Sconfitta per Donald Trump in tribunale: la Corte suprema Usa ha bocciato le restrizioni che il presidente americano voleva imporre al voto per corrispondenza in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. La Casa Bianca voleva imporre agli Stati di compilare un elenco di tutti gli elettori che devono ricevere la scheda per posta: una misura, era stato spiegato, che aveva l’obiettivo di rafforzare i controlli e prevenire possibili frodi. Stati, gruppi per i diritti di voto e amministratori elettorali avevano però denunciato il rischio di gravi disservizi e di una possibile privazione del diritto di voto su larga scala.
Perché la Corte Suprema Usa ha bocciato la proposta
La proposta dell’Amministrazione Trump avrebbe attribuito al servizio postale statunitense nuovi poteri nella gestione delle schede elettorali inviate per il voto per corrispondenza, compresa la possibilità di trattenere interi lotti di corrispondenza in presenza di irregolarità nei dati o nei codici di tracciamento. «Applicare questa norma alle elezioni del 2026 sarebbe arbitrario», ha sottolineato il giudice conservatore Brett Kavanaugh, in quanto «i funzionari elettorali statali e locali non dispongono di tempo sufficiente per attuarla». Solo due giudici conservatori, Samuel Alito e Clarence Thomas, hanno espresso parere contrario.

Stop anche alla norma per limitare la durata di alcuni visti
Trump ha poi ricevuto un altro schiaffo in tribunale, per un’altra questione: un giudice federale di Boston ha infatti bloccato una nuova norma introdotta dalla Casa Bianca che avrebbe limitato la durata della permanenza negli Stati Uniti per studenti e giornalisti stranieri. In base alla norma introdotta a giugno da Trump, i visti F per studenti internazionali e i visti J – che permettono ai partecipanti a programmi di scambio culturale di lavorare negli States – avrebbero dovuto avere una durata massima di quattro anni, mentre i visti I per giornalisti sarebbero stati limitati a 240 giorni, in pratica otto mesi.
