A Salerno la festa di San Matteo comincia anche così: ritrovandosi. Nel cuore del centro storico, al Vicolo della Neve, una serata ha riunito i portatori dei Santi in un momento di convivialità e aggregazione con alcuni dei piatti simbolo della cucina salernitana. Non è soltanto l’attesa della processione..È la Salerno che, alla vigilia della festa patronale, si ritrova insieme e riconosce nella fede un elemento ancora capace di unire. È questo il senso della serata organizzata dai commercianti del Vicolo della Neve per rendere omaggio ai portatori dei Santi, protagonisti della processione del 21 settembre. Perché dietro la processione ci sono uomini e ragazzi che non portano soltanto il peso delle statue. Portano con sé storie familiari, ricordi, nomi e insegnamenti. E spesso portano un’eredità ricevuta proprio da chi li ha preceduti. Tra i più giovani ci sono Giuseppe Fiorillo e Giovanni Palumbo, entrambi 23 anni. Due storie diverse, ma entrambe legate alla famiglia e alla volontà di non interrompere una tradizione. Fiorillo fa parte della Paranza di San Fortunato, uno dei Tre Santi Martiri, e indossa la maglia verde. E dietro la scelta di Giuseppe c’è la storia di nonno Giuseppe che è stato «uno dei volti storici della processione» e lui ha raccolto quell’eredità. Una tradizione che non considera soltanto come una consuetudine, ma come un percorso che deve avere un significato anche fuori dal giorno della festa. E poi c’è la fatica,quella vera .«L’importante è essere coordinati e potersi fidare l’uno dell’altro – spiega Giuseppe –. In ogni paranza, anche in un momento di difficoltà fisica, deve esserci un collega pronto a sostenerti». Non ci sono particolari allenamenti durante l’anno. «È tutto ad impatto», racconta. Si impara insieme, nel momento in cui arriva la responsabilità di sollevare e sostenere la statua. Ed è proprio questa fiducia reciproca a trasformare lo sforzo individuale in una forza collettiva. «Ci deve essere prima di tutto la fede – racconta – perché senza quella si va poco avanti e spero di portarla avanti e tramandarle anche nelle prossime generazioni». Poi c’è Giovanni Palumbo, portatore di San Matteo. La sua storia, però, comincia molto prima e affonda le radici in un’immagine che lo accompagna ancora oggi. Aveva appena cinque anni quando andò all’Alzata del Panno con una piccola statuetta di San Matteo tra le mani. Suo padre,, era entrato nella paranza l’anno precedente e Giovanni era lì, bambino, a vivere quel momento da vicino. Un collega del padre lo fotografò proprio con quella statuetta in mano. Quella fotografia finì su un giornale e l’articolo che ne raccontava la storia contribuì a renderlo, ancora piccolissimo, quasi un simbolo di quella festa. Per Giovanni quella fotografia è rimasta uno degli eventi più significativi della sua vita. Un’immagine nata quasi per caso che, nel tempo, è diventata il primo capitolo di un legame sempre più forte con San Matteo e con la paranza. Cinque anni fa, a 18 anni, è entrato ufficialmente a farne parte, seguendo un percorso che aveva ormai radici profonde. E insieme alla presenza del padre c’era quella del nonno, Giovanni Palumbo, uno dei riferimenti della tradizione familiare.. Una scelta che nasce dunque da una storia cominciata quando era bambino e che oggi, a 23 anni, lo vede dall’altra parte: non più soltanto spettatore con una statuetta tra le mani, ma portatore della statua di San Matteo. Una continuità che Giovanni vorrebbe mantenere anche nel futuro. Perché quella che è iniziata come una fotografia di un bambino è diventata una responsabilità adulta, fatta di fede, appartenenza e volontà di tramandare. Quando gli si chiede cosa significhi essere portatore, mette subito i Santi al centro: «I protagonisti sono i Santi. Noi facciamo una piccola parte, siamo dei veicoli delle speranze dei Salernitani». Parole che raccontano un ruolo vissuto con grande umiltà. Perché la processione, spiega, continua a occupare un posto speciale nella città: «Passano gli anni, ma questo giorno nel calendario delle festività è sempre al primo posto». È forse questo il significato più profondo della serata al Vicolo della Neve. In un tempo nel quale non è sempre facile ritrovarsi attorno a qualcosa che appartiene a tutti, San Matteo riesce ancora a mettere insieme generazioni diverse. I giovani non sono semplicemente i destinatari di una tradizione ricevuta: ne diventano protagonisti. Lo sottolinea anche don Felice Moliterno, parroco della Cattedrale, osservando come entusiasmo ed emozione possano rappresentare per i ragazzi un punto di partenza verso una fede più consapevole. La tradizione, spiega, ha un valore proprio perché permette di tornare alle proprie radici, di ricordare chi c’era prima: i genitori, i nonni, le generazioni che hanno costruito quella memoria collettiva. E così, tra un panino con la milza, una parmigiana, “o muss e puorc”e una conversazione che si allunga nella sera, la festa prende forma prima ancora della processione. Perché il 21 settembre, prima ancora di essere il giorno in cui le statue attraversano Salerno, è il giorno in cui una città torna a riconoscersi nella propria storia. E forse è proprio questo il senso più autentico del portare un Santo: non portarlo soltanto sulle spalle, ma portare con sé la memoria di chi lo ha fatto prima e la responsabilità di chi lo farà dopo. Raffaella D’Andrea 
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