccola strada che porta al cancello di una villa qui sopra dove stava quando veniva da queste parti. Villa dell’Olivetta, per la precisione. La inaugureranno a settembre, nel giorno del suo compleanno». «Non mancherò per nessun motivo al mondo», risponde lei, ancor più acida, alzandosi dal tavolo e, contemporaneamente, chiedendo il conto al cameriere. «Andiamocene».

«Pensa che la prossima volta che toneremo qui a Portofino probabilmente avranno ribattezzato Piazza Martiri dell’Olivetta Piazza Silvio Berlusconi. Leggevo che sarà il primo Comune a intitolare una via al Cav. La inaugureranno a settembre, nel giorno del suo compleanno»

Avevamo salpato l’ancora alle nove del mattino precise e l’equipaggio, oltre allo skipper e la sua fidanzata che ricopriva il ruolo di hostess, era così composto: io & Ofelia, la mia amica Stella e mia cugina Rebecca più i loro rispettivi fidanzati, Carlo e Leonardo. Per tutta la durata del giorno il mare si era mantenuto calmo e per vaste estensioni la superficie delle acque era trasparente e tiepida. Arrivati a destinazione, dopo quasi nove ore di navigazione filate, intorno alle sei di sera nella baia di Villefranche, erano state stappate diverse bottiglie di vino, soprattutto etichette francesi tipo Chablis e Muscadet, e l’aperitivo andò avanti finché tutte le bottiglie non furono vuote. Quasi tutti gli italiani che arrivano in barca qui in Costa Azzurra da Sanremo, Alassio o dalla stessa Portofino, preferiscono generalmente compiere la prima tappa nel porto di Monaco. Noi come il mese scorso abbiamo deciso invece di fermarci in rada davanti al bellissimo porticciolo di Saint Jean-Cap Ferrat, una piccola penisola rocciosa e immersa nel verde, a pochi chilometri da Montecarlo, in cui la vita scorre lenta, e dove è del tutto normale vedere la gente passeggiare con la baguette sottobraccio o sorseggiare rosè in spiaggia all’ora del tramonto. Leopoldo II del Belgio, che da queste parti possedeva 50 ettari di terreno, la definiva «la proiezione terrestre del Paradiso». Imponenti recinzioni, sistemi d’allarme e guardie del corpo difendono quello che succede all’interno delle ville delle due punte. «Quando venivamo qui da piccoli con i miei, prima che comprassimo la casa in Sardegna», dice mia cugina Rebecca, mentre ci beviamo una birra seduti uno di fronte all’altra al solito Le Cadillac, «ricordo che tutta la vita di giorno si svolgeva in mezzo al mare, sulle barche, perché in alto, nella zona delle ville, praticamente non c’è spiaggia. I condomini per i comuni mortali come noi, invece, stanno tutti qui intorno».

«L'Apophis? Mai sentito nominare. Ormai sono fuori dal giro»: il racconto della settimana
Cap Ferrat.

Mentre parla la osservo, ancora bellissima come è sempre stata, con le gambe nude e una felpa con il cappuccio blu, e mi rendo conto che da tempo non è più la bambina che tenevo sulle ginocchia ma una donna di 35 anni, con tre figli e le idee chiare. Mentre penso a tutte queste cose mi accorgo che due tavoli di fianco a noi è seduto un ragazzo di Milano che conosco: il Duca. È in compagnia di una ragazza, tra di loro, appoggiata in un secchiello del ghiaccio sul tavolo, troneggia una bottiglia di Tattinger. «Andrea Spider!», urla appena mi vede, «cosa ci fai da queste parti?», mi domanda incredulo, e quando mi alzo per andargli incontro e salutarlo sorridiamo entrambi, perché ci rendiamo conto quasi in contemporanea di essere vestiti esattamente nella stessa maniera: t-shirt bianca, bermuda beige, scarpe da barca. «Come diceva lo scrittore inglese William Somerset Maugham, che qui era di casa, cos’è la Costa Azzurra se non un luogo soleggiato per gente losca? Ciao Duca, come te la passi? Lei è mia cugina Rebecca», gli dico. «Ah scusatemi, che maleducato, lei è Valentine», mi risponde lui, alzandosi a sua volta dal tavolo e indicando la ragazza seduta di fronte. «Conosco il Duca dal 1998», dico a mia cugina, «siamo finiti insieme un anno al liceo in una di quelle scuole private per disadattati che facevano recupero anni e poi abbiamo lavorato assieme per parecchio tempo nei locali. Era il periodo delle discoteche minorili, delle one night, delle serate. È grazie a lui che ho cominciato a parlare al microfono dalle consolle di mezza Milano», aggiungo. «Eri già Andrea Spider, una star delle pubbliche relazioni dei pomeriggi milanesi», risponde lui e poi continua, «io ho fatto solo in modo che diventassi una street legend. All’epoca erano in pochi quelli che parlavano al microfono. Poi sei arrivato tu e la cosa di colpo è diventata cool. Da quel momento in poi tutti i ragazzini volevano farlo». Poi ci sediamo al tavolo tutti e quattro assieme, il Duca ordina un’altra bottiglia di Tattinger e il discorso scivola inevitabilmente su Apache e l’Apophis, la discoteca dove è iniziata la brutta storia che per tutta questa settimana ha occupato le prime pagine dei giornali. «Cosa ne pensi?»  chiedo al Duca. «Dove vuoi arrivare? Dimmelo subito». «Mah, non voglio arrivare da nessuna parte e nemmeno entrare nei dettagli della vicenda. Però devo dirti che la storia mi ha parecchio incuriosito, a prescindere dal cognome dell’indagato, fondamentalmente per due motivi. Primo, perché il fatto sarebbe avvenuto praticamente davanti a casa mia. Secondo, perché l’Apophis è un locale che non ho mai sentito nominare e la cosa mi ha fatto sentire terribilmente fuori dal giro. Oltre che, ovviamente, tremendamente vecchio». «I tempi cambiano Spiderino, è normale».

L’Apophis è un locale che non ho mai sentito nominare e la cosa mi ha fatto sentire terribilmente fuori dal giro. Oltre che, ovviamente, tremendamente vecchio

Tra l’università e la biblioteca Sormani c’è una piccola stradina che si chiama via Merlo. In fondo, quasi all’angolo con via San Bernardino, sormontato da una verandina blu navy con sopra un serpente stilizzato c’è l’ingresso dell’Apophis, un piccolo club di 180 mq tra i più esclusivi in città. Disegnato da un noto studio di architettura il locale è una bomboniera da 200/300 persone. Solito giro milanese di pierre e deejay che organizzano feste e one night, all’Apophis ci vanno i figli dei politici, dei professionisti, degli industriali. I cognomi in vista della Milano che conta, insomma. Hanno più o meno tutti intorno ai 20 anni, hanno frequentato i migliori licei e le più esclusive scuole ambrosiane, il Parini, il Berchet, il San Carlo, il Leone XXIII e solitamente fanno avanti e indietro da Londra, dove studiano economia o design. Per entrare bisogna essere soci, la tessera annuale costa intorno ai 500 euro e si dice che tra i suoi divani di velluto raso, oltre a fiumi di vodka e caviale Beluga, giri anche parecchia cocaina. Così dicono i giornali, stupendosi quasi della cosa, come fosse strano che nelle discoteche del centro giri della droga e come fosse inconsueto che i rampolli delle famiglie bene milanesi frequentino certi locali. Succedeva anche ai miei tempi con il Madame Claude, con lo Yachting Club, con lo Stage di via Manzoni, con il Propaganda e compagnia bella, anche se a essere totalmente sincero io di droga ne ho vista sempre più a scuola che nei locali. Come all’Oppenheimer ad esempio, dove si basava cocaina nei bagni e dove al cambio dell’ora per 10 mila lire potevi farti una riga lunga quanto la diagonale del diario dell’istituto. E anche in quanto alla violenza, a parte qualche sparuto gruppo di pistoleri figli di avvocati e notai che giocavano a fare i cow-boy, sotto le luci strobo delle discoteche frequentate da certi giri, non ce n’è mai stata granché. Ci si sfogava più che altro sulle cose che sulle persone. Si vandalizzavano le feste, si depredavano gli appartamenti patrizi, si distruggevano salotti e camere da letto dei genitori di qualche malcapitato che aveva avuto l’ardore di festeggiare il compleanno a casa. Null’altro. Di stupri e robaccia simile in tanti anni non ne ho mai sentito parlare. Nemmeno una volta. Non era roba per noi. Mai si sarebbe messa della droga nel bicchiere di una ragazza per portarsela a letto. Se c’era della droga volevamo spararcela tutta noi, qualsiasi essa fosse.

«L'Apophis? Mai sentito nominare. Ormai sono fuori dal giro»: il racconto della settimana
Io in hangover nel 1999.

Il giorno dopo in rada a Cap Ferrat il sole in cielo era una palla di fuoco e il caldo africano rendeva incandescente perfino il ponte in tek della barca. Anche l’acqua del mare era troppo bollente per offrire un vero sollievo: lavava via il sudore ma non riusciva a raffreddare il sangue che scorreva dentro i nostri corpi. Di tanto in tanto qualche piccola onda increspava di verde smeraldo l’orizzonte, riflettendo la luce del sole con malcelata eleganza e rallentando il turbine di pensieri che si avvicendavano per la malata scatola cranica. Le ragazze stavano a prua, stese su teli color turchese e io le osservavo seduto sono il tendalino al centro del pozzetto, mentre scrivevo con l’iPad sulle ginocchia con indosso una t-shirt con sopra la faccia di Notorious BIG e un cappellino da baseball degli Yankees portato con la visiera a rovescio. Hip-hop anche in barca a vela. Sottocoperta sventolava maraglia la bandiera verde smeraldo della Giraglia con al centro il simbolo giallo della Rolex e mancavano meno di quattro ore alla partenza del treno che da Nizza ci avrebbe riportato a Milano. Fu proprio in quel momento che l’iPhone iniziò a vibrare e aprendo whatsapp si materializzò un’immagine di me, 19enne, appena sveglio in pieno hanghover, in mutande e con indosso la t-shirt dello Stage di via Manzoni, davanti alla portafinestra dell’appartamento di mia zia in Piazza Adigrat. A corredo un messaggio del fido Baj, uno degli amici di una vita: «Guarda nei meandri di una vecchia scatola di scarpe cosa ho trovato? Estate 1999. Ciao!». «Andrea Spider», penso, «la street legend». Già, la street legend che non esiste più.

L’Italia rivendica al Louvre sette reperti archeologici, ma il numero potrebbe salire

Secondo le informazioni diffuse da Le Monde, un’anfora a fondo nero, datata al V secolo a.C. custodita nella galleria Campana nel museo Louvre a Parigi, è rivendicata dallo Stato italiano insieme ad altri sei reperti archeologici. L’opera è attribuita al pittore di Berlino, artista mai identificato, pilastro della ceramica ellenica, e appartiene alla collezione che fu acquisita da Napoleone III. Dopo un restauro, le sale della galleria erano state riaperte al pubblico all’inizio del mese di luglio.

La rivendicazione dei sette pezzi della collezione

L’acquisto della collezione composta da sette pezzi, da parte del museo, era avvenuto tra il 1982 e il 1998. Già nell’autunno di quest’anno potrebbe esserci un accordo tra Italia e Francia per riportare le opere in patria. Si apprende inoltre dal quotidiano francese che «sono passati circa dieci anni dai primi sospetti su questi pezzi e dall’inizio del dialogo tra i due Paesi».

Le indagini degli archeologi e l’origine incerta delle opere

Secondo le indagini degli archeologi gli oggetti della collezione, tra cui l’anfora del pittore di Berlino e il vaso antico del pittore di Ixion, avevano un’origine incerta, forse saccheggiati illegalmente. La direttrice del Louvre, Laurence des Cars, ha dichiarato a Le Monde che le opere dubbie sono «una macchia sulle collezioni del museo» e promette la massima collaborazione per risolvere la controversia. Sempre secondo la direttrice, «lo studio della provenienza è oggi una questione delicata, dal punto di vista scientifico, simbolico e politico». Una portavoce del Louvre ha rivelato inoltre ad AFP che una lista con altre opere era già stata inviata a febbraio dal ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. L’elenco non è mai stato reso pubblico.

Harry Potter e la pietra filosofale, una prima edizione del libro venduta a 12 mila euro

Una prima edizione di Harry Potter e la pietra filosofale è stata venduta in Gran Bretagna alla cifra di 10.500 sterline, pari a circa 11.700 euro. Il volume è uno dei 500 esemplari in prima tiratura in copertina rigida e l’asta per accaparrarselo è stata serrata. Il primo romanzo della serie scritta da J.K. Rowling è stato pubblicato dalla casa editrice Bloomberg nel 1997. La copia è in ottime condizioni ed era stata acquistata per 25 sterline da un collezionista nel 1998. All’interno anche la firma dell’autrice, che ne ha aumentato il valore. Non si tratta però di un record. Nel 2019 è stato venduto un altro dei 500 volumi della prima tiratura per circa 54 mila euro da una casa d’aste di Londra. L’anno dopo, nel 2020, a Dallas ne è stato acquistato un altro per 98 mila euro.

Venduta a 12 mila euro una prima edizione di Harry Potter e la pietra filosofale
Una prima edizione di Harry Potter e la pietra filosofale esposta in un museo (Getty).

La famiglia pensava di aver perso il libro

La vendita del libro non è stata affatto semplice. La sorella del collezionista, scomparso a inizio 2023, pensava di aver perso la copia di Harry Potter e la pietra filosofale. La famiglia era consapevole del valore del libro ma sembrava ormai perduto, a causa di un trasloco avvenuto nel 2019 in cui il collezionista ha spostato tutti i libri nello Straffordshire. La donna ha raccontato alla Bbc: «Sapevamo che possedeva quel libro, ma se gli chiedevi di localizzarlo non ne era in grado». A trovarlo è stata la casa d’aste Winterton, che lo ha poi messo in vendita per conto della famiglia stessa. Ad accaparrarselo è stato un acquirente di Los Angeles, la cui identità non è stata svelata.

Le caratteristiche della prima edizione

Diversi i requisiti della prima edizione. Per essere identificato come tale, il libro deve avere la copertina rigida e laminata, con il disegno di Thomas Taylor in cui Harry è davanti al treno per Hogwarts. Poi la casa editrice, Bloomsbury, scritta in fondo alla pagina del titolo e la data del copyright, il 1997. Inoltre, occhio ai numeri della linea di stampa: nella pagina dei diritti d’autore bisogna leggere tutti i numeri da 10 a 1, in ordine decrescente, con l’ultimo a indicare la stessa stampa. E poi c’è anche un errore da rintracciare a pagina 53. Harry riceve da Hogwarts la lista con il materiale da acquistare e nella prima edizione c’è scritto due volte «1 bacchetta». La ripetizione è stata corretta nella seconda stampa, ma poi è riapparsa in altre stampe successive. La saga ha venduto più di 500 milioni di copie ed è stata tradotta in 80 lingue.

Venduta a 12 mila euro una prima edizione di Harry Potter e la pietra filosofale
Harry Potter è un fenomeno globale (Getty).

È morto Milan Kundera, celebre autore de L’insostenibile leggerezza dell’essere

Lutto nel mondo della letteratura per la scomparsa di Milan Kundera, scrittore, poeta, saggista e drammaturgo francese di origine cecoslovacca ed etnia ceca. L’autore, che oltre al capolavoro L’insostenibile leggerezza dell’essere ha scritto (tra gli altri) Lo scherzo, Il valzer degli addi e La lentezza, aveva 94 anni. L’annuncio del decesso è stato dato dalla televisione ceca.

Nel 1979 aveva perso la cittadinanza cecoslovacca per le critiche al regime

Tra i più celebri scrittori della seconda metà del Novecento, era malato da tempo (così ha riferito un portavoce di Gallimard, il suo editore francese) e viveva in Francia dal 1975. L’autore si era trasferito in Occidente in seguito ai suoi dissidi con il Partito comunista cecoslovacco e nel 1979 perse la cittadinanza a causa della pubblicazione de Il libro del riso e dell’oblio, un romanzo sperimentale critico nei confronti del regime. Solo nel 2019 il governo gli riconobbe la cittadinanza ceca. Nella sua carriera Kundera ha scritto 10 romanzi, di cui sei in ceco e quattro in francese. Il più conosciuto è L’insostenibile leggerezza dell’essere, pubblicato per la prima volta in Francia nel 1984. In Italia è uno dei libri più venduti nella storia della casa editrice Adelphi. Ambientato a Praga intorno al 1968, racconta la storia di quattro personaggi, due uomini e due donne, legati da diverse relazioni amorose. Dal libro venne anche tratto un film (1988) diretto dallo statunitense Philip Kaufman. Più volte candidato al Nobel per la Letteratura, Kundera (al pari di altri grandi della letteratura come Philip Roth) non lo vinse mai.

L’ultimo romanzo uscito nel 2013

Il suo ultimo romanzo pubblicato è La festa dell’insignificanza, scritto a più di 80 anni e uscito nel 2013. Nel 2020 Adelphi aveva invece pubblicato Un Occidente prigioniero contenente due suoi discorsi, uno tenuto in occasione del IV Congresso dell’Unione degli scritto­ri della Cecoslovacchia nel 1967 e un altro risalente al 1983.

 

Charlie Watts, all’asta libri rari e dischi jazz della sua collezione privata

Charlie Watts, storico batterista dei Rolling Stones morto a 80 anni il 24 agosto 2021, era anche un appassionato collezionista. Parte del suo ‘tesoro’ andrà all’asta il 28 e 29 settembre da Christie’s, dopo essere stato esposto fra Usa e Regno Unito. Fra i pezzi più pregiati dozzine di rare prime edizioni letterarie, tra cui romanzi di Agatha Christie e Arthur Conan Doyle. «Apprezzava il tempo a casa e leggeva per strada», ha ricordato alla Bbc Paul Sexton, autore della biografia Charlie’s Good Tonight. «Non ha fatto questi acquisti pensando al loro valore, ma solo per passione e per la soddisfazione nel possederli». Oltre ai libri, della collezione fanno parte anche dischi, pezzi di argenteria vintage e cimeli della Guerra civile americana.

Dai libri ai dischi jazz, la collezione privata di Charlie Watts

Fra i pezzi più preziosi della biblioteca privata di Charlie Watts spicca una rara prima edizione de Il grande Gatsby, il cui valore è stimato tra le 200 e le 300 mila sterline (240-350 mila euro circa). All’interno la dedica dell’autore Scott Fitzgerald ad Harold Goldman, sceneggiatore con cui lavorò per Un americano a Oxford nel 1938. All’asta anche una prima edizione de Il mastino di Baskerville di Arthur Conan Doyle. Non mancano rare copie dei romanzi di Agatha Christie e James Joyce, oltre a una bozza primaria di Ritorno a Brideshead di Evelyn Waugh. Si tratta di una versione mai arrivata in commercio, in quanto l’autrice cambiò il finale e i nomi di alcuni protagonisti prima di consegnarlo all’editore.

All'asta i cimeli di Charlie Watts, batterista dei Rolling Stones. Spiccano le prime edizioni di Sherlock Holmes e Il grande Gatsby.
Charlie Watts al centro di Ronnie Wood e Keith Richards sul palco nel 2019 (Getty Images).

Oltre ai libri, Watts ha collezionato anche numerosi Lp di musica jazz. Iniziò ad acquistarli già prima di arrivare al successo con gli Stones, spendendo tutti i suoi risparmi per i dischi di Johnny Dodds, Charlie Parker e Dizzy Gillespie, solo per citarne alcuni. Uno dei suoi album preferiti però era Walkin’ Shoes del Gerry Mulligham Quartet con Chico Hamilton alla batteria. Cercò più volte di imitarlo suonando lo strumento con alcune spazzole metalliche. «Fu incredibilmente influenzato dal jazz», ha proseguito Sexton. «Non solo dal ritmo, ma anche dal look. Voleva persino le magliette indossate dai cantanti nelle foto di copertina dei dischi». All’asta di Christie’s ci sarà anche la colonna sonora di Porgy and Bess. Firmata e annotata da George Gershwin, potrebbe fruttare fra 10 e 15 mila sterline (circa 11-23 mila euro).

Puccini e non solo: i cartelloni dei teatri lirici italiani della prossima stagione

Celebrare il centenario della morte di Giacomo Puccini (Bruxelles, 29 novembre 1924) per i teatri lirici italiani è una sinecura. In linea di massima, non occorreva fare nulla di più del solito. Si parla infatti di un compositore che ha avuto (per restare agli ultimi cinque anni, dati del sito specializzato operabase) quattro titoli fra i 10 più rappresentati, e due sul podio, visto che in questa classifica La bohème è seconda e Tosca terza (la Butterfly figura al settimo posto, Turandot al nono). E infatti, se si dà una scorsa alle stagioni 2023-24 delle Fondazioni lirico-sinfoniche si nota che non si discostano di molto dalla consuetudine: Puccini c’è sempre, più o meno in risalto nei cartelloni per i cast, le direzioni, gli allestimenti. Però, quasi sempre con i soliti titoli, quelli che abbiamo appena citato.

Il Regio di Torino presenta il Puccini meno battuto: da La Rondine alla Fanciulla del WestLe villi

L’eccezione più significativa è data dal Regio di Torino, dove giustamente devono avere preso molto sul serio il ruolo di questo teatro come incubatoio della grande affermazione pucciniana (qui nacquero Manon Lescaut, La bohème e in sostanza il mito pucciniano). Al netto dell’inevitabile opera di Mimì, infatti, in un calendario che gioca in largo anticipo (inaugurazione il 21 settembre con la rara La Juive di Halévy, regia del richiestissimo Stefano Poda, “firma” della controversa Aida areniana di quest’estate) troviamo una buona parte del Puccini che nel repertorio non c’è. Cioè quello della lunga traversata dalla Butterfly a Turandot, un ventennio di riflessioni, elaborazioni, tentativi che più di tutti collocano il musicista lucchese nella modernità novecentesca. E dunque, spazio alla singolare incursione pucciniana nei dominî dell’operetta con La Rondine (dal 17 al 26 novembre), firmata per la regia da Pierre-Emmanuel Rousseau: uno spettacolo, è stato annunciato, ambientato nel 1973, «per rendere omaggio al cinquantenario del nuovo Regio e per evocare il fascino degli anni di Yves Saint-Laurent, Brigitte Bardot, Romy Schneider e Alain Delon». Ma spazio anche all’ancora più rara Fanciulla del West, “nata” al Met di New York nel 1910, anche qui con regia d’autore, quella di Valentina Carrasco (22 marzo – 2 aprile); e perfino alla derelitta opera prima, Le villi, che al Regio non era mai più stata rappresentata dopo il 1884.

Puccini e non solo: i cartelloni dei teatri lirici italiani della prossima stagione
La locandina della prima rappresentazione italiana della Rondine.

Solo a Torino in scena il Trittico nella sua struttura originale

Nel calendario torinese (in cui spicca il nome di Riccardo Muti, unica presenza operistica italiana dal 21 febbraio al 3 marzo, sul podio per il verdiano Un ballo in maschera) figura anche il Trittico, composto come si sa dai tre atti unici Il tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi. Le singole parti sono – ciascuna per conto suo – piuttosto presenti nel repertorio (specialmente l’ultima, unica incursione di Puccini nel comico) in ogni sorta di “accoppiamento” con altri titoli. Tutto insieme, il Trittico è cosa da festival (Salisburgo l’anno scorso, Taormina Arte in questi giorni) e piuttosto raramente da teatro lirico: nella prossima stagione lo si potrà ascoltare e vedere nella struttura originale solo a Torino, con la direzione di Pinchas Steinberg e la regia nuova di Tobias Kratzer (21 giugno – 4 luglio ’24). All’Opera di Roma, procede infatti dalla scorsa stagione un progetto che vede i singoli atti unici separati e accompagnati da altri titoli, e si avrà quindi Gianni Schicchi insieme a L’heure espagnole di Maurice Ravel, “farsa amorosa” in qualche sintonia con la grottesca vicenda dantesca (7-16 febbraio). Singolare poi la scelta del Comunale di Bologna, che inaugurerà la sua stagione con Manon Lescaut (nuovo allestimento di Leo Muscato, sul podio Oksana Lyniv, dal 27 al 31 gennaio) e avendo deciso di proporre anche il Trittico in una nuova produzione di Pier Francesco Maestrini, diretta da Roberto Abbado, lo farà a serate separate, una per ciascun atto unico, dal 3 al 19 luglio ‘24.

Puccini e non solo: i cartelloni dei teatri lirici italiani della prossima stagione
Il Teatro Regio di Torino (Getty Images).

Le proposte pucciniane della Scala: la Rondine firmata da Irina Brook e la Turandot di Livermore

Resta da dire delle proposte pucciniane della Scala. Si tratta di due nuove produzioni piuttosto intriganti: una Rondine affidata a Irina Brook (la figlia del grande Peter Brook) che il direttore musicale Riccardo Chailly ha riservato alla sua bacchetta, e una Turandot che sarà firmata da Davide Livermore e vedrà sul podio il prossimo direttore stabile di Santa Cecilia, Daniel Harding (dal 25 giugno al 15 luglio ’24). Protagonisti vocali Anna Netrebko (soprano che non si dà limiti di repertorio) e il tenore consorte Yusif Eyvazov. Verrà eseguito il tradizionale completamento del finale (come si sa, mancante per la morte del compositore) scritto negli Anni 20 da Franco Alfano. Peccato sia stato abbandonato quello realizzato da Luciano Berio a fine Anni 90, che pure Chailly aveva adottato in una precedente produzione scaligera. Come ha chiarito Virgilio Bernardoni nell’ultima monografia dedicata a Puccini, uscita per il Saggiatore a fine maggio, si tratta di «un’operazione ermeneutica che ci illumina sul senso possibile del teatro di Puccini nel nostro tempo». In altre parole, un capolavoro per il capolavoro.

Puccini e non solo: i cartelloni dei teatri lirici italiani della prossima stagione
La Scala di Milano (Getty Images).

Al Piermarini tra il Rosenkavalier di Strauss e il Cappello di paglia di Firenze di Rota. Oltre al Don Carlo inaugurale

Fuori dal pianeta Puccini, uno sguardo d’insieme alla prossima stagione dei principali teatri operistici italiani conferma tendenze antiche e recenti in cartelloni decisamente ampi e diversificati. Fra questi teatri, per il momento è giocoforza togliere Firenze, non per una scelta di chi scrive ma perché la devastante crisi arrivata a un passo dalla liquidazione della Fondazione fa sì che non ci sia traccia di programmi oltre la metà di luglio. Nell’assai ricco cartellone della Scala – una forza produttiva (cioè economica) di gran lunga ineguagliabile, con una decina di nuove produzioni – faticherete a trovare musica del Novecento. Lo è, paradossalmente, quella di entrambe le opere di Puccini inserite in stagione, poi si trova lo Strauss del Rosenkavalier (1911), che segnerà peraltro il debutto al Piermarini di Kirill Petrenko, il direttore stabile dei Berliner (12-29 ottobre ’24). E, quasi come un divertissement, il grazioso Cappello di paglia di Firenze che Nino Rota compose nel 1945 e portò in scena solo un decennio più tardi, dalla deliziosa qualità comunicativa (dal 4 al 18 settembre ’24). Troverete invece molti titoli fondamentali di altre epoche, non necessariamente nel grande repertorio (a partire dal Don Carlo verdiano inaugurale, seconda parte della riflessione sul potere aperta lo scorso 7 dicembre dal Boris Godunov di Musorgskij), con nomi di primo piano sia per il podio che per i cast vocali e gli allestimenti. Ci sarà una nuova regia di Damiano Michieletto per la Medée di Cherubini (14 – 28 gennaio), una di Chiara Muti per il Guillaume Tell rossiniano (20 marzo – 10 aprile), una dello straordinario Robert Carsen per la secentesca Orontea di Antonio Cesti, affidata alla bacchetta specialistica di Giovanni Antonini e al controtenore Carlo Vistoli (26 settembre – 5 ottobre ’24).

A Wagner pensa anche la ‘sua’ Bologna con la direzione di Oksana Lyniv

Ultima tappa della prossima stagione l’avvio di una nuova edizione del Ring wagneriano con la regia di David McVicar e la direzione di uno specialista del calibro di Christian Thielemann (28 ottobre – 10 novembre ’24). A Wagner pensa anche la “sua” Bologna (qui avvennero tante prime italiane delle sue opere), ma deve limitarsi – le risorse non sono le stesse della Scala – alla forma di concerto. Peraltro, con la direzione di Oksana Lyniv, la direttrice ucraina che è stata la prima donna nella storia a salire sul podio a Bayreuth. L’oro del Reno verrà eseguito all’auditorium Manzoni di Bologna il 12 e 13 giugno. Il 17 e 19 ottobre 2024 toccherà a Die Walküre.

La grande tradizione protagonista al San Carlo di Napoli

Eguale dedizione alla storia dell’opera meno vicina a noi si trova nell’ampio cartellone del Teatro di San Carlo a Napoli, che sarà inaugurato il 9 dicembre prossimo da una nuova Turandot firmata dal giovane regista russo Vasily Barkhatov, che fa così il suo debutto italiano. I titoli sono una dozzina, oltre la favola cinese di Puccini solo un paio novecenteschi: Elektra di Strauss (27 settembre – 3 ottobre ’24), e Il castello di Barbablù di Bela Bartók (24 – 30 maggio), che sarà proposto in accoppiata con La voix humaine di Poulenc affidato alla massima interprete odierna di questa partitura, Barbara Hannigan. Per i vociomani, da annotare La gioconda di Ponchielli con la coppia Netrebko-Kaufmann (10 – 17 aprile) e la verdiana Traviata con l’eccellente Lisette Oropesa (14 – 30 luglio ’24). Per il resto, spazio a Mozart, Bellini e Donizetti, con titoli noti e amati, senza trascurare la Carmen di Bizet. La grande tradizione, insomma.

Puccini e non solo: i cartelloni dei teatri lirici italiani della prossima stagione
Il San Carlo di Napoli (Getty Images).

La Fenice apre con Contes d’Hoffmann di Offenbach

Il cartellone della Fenice di Venezia, che sarà aperto con una coproduzione internazionale (con Sydney, Londra e Lione) dei Contes d’Hoffmann di Jacques Offenbach firmata dal veneziano Damiano Michieletto e diretta da Antonello Manacorda, con il basso-baritono Alex Esposito fra i protagonisti (24 novembre – 2 dicembre). A seguire il repertorio e le proposte originali anche inedite si equilibrano in un programma in 14 titoli con nove nuovi allestimenti. Si va dal barocco del Tamerlano di Vivaldi affidato allo specialista Diego Fasolis (7 – 15 giugno) al ritorno del Pinocchio, opera per ragazzi scritta da Pierangelo Valtinoni nel 2001 e ampliata nel 2006, già in scena a Venezia nel 2019 (18 – 24 gennaio); si riuniscono Luigi Nono e Arnold Schönberg, nella vita genero e suocero, con La fabbrica illuminata ed Erwartung (13 – 22 settembre 2024), si rende omaggio a una figura cruciale della musica italiana del ‘900 come il veneziano Gian Francesco Malipiero, scomparso nel 1973, proponendone La vita è sogno da Calderón de la Barca (31 ottobre – 9 novembre ‘24); si offre una duplice prospettiva sul neoclassicismo fra Strauss e Respighi, fra Ariadne auf Naxos (regia di Paul Curran, 21 – 30 giugno) e la rarità della stagione costituita da Maria Egiziaca (1932), che il compositore bolognese scrisse nei primi Anni 30 rivisitando a modo suo, non senza intense pagine sinfoniche, lo stile del gregoriano e del Rinascimento. La regia reca la firma di Pier Luigi Pizzi (8 – 16 marzo). In cartellone ci sono naturalmente Puccini, Rossini e Mozart. Manca invece Verdi, e questa è una notizia – non necessariamente negativa – per un teatro al quale l’autore della Traviata fu sempre molto legato, facendovi debuttare cinque opere fondamentali nel suo catalogo.

Puccini e non solo: i cartelloni dei teatri lirici italiani della prossima stagione
La Fenice di Venezia (Getty Images).

Attesa per il Mefistofele di Boito all’Opera di Roma e alla prima assoluta de L’ultimo viaggio di Sindbad,

Verdi entra di stretta misura nel calendario dell’Opera di Roma, solo con un Otello in scena dall’1 al 12 giugno per la regia di Allex Aguilera della Fura dels Baus. L’inaugurazione del 27 novembre prossimo è affidata a Mefistofele di Arrigo Boito (presenta anche alla Fenice nel prossimo aprile) con la regia di Simon Stone, 39enne australiano già di casa a Salisburgo e a New York, dove ha fatto scalpore con una Lucia di Lammermoor ambientata in tempi moderni nella cosiddetta Rust Belt, l’area un tempo sede della grande industria pesante americana, da tempo in crisi. Sarà un debutto italiano destinato a fare discutere. La regia d’autore caratterizza peraltro tutto il cartellone del Costanzi, spesso con debutti nel nostro Paese. Si tratta di una stagione caratterizzata da autori importanti con titoli cruciali nella modernità come la Salome di Richard Strauss per la regia del grande Barrie Kosky (7 – 16 marzo), la Jenůfa di Janáček con regia di Claus Guth, spettacolo vincitore nel 2022 dell’Olivier Award per la migliore produzione operistica (2 – 9 maggio), il Peter Grimes di Benjamin Britten secondo la premiatissima regista inglese Deborah Warner (11 – 19 ottobre ‘24), che vedrà sul podio il direttore musicale dell’Opera di Roma, Michele Mariotti, al debutto in questo titolo. Segnalato che Britten sarà anche il protagonista dell’inaugurazione di stagione al Carlo Felice di Genova, con l’infrequente e sofisticato A Midsummer Night’s Dream da Shakespeare, affidato alla bacchetta di Donato Renzetti e alla regia di Laurence Dale (13 – 19 ottobre), mette conto segnalare che a Roma andrà in scena anche una prima assoluta. Parliamo de L’ultimo viaggio di Sindbad, da un testo di Erri De Luca, che il Costanzi ha commissionato alla 48enne compositrice Silvia Colasanti, in programma dal 16 al 23 ottobre 2024. Una prima assoluta, ma solo per l’Italia, è invece la rarità in cartellone al Regio di Torino fra aprile e maggio: si tratta di The Tender Land dell’americano Aaron Copland (1954), opera con vista sul profondo Sud degli States durante la Grande Depressione, emblematica di quanto il teatro musicale viva (anche) parlando di quello che ci accade intorno.

Edoardo Agnelli e gli altri celebri rampolli infelici o maledetti

Si intitola Edoardo, L’intruso tra gli Agnelli, il libro appena pubblicato da Aliberti, che il giornalista Marco Bernardini ha dedicato al primogenito e unico figlio maschio dell’Avvocato. Edoardo Agnelli è morto suicida all’età di 46 anni. Il suo corpo venne trovato senza vita il 15 novembre 2000, dopo un volo di oltre 80 metri, con indosso una giacca di velluto portata sopra il pigiama, sul greto del torrente Stura, lungo l’autostrada che collega Torino al mare della Liguria. «Se mai ti dovesse capitare racconta qualcosa di me», è scritto in epigrafe.

Edoardo e il rapporto speciale con il cugino ed erede designato Giovannino

Bernardini tiene fede alla parola data, e all’amicizia durata 15 anni con Edoardo Agnelli, tracciando un ritratto impeccabile e particolarmente affettuoso del mancato erede della dinastia che decise di mettere fine alla propria vita «come in un urlo di protesta». Bernardini e Agnelli si conobbero in occasione di un’intervista che il giovane rampollo rilasciò all’allora giornalista di Tuttosport circa i suoi progetti, dalla Juventus (poco tempo prima si era consumata la tragedia dell’Heysel) alla Fiat. «Suo papà si arrabbiò molto, chiese al figlio di dire che avevo travisato le sue parole, lui fu onesto, disse: “Bernardini non ha cambiato una virgola”», ha raccontato Bernardini al Corriere. «Era un uomo coraggioso Edoardo». Inquieto, sensibile, colto, estremamente fragile, Edoardo Agnelli fu sicuramente il più irregolare dell’intera dinastia, un tipo che i suoi compagni di studi in America chiamavano “Crazy Eddie”. Bernardini non tralascia nulla. Dentro ci sono i tormentati rapporti con le donne, tra i quali spicca la storia d’amore con una ragazza di nome Francesca che a un certo punto rimane incinta ma di un figlio non suo. L’anaffettività dei genitori: la madre che preferisce curare i propri giardini e presta maggiore attenzione ai cani husky, il padre che una sera lo fa chiamare, gli dice di prepararsi per andare a vedere assieme la partita allo stadio, e poi non si presenta. Lo stretto rapporto che lo legava al cugino (ed erede designato) Giovanni Alberto detto Giovannino, una specie di John John Kennedy torinese, morto anche lui giovanissimo per un cancro fulminante: «Se oggi fosse vivo Giovannino, lo sarebbe sicuramente anche Edoardo». Una vita trascorsa ai margini, in totale riservatezza, fino all’episodio di Malindi, quando Edoardo venne arrestato in Kenya, trovato con addosso dell’eroina e riportato in fretta e furia a casa da un paio di uomini di fiducia della famiglia tra cui un misterioso personaggio «dall’impeccabile blazer blu». Una storia triste, un romanzo senza lieto fine, quello scritto da Bernardini, che racconta la parabola sofferta di un uomo considerato dalla sua stessa famiglia inadatto, unfit, a guidare l’impero.

Edoardo Agnelli e gli altri celebri rampolli infelici o maledetti
La copertina del libro di Bernardini edito da Aliberti.

La nuova vita di Lapo Elkann 

Quella di Edoardo Agnelli non è l’unica storia di rampolli infelici e maledetti. Sempre in casa Agnelli, ad esempio, Lapo Elkann, figlio di Margherita (sorella di Edoardo) ed Alain Elkann, è finito spesso al centro delle cronache a causa dei demoni con cui da sempre si è trovato a combattere. «La mia sensibilità e la mia grande forza di volontà mi hanno aiutato. Non ho paura delle mie fragilità», ha dichiarato tempo fa a Vanity Fair. «Ho imparato ad accettare me stesso e a chiedere aiuto. C’è voluto del tempo ma oggi sto bene con chi sono». E sembra che finalmente Lapo sia riuscito a far pace con se stesso. Anche grazie anche alla moglie Joana Lemos, ex pilota di rally, con la quale l’ex enfant terrible si è sposato il giorno del suo 44esimo compleanno.

Edoardo Agnelli e gli altri celebri rampolli infelici o maledetti
Lapo Elkann e Joana Lemos sul red carpet di Venezia nel 2022 (Getty Images).

La ‘maledizione’ dei Kennedy

Non tutte le storie di questo tipo però hanno un lieto fine. Basta ricordare i Kennedy. Intorno al nome della celebre dinastia americana sono sorte dicerie, fino a parlare di vera e propria maledizione. I due fratelli John Fitzgerald e Robert morirono assassinati nel 1963 e 1968. l figlio di JFK e di Jacqueline John John morì con la moglie Carolyn Bessette e la cognata Lauren in un incidente aereo nel 1999. Michael Kennedy, il sesto degli 11 figli di Robert ed Ethel, morì nel 1997 a causa di un incidente sulle piste da sci del Colorado. Suo fratello David era morto di overdose nel 1984. E la lista, tra incidenti e morti più o meno accidentali, potrebbe continuare.

Edoardo Agnelli e gli altri celebri rampolli infelici o maledetti
John F. Kennedy Jr con la moglie Carolyn (Getty Images).

La tragica fine di John Paul Getty III

Altrettanto tragica fu la fine di John Paul Getty III, nipote dell’allora uomo più ricco del mondo e fondatore della Getty Oil, che morì nel 2011 a 54 anni, triste e solo, nella sua tenuta nel Buckinghamshire. Erede della dinastia di petrolieri americani visse la sua intera vita all’ombra della sua stessa famiglia. Rapito a Roma nell’estate del 1973 nella zona di Piazza Farnese da una cosca della ‘Ndrangheta calabrese venne rilasciato dopo cinque mesi di prigionia con un orecchio mutilato. Alla richiesta del riscatto il nonno rispose: «Ho 14 nipoti e se pago per uno, prima o poi, mi rapiscono anche gli altri». Poi il vecchio pagò la cifra record di 2,9 milioni di dollari, che prestò al figlio chiedendone la restituzione con un tasso d’interesse del 4 per cento. Costretto su una sedia a rotelle dall’età di 24 anni, dopo un micidiale cocktail di oppio, valium e metadone che lo aveva reso anche cieco, Getty jr non uscì mai dal tunnel imboccato dopo il rapimento. La sua storia è raccontata nel film del 2017 Tutti i soldi del mondo, diretto da Ridley Scott e dalla serie Trust, diretta dal regista britannico Danny Boyle.

La nuova Topolino, il rapporto con mio padre e i funerali: il racconto della settimana

A Torino questa settimana sono state presentate le due sorelle della 500: quella maggiore, la 600, e quella minore, la Topolino. «Si tratta di due nomi iconici, che rappresentano grande parte della nostra eredità, un’eredità proiettata verso il futuro non solo dell’auto ma della mobilità», ha detto John Elkann all’evento tenutosi al Lingotto. La Seicento fu prodotta intorno alla metà degli Anni 50 per motorizzare l’Italia del miracolo economico, mentre la Topolino fu disegnata addirittura nel 1934 dall’ingegner Dante Giacosa quando Mussolini chiese al senatore Giovanni Agnelli di creare un’automobile economica che non superasse il prezzo di 5.000 lire, sulla falsa riga di quello che accadde negli stessi anni in Germania con Hitler e la Volkswagen Maggiolino. Quando mio padre arrivò in Italia dalla Bulgaria nei primi anni del Dopoguerra ricevette in regalo dalla sua famiglia adottiva proprio una Topolino (che fu successivamente sostituita da una Lancia Flaminia), di cui il vecchio mi parlava sempre. E forse è questo il motivo per cui un paio d’estati fa decisi di portarmi in Grecia da leggere La polvere del mondo, romanzo uscito nel 1963 di Nicolas Bouvier, nel quale lo scrittore e fotografo ginevrino racconta la storia di un viaggio, intrapreso una decina di anni prima, a bordo di una Topolino mezza scassata, in compagnia dell’amico pittore Thierry Vernet. Un reportage straordinario, che si legge come un libro scritto da Kerouac, in cui i racconti dei due giovani tra Belgrado, Istanbul, Tabriz, Teheran, Quetta e Kabul, balzano fuori dalla pagina come accade nei migliori romanzi d’avventura.

La nuova Topolino, il rapporto con mio padre e i funerali: il racconto della settimana 3
La polvere del mondo di Nicolas Bouvier.

Volente o nolente mio padre mi ha sempre condizionato, anche inconsapevolmente, e credo sia per causa sua, tra le altre cose, che mi sono messo a scrivere, amo leggere e sono un maniaco dell’abbigliamento ossessionato dai posti di lusso. Come spesso mi rimprovera qualcuno. Da quando ho memoria per ricordare, la scrittura viene dal dolore, dalla confusione, dallo stress. Avrei mai iniziato a scrivere senza l’influenza di mio padre? No, sicuramente non lo avrei mai fatto. Lo odiavo, questo è certo e anche oggi credo che parte delle mie nevrosi derivino dal rapporto irrisolto che avevo con lui, oltre che da un’autentica ossessione che ho nei confronti di me stesso. Ogni tanto la gente mi chiede: «Ma è vero che una volta ti sei schiantato in Costa Azzurra a bordo di una Ferrari, seduto sul sedile del passeggero ed eri completamente nudo?». A parte che non ho mai scritto niente del genere, non rispondo mai a queste domande. Come allo stesso tempo sorrido quando sento qualcuno che dice: «Ma quello stemma nobiliare sarà vero? E perché se è così ricco fa il cameriere?». Che poi non ho mai scritto da nessuna parte di essere ricco e al massimo per vivere faccio il barman, non il cameriere, e preparo i migliori Martini in città. Ma cosa vuoi sottilizzare, le persone credono sempre quello che vogliono credere. Amen.

Mica è colpa mia se la mia è una favola scritta alla rovescia, senza lieto fine. Parlo semplicemente di quello che conosco. E ciò non riguarda solo il narcisismo di Andrea Frateff-Gianni, il mio lavoro è paragonabile a un’elegia. È una descrizione dell’angoscia inflitta da un padre indifferente, una testimonianza del dolore dell’amore perduto e un resoconto della frustrazione di un ragazzo che ormai è diventato grande e con questa cosa ci deve fare i conti

Piacerebbe anche a me raccontare la favola dell’ascesa sociale, della scalata, come fanno i rapper. La storia del “vengo dalla strada, non ero nessuno e ora ce l’ho fatta”. Mica è colpa mia se la mia è una favola scritta alla rovescia, senza lieto fine. Parlo semplicemente di quello che conosco. E ciò non riguarda solo il narcisismo di Andrea Frateff-Gianni, il mio lavoro è paragonabile a un’elegia. È una descrizione dell’angoscia inflitta da un padre indifferente, una testimonianza del dolore dell’amore perduto e un resoconto della frustrazione di un ragazzo che ormai è diventato grande e con questa cosa ci deve fare i conti. Oltre a essere, soprattutto, un esorcismo continuo, attraverso i racconti della vita di un alter ego estremo, come del resto la letteratura è piena. Perfino Philip Roth, tanto per citare il più bravo di tutti, ha creato versioni fittizie di se stesso in Zuckerman scatenato e ancora, con un personaggio di nome Philip Roth, in Operazione Shylock. Le star dell’hip-hop lo fanno sempre, presentandosi come più grandi di quello che sono e anche in televisione, il gioco della fama fine a se stessa – una specie di quarto d’ora di celebrità di Andy Warhol dilatato però all’infinito –  era già da parecchio tempo diventata una pratica comune, ancor prima che tutti iniziassimo a trasformare le nostre vite in reality show attraverso i social network. Tornando a mio padre, quando morì, improvvisamente circa un anno e mezzo fa, lasciò dietro di sé un patrimonio ingarbugliato di debiti e altri problemi che pressappoco non valeva un centesimo. Per molto tempo non ci siamo nemmeno parlati ma gli ultimi anni della sua vita gli sono stato parecchio vicino, come se volessi regalarmi una specie di riconciliazione con lui. In fondo credevo di meritarmela.

«Sei una superstar, ormai», mi aveva detto Giulio l’ultima volta che lo avevo visto, prima che iniziasse a stare male, un pomeriggio incontrato per caso in mezzo alla strada in via Morgagni, «devi essere orgoglioso di te stesso». Una frase che mi è rimasta impressa e che mai mio padre, né nessuno della mia famiglia, forse, ha mai nemmeno pensato

Questi pensieri mi girano per la malata scatola cranica anche adesso, seduto in seconda fila, nella Chiesa del Santissimo Redentore in via Palestrina a Milano, al funerale del padre del drugo Fede. Seduto in sesta fila nella navata sinistra, con a fianco Ale Cash, indosso un abito blu di lino e una camicia oxford button down a righe bianche azzurre. Trovo i funerali una cosa straziante però ammetto che su di me, che per motivi familiari ne ho visti tanti, hanno da sempre esercitato un certo fascino come se gli riconoscessi una sorta di sacralità. Oltre ad avere una funzione terribilmente pratica: in una città in cui le riunioni e gli amici e gli appuntamenti sfuggono continuamente, ed è tutto un rimandare e un perdersi, i funerali sono spesso l’unico luogo per ritrovarsi. Non fa eccezione il funerale dell’avvocato Giulio P., che in vita è stato un grand’uomo, di quelli che in giro non capita di vedere tanto spesso. Nella navata sinistra ci sono i famigliari: di fianco alla moglie Silvana si stringono i figli Fede e Alex con la nipote, la piccola Lea. Intorno un po’ di amici, gente che non vedevo da un secolo, altri che non conosco. La cerimonia è sobria, retta da un giovane don molto smart, che ricorda Giulio in maniera affettuosa e garbata. «Era un grande», dico sottovoce ad Ale Cash, e per qualche istante pare impossibile non commuoversi.

La nuova Topolino, il rapporto con mio padre e i funerali: il racconto della settimana
Con il drugo fede a Ios, Grecia 1998 (la foto è di Dario Flores d’Arcais).

Per un lungo periodo da ragazzi con il drugo Fede siamo stati inseparabili, ci chiamavano Boldi & De Sica dal tempo che passavamo assieme. A Milano ai tempi del liceo insieme 24h, ci separavamo solo per dormire. D’estate in giro per l’Europa: ad Amsterdam, in Grecia, a Cadaqués, Barcellona, in Costa Azzurra o a casa dei suoi a Sestri Levante. In inverno da lui a Bologna, mentre frequentava il Dams, o a qualche rave a Zurigo e robe del genere. Ci pensavo casualmente settimana scorsa, ascoltando un podcast di Radio Raheem, Forgotten Tapes, del giornalista e dj Giorgio Valletta, realizzato con vecchie interviste registrate su cassette che risalgono alla fine degli Anni 80 e inizio dei 90, quanto il drugo Fede mi abbia insegnato anche musicalmente. Valletta intervista gente come Aphex Twin, Damon Albarn, Massive Attack, Chemical Brothers, Radiohead. Tutti nomi di gruppi che all’epoca conobbi grazie al drugo Fede, gente che lui e suo fratello Alex ascoltavano in heavy rotation in casa, in macchina, nel walkman, ovunque. Entrambi per me all’epoca rappresentavano un’avanguardia culturale sotto parecchi punti di vista: musica, cinema, letteratura; se mi guardo indietro mi rendo conto che tra i miei amici sono quelli che negli anni mi hanno influenzato maggiormente. E anche la loro famiglia, negli anni della tardo-adolescenza (come già era successo in precedenza con quella di Dodo e di DFA), per un periodo mi aveva in un certo modo quasi adottato. La storia del piccolo orfanello sbandato in fondo ha sempre commosso tutti. Io li guardavo e tra me e me mi dicevo: «Deve essere bello avere una famiglia così unita», e provavo una sensazione quasi di invidia, come quando in quello stesso periodo osservavo Federica, la fidanzata storica del drugo Fede, e mi ripetevo «la vorrei anch’io una donna così», stanco di relazioni tossiche e maleodoranti come quelle che invece capitavano a me, molti anni prima che arrivasse Ofelia. La frase TU SEI SOLO mi si parava continuamente davanti alla faccia.

«Sei una superstar, ormai», mi aveva detto Giulio, l’ultima volta che lo avevo visto, prima che iniziasse a stare male, un pomeriggio incontrato per caso in mezzo alla strada in via Morgagni, «devi essere orgoglioso di te stesso». Una frase che mi è rimasta impressa e che mai mio padre, né nessuno della mia famiglia, forse, ha mai nemmeno pensato. Poi la cerimonia si conclude, il feretro esce dalla chiesa e quando prima di andarmene mi avvicino per abbracciare Silvana, con gli occhi lucidi, lei mi prende le mani e mi dice: «Andrea, sarebbe stato contento di vederti qui. Gli piacevi molto, ti voleva un gran bene». «Anch’io a lui, Silvana. Anch’io a lui».

Premio Strega, gaffe di Sangiuliano: «Proverò a leggere i libri». Ma li ha votati come giurato

Sta già diventando virale la gaffe del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano durante la cerimonia di assegnazione del Premio Strega, il più importante riconoscimento letterario italiano che quest’anno è stato vinto da Come d’aria di Ada d’Adamo, scrittrice morta ad aprile 2023. Durante uno scambio di battute con la conduttrice Geppi Cucciari, ha infatti fatto intendere di non aver letto i libri della cinquina finalista. Nulla di grave se non fosse che, per via del suo incarico, era uno dei giurati deputati a scegliere il vincitore.

La gaffe di Gennaro Sangiuliano alla cerimonia del Premio Strega

Dopo aver elogiato le presentazioni dei testi, Sangiuliano ha affermato: «Proverò a leggerli». Una frase che suggerisce che non abbia ancora ultimato la lettura dei libri nonostante sia stato chiamato a esprimere la propria preferenza – si ricorda che la giuria dello Strega è composta da 660 persone così suddivise: 400 Amici della domenica, 220 tra studiosi, traduttori e intellettuali italiani e stranieri e 20 lettori forti a cui si aggiungono 20 voti collettivi espressi da scuole, università e gruppi di lettura. «Ah, non… non li ha letti?», ha chiesto Geppi al ministro, non nascondendo lo stupore per la sua affermazione. Pronta la risposta di Sangiuliano: «Sì, li ho letti perché ho votato però voglio, come dire, approfondire questi volumi». La conduttrice ha quindi concluso con una battuta prima di smorzare l’imbarazzo chiedendo un applauso:«Cioè oltre la copertina… Dentro. Un bell’applauso al nostro ministro».

La classifica dei finalisti: al secondo posto Rosella Postorino

La cerimonia di assegnazione del riconoscimento è stata trasmessa in diretta su Rai 3 ed è disponibile in streaming su RaiPlay. Questa la classifica finale, con il punteggio che hanno ottenuto i singoli libri in concorso:

  • Ada D’Adamo – Come d’aria (Elliot) – 185 voti
  • Rosella Postorino – Mi limitavo ad amare te (Feltrinelli) – 170
  • Andrea Canobbio – La traversata notturna (La nave di Teseo) – 75
  • Maria Grazia Calandrone – Dove non mi hai portata (Einaudi) – 72
  • Romana Petri – Rubare la notte (Mondadori) – 59

 

Premio Strega 2023, vince Come D’Aria di Ada d’Adamo

Ada d’Adamo è la vincitrice dell’edizione 2023 del premio Strega: il libro autobiografico Come D’Aria (Elliot) ha conquistato la giuria con ben 185 voti. La proclamazione è avvenuta al Ninfeo di Villa Giulia a Roma. L’autrice esordiente è prematuramente scomparsa il primo aprile scorso, all’età di 55 anni, due giorni dopo essere entrata nella dozzina dello Strega.

Il libro «Come D'aria» di Ada d'Adamo ha conquistato la giuria del premio Strega con 185 voti. L'autrice è prematuramente scomparsa il primo aprile.
Premio Strega 2023 (foto Facebook).

Come D’Aria, un libro che «fruga dentro il cuore del lettore»

Il premio è stato consegnato da Andrea D’Angelo, vicepresidente di Strega Alberti, azienda che fin dalla prima edizione sostiene l’organizzazione del riconoscimento letterario, ad Alfredo Favi, Loretta Santini e Elena Stancanelli, rispettivamente marito, editrice e amica della scrittrice scomparsa lo scorso primo aprile. Il libro premiato, romanzo d’esordio dell’autrice, racconta la storia di due donne: Daria, disabile dalla nascita a causa di malattia cerebrale, e Ada, sua madre, che la assiste. Il testo aveva già conquistato lo Strega Giovani, oltre allo Strega Off, coinvolgendo la giuria di ragazze e ragazzi di 91 scuole secondarie. La stessa Stancanelli ha definito il lavoro letterario Come D’Aria un libro che «fruga dentro il cuore del lettore».

Premio Strega 2023, la cerimonia e i voti

La cerimonia è stata trasmessa in diretta tv e condotta per Raitre da Geppi Cucciari. La classifica totale ha visto ripartiti 561 voti, di cui 185 per d’Adamo; 170 per Mi limitavo ad amare te (Feltrinelli) di Rosella Postorino; 75 ad Andrea Canobbio per La traversata notturna (La nave di Teseo); 72 a Maria Grazia Calandrone per Dove non mi hai portata (Einaudi); 59 a Romana Petri per Rubare la notte (Mondadori).