«Ho sempre sognato di diventare un attore americano». Francesco Paolantoni arriva al Premio Fabula, protagonista dell’ultima giornata della sedicesima edizione, e davanti ai ragazzi ripercorre con ironia una carriera costruita proprio sulle caratteristiche che, all’inizio, sembravano essere i suoi limiti. Prima il teatro impegnato, poi la scoperta di una comicità che non riusciva a trattenere. «Facevo ridere troppo, facevo casino in scena». E quella che sembrava una difficoltà è diventata, con il tempo, la sua strada. Per Paolantoni, infatti, il segreto è imparare a trasformare i problemi in occasioni. «Bisogna sempre coltivare i propri difetti, perché possono diventare virtù. Sono proprio le caratteristiche principali di una persona che ti indicano la strada e ti fanno diventare un individuo unico». Una lezione che affida soprattutto ai ragazzi del Fabula, invitandoli a non cercare necessariamente di assomigliare agli altri, ma a riconoscere ciò che li rende diversi. Anche la formazione alla scuola d’arte drammatica gli ha lasciato un insegnamento particolare: «Ho imparato quello che non si fa». E ancora oggi conserva alcune regole dell’attore, compresa quella di evitare il cosiddetto «attore trombone». «Mai dire “goal”, dici “dieci”», scherza, ricordando una delle impostazioni che ha imparato e che ancora oggi utilizza per costruire i suoi personaggi. «Quell’impostazione mi è rimasta. Io faccio finta di fare delle cose, la do a bere a tutti». Il rapporto con il teatro, però, Paolantoni lo racconta senza nascondere le proprie contraddizioni. «A teatro mi addormento. Duro dieci minuti. Non sono un grande spettatore, nonostante faccia teatro». E non perché non ami il palcoscenico, tutt’altro. Il problema, spiega, è trovare spettacoli capaci di conquistare davvero chi guarda. «A teatro non è detto che si debba far ridere, deve essere bello. Ma purtroppo non se ne vedono molti. E per questo i giovani si scocciano». Poi la provocazione: «A teatro si va per farsi le fotografie». Una battuta che diventa anche una riflessione sulla necessità di riportare il pubblico a vivere lo spettacolo come esperienza e non soltanto come contenuto da condividere. La comicità, invece, per lui nasce soprattutto dall’improvvisazione. «Tutto quello che faccio è molto improvvisato. Sono un grande amante della commedia dell’arte». È nelle situazioni estemporanee che trova il divertimento più autentico, molto più che nelle cose eccessivamente costruite. «Mi fanno ridere un sacco di cose, soprattutto quelle estemporanee». E il suo modo di lavorare non può prescindere dalla possibilità di cambiare continuamente. «Sono anche scrittore delle cose che faccio, ma inevitabilmente tutte le sere cambia qualcosa. Altrimenti non mi diverto più». Una filosofia che ha trovato una delle sue espressioni più fortunate in “Stasera tutto è possibile”, il programma che ha trasformato l’improvvisazione e l’amicizia tra i protagonisti in una delle chiavi del suo successo. E per la gioia del pubblico, ci sarà una nuova edizione. «È una trasmissione dove tutto è sincero e il pubblico percepisce che siamo davvero amici». Al centro c’è soprattutto il divertimento: «Quando facciamo la Stanza inclinata ci divertiamo come voi quando fate baldoria in gruppo. Diventiamo bambini». Anche se quella stanza, ammette, conserva un piccolo dettaglio tutt’altro che secondario: «Il terrore di cadere. Ma è troppo divertente farla». Proprio la Stanza inclinata è diventata negli anni uno dei simboli del programma e della comicità di Paolantoni, che non ha mai nascosto quanto il gioco e l’improvvisazione siano parte integrante del suo modo di stare in scena. «Il divertimento» è la parola che torna più spesso nel suo racconto, insieme a quella che forse più di tutte spiega il rapporto con il pubblico: emozionarsi davanti a chi ride senza conoscerlo. «Le risate che non dimentico sono quelle della gente che non conosco». Sono i messaggi ricevuti negli anni a restituirgli il senso più profondo del suo lavoro. «Mi scrivono: “Mia mamma rideva solo con te, solo tu mi hai fatto ridere”». E lì la risata smette di essere soltanto una professione e diventa un ricordo condiviso. «Mamma rideva con me e la sento, la sento». La passione per lo spettacolo, del resto, nasce quando è ancora bambino. «Mia sorella mi portava al cinema da piccolo e mi ero fissato». Poi arrivano i grandi riferimenti, da Totò a Stanlio e Ollio, fino a una comicità che Paolantoni ha sempre cercato di mantenere personale, libera e imprevedibile. Tra le esperienze televisive ricorda anche “Tale e Quale Show”, affrontato con quella stessa leggerezza che gli permette di non prendersi troppo sul serio. «Dovrei vergognarmi sempre, se ci ripenso, ma non mi sono mai vergognato». E tra le imitazioni, una delle più amate resta proprio quella di Stanlio e Ollio. Oggi guarda con curiosità anche ai nuovi linguaggi. «TikTok è piena di comici che non sanno di essere comici», osserva, mentre ammette di guardare persino “Uomini e Donne”, definendolo «un esperimento antropologico» capace di divertirlo. Perché anche la realtà, quando è spontanea, può diventare una straordinaria fonte di comicità. E alla fine, davanti ai ragazzi del Fabula, torna il concetto da cui era partito: non nascondere ciò che ci rende diversi. Perché quella stranezza, quel difetto, quel modo particolare di guardare il mondo possono diventare esattamente ciò che ci distingue dagli altri. E magari anche ciò che ci porta a fare ridere, a emozionare, a lasciare un segno. «I problemi possono diventare occasioni». E per Francesco Paolantoni, forse, è stato proprio così.
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