
Sui fondali a sud di Ventotene sono stati ritrovati reperti archeologici di epoca romana risalenti al I sec a.C.
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Questa è la storia di due ragazzi, due compagni di banco di un liceo di Pavia, che negli Anni 90 sono riusciti a realizzare il loro sogno e, partendo dalla provincia, sono diventate due autentiche rockstar. Hanno scalato le classifiche, venduto migliaia di dischi poi, a un certo punto, all’apice del successo, un giorno uno dei due, all’improvviso, ha guardato l’altro negli occhi e gli ha detto: «Vado a Miami e non so se torno».
Parliamo di Max Pezzali e Mauro Repetto, meglio conosciuti come gli 883, una delle band che ha fatto la storia della musica italiana e di cui presto Sky trasmetterà una serie tv intitolata Hanno ucciso l’uomo ragno, girata da Sydney Sibilia. Non è tutto. È appena uscito un libro, pubblicato da Mondadori, che racconta dall’interno questa storia: si intitola Non ho ucciso l’Uomo Ragno e ad averlo scritto, a quattro mani con il giornalista Massimo Cotto, è proprio Repetto, il biondino del duo, quello che inaspettatamente nel 1994 mollò il gruppo e scappò negli Stati Uniti a inseguire altri sogni. I suoi.
Era stato appena pubblicato Nord sud ovest est, il secondo album della band, che per intenderci aveva venduto un milione e 300 mila copie, e gli 883 erano in Italia il fenomeno pop del momento. Max Pezzali cantava. Repetto, di fianco a lui, a tre metri di distanza, ballava e si dimenava sul palco. «Cercavo un ruolo e, ingenuamente, ho pensato che quello potesse essere adatto a me», racconta oggi, spiegando che fu esattamente quello fu il motivo che lo spinse a lasciare il progetto 883 per cercare altro, in un momento in cui tutti guardandolo si ripetevano: «Questo è pazzo. Chi gliel’ha fatto fare di buttare tutto alle ortiche?». «Devo fuggire», scrive Repetto. «Via da tutto. Devo spegnere la televisione, non riesco più a sopportare quella persona che mi assomiglia e che balla tre metri dietro al mio amico. Non voglio fingere di essere felice, perché non lo sono e a nessuno serve un artista triste, soprattutto se sei parte di un duo che vende milioni di copie a disco. Me ne devo andare. In fretta».

Sul suo conto, dopo la sparizione, circolarono per molto tempo svariate leggende metropolitane: «Molti pensano che io non esista, che sia una leggenda metropolitana. Qualcuno mi ha avvistato come un ufo in luoghi improbabili. Qualcuno giura di avermi visto con Jim Morrison vagare la notte al cimitero di Parigi tra le tombe. Qualcuno mi ha visto vestito come Pippo all’entrata di Disneyland per dare il benvenuto a quelli che arrivano. Qualcuno ha detto che ero diventato povero in canna e non avevo più i soldi per mangiare. Qualcuno ha detto che ero impazzito perché avevo lasciato gli 883, e che avevo buttato tutti i vestiti per strada, dal decimo piano», scrive all’inizio del libro. In realtà la molla scattò per una ragazza, una modella di nome Brandi, conosciuta a una sfilata di Christian Dior, di cui si innamorò follemente e che decise di seguire in capo al mondo. «Avevo tre obiettivi: trasferirmi a Los Angeles, fidanzarmi con Brandi e girare un film con lei. Prima, però, dovevo trovarla e farla innamorare di me». Non ho ucciso l’Uomo Ragno è la sua storia, la sua versione dei fatti, un’autobiografia che si legge come un romanzo d’avventura che da Pavia passa per Milano e arriva a Miami, Los Angeles, New York, per chiudersi a Parigi. Una storia che parla di amicizia, passioni e sfide impossibili. «Io sono, molto semplicemente, uno che ha sognato e non vuole smettere di farlo. Uno che ha cantato e ballato sui suoi sogni. Uno che ha vissuto, sbagliato, riso, pianto, amato. Un visionario. Uno che è cresciuto in fretta e non è cresciuto mai».


Venerdì, ore 13.00. Mentre arrivo, in ritardo, alla Fondazione Prada, per pranzare con Dodo mi rendo conto che al tavolo di fianco al nostro è seduta Camille Charriere. Mi guardo intorno e mi accorgo che la gente qui dentro si somiglia praticamente tutta: gran fisici, labbra cesellate, ultimo grido. Devo dire che Dodo in mezzo non sfigura, anche se noto che indossa sopra una coreana bianca di lino una giacca a vento leggera Nike e ai piedi ha un paio di Adidas Stan Smith.
«Mai mischiare Adidas con Nike, hombre», faccio, criptico, prima di sedermi di fronte a lui e fare cenno al cameriere per ordinare un beverone energizzante. «Hai visto che c’è Camille Charriere? L’ultima volta che sono venuto qui c’era Gwyneth Paltrow», aggiungo. Intorno a noi alcuni ragazzi bevono champagne mentre consultano la timeline di Instagram.
«Chi cazzo è Camille Charriere?», domanda Dodo, con aria interrogativa.
«Una influencer, scrittrice, podcaster. Una tizia da 1,4 milioni di follower», rispondo.
«Non vi sopporto a voi dello spettacolo», sospira, poi agguanta la birra che ha davanti e inizia a bere dalla bottiglia.
«Credimi», dico, alzando le mani, «ormai è assolutamente fondamentale».
«A quali sfilate sei stato questa settimana?», mi chiede.
«Nessuna», mormoro. «Io vivo nell’attimo presente, bello. E oggi ho una marea di cose da fare. Tu piuttosto, cosa ci fai qui?».
«Sono a Milano per lavoro, sono appena atterrato dopo un mese e mezzo di Bali. È paura! Ci dovresti andare. Sono stato benissimo. La miglior vacanza della mia vita».
«Secondo me vai forte, davvero forte. Nessuno è come te».
«Tu invece, piccolo orfanello degenerato, come te la passi? Vederti è impossibile».
«Sono presissimo, hombre, figurati che settimana scorsa ho addirittura celebrato un matrimonio. Mi cagavo addosso che manco la Ferragni prima di Sanremo. Però poi ho spaccato, come sempre del resto». Mi stringo nelle spalle. Poi mi soffermo a osservarlo e a parte il tono di voce troppo alto quando parla e il fatto che è profumato peggio di una figa devo ammettere che lo trovo abbastanza in forma.
«Caro, comunque ti trovo in forma», gli dico avvicinandomi.
«Anche tu, sei sempre uguale, e sei ancora abbronzato».
«Poco», preciso, con nonchalance.
«Vabbè, raccontami di te, che progetti hai? Cosa stai facendo?».
«Sono come Mauro Repetto, inseguo i miei sogni».
«Ma chi? Il biondino degli 883?».
«Esatto, lui. Ho appena letto il suo libro, tra l’altro molto più interessante di quelli di un mucchio di scrittori che incontro in giro per Milano impegnati a farsi i pompini a vicenda. Una storia pazzesca, comunque».
«Alla fine non è finito benissimo, però».
«Sì, in effetti poteva finire meglio».
«Come i tuoi racconti. Possono essere meglio. Devi uscire dalla comfort zone. Basta parlare di te», frigna Dado, e mentre lo dice mi rendo conto, mio malgrado, che ha completamente ragione.
«Oddio, difficile farlo», mugolo. «Dov’è il mio addetto stampa? Questa chiacchierata è già un racconto».

Venerdì, ore 21.30. Dopo che il Milan ha perso 5-1 il derby mi sono così depresso che ho deciso di iniziare a seguire il rugby. L’unico problema è che non conosco affatto le regole, così adesso me ne sto qui, seduto nel mio salotto, a osservare lo schermo del computer mentre su Sky trasmettono Francia-Namibia senza capire un accidenti. È la seconda volta in vita mia che guardo una partita di rugby, la prima era stata circa una decina d’anni fa, un pomeriggio di settembre, in un pub ad Antibes. Io e Ofelia, in barca con Bob e Cleopatra, avevamo preso l’abitudine di prendere il tender e trascorrere le giornate su una piccola spiaggia, irraggiungibile via terra, poco lontano da Cannes. La stagione era quasi finita, ogni tanto grigliavamo del pesce fresco, bevevamo vino bianco francese e, se il tempo non era particolarmente favorevole, ci spingevamo fino ad Antibes e andavamo in un vecchio pub accanto al porto a bere birra. Io avevo la barba lunga, la pelle bruciata dal sole e i polsi stracolmi di braccialetti che, per tutta l’estate, avevo comprato in ogni porto dove ci eravamo fermati: Rosignano, S. Vincenzo, Porto Azzurro, Portoferraio, Capraia, Bastia, Saint Florent, Macinaggio, Porto Vecchio, Cogolin, Saint Tropez. Eravamo stati in barca a vela per oltre un mese e ricordo che quel giorno, mentre al pub di Antibes trasmettevano Francia – Sud Africa, ero parecchio triste perché l’indomani saremmo dovuti tornare a Milano.
Dopo che il Milan ha perso 5-1 il derby mi sono così depresso che ho deciso di iniziare a seguire il rugby. L’unico problema è che non conosco affatto le regole, così adesso me ne sto qui, seduto nel mio salotto, a osservare lo schermo del computer mentre su Sky trasmettono Francia-Namibia senza capire un accidenti
Penso a quel pomeriggio di 10 anni fa mentre in sottofondo suona il vinile, che è stato definito da tutti il caso discografico dell’estate jazzistica, Evenings at the Village Gate, ovverosia 80 magnifici minuti inediti di musica di John Coltrane, registrati a New York durante un live dell’agosto del 1961. Fuori piove, o forse ha appena smesso, e io, in totale solitudine, rollo uno spino di CBD, cammino nervosamente avanti e indietro per la stanza in boxer, scalzo e con indosso la maglia della nazionale. Ogni tanto mi fermo, guardo fuori dalla finestra, osservo la mia immagine riflessa nel vetro e poi mi chino sul grosso tavolo bianco posto al centro del soggiorno e scribacchio qualcosa sul mio taccuino, cercando vanamente di mettere ordine tra i pezzi che devo consegnare ai giornali e tutte le altre mille cose che ho in testa.
Da quando siamo tornati dalla Grecia a fine agosto è la prima volta che mi fermo dopo i week-end trascorsi a Venezia, a Camogli e a quello dedicato al matrimonio di Roffredo della scorsa settimana, con mega party annesso, in una villa in mezzo al Parco Sempione, con 250 invitati. Ce lo ripetevamo con Ofelia, mentre passeggiavamo sotto il sole con in testa i nostri cappelli di paglia sulla spiaggia di Naxos o mentre ci dividevamo un piatto di ricci crudi da Pipinos ad Antiparos, che l’estate sarebbe finita il giorno del matrimonio, e in effetti il tempo ci ha dato ragione. Mi ero ripromesso prima di partire per le vacanze di fare un piano di battaglia per affrontare la nuova stagione ma come da regolamento lo avevo clamorosamente disatteso e, una volta rientrato, sono stato travolto per l’ennesima volta dalla solita soffocante routine di cui mi sono lamentato tutti i santi giorni negli ultimi due anni. La storia come spesso accade si ripete e in particolare Milano a settembre è sempre più simile a se stessa, presa tra il caro affitti e i van con i vetri scuri con dentro le modelle della fashion week che zigzagano per le trafficate strade del centro mentre io, nel frattempo, non solo non sono in grado di progettare alcunché ma non riesco nemmeno ad andare a vedere all’Alcatraz il concerto di Paul Weller, fin dai tempi degli Style Council, super presente nel mio personalissimo Pantheon estetico-musicale di riferimento.
«Non ha mai mollato, è sempre stato coerente col suo stile di vita, con la sua storia, coi suoi anni. Anche la decisione di lasciarsi andare è stata coerente con le verità del pensiero debole». Simone Caminada è stato il compagno di Gianni Vattimo per oltre un decennio e anche giovedì 21 settembre, alla camera ardente, è lui a stare vicino al filosofo scomparso due giorni fa, a raccontare chi era e a difendere la loro vita insieme.
«Non ha voluto reggere alla nuova richiesta di periziare la sua testa, lo ha ritenuto un insulto» ha affermato, parlando di «puro accanimento da parte della magistratura. Ma oggi è anche il giorno per ricordare i momenti felici e più privati. «Noi avevamo i nostri piccoli giochi» – ha raccontato – «sceglievamo un canzone, io cercavo il testo su Google e gliela recitavo. L’ho fatto anche in ospedale e l’altro giorno il marito della sua vicina di letto ha portato dei fichi, allora mi è venuta in mente la canzone di Guccini, I fichi. È stata l’ultima che gli ho letto».
Dopo l’edizione zero del 2022 e l’anteprima di giugno 2023 in piazza Maggiore, la prima edizione del Festival Respighi, in programma a Bologna dal 24 settembre al 3 ottobre 2023, partirà con un concerto dell’orchestra del Conservatorio Martini diretta da Carlo Goldstein con la partecipazione della pianista Mariangela Vacatello. Il programma di apertura comprende la prima esecuzione assoluta del brano L’ultima luna – Omaggio a Respighi di Ferdinando Termini, allievo della classe di composizione del Martini. Il Concerto in modo misolidio di Respighi e la Rapsodia in blu di Gershwin saranno affidati ad altri due allievi del Conservatorio bolognese delle classi di pianoforte, Gian Marco Verdone e Giacomo Di Maria. Mariangela Vacatello, invece, chiuderà col Concerto N. 4 di Rachmaninov.
Maurizio Scardovi, direttore artistico della manifestazione, itinerante e realizzata con varie istituzioni del territorio, ha annunciato le novità rispetto al programma già diffuso in primavera. Il 25 settembre ci sarà il debutto bolognese della Youth Symphony Orchestra of Ukraine, la compagine giovanile fondata nel 2016 dalla direttrice musicale del Teatro Comunale di Bologna Oksana Lyniv. «Molti orchestrali dicono di non augurare a nessun ragazzo della loro età di sperimentare la guerra. Che cosa vuol dire temere per la propria vita o trascorrere intere nottate nei rifugi antiaerei», ha spiegato Oksana Lyniv. «Quando si trovano insieme sul palco, per loro è un breve momento in cui provare serenità e sicurezza, immergendosi in quell’arte a cui si sono dedicati sin dall’infanzia», ha confidato la direttrice.
L’altra novità riguarda la presenza al Festival del mezzosoprano Anna Bonitatibus in sostituzione di Anna Caterina Antonacci (che ha rinunciato per gravi motivi personali), nel concerto del 27 settembre al Teatro Duse dove tornerà la Filarmonica Toscanini diretta da Alessandro Bonato. Tra concerti cameristici, convegni, film appositamente sonorizzati e molto altro, saranno 14 gli appuntamenti in programma al Festival Respighi che si concluderà con la celebre Trilogia romana affidata all’Orchestra del Teatro Comunale diretta da Oksana Lyniv.
È morto nella serata di martedì 19 settembre a Torino Gianni Vattimo, padre del «pensiero debole». Aveva 87 anni. Il filofoso era stato ricoverato, dopo Ferragosto, in gravi condizioni all’ospedale di Rivoli. A dare la notizia con un post su Facebook, era stato Simone Caminada, 38 anni, assistente e compagno del filosofo fotografato sul social nel letto ospedaliero.
Vattimo è stato un filosofo di fama mondiale, esponente della filosofia ermeneutica. Tra i massimi studiosi di Heidegger, Nietzsche e Gadamer, è stato direttore della Rivista di estetica, socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino. Oltre alla carriera accademica, Vattimo ha anche intrapreso quella politica come europarlamentare. Ha contribuito alla divulgazione della filosofia conducendo programmi televisivi per la Rai e collaborando come editorialista per i quotidiani La Stampa e La Repubblica e per il settimanale L’Espresso.
Nato a Torino il 4 gennaio 1936, era figlio di un carabiniere calabrese di stanza a Torino, morto di polmonite quando il piccolo Gianni aveva solo un anno e mezzo. Cresciuto in condizioni disagiate, aveva sempre rivendicato le sue origini proletarie. A diciotto anni era divenuto delegato diocesano degli studenti dell’Azione cattolica, dalla quale però era stato presto espulso per le sue posizioni critiche verso l’autorità ecclesiastica. Laureatosi nel 1959 con una tesi su Aristotele, nel 1964 aveva intrapreso l’insegnamento come incaricato di Estetica, a soli 28 anni. L’anno prima era uscito il suo libro Essere, storia e linguaggio in Heidegger (Marietti, 1963). Per le sue opere ha ricevuto lauree honoris causa dalle università di La Plata, Palermo, Madrid e dalla Universidad Nacional Mayor de San Marcos di Lima. È stato più volte docente alle Vacances de l’Esprit (1995, 1997 e 2004).




Gabrielle Chanel. Fashion Manifesto è la prima mostra nel Regno Unito dedicata alla grande stilista. Presentata in collaborazione con Palais Galliera, Museo della Moda di Parigi, e con il sostegno di Chanel, la mostra, in programma da 16 settembre al 25 febbraio 2024 nel Victoria & Albert Museum di Londra, traccia l’evoluzione dello stile della iconica creatrice di moda, la storia della fondazione della sua maison (a partire dall’apertura della sua prima boutique di modisteria a Parigi nel 1910) e delle altre aperte nelle località costiere alla moda di Deauville e Biarritz, fino alla presentazione della sua ultima collezione nel 1971.
Con 200 outfit visti assieme per la prima volta ad accessori, profumi e gioielli, la mostra esplora l’approccio pionieristico di Chanel al design della moda, che ha aperto la strada a una nuova eleganza ancora attuale. Basata sulla mostra Gabrielle Chanel. Mostra Manifesto della Moda organizzata dal Palais Galliera, questa esposizione viene ripensata con oltre 100 nuovi oggetti inclusi 60 nuovi look. Presenta pezzi raramente visti dal V&A collezione, assieme a capi del Palais Galliera e dell’archivio di Chanel. Protagonista uno dei primi capi Chanel sopravvissuti, datato 1916. Ci sono anche i costumi originali disegnati da Chanel per la produzione dei Ballets Russes di Le Train Bleu nel 1924, gli outfit creati per le dive Lauren Bacall e Marlene Dietrich e i primi esempi degli innovativi pantaloni da sera e dei suoi rivoluzionari tailleur. Esposta nel finale anche l’ultima collezione realizzata dalla stilista per la primavera-estate del 1971. Con 10 sezioni tematiche, la mostra esplora l’approccio innovativo di Chanel al tessuto e alla silhouette e costruzione, ed esaminerà come ha redatto un nuovo stile per la moda femminile del XX secolo.
Il Tribunale di Napoli ha ordinato oggi martedì 12 settembre l’immediata reintegrazione del Maestro Stèphane Lissner nell’incarico di sovrintendente del Teatro San Carlo. Il decreto del governo che prevedeva la cessazione immediata del rapporto di lavoro per i sovrintendenti con più di 70 anni e che, come noto, serviva per liberare il posto di sovrintendente del Teatro per Carlo Fuortes ottenendo le sue dimissioni da amministratore delegato della Rai, non è applicabile al Maestro Lissner. Lissner è stato assistito dal giuslavorista Claudio Morpurgo, dal costituzionalista Giulio Enea Vigevani e dall’esperto di governance Pietro Fioruzzi. A questo punto che faranno il governo e il ministro Sangiuliano regista dell’operazione per portare Fuortes a Napoli?

L’appuntamento è per domenica 1 ottobre, quando San Felice sul Panaro si trasformerà in un «universo fantozziano» senza precedenti: duecento le persone coinvolte tra attori e figuranti, venti i set riprodotti fedelmente che ricostruiranno le scene della celebre pellicola che da il nome all’evento. Villaggio Fantozzi, nato da un’idea di Federico Mazzoli con la partecipazione e il contributo di San Felice1893 Banca Popolare, in collaborazione con proloco San Felice sul Panaro, vuole essere un omaggio all’attore Paolo Villaggio e al suo personaggio più famoso: il ragionier Ugo Fantozzi.
Sotto la direzione artistica del regista Roberto Gatti, avrà come ospite d’eccezione anche Elisabetta, la figlia di Paolo Villaggio, che presenterà il libro Fantozzi dietro le quinte. L’evento è stato definito dagli organizzatori «un grandioso e caleidoscopico tributo» alla figura artistica di Paolo Villaggio. «Musica in sottofondo, auto degli Anni 70, oggettistica d’epoca, la Trattoria Al Curvone e Radio Ugo contribuiranno» si legge nel comunicato «a rendere più immersiva e coinvolgente l’esperienza di Villaggio Fantozzi». Le scenografie sono affidate a Roberto Gavioli, mentre il video-show è diretto dal regista Paolo Galassi, con le riprese curate da Elisa Gatti e Simone Frabetti, prodotto da Firmament Pictures. I figuranti e i collaboratori appartengono al team Sepulchrum.
Villaggio Fantozzi sarà inoltre un vettore per un progetto di «villaggio solidale globale»: verrà infatti simbolicamente adottato un Comune alluvionato della Romagna a cui saranno devoluti i fondi raccolti attraverso le offerte che verranno liberamente consegnate dal pubblico partecipante alla manifestazione. Contestualmente all’evento è stato indetto un concorso fotografico al quale stanno giungendo partecipazioni da tutta Italia.

«Di giorno sulla spiaggia era un’altra cosa. Si parla con strana cautela quando si è seminudi: le parole non suonano più nello stesso modo, a volte si tace e sembra che il silenzio schiuda da sé parole ambigue», scriveva Cesare Pavese in La spiaggia. Per i nostalgici, che vorrebbero tornarci, e per gli irriducibili, che su Instagram si nascondono dietro il sempreverde hashtag #neverendingsummer consigliamo tre titoli per rimanere dentro all’estate, almeno con la testa.
Parla di ambientalismo, di leggende marine e altre meraviglie L’uomo con lo scandaglio, del giornalista e scrittore svedese Patrik Svensson, un libro, a metà tra un saggio e un reportage, che apre la nuova collana I Corvi, curata dai tipi di Iperborea. Svensson raccontando storie di naviganti polinesiani che hanno attraversato l’Oceano Pacifico, passando per l’irrinunciabile mito di Moby Dick e arrivando a narrare l’ultimo tragico viaggio di Magellano ci porta nel blu profondo degli abissi ricordandoci che l’ignoto è ancora tutto da scoprire. «L’avventurarsi in mare aperto ha coinciso spesso, metaforicamente, con la partenza per l’ignoto: chi naviga verso l’orizzonte va incontro verso qualcosa di nuovo e sconosciuto». Il mare, come scriveva Melville in Moby Dick, «non ammette ricordi» ed è lì, secondo Svensson, che l’uomo si rifugia quando «vuole perdersi negli spazi immensi senza coste e riparo». Un libro meraviglioso da leggere per perdersi nella immensa bellezza della natura, la sola a quanto pare in grado di allietare la nostra continua e indomabile irrequietezza.

«Vivremo sulla spiaggia e non avremo il minimo bisogno di cose costose come la tecnologia elettrica», si vantano gli hippy verso la fine degli Anni 60 sulla rivista Life. Erano saltati su scassatissimi furgoni Volkswagen ed erano partiti alla volta di destinazioni marittime esotiche e incontaminate. Erano fuggiti a Hvar, Santorini, Ibiza, Cancún o il Belize pronti ad abbandonare del tutto la civiltà, tornare alle origini e rifiutare le assurde costrizioni che la vita cittadina imponeva. La vita a piedi nudi dello scrittore e critico letterario Alan Pauls parla, attraverso racconti dell’infanzia, fotografie dello scaffale di famiglia e ricordi di gioventù, esattamente di questo atteggiamento nei confronti della vita. «So che noi che andiamo al mare – a Villa Gesell come a Cabo Polonio, a Punta del Este come a Mar del Plata, a Florianópolis come a Mar del Sur, a Cozumel come a Goa – cerchiamo sempre di più o meno la stessa cosa: le tracce di ciò che era il mondo prima che la mano dell’uomo decidesse di riscriverlo». Un libro che indaga il rapporto tra l’uomo e la sabbia soffermandosi sull’estetica, profumata di acqua salata, anche di diversi film, di Rohmer, di Roger Vadim, di James Bond.

Lo scrittore inglese Somerset Maugham, che a Cap Ferrat aveva una fantastica villa, una volta definì la Costa Azzurra «un posto soleggiato per gente losca». La scrittrice Mary S. Lovell in Côte d’Azur, attraverso la storia di una villa, l’opulento Château de l’Horizon, vicino a Cannes, ne racconta la sterminata mitologia. Sottotitolato “1920-1960, gli anni d’oro della riviera francese”, Côte d’Azur raccoglie le storie mondane dei personaggi incredibili che all’epoca l’hanno frequentata. Ci sono artisti, milionari americani, attori di Hollywood, principi arabi e figli di politici. Feste maestose, storie d’amore finite male e incontri sono al centro della narrazione che è in grado di divertire anche il lettore più critico. All’apparenza ciò che sembra la semplice storia di un palazzo in realtà diventa la storia non solo di un parco giochi per ricchi ma anche di tutto ciò che è effimero: il denaro, la bellezza, la fama. Il ritratto di un’alta società che non c’è più e che ci regala l’affresco di un’epoca irripetibile attraverso le gesta di un manipolo di uomini che hanno fatto la storia del Novecento. Su tutti Winston Churchill che in Costa Azzurra era di casa o Gianni Agnelli, qui raccontato nel clou delle sue avventure giovanili.


Kanye West, prima di uscire completamente fuori di testa, è stato nell’ordine: un signor produttore e uno dei rapper più creativi degli ultimi 20 anni. Per chi volesse saperne di più dovrebbe essere ancora disponibile su Netflix il documentario Jeen-yuhs che racconta, in tre episodi, la sua ascesa fin dai tempi in cui, da ragazzo benestante di Chicago, iniziava a muovere i primi passi nel rap game. Se dovessi scegliere un album tra i suoi sicuramente il primo in classifica sarebbe The Life Of Pablo del 2016. Un disco di black music a 360 gradi che, come ho letto da qualche parte, avrebbe potuto fare Prince se fosse cresciuto in tempi diversi. In Pablo Yeezy lancia piccoli pezzi della sua psiche e ti sfida, mentre lo ascolti, a rimetterli insieme. Un po’ come ho fatto io con i Tales in questi due ultimi anni. Come i Tales non sono né racconti né articoli di giornale e appaiono parecchio lontani dalla forma romanzo, i pezzi che compongono The Life Of Pablo più che canzoni sono paragonabili a post, a Gif animate, con testi che giocano sull’attualità saltabeccando tra riflessioni profondamente intime e dichiarazioni totalmente megalomani.
Tornato dalle vacanze quindi mi sono comprato il vinile di TLOP, l’ho ascoltato a ripetizione tutta la settimana e poi, dopo essermi infilato nella mia borsa Hampton Esperienza di Martin Amis, sono saltato su un treno e sono partito per Venezia. Casualmente a Venezia, nonostante la Mostra del Cinema al Lido e la strepitosa festa di Armani all’Arsenale, non si parlava d’altro che di Kanye e dell’accusa di atti osceni in luogo pubblico che gli è stata rivolta dopo essere stato sorpreso dai paparazzi mentre in vacanza in laguna, a bordo di un taxi acqueo, si intratteneva con la moglie in atteggiamenti particolarmente espliciti. «Hai visto Kanye, che si faceva fare un pompino con il culo di fuori l’altro giorno?», mi ha chiesto Davide mentre ci bevevamo un Martini nel giardino dell’Experimental alle Zattere con di fronte l’isola della Giudecca. «Sì», gli ho risposto, spegnendo nel portacenere l’ennesima Gauloise rossa, abbronzatissimo scalzo e a petto nudo, con in testa il cappello di One Piece di Superduper, deliberatamente stravagante. E di colpo mi sono tornate in mente la mia Bianca (non Censori) e un’estate di parecchio tempo fa.
Sono mitologici ancora oggi tra di noi amici i ricordi delle mirabolanti avventure estive degli anni in Salento, in periodi in cui la Puglia non era ancora il territorio eletto di Meloni e Salvini tra masserie a Ceglie Messapica e compagnia bella ma un luogo paradisiaco dove potersi rifugiare per trascorrere le vacanze. Si stava a Marina Serra e si alloggiava alla Fortunata, una splendida villa le cui terrazze guardavano il mare, e dove c’era sufficiente spazio per ospitare chiunque volesse o dovesse. Giovani e snelli, sempre sudati e a torso nudo vivevamo le giornate una dopo l’altra con l’acceleratore premuto, drogatissimi, ciondolando tra il campo da tennis nel giardino della villa, un Beach Bar chiamato Jamao vicino al mare e gli scogli del Lavaturu. Proprio un pomeriggio al Lavaturu conobbi Bianca, ci innamorammo e in breve diventammo il Signore e la Signora del disordine e del caos. Stavamo in giro tutta la notte fino a tardi e la mattina saltavamo sul suo motoscafo, il Mandrax, e andavamo a fare colazione a Castro o a Leuca. Spesso eravamo nudi o facevamo l’amore in mezzo al mare, all’ancora, vicino a qualche porto. Poi Bianca si infilava una mia polo blu da rugby di Ralph Lauren con le maniche lunghe e mi diceva: «Se vado a letto con qualcuno avrò pur il diritto di usare i suoi vestiti». Poi guidava il motoscafo (senza patente) e mi riportava alla Fortunata mentre sottocoperta svettavano testi di teosofia, magia nera, esoterismo di cui lei andava matta.
Spesso eravamo nudi o facevamo l’amore in mezzo al mare. Poi Bianca si infilava una mia polo blu da rugby di Ralph Lauren con le maniche lunghe e mi diceva: «Se vado a letto con qualcuno avrò pur il diritto di usare i suoi vestiti»
Per tutta l’estate fummo inseparabili. Quando volevamo prenotare un tavolo in qualche ristorante ci annunciavamo al telefono come il conte e le contessa Zigenpuss, perché io avevo letto su qualche rivista che era il nome in incognito che utilizzavano Keith Richards e Anita Pallenberg. Oppure, se ci capitava di imbatterci nei pescatori all’ora giusta, compravamo direttamente i dentici rossi dalle barche e li portavamo agli altri a casa per pranzo. Vivevamo con l’assurda idea in testa di essere degli esuli, anche se lei era salentina e io stavo lì semplicemente in vacanza. Ricordo che alla fine dell’estate volevamo fuggire e trasferirci a Los Angeles, allo Chateau Marmont. Altro che Kanye West.


La Corte d’appello di Milano, confermando la sentenza di primo grado, che aveva già respinto la richiesta di maxi risarcimento da 8,5 milioni avanzata dalla Sony Music ai danni degli eredi dell’artista, ha rigettato l’appello e condannato la major al pagamento delle spese processuali. Ad annunciarlo è una nota dei legali degli eredi di Battisti. I fatti risalgono al 2017, quando la Sony Music – riporta la nota – ha iniziato l’ennesima causa contro gli eredi di Lucio Battisti (Grazia Letizia Veronese e Luca Battisti). La richiesta di risarcimento del danno avanzata dalla Sony Music era stata di euro 8,5 milioni. La major discografica ha preannunciato che proporrà ricorso in Cassazione.
L’accusa mossa dalla Sony Music contro gli eredi di Battisti è la stessa che Mogol aveva mosso contro di loro anni prima: aver opposto un diritto di veto a qualsiasi forma di sfruttamento economico delle opere musicali di Battisti. In particolare, gli eredi sono stati accusati dalla Sony Music di aver revocato il mandato alla Siae per l’utilizzazione online delle opere musicali di Lucio Battisti (in tal modo, impedendo alla Sony Music di commercializzare le registrazioni fonografiche delle canzoni interpretate da Battisti sulle principali piattaforme digitali, Spotify su tutte) e di aver ostacolato l’utilizzazione delle opere musicali di Battisti per le sincronizzazioni.

Solitamente uso come segnalibri i biglietti da visita dei posti in cui vado quando mi capita di viaggiare. Quasi sempre locali o ristoranti in giro per il mondo, che so, il Mimosa di Parigi in Place de la Concorde, Vino Vero a Venezia in Fondamenta della Misericordia, un beach bar di Antiparos, un’osteria italiana nel Village a New York. Chissà perché però qui dentro oggi ho trovato uno scontrino, 97 euro a pranzo alla Latteria di via San Marco, in un giorno di fine settembre del 2019.
La memoria brucia quando si è costretti a ricordare qualcosa che sappiamo non accadrà mai più. Fu l’ultima volta che ti vidi, quel pranzo di fine settembre alla Latteria di via San Marco e a dirla tutta non mi capitò più di mangiare un piatto di spaghetti limone e peperoncino così buono. L’estate era appena finita
Uno di fronte all’altra ci dividevamo una bottiglia di bianco, indecisi su cosa ordinare da mangiare, mentre le nostre abbronzature iniziavano a sbiadire. Tu eri appena tornata da Filicudi, o forse da Koufunissi, e io indossavo una camicia blu di lino di Tommy Hilfigher aperta sul petto, come una vecchia rockstar. Per tutta la durata del pranzo non mi ero mai tolto gli occhiali da sole. «L’amore è una perdita di tempo», mi avevi detto, e io, per non guardarti negli occhi, continuavo a tormentare la copertina pastello Adelphi di quel libro di Chatwin che avevo appena comprato in una piccola libreria dietro Corso Magenta. Ogni tanto alzavo lo sguardo e vedevo il tuo viso etereo, di una bellezza lucida, con gli zigomi di vetro, le lentiggini e i capelli biondo cenere. Poi presi coraggio e ti dissi: «Ti ricordi quando mi dicesti che non volevi il mio numero di telefono perché sarebbe stato troppo pericoloso?». «Sì», mi rispondesti, «ma fu inutile, perché poi tanto ti scrissi su Instagram».
«L’amore è una perdita di tempo», mi avevi detto. E io, per non guardarti negli occhi, continuavo a tormentare la copertina pastello Adelphi di quel libro di Chatwin che avevo appena comprato in una piccola libreria dietro Corso Magenta
La memoria brucia quando si è costretti a ricordare qualcosa che sappiamo non accadrà mai più. Fu l’ultima volta che ti vidi, quel pranzo di fine settembre alla Latteria di via San Marco e a dirla tutta non mi capitò più di mangiare un piatto di spaghetti limone e peperoncino così buono. L’estate era appena finita.
Dietro la maschera, l’autobiografia di Paul Stanley, arriva nelle librerie italiane il 15 settembre, edita da Tsunami. L’iconico frontman dei Kiss si racconta senza filtri: «Le persone che incontro dicono che sono stato coraggioso a mettermi così tanto a nudo in questo libro, ma l’ho fatto perché io per primo avevo bisogno di riflettere sul senso della mia vita. So che in tanti potranno riconoscersi in alcune delle cose che racconto, ed è per questo che ho deciso di farlo, perché la mia storia possa servire anche a loro».
Paul Stanley confessa che la musica e il vistoso make-up lo hanno aiutato a nascondere le fragilità, a costruire un’immagine eroica di sé: «Il personaggio che prende vita sul mio volto nasce originariamente come una sorta di meccanismo di difesa per nascondere chi fossi in realtà. Da quando ho iniziato a portare questa maschera, per molti anni ho avuto la sensazione che ad emergere fosse un’altra persona. L’insicuro, incompleto ragazzo dai mille dubbi e conflitti interiori, veniva improvvisamente nascosto sotto il trucco, e a spiccare era l’altro me stesso, il ragazzo che avevo creato per dimostrare a tutti che avrebbero dovuto trattarmi con rispetto, che avrebbero dovuto essermi amici, che ero speciale». L’idolo dei Kiss ha anche confidato: «Avevo dato vita a un personaggio che le ragazze avrebbero desiderato. La gente che conoscevo da lunga data era letteralmente sbalordita dal mio successo con i Kiss».

L’autobiografia di Paul Stanley è un viaggio nella vita dell’artista costellata di successi e momenti bui: «Nei brevi periodi in cui i Kiss non erano in tour, me ne stavo seduto sul divano nel mio appartamento a New York City e pensavo, nessuno crederebbe mai che me ne sto qui a casa da solo senza un cazzo di posto in cui andare. La band era il mio supporto vitale, ma era anche un modo per evitare di intraprendere quel genere di relazioni che ogni vita reale prevede». I Kiss, nati a New York nel 1973, sono stati la rock band che ha vinto più dischi d’oro di tutti i tempi: hanno anticipato mode, stili e attitudini creando un immaginario e un sound glam inconfondibili.
L’aspetto più tipico del Rossini Opera Festival appena concluso (era la 44esima edizione) è stato ancora una volta la sua internazionalità. Il Rof, per quanto numericamente piccolo, è un festival davvero planetario, di gran lunga il più “globale” che si organizzi in Italia. Uno spettatore su due viene dall’estero, non solo dai Paesi dell’Unione europea ma anche dagli Stati Uniti, dalla Thailandia, financo dalla Nuova Caledonia e dalla Costa d’Avorio, per non parlare della Corea del Sud, del Brasile, del Giappone. In tutto, le nazionalità presenti sono state 39; fra le più numerose quella russa, nonostante la guerra. In parallelo, resta molto elevata la copertura mediatica – altra caratteristica “storicizzata” del festival pesarese: accreditati 153 giornalisti provenienti da 23 Paesi, ormai nella maggior parte dei casi attivi in testate online più o meno autorevoli.
Nonostante il Rossini Opera Festival sia certamente internazionale, dal punto di vista dell’attenzione del pubblico appare però sostanzialmente fermo. Il numero di spettatori del 2023 è infatti quasi sovrapponibile a quello del 2022, l’anno della ripresa e della grande crescita dopo le due edizioni realizzate durante l’emergenza Covid. Nel 2022 gli spettatori erano stati 13.100, quest’anno sono stati poche centinaia di più, 13.576, peraltro “spalmati” in una quarantina di manifestazioni anche secondarie e decentrate nel territorio. La struttura portante della rassegna è però sempre la stessa da tempo: tre opere (con due nuove produzioni) più Il viaggio a Reims affidato ai giovani allievi dell’Accademia Rossiniana “Alberto Zedda”, per un totale di 14 rappresentazioni, a cui si aggiungono sette o otto concerti vocali di alto livello. Sono queste manifestazioni che attirano il grosso del pubblico.

Solo cinque anni fa, nel 2018, il Rof aveva toccato il suo record di presenze, con 18.260 spettatori, ma già l’anno successivo si era registrato un calo di circa il 10 per cento (16.517). Quindi il crollo causato dalla pandemia, con numeri che ovviamente non fanno testo, ma danno l’idea dell’emergenza causata dalla crisi (meno di 6 mila spettatori nel 2020, 8.500 nel 2021). Due anni più tardi, il ritorno alla normalità appare molto meno semplice e meno scontato di quanto si potesse pensare. Il numero di 13.500 spettatori è tra i più bassi degli ultimi 15 anni e prima del 2022 e di quest’anno è stato toccato solo nel triennio 2009-2011, ma poi sempre anche abbondantemente superato.
A questa tendenza problematica, si aggiunge il dato relativo agli incassi, scesi a 750 mila euro dagli oltre 950 mila dello scorso anno. Si tratta della cifra più bassa dal 2007 (i dati si possono trovare nella sezione “Amministrazione trasparente” del sito ufficiale del festival, fra bilanci e relazioni della Corte dei conti). Non è bastato il livello dei prezzi, quest’anno attestato a 200 euro per le prime e 180 euro per le repliche nei posti migliori, per garantire la tenuta: a quasi parità di pubblico pagante (nel 2022, anzi, un po’ meno numeroso), l’anno scorso l’incasso è stato superiore di 200 mila euro. Visitando poco prima del festival o durante il suo svolgimento il sito Vivaticket, gestore della vendita dei biglietti online, si poteva notare che la disponibilità di posti alla Vitrifrigo Arena – sede delle opere – era sempre ampia, talvolta assai ampia.

La differenza negli incassi rispetto all’anno scorso, a parità di spettatori complessivi, si può quindi forse spiegare con il fatto che quest’anno il pubblico, in larga misura, ha scelto di assistere a manifestazioni con biglietti a prezzi assai più bassi di quelli degli spettacoli operistici. In pratica, nelle sue date principali, quest’anno il Rof non ha mai fatto registrare il tutto esaurito. E lo stesso destino è toccato ai concerti, compreso quello prestigioso di chiusura, con la Petite Messe Solennelle diretta da Michele Mariotti.
Non mancano dunque i motivi di preoccupazione per il sovrintendente Ernesto Palacio e il direttore artistico Juan Diego Flórez, entrambi cantanti rossiniani di vaglia (il primo ritirato da tempo, il secondo ancora in piena attività). I conti sono in ordine (il bilancio 2022 ha chiuso con un utile di oltre 300 mila euro, che torna buono con i chiari di luna degli incassi 2023), ma per recuperare i 5 mila appassionati che non sembrano più disposti a farsi attrarre dalla sirene rossiniane del festival pesarese, e magari per provare ad aumentarli e superare quota 20 mila, ci vorrebbe un cambio di passo che per il momento Palacio (che è stato un paio di anni fa confermato fino al 2026, avendo iniziato il suo mandato nel 2017) non sembra in grado di garantire.
Il fatto è che il Rof deve trovare una nuova dimensione dopo il quarantennio glorioso che lo ha posto in prima fila nella Rossini Renaissance, grazie alla sinergia vincente fra gli studi musicologici della Fondazione Rossini e una formidabile spinta propulsiva per quanto riguarda gli spettacoli, attuata del creatore del festival, Gianfranco Mariotti, oggi 93enne, che ha passato la mano proprio a Palacio. Quest’estate, con Eduardo e Cristina, è stato completato il periplo di tutte le 39 opere del Pesarese. Ciò è avvenuto peraltro in un’edizione infarcita di sofisticate rarità, tutta improntata al genere serio, che comprendeva anche Aureliano in Palmira e Adelaide di Borgogna. Forse è semplicistico ritenere che una simile offerta non abbia attirato il pubblico più di tanto, ma certo fino a oggi la gestione Palacio (sempre al netto dei due anni pandemici) da un lato non è mai sembrata in grado di trovare l’equilibrio migliore fra generi e valori drammatici, e dall’altro è sembrata fin troppo conservativa per quanto riguarda le scelte nella realizzazione degli spettacoli. Non tanto sul piano vocale (qui si ascoltano spesso, se non sempre, i migliori specialisti rossiniani), quanto per le regie, con proposte fra il conservativo e l’innovativo che appaiono il più delle volte improntate a una prudenza lontana dalla forza innovativa del festival nei suoi anni più fulgidi.

Sintomatico, da questo punto di vista, il programma dell’anno prossimo, irrobustito perché il 2024 è l’anno di Pesaro capitale italiana della cultura, evento che dovrebbe garantire una maggiore attenzione da parte di un pubblico più generalista. Le nuove produzioni resteranno due: Bianca e Falliero ed Ermione. Si tratta di opere fondamentali del serio-tragico rossiniano, assenti entrambe al festival da quasi 20 anni. Lo sforzo produttivo (al netto delle voci: e sarà questione cruciale) si coglie anche nelle scelte per i direttori, bacchette di prestigio e valore come quelle di Roberto Abbado e Michele Mariotti. Per la regia, si passerà dal “rassicurante” francese Jean-Louis Grinda (che quest’estate era di scena nel vicino Sferisterio di Macerata) al tedesco Johannes Erath, che si è messo in luce con spettacoli di forte impatto a Graz e a Francoforte. Evidente la politica dei contrappesi, che si rispecchia anche nella parte dedicata al genere comico, fra l’arcinoto Barbiere di Siviglia (con la ripresa di una regia pesarese del 2018 di Pier Luigi Pizzi) e il minore (molto minore) Equivoco stravagante che per non essere fra i capolavori gode al Rof di una singolare fortuna e torna in scena in media ogni cinque anni.
Non adeguata, si può dirlo fin d’ora, la celebrazione del quarantennale della prima assoluta del Viaggio a Reims, avvenuta nel 1984, con Claudio Abbado sul podio e Luca Ronconi a firmare la regia. Quello era stato uno spettacolo formidabile da tutti i punti di vista, l’evento unico e straordinario capace di lanciare nel mondo l’appena nato Rossini Opera Festival. Quarant’anni dopo, nessuna nuova produzione di quest’opera geniale, ma una prudenziale esecuzione in forma di concerto affidata a Diego Matheuz. La routine non si addice a Rossini: la lezione di 45 anni di Rof è questa, ma a quanto pare chi lo guida oggi ha idee diverse.
Manca sempre meno al via della stagione teatrale 2023-24 in Italia, ormai alle porte. Attesi da Nord a Sud gli spettacoli di grandi registi e attori italiani e internazionali, pronti a far emozionare, sorridere e riflettere. In cartellone non soltanto debutti, ma anche riletture di opere del passato e del mito classico. Spiccano i nomi di Nanni Moretti e Isabelle Huppert, senza dimenticare Ferzan Ozpetek, Cristina Comencini e Roberto Andò, solo per citarne alcuni. Ecco una guida con i 10 più attesi della stagione, partendo da settembre per arrivare ai primi mesi del 2024.
Si parte a Roma con Lo zoo di vetro di Tennesse Williams, che vede la partecipazione della diva del cinema francese Isabelle Huppert. Per la regia di Ivo van Hove, arriverà al Teatro Argentina il 23 e il 24 settembre come tappa del Romaeuropa Festival. «Una sfida e un sogno lavorare con una celebrità come Huppert», ha spiegato il regista in un comunicato. La piéce si concentra su una donna e i suoi due figli, fragili e soli come la collezione di animali di vetro che gelosamente custodiscono. Nanni Moretti aprirà invece la stagione del Teatro Stabile di Torino con il suo debutto alla regia teatrale Diari d’amore di Natalia Ginzburg. In scena dal 9 al 29 ottobre, si compone di due commedie che raccontano con sarcasmo valori e costumi della borghesia tra fedeltà e amicizia.
Sempre a ottobre, si volerà a Napoli per la rilettura di Clitennestra di Roberto Andò che aprirà la stagione al Teatro Mercadante. Adattamento del romanzo La casa dei nomi di Colm Tóibín, porta in scena colei che nel poema omerico dell’Odissea era il prototipo di infedeltà e nell’Orestea di Eschilo un’assassina dedita solo alla vendetta. Nei panni della protagonista salirà sul palcoscenico l’attrice Isabella Ragonese. A Pesaro dal 30 novembre al 3 dicembre e poi in tournée italiana ci sarà poi I ragazzi irresistibili di Neil Simon. Umberto Orsini e Franco Branciaroli saranno due anziani attori di varietà che, dopo un lungo sodalizio, si sono divisi per incomprensioni apparentemente insanabili. Richiamati per un’ultima performance in coppia, daranno vita a tanta comicità e un pizzico di malinconia.
Fra i migliori spettacoli della stagione teatrale alle porte è impossibile non citare Il caso Kaufmann di Pietro Maccarinelli con ancora una volta Franco Branciaroli. Adattamento del romanzo di Giovanni Grasso, sarà al Teatro Sociale di Brescia dal 17 al 22 ottobre prima di partire in tournée per tutta Italia. Passando al 2024, a gennaio sarà la volta di Oliva Denaro, spettacolo di Giorgio Gallone con protagonista Ambra Angiolini. La storia si ispira al personaggio di Franca Viola che, dopo essere stata vittima di violenza, per la prima volta in Italia si rifiutò di contrarre un matrimonio riparatore. Il debutto è previsto il 18 gennaio al Teatro Giuditta Pasta di Saronno, in provincia di Varese, prima di andare in tournée fino a metà aprile.

E ancora, a febbraio sarà a Roma Magnifica presenza di Ferzan Ozpetek, in programma all’Ambra Jovinelli dal 7 al 18 febbraio. Adattamento teatrale dell’omonimo film per il cinema, racconta la storia di un giovane catanese che si trasferisce a Roma sognando di diventare un attore. Strane presenze nella sua abitazione, che però lui solo può vedere, complicheranno la sua carriera. Sempre nella Capitale, ma all’Argentina dal 9 febbraio al 3 marzo, ci sarà L’albergo dei poveri di Maksim Gor’kij nella versione di Massimo Popolizio, un dramma corale sul destino umano. Il Teatro Carignano di Torino ospiterà dal 5 al 24 marzo La ragazza sul divano di Jon Fosse per la regia di Valerio Binasco con Pamela Villoresi e Giovanna Mezzogiorno. La scena si concentrerà su una donna di mezz’età che convive con un costante senso di inadeguatezza. Infine, ad aprile a Roma sarà la volta de I turni di Cristina Comencini, dal 10 al 21 al Parioli.
