C’è stato un tempo in cui vendere oggetti usati significava soprattutto liberare cantine e armadi, provando a recuperare qualche soldo extra. Oggi, invece, l’economia di seconda mano diventa sempre più una risposta strutturale al caro-vita, sulla quale le piattaforme digitali stanno costruendo attività miliardarie. A misurare più di recente il cambiamento è stato il Recommerce Report 2026 di eBay, realizzato su oltre 10 mila consumatori di 10 Paesi: in Italia il 77 per cento degli intervistati considera il second hand importante per le proprie finanze, 7,6 punti in più rispetto alla media globale; il 43 per cento ha venduto online almeno un oggetto usato nell’ultimo anno contro il 38 per cento a livello internazionale, percentuale che nella fascia d’età tra i 30 e i 40 anni sale al 51 per cento.

Liberare spazio, meno sprechi e guadagni extra
Ma il fenomeno non si esaurisce qui: tra le motivazioni di chi vende, al primo posto resta la necessità di «fare ordine e liberare spazio» (63 per cento degli intervistati), seguita dalla «volontà di ridurre gli sprechi» (51 per cento) e dalla «ricerca di un guadagno aggiuntivo» (43 per cento). La combinazione di questi impulsi distingue il recommerce dal vecchio mercato dell’usato: lo stesso utente può infatti (ri)vendere per integrare il proprio reddito e comprare per spendere meno, alimentando un circuito nel quale ogni oggetto diventa allo stesso tempo risparmio, liquidità e merce.
Un boom trainato dal digitale
Non è un fenomeno passeggero: nei prossimi 12 mesi l’87 per cento degli acquirenti italiani prevede di comprare usato almeno quanto oggi e il 37 per cento pensa di aumentare gli acquisti (il 43 per cento è rappresentato dalla Generazione Z). L’abbigliamento rimane un po’ ovunque la categoria principale, ma ci sono anche libri, vinili, videogiochi, elettronica, prodotti per la casa, scarpe e oggetti da collezione. Va da sé che nulla di tutto questo sarebbe potuto avvenire senza la spinta del digitale: il 41 per cento degli italiani coinvolti nella ricerca eBay acquista prodotti di seconda mano primariamente online, contro una media globale del 28 per cento (tra i più giovani si arriva addirittura al 58). Le piattaforme, del resto, hanno eliminato molti degli ostacoli che un tempo frenavano l’usato, e app create ad hoc hanno semplificato ulteriormente il sistema: permettono di pubblicare un annuncio in pochi secondi, suggeriscono il prezzo, gestiscono spedizione e pagamento. Per dare un’idea delle dimensioni del fenomeno, su Vinted, società di recommerce nata nel 2008 a Vilnius, in Lituania, nel 2025 sono stati scambiati prodotti per 10,8 miliardi di euro, il 47 per cento in più rispetto all’anno precedente. I ricavi hanno raggiunto 1,1 miliardi, con un utile netto di 62 milioni.

Quando la ricerca dell’offerta diventa impresa
È un mercato che fa bene, e piace, anche ai consumatori. Sempre secondo Vinted, nel 2025 gli utenti europei avrebbero risparmiato 21,6 miliardi di euro acquistando moda per adulti sulla piattaforma anziché ai prezzi originari del nuovo, con uno sconto medio del 72 per cento. E non c’è solo il mero risparmio. Accanto a chi vende i vestiti che non indossa più sono comparsi anche utenti che acquistano espressamente per rivendere e guadagnare, cercando prodotti sottoprezzati e organizzando la propria presenza online come una piccola impresa. Tant’è che, in alcuni casi, può scattare l’obbligo di aprire la partita Iva. A fare la differenza è il carattere dell’attività: vendere occasionalmente oggetti personali, anche ricavandone somme consistenti, non equivale a esercitare un’impresa; acquistare per rivendere, pubblicare inserzioni con continuità e organizzarsi con finalità di guadagno potrebbe esserlo. Esiste poi una soglia legata alla DAC7, la direttiva europea che riguarda sia Vinted sia eBay: se in un anno solare un utente conclude almeno 30 vendite oppure incassa più di 2 mila euro, la piattaforma deve raccoglierne i dati e comunicarli alle autorità fiscali. Ciò non significa automaticamente dover pagare imposte o aprire la partita Iva: Vinted precisa che, in linea generale, la vendita di beni personali non è tassata, e anche eBay chiarisce che la comunicazione non modifica gli obblighi fiscali già esistenti. Le informazioni, però, possono consentire al Fisco di distinguere più facilmente chi svuota saltuariamente l’armadio da chi vende in modo abituale e organizzato.

Il second hand rischia di riprodurre la logica del consumo veloce
Per una parte dei consumatori, insomma, il second hand è un modo per recuperare un extra e continuare ad acquistare a dispetto dell’inflazione e dei redditi sotto pressione; sempre più spesso, poi, il possibile valore di rivendita entra nel calcolo già in fase di acquisto, e vestiti, accessori o smartphone vengono valutati anche in base alla rapidità con cui potranno tornare sul mercato. Tutto questo, però, contiene anche una contraddizione: comprare usato può ridurre la spesa per ogni singolo prodotto, ma non necessariamente la spesa complessiva. Prezzi bassi, notifiche, offerte e possibilità di rivendere ciò che non serve più possono incoraggiare acquisti più frequenti, riproducendo nel second hand la stessa logica del consumo veloce che dovrebbe contrastare. Anche il beneficio ambientale dipende dal fatto che l’usato sostituisca davvero un prodotto nuovo, anziché aggiungersi a ciò che non avremmo comprato. L’economia di seconda mano vive dunque su un doppio binario: da una parte risponde al bisogno di spendere meno, recuperare denaro e prolungare la vita degli oggetti; dall’altra genera un nuovo mercato, governato da aziende che guadagnano su servizi, pagamenti e logistica di milioni di transazioni tra privati. La vera novità è che, con stipendi che faticano a tenere il passo con i prezzi e piattaforme sempre più efficienti, comprare e rivendere usato sta diventando una componente ordinaria dell’economia familiare.
