Il bene nasce e cresce soltanto nella trasparenza. Per potersi dire tale e farsi autenticamente luce, richiede il coraggio della verità e il rigore della giustizia; in caso contrario, rimane soltanto un’operazione di facciata, un esercizio retorico stampato su carta. È quanto emerge con sconcertante evidenza dall’ultimo volantino apparso nelle stanze del Seminario Metropolitano “Giovanni Paolo II”, dal titolo roboante “La Buona Notizia – Messaggi di speranza sacerdotale”. Un foglio firmato con lo pseudonimo “Teofilo” che si pone l’obiettivo dichiarato di “mettere in luce il bene che troppo spesso rimane sepolto nel silenzio”. Ma dietro questa facciata d’ispirazione evangelica si cela una profonda ipocrisia, concepita non per un reale rinnovamento spirituale, ma per blindare e difendere a spada tratta l’operato dell’Arcivescovo Andrea Bellandi, la cui gestione ha proiettato un’ombra di opacità e sconcerto su tutta la comunità diocesana. La retorica del “silenzio” contro la richiesta di trasparenza Nel testo affisso nel seminario si legge che “il male fa chiacchierare di più e fa più rumore” e che l’opinione pubblica si soffermerebbe ingiustamente sulle “infedeltà della Sposa”. Si arriva perfino a liquidare le crescenti polemiche, le accuse e i malumori che scuotono l’Arcidiosi di Salerno-Campagna-Acerno come meri “pettegolezzi” o “attacchi personali”. Questa narrazione è gravemente mistificante. Chiedere chiarezza su gestioni dubbie, su scelte pastorali arbitrarie o su comportamenti che feriscono la credibilità delle istituzioni non equivale a “far pettegolezzo”, né a cedere alle “cattive notizie”. La vera ferita alla credibilità del presbitero e della Chiesa salernitana non deriva dalle denunce di chi chiede giustizia, ma dall’atteggiamento di chi vorrebbe soffocare ogni voce critica sotto il mantello di una presunta “cultura del buono e della meraviglia”. Citazioni usate come scudo: il paradosso della casta meretrix Per giustificare lo stato attuale delle cose, l’autore dell’articolo si spinge a citare l’antica espressione patristica della Chiesa come casta meretrix, ricordando che essa è “santa, ma segnata dalle fragilità dei suoi membri”. Usare la teologia dei Padri della Chiesa per relativizzare le responsabilità e nascondere le mancanze della leadership diocesana è un’operazione intellettualmente disonesta. La consapevolezza della fragilità umana dovrebbe spingere alla conversione, al rigore e alla massima trasparenza, non certo diventare un alibi per giustificare l’immobilismo o per mettere a tacere chi chiede conto dell’operato dell’Arcivescovo Bellandi. Il disorientamento delle giovani vocazioni Particolarmente provocatoria appare la frase indirizzata al lettore: “se cerchi l’ennesimo articolo di gossip sulla Chiesa, sei ancora in tempo per smettere di leggere e fare di questo foglio un uso migliore”. Un tono paternalistico e sprezzante che denota la totale incapacità di ascoltare la sofferenza reale del presbiterio e dei seminaristi. Il volantino ammette che il presbitero salernitano ha perso di credibilità “soprattutto per quei giovani che, chiamati da Dio, scelgono di donare la propria vita alla Chiesa”. Tuttavia, la soluzione proposta non è la verità, bensì la propaganda. Ai giovani che entrano in seminario e che avrebbero bisogno di guide limpide, coraggiose ed esemplarmente giuste, si offre una narrazione edulcorata che ignora i problemi reali e impone il silenzio come virtù. La luce non si finge, si vive Non basta intitolare un foglio “Facciamo luce nella Chiesa Salernitana” per fare davvero luce. La luce non nasce da un’operazione di comunicazione o di immagine pensata per difendere le posizioni di potere dell’Arcivescovo. La luce è frutto della verità e della giustizia. Finché la risposta alle legittime richieste di chiarezza della comunità salernitana consisterà in questi tentativi di autodifesa infarciti di retorica, il buio continuerà a farsi strada. La Chiesa di Salerno non ha bisogno di volantini propagandistici o di “messaggi di speranza” confezionati ad arte: ha bisogno di pastori capaci di rendere conto delle proprie azioni, di restituire dignità al presbiterio e di comprendere che il bene, se è vero bene, non ha mai paura della trasparenza.
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