Massimo Garavaglia da Marcallo con Casone proverà a sfidare Matteo Salvini al congresso leghista del 24-25 ottobre. La decisione, scovata in ‘nuce’ dal cronista parlamentare del Foglio Carmelo Caruso, è maturata e si è consolidata nelle ultime ore, quando ormai sembrava tramontata ogni ipotesi di candidatura contro il segretario uscente. Difficile anche il percorso di una mozione ‘nordista’ da opporre alla linea di Salvini.

L’allergia dei salviniani per Garavaglia
Ex sindaco del paesino di poco più di 6 mila abitanti a ovest di Milano, Garavaglia è uno degli esponenti lombardi cui i leghisti salviniani sono più allergici. Entrato alla Camera nel 2006, al posto di Umberto Bossi che aveva optato per il Senato, da allora, si è alternato tra Montecitorio e Palazzo Madama in tutte le legislature, con una pausa tra il 2013 e il 2018, quando Roberto Maroni lo chiamò a fare l’assessore all’Economia in Regione Lombardia (una sorta di governatore ‘ombra’, cui l’amico Bobo affidava tutte le questioni tecniche). Tornato a Roma, ha sostituito il collega Giancarlo Giorgetti – Garavaglia e il ministro dell’Economia sono i due bocconiani della Lega – come riferimento del partito per le questioni di legge di bilancio. È stato viceministro all’Economia nel Conte I, ministro al Turismo del governo Draghi poi presidente della commissione Finanze del Senato in questa legislatura.

L’obiettivo è intercettare il malessere lombardo
La crepa con i salviniani risale proprio all’esecutivo dell’ex presidente della Bce, quando quest’ultimo ebbe l’ardire di decidere la formazione del suo governo senza consultare i capi dei partiti che lo sostenevano (in quel caso Salvini per la Lega e Silvio Berlusconi per Forza Italia). Ritenuto vicino a Giorgetti, Garavaglia non sarebbe stato la prima scelta di Salvini come ministro, con il quale da allora i rapporti si sono raffreddati. E proprio la vicinanza con il ‘Gianca’ leghista sembra essere all’origine della candidatura del senatore milanese, che dovrà raccogliere 80 firme tra delegati provenienti da quattro Regioni diverse entro mercoledì. Se riuscisse a candidarsi, Garavaglia potrebbe intercettare nel segreto dell’urna il malessere dei lombardi che da questa estate chiedono un rinnovamento e il ritorno a un partito «sindacato del territorio».

I motivi del «grande freddo» tra Salvini e Giorgetti
I ben informati raccontano che, negli ultimi tempi, il termometro dell’altalenante rapporto tra Salvini e Giorgetti – un topos per gli amanti del genere, secondo nella ‘letteratura’ leghista solo a quello tra Bossi e Maroni – sia sceso in uno stato di «grande freddo». Il capo di via Bellerio riterrebbe, a torto o a ragione, che il titolare del Mef sia coinvolto nella ‘congiura’ estiva dei lombardi, insieme al segretario regionale Massimiliano Romeo e al governatore Attilio Fontana, che hanno chiesto un suo passo di lato. Ed è così che Giorgetti è stato totalmente emarginato dal congresso del MiCo.

Un anno e mezzo fa, a Firenze, il ministro dell’Economia ha presieduto l’assise; ora Salvini ha deciso di dare l’incarico al presidente della Camera Lorenzo Fontana (che di certo non ha preteso l’incarico, attento com’è a cercare di mantenere un profilo istituzionale). Quando poi si è trattato di nominare un vicesegretario vicario che facesse da reggente fino al congresso, il numero uno leghista ha deciso di affidarsi al tesoriere Alberto Di Rubba, commercialista bergamasco il cui curriculum elettorale si limita a una riga, ovvero alla vittoria alle suppletive del seggio della Camera lasciato vacante in Veneto da Alberto Stefani dopo l’elezione a governatore.

Il ministro rischierebbe di non essere candidato alle Politiche
Ma l’assenza di Giorgetti da incarichi importanti al congresso – spiegano le stesse fonti – sarebbe in realtà solo un segnale di problemi ben più gravi. Nel partito, i ben informati sostengono addirittura che il ministro dell’Economia rischierebbe allo stato di essere lasciato fuori dalle liste alle prossime Politiche. Deputato dal 1996, 30 anni alla Camera, sette legislature consecutive, con il sogno non realizzato nel 2022 di diventarne il presidente, Giorgetti sarebbe finito nella tagliola di Salvini alla ricerca di posti per i fedelissimi (alcune proiezioni fatte in base ai sondaggi attribuiscono alla Lega 17 deputati, dopo l’approvazione della nuova legge elettorale). La voce è insistente. Le narrazioni divergono ma approdano tutte nella stessa conclusione. C’è chi sostiene che sia stato fatto capire a Giorgetti che comunque in caso di vittoria lui avrebbe una poltrona «sicura» nel governo Meloni 2. E chi invece fa battute al vetriolo sul fatto che ormai non ha problemi a trovare un posto di lavoro, può chiedere agli «amici di Goldman Sachs». Fatto sta che da giorni nella chat leghiste gira una lista di possibili candidature che riprodurrebbe fedelmente una ricostruzione riferita a voce da una salviniana doc.

La lista che gira nelle chat leghiste e l’interrogativo su Zaia
Ecco, anche in questa lista di candidati alle Politiche il nome del Gianca di Cazzago Brabbia non c’è. Mentre sarebbero sicuri gli amici milanesi di Salvini Igor Iezzi e Alessandro Morelli, la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, i tesorieri Di Rubba e Giulio Centemero, il ministro Roberto Calderoli a Bolzano e l’ex vicesegretario Andrea Crippa in Toscana. Grande punto interrogativo, invece, sul Veneto, e sulla disponibilità di Luca Zaia a correre in cinque collegi. L’ex doge ormai è visto con delusione dai lombardi che si sentono traditi dalla sua mancanza di azione e di coraggio. E in molti ritengono che abbia già stretto l’accordo con Salvini per una sua candidatura e un posto di rilievo a Roma (ministero o presidenza di una Camera) rompendo di fatto l’asse tra i governatori, di cui fanno parte anche il presidente del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga e quello della Provincia di Trento Maurizio Fugatti. Dal canto suo, coi suoi, Zaia nega l’accordo, anche se riferisce del pressing di Salvini. Ma anche la dialettica tra veneti e lombardi è un altro topos ricorrente, fatto di alti e bassi (come la storia di Salvini e Tosi dimostra). E, come tale difficile da sondare e dagli esiti imprevedibili.

