Dal Vaffa a Vannacci: se la politica diventa cupio dissolvi

“Trasformare” è forse uno dei verbi chiave della modernità. Pur se con grandi differenze, trasformare il mondo attraverso la scienza e la tecnologia, messe al servizio del miglioramento morale e sociale, è lo scenario comune di molte filosofie moderne, dall’illuminismo al positivismo, passando per il marxismo. La volontà di cambiamento e la fiducia nel progresso sono stati i due pilastri ideali di tali visioni. Di quei due pilastri, oggi, soltanto il primo sembra essere rimasto saldamente in piedi.

Naturalmente, la fiducia nel progresso non è mai stata universalmente condivisa, né il Novecento ha dovuto attendere la propria conclusione per scoprire quanto potessero essere devastanti gli effetti della ragione messa al servizio della potenza. Eppure, anche dopo le tragedie delle guerre mondiali, la promessa di un futuro migliore continuò a orientare le grandi iniziative collettive.

Se il desiderio di cambiamento non conosce un punto di soddisfazione

Lungo gli anni, però, abbiamo via via scoperto che la capacità di intervenire sulla realtà non coincide con quella di governare le conseguenze dei nostri interventi. Il cambiamento climatico ne offre forse la dimostrazione più eloquente. La natura, che per secoli abbiamo immaginato come un insieme di ostacoli da superare e di risorse da utilizzare, ci ricorda che l’aumento della nostra potenza non comporta necessariamente una maggiore capacità di governarne gli effetti. La difficoltà investe ovviamente il rapporto con le istituzioni e con le conquiste sociali. Le società occidentali hanno raggiunto livelli di benessere, libertà e sicurezza che sarebbero apparsi straordinari a molte generazioni precedenti. Proprio la loro acquisizione, tuttavia, modifica la percezione di ciò che ancora manca. Le conquiste diventano rapidamente condizioni ordinarie dell’esistenza, quasi scontate, mentre le aspettative continuano a crescere.

La “fortuna” dei partiti antisistema

La politica sembra così intrappolata in una singolare spirale: per alimentare la speranza di una svolta, occorre promettere sempre di più. Quando però le promesse si scontrano con la realtà, la delusione può essere raccolta da chi promette una rottura ancora più radicale, e così via. In altre parole, la bolla delle aspettative si gonfia proprio attraverso le delusioni che dovrebbe cancellare. L’esperienza di partiti populisti in Italia offre un esempio perfetto di tale dinamica. Il Movimento cinque stelle prima maniera si presentò agli elettori con un “vaffa” antisistema, la promessa di aprire il Parlamento «come una scatoletta di tonno», l’uscita dall’euro (o comunque una revoca in dubbio degli impegni europei dell’Italia) e la ormai celebre «abolizione della povertà».

Dal Vaffa a Vannacci: se la politica diventa cupio dissolvi
Beppe Grillo in piazza Maggiore a Bologna nel 2010 (Ansa).

La resistenza del reale (nonché il contatto con la comodità dell’essere élite) ha ridimensionato quelle promesse. Ma agli elettori è venuta ancora più fame. Attraverso vari passaggi, si è arrivati oggi al movimento politico guidato da Roberto Vannacci, che promette, tra le altre cose, una rapida fine delle guerre, il ritorno alla società etnicamente omogenea di qualche decennio fa, una decisa interruzione al processo di integrazione europea. È significativo che un partito chiamato Futuro Nazionale prometta, in sostanza, di riportare indietro le lancette dell’orologio. Non che all’estero vada meglio: tra radicalismo di destra e radicalismo di sinistra, l’annuncio di un cambiamento senza però idea di dove andare, se non al massimo nel passato, va molto forte.

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Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

L’impulso alla demolizione diventa l’inconfessabile ragion d’essere

Per chi è all’opposizione e per chi governa la promessa di cambiamento diventa così una risorsa che occorre rinnovare senza sosta, indipendentemente dalla capacità effettiva di produrre i risultati annunciati. Il punto non è che ogni promessa ambiziosa sia ingannevole, né che, ovviamente, ogni rottura sia ingiustificata. Questo sarebbe solo rigido conservatorismo, se non una vera e propria prospettiva reazionaria.

Insomma: la rottura, nata come strumento per liberare possibilità nuove, rischia di diventare un fine in sé. Quando non si sa più quale ordine costruire, abbattere quello esistente può sembrare l’unica prova della propria capacità di agire. Smanioso di trasformare, ma a corto di idee sul domani che non siano soprattutto richieste di protezione da pericoli, l’odierno spirito rivoluzionario può così forse essere più vicino al cupio dissolvi che alla fede in un’utopia possibile. Più disperato che speranzoso.