A destra il fantasy, a sinistra l’utopia: quando la politica deforma la realtà

Se il fantasy, come si sa, è il genere letterario d’elezione della destra italiana (e non solo italiana), quale potrebbe essere quello della sinistra? Forse l’utopia. Naturalmente si tratta di un gioco, ma i giochi, quando funzionano, qualche volta scoprono parentele che il linguaggio più serioso lascia nascoste. D’altra parte, il rapporto di una parte della destra italiana con l’immaginario fantastico ha una storia precisa, dai Campi Hobbit ad Atreju. Per i dirimpettai, l’utopia, intesa come capacità di giudicare l’esistente alla luce di un ordine possibile che ancora non c’è, appartiene da secoli all’armamentario del progressismo.

A destra il fantasy, a sinistra l’utopia: quando la politica deforma la realtà
Giorgia Meloni ad Atreju (Ansa).

Se le forme narrative pretendono di farsi realtà

Né l’una né l’altro costituiscono, di per sé, un vizio. L’utopia è una critica permanente allo status quo. Impedisce che il presente acquisti abusivamente la dignità del necessario: senza il sogno di un mondo finalmente liberato dal male, probabilmente parte considerevole delle conquiste moderne sarebbe stata impensabile. Il mito, a sua volta, non è semplicemente una menzogna: offre immagini attraverso le quali una comunità interpreta se stessa. Una politica completamente priva di immaginazione sarebbe poco più che amministrazione. I problemi cominciano quando queste forme narrative pretendono di farsi realtà.

L’idealismo e il perfettismo morale rischiano di azzerare la concretezza

L’utopia progressista corre il rischio di guardare ciò che esiste solo dal punto di vista di ciò che dovrebbe esistere, fino a fare strame della concretezza. Si pensi a un certo pacifismo: la pace, che dovrebbe costituire il problema politico per eccellenza – quali condizioni, quali equilibri, quale deterrenza possano renderla possibile – diventa talvolta una sorta di principio astratto sordo ai bisogni delle vittime. Se la guerra è il male, sottrarsi alla guerra sembra già produrre la pace. Ma tra il rifiuto della violenza e la costruzione di un ordine che impedisca al più forte di imporla esiste precisamente lo spazio della politica. Qualcosa di simile affiora in alcune declinazioni della cosiddetta cultura woke (categoria certamente imprecisa) al fondo della quale, tuttavia, è possibile riconoscere un impulso tipicamente utopico in forza del perfettismo morale che la abita, e che ne favorisce i tratti forsennatamente inquisitori e pedagogici. Per tacere poi degli oggettivi problemi connessi alla possibilità di una società universalmente inclusiva – conflitti di valori, frizioni culturali, segregazione – sovente sminuiti in nome di una fratellanza universale meritoriamente immaginata ma ancora faticosamente in costruzione.

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Alexandria Ocasio-Cortez ha appoggiato Zohran Mamdani (foto Ansa).

Gli archetipi della destra e la semplificazione del presente

Il fantasy della destra compie un’operazione quasi opposta. Non proietta anzitutto il presente verso ciò che ancora non esiste: tende piuttosto a conficcare nella complessità del presente figure antiche e immobili. Il popolo e lo straniero, il confine e l’invasore, la patria minacciata, la decadenza e la rinascita. Sono archetipi potenti anche perché semplificano: raccolgono fenomeni eterogenei e li fanno entrare in una trama immediatamente riconoscibile. L’immigrazione offre forse l’esempio più evidente. È un problema politico reale, che investe frontiere, integrazione, lavoro, sicurezza, demografia e identità culturale. Ma quando la trasformazione demografica viene narrata attraverso le categorie dell’“invasione” o della “sostituzione”, il fenomeno cambia natura: non abbiamo più soltanto persone che arrivano, istituzioni che devono governare flussi e società che cambiano, ma un Noi e un Loro, un territorio da difendere, una comunità minacciata nella propria continuità. Anche una certa idea della pace in salsa sovranista conserva qualcosa di questa grammatica: popoli nuovamente padroni del proprio destino, ciascuno entro i propri confini, potrebbero finalmente liberarsi dalle pretese universalistiche e dalle guerre delle élite. Ma proprio l’archetipo rischia di nascondere ciò che la storia mostra: le nazioni non smettono di avere interessi incompatibili per il fatto di essere più sovrane. Una somma di egoismi non genera magicamente l‘armonia.

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Una foto di gruppo dei Patrioti europei sul palco in PIazza Duomo (Imagoeconomica).

L’utopia può dimenticare il limite, il fantasy lo irrigidisce

Utopia e fantasy deformano dunque il mondo in direzioni differenti. L’utopia rischia di sottrarre alla realtà ciò che resiste al possibile immaginato; il fantasy di aggiungervi una struttura archetipica che rende tutto più schematico di quanto realmente sia. L’una può dimenticare il limite, l’altro può irrigidirlo. In entrambi i casi, c’è una forma di violenza che viene fatta alla realtà, che diventa violenza sulle persone. Posso lasciare indifese le vittime di un’aggressione imperialista, in nome di una pace utopicamente intesa. Oppure posso disinteressarmi del destino di uomini e donne abusati, torturati, affamati, perché non sono parte della mia etnia, facendo dell’appartenenza concreta il criterio per stabilire quali vittime debbano interessarci di più. Così, a sinistra come a destra, si muove guerra alla realtà, in nome di due tipi di fantasia diversi. La politica, forse, ha bisogno di entrambi i movimenti e deve diffidare di entrambi. Deve immaginare ciò che non esiste ancora senza pretendere che il mondo obbedisca al desiderio. Deve custodire appartenenze e simboli senza trasformare la storia in una saga di eroi, invasori e traditori.