Di Antonio Manzo
È difficile scrivere in morte di un amico. Ancor di più quando scorre il tempo nella clessidra della dimenticanza ingiusta e inclemente. Di una persona con la quale hai condiviso decenni di vita comune, di sogni, delusioni, discussioni, speranze. Michele Pinto era davvero unico. Venerdì sera, ad un mese dalla morte, sarà ricordato con una Santa Messa nella parrocchia di Salerno del Sacro cuore. Aveva solo qualità, Michele Pinto visto da vicino. Non riuscirei a trovargli un difetto. Lo dico senza quella bambagia che l’epitaffio porta con sé, anche in questi tempi ruvidi e che lui sapeva riconoscere più di tutti noi. È sempre stato schietto, sincero, del tutto insensibile alla dimensione del «calcolo di opportunità» che spesso genera malmostose discipline e ringhiose, finte, unanimità. Michele Pinto era solare, perfino , divertente come pochi, incapace di rinunciare a una battuta. Ricordo una volta che per avere sue dichiarazioni quando usciva dall’ ufficio del Senato a Sant Ivo alla Sapienza nei primi giorni della commissione per l’autorizzazione a procedere per il senatore Giulio Andreotti evitava quella folla di cronisti dileguandosi con signorile rapidità ma pronto a riconoscere il giornalista suo amico e conterraneo al quale comunicava sensazioni e riflessioni sul delicatissimo tema in discussione. Michele Pinto colpì anche il giovane Massimo Giletti che a quel tempo collaborava per la trasmissione Mixer di Giovanni Minoli. Giletti approfittò della conoscenza che Michele Pinto esibiva con l’amico giornalista e rimase colpito perché considerava lo sesso senatore democristiano sempre restio a fermarsi con i cronisti nel cortile di Sant’Ivo alla Sapienza restò colpito dalla favorevole circostanza del cronista suo collega che riusciva a fermarlo e parlare con lui., Aveva talento, una profondità culturale che allora era richiesta per esercitare ruoli di “giudice politico” nella drammatica stagione che stava vivendo uno dei capi della sua Dc accusato di mafia dai magistrati di Palermo. Non è la prima volta in questo mese che mi è capitato di ricordare Michele Pinto, qui a Diamante, perché qui amava riunire le nostre rispettive famiglie al tavolo di un ristorante di poco lontano da Sangineto, il paese costiero divenuta la sua meta preferita dell’estate. Michele Pinto è stato amico vero e potrebbero darne una testimonianza ben più significativa della mia le migliaia di persone che lo hanno stimato e contattato nel Salernitano. Lui spesso mi diceva di non aver scelto la politica per vocazione e neppure una professione. “Io ho vissuto la politica come un servizio – richiestomi ma insieme dovuto – verso la comunità”. Parole oggi un po’ desuete, che andrebbero esaminate una a una. Un servizio “richiesto” e “dovuto”. A lui piaceva accostare parole apparentemente contradditorie per dire la complessità della vita e della politica. Ma gli stimoli all’impegno politico sono stati anche di altro tipo, esclusa la casualità, che Michele Pinto amava rivendicare, con un po’ di civetteria. Al riguardo è significativa la testimonianza che lui stesso mi confessò della singolare circostanza che ebbe nel suo animo di giovane le parole del primo comizio a cui aveva assistito, nella campagna elettorale del suo maestro Alfonso Tesauro, “che non ripetevano la concitazione di altre sterminate parole- amava ricordare- Erano pacate e impegnative. Tendevano alla complessità, piuttosto che alla semplificazione. Presumo risultassero deludenti per ascoltatori inclini al comizio come spettacolo negli anni di Alfonso Menna, Carmine De Martino, con gli spettatori elettori che si aspettavano comizi come un arringa”. Pare di vedere un autoritratto del Michele Pinto dell’età matura quando fu colpito dalla figura di Aldo Moro con il controverso valore della “mitezza”, assunto assieme a quello del “limite” come paradigma della concezione della politica democratico cristiana. In questo clima, Michele Pinto ritrovò la militanza correntizia nella Democrazia Cristiana al fianco di Nicola Lettieri. Gli piaceva stare in parlamento, lavorare in parlamento. E quando in una mattinata di maggio 1996 fu chiamato al telefono nel tribunale di Sala Consilina mentre era impegnato in un processo per poco non svenne. Lui, sorpreso, sentì le parole del segretario del Partito Popolare Italiano Gerardo Bianco che gli comunicava di averlo inserito nella lista dei ministri in quota Dc. Lì per lì, Michele Pinto all’improvviso si ritrovò nell’aula di un tribunale che passava da avvocato a Ministro della Repubblica con delega all’Agricoltura. Il quel momento capì a fondo il suo ruolo che lo portava misurare la capacità di tradurre in scelte concrete il frutto di tante elaborazioni, spesso raffinate ma mai astratte. Ma Michele Pinto aveva letto in Aldo Moro anche la fermezza con cui pretese di difendere l’onore di una storia, di una tradizione politica costruita – in un tempo ancora molto ideologizzato e conflittuale – su un disegno di coesione sociale, di centralità anche se non più di centrismo, propedeutico a progressive inclusioni e integrazioni democratiche. Un giorno, in uno dei miei vani tentativi di convincerlo almeno di evitare il passaggio dal PPI alla Margherita nel corso di un consiglio nazionale del Ppi lui volle replicarmi, con fermezza, facendosi ascoltare anche dal mio vicino di sedia il presidente Scalfaro anche lui d’accordo verso la Margherita: “Continuo ad essere convinto che, anche se io non lo vedrò, tornerà un tempo meno inclemente per questo seme della nostra storia che non può essere diventato infecondo. Dovranno passare molte cose…Dovranno arrivare delle generazioni che risentano queste cose come cose nuove…”. Da ministro dell’agricoltura resta fermo nell’immaginario dei suoi più diretti collaboratori che il conto alla fine del pranzo e delle cene nel corso delle trasferte a Bruxelles le pagava lui. Tirando dal portafoglio la sua carta di credito personale. Ecco perché la memoria di Michele Pinto rimarrà viva fra coloro che ancora credono nella politica come esigente scelta di vita. Proprio in tempi di dissipazione della politica proprio nei giorni quando la signora Vittoria, e i figli Rocco, Etta e Alessandra dovranno difendere e tutelare la grande lezione politica di Michele Pinto.
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