Alberto Cuomo
Viviamo in una società bloccata dove non esiste più alcun ricambio tra i ceti dal momento ciascuno, anche non privilegiato, tende a mantenere il proprio status, comunque consolatorio, e trasferirlo ai figli. I giovani, a propria volta, non sembra vogliano promuoversi battendo i sentieri di un autonomo avvenire, preferendo incamminarsi lungo quelli già tracciati dai propri genitori. Si pensi ai magistrati, in gran parte figli e nipoti di giudici. O anche ai liberi professionisti. Quale avvocato, ingegnere, medico, non lascia in eredità il proprio studio a un figlio o una figlia. Non si vuole qui condurre una analisi sociologica, quanto solo rilevare come la scarsa fluidità sociale sia legata alla legislazione che non facilita la concorrenzialità ed anzi è tale da consentire l’ingessamento dei ruoli. In questo senso le categorie maggiormente conservative circa la propria posizione nella società sono quelle dei politici e dei docenti universitari. Un tempo per i politici vi era una sorta di esame periodico da superare, le elezioni, in cui essi venivano valutati ed eventualmente, se la loro azione era giudicata positivamente dagli elettori, essere eletti. Certo a rendere più semplice l’elezione vi erano le preferenze plurime sì che, 4 candidati in cordata, scambiandosi i voti, raggiungevano un numero più alto di consensi. Così è stato, dalle nostre parti, per De Mita-Mastella-Gargani-Bianco o per Conte-Curci-LaGloria che dopo la loro elezione hanno costituito gruppi di potere tali da potersi confermare in quelle successive. Malgrado tale sotterfugio, l’urna comunque costituiva un ostacolo. Dopo tangentopoli, il venir meno dei partiti, in cui si organizzavano le cordate, rendeva più complicate e costose le campagne elettorali. Fu allora inventato il “mattarellum” un sistema di voto misto con il 75% degli eletti mediante confronto uninominale, sì da facilitare l’elezione del singolo concorrente di una coalizione, e il 25% con proporzionale. Dal momento non sempre le coalizioni sostenevano i candidati dell’uninominale determinando un’alea insopportabile per le segreterie dei partiti si è giunti al sistema attuale con la riduzione dei seggi uninominali (37%) e l’aumento degli eletti con il calcolo proporzionale per un intero listino bloccato tale da consentire ai primi in elenco di essere sicuramente eletti in presenza di una buona percentuale di voti. Una modalità scandalosa che consentiva ai deputati in carica di essere rieletti con certezza se inseriti a capo o in buona posizione nelle liste. È stato il caso di piero De Luca il quale, ‘non votato neppure dalla moglie’ nell’uninominale, dove fu superato sia dal concorrente di destra che da quello pentastellato, inserito capolista a Caserta, con i buoni uffici di papà, oggi si ritrova deputato facendosi intervistare per belare un giudizio del suo partito sulla nuova legge elettorale voluta da Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio ha infatti inteso far tornare i cittadini al voto libero tra i candidati, da scegliere nelle liste, senza privilegiare i capolista né fare elenchi privilegiati. Tuttavia ha ceduto alle pressioni dei partiti alleati e, malgrado la sfida di Vannacci, che ha chiesto la totale libertà di voto, ha mantenuto il blocco dei capolista nei listini. Una scelta ingenua, attuata nel ritenere che anche nella sinistra, dove vi sono fibrillazioni da parte di chi teme di non essere rieletto, avrebbe preso voti da quanti erano rassicurati dal privilegiamento dei capolista. Paradossalmente i deputati della sinistra si sono invece associati a Vannacci richiedendo una riforma utile a consentire la libera scelta degli elettori senza listino con capolista privilegiato. Sollecitata dagli alleati a non cedere, sebbene al Senato Larussa abbia dato spazio all’emendamento del Pd, passata la legge elettorale, l’opposizione ne ha denunciato l’ipocrisia, il fingere cioè la libertà di voto mantenendo il privilegio dei capolista. Ebbene, Piero De Luca che è sicuramente un deputato favorito dalla nuova legge perché in quanto segretario regionale del Pd, potrà mettere il suo nome a capo di in una delle liste del partito ed essere certamente eletto, si è sbracciato a ripetere lo slogan dell sinistra “Meloni perde la faccia pur di non perdere il governo e la poltrona” denunciando il “bluff” della destra. Un bluff senza il quale, qualora fossero state approvate le “preferenze vere” richieste da Vannacci e dal Pd, non vi sarebbe per lui l’opportunità di ricandidarsi onde evitare il negativo giudizio del voto, figlio di papà avvantaggiato in tutto, politica e università. E proprio l’Università è un altro luogo di privilegi per figli, nipoti parenti di docenti che più non hanno, tranne in qualche caso, la caratura culturale dei tradizionali “baroni”. Dalla legge di Luigi Berlinguer che eliminò le facoltà e i concorsi nazionali per la docenza introducendo i Dipartimenti, i concorsi locali e le classi di studio sì da politicizzare gli atenei dove si introducevano criteri di selezione legati a maggioranze interne si è giunti alla riforma Gelmini nel 2010. Apparentemente la legge è tornata al sistema di carriere regolate a livello nazionale da un’abilitazione alle funzioni di professore (Asn), affiancata da una “valutazione comparativa” a livello di ateneo riservata agli abilitati. Il meccanismo sembrava rigoroso, con il doppio filtro, nazionale e locale, ma non lo era affatto e l’Asn ha confermato la deriva localistica come caratteristica di fondo del nostro sistema universitario. Infatti ormai le abilitazioni alla docenza in campo nazionale non si negano quasi a nessuno che abbia un dottorato da raccomandato e, nei singoli atenei, il concorso successivo viene espletato da una commissione composta secondo i desideri del Dipartimento che bandisce il posto, sì che nell’accordo tra i dipartimenti legati a una medesima disciplina ma in atenei diversi, si formano commissioni compiacenti che fanno vincere il concorrente locale voluto (i commissari romani a Napoli e viceversa). Ecco quindi che sia il Parlamento che l’Università vedono molti figli, mogli, fratelli, di.
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