Ci sono momenti in cui la politica italiana mette in scena i propri paradossi con una precisione che neppure un bravo sceneggiatore sognerebbe. Questo che stiamo vivendo è uno di quelli, e gli esempi abbondano. Ma qui interessa soprattutto il caso di Roberto Vannacci che viene invitato a Cernobbio, tempio laico dell’establishment, proprio mentre il Financial Times lo dipinge come un «cavallo di Troia» dell’influenza russa in Italia. Carlo Calenda, che all’ex generale riserva da tempo parole al fulmicotone, cancella la sua partecipazione: il Forum, dice, accoglie in pompa magna un personaggio neofascista, razzista e filorusso.
Il cortocircuito russo del centrodestra
Sul cavallo di Troia si può discutere. Il leader di FN forse non nasconde in pancia un manipolo di cosacchi pronti a uscire nottetempo, ma le sue simpatie per Mosca non sono un mistero. Al confronto, quelle di un altro amico di Putin, Matteo Salvini, rischiano di sembrare tiepide. Con un curioso cortocircuito: mentre Antonio Tajani avverte che Mosca potrebbe tentare di interferire nelle prossime elezioni, il suo collega di governo si preoccupa dell’ansia antirussa che a suo giudizio starebbe contagiando il Paese. Il centrodestra riesce così nel piccolo miracolo di allarmarsi per le interferenze russe e, insieme, per chi si preoccupa troppo delle medesime. Ma questa è un’altra storia.

L'”impresentabile” che i talk si contendono
Quella più interessante riguarda Vannacci e la curiosa sorte riservata agli “impresentabili” nella società dello spettacolo. Il leader di Futuro Nazionale viene indicato da buona parte dello schieramento politico, tranne qualche eccezione (maggioranza compresa), come un personaggio dal quale tenersi alla larga. Poi si accende una telecamera e succede esattamente il contrario: i talk show fanno a gara per averlo. Ultimo caso mercoledì sera, quando nel programma di Bianca Berlinguer, l’ex generale ha goduto di uno spazio spropositato, avendo la meglio anche sui tentativi della conduttrice e di Gad Lerner, penalizzato peraltro dal collegamento esterno, di arginarlo.
Remigrazione, quali sono gli immigrati da rimpatriare? Roberto Vannacci a #ÈsempreCartabianca: "Perchè dovremmo rinnovare il permesso di soggiorno a persone che non lavorano e non portano un valore aggiunto?" pic.twitter.com/wFsMQE39Dc
— È sempre Cartabianca (@CartabiancaR4) September 2, 2026
Vannacci, piaccia o meno, funziona bene in televisione. E il talk, per sua natura, non è un programma dove la discussione spacca il capello, ma mette sul piatto dichiarazioni grossolane che il giorno dopo diventano titoli di giornale o materiale per i social. Se il leader di FN è dunque politicamente da isolare, nella logica televisiva, questa sì affetta da un’ansia da prestazione permanente, è invece da invitare. Dice cose che dividono, irrita chi è lì per contrastarlo, entusiasma i suoi adepti che i sondaggi danno in costante crescita. Soprattutto garantisce risultati sicuri in termini di audience, l’unica cosa che interessa davvero a chi costruisce un palinsesto. Il resto viene dopo. Ed è questo l’equivoco con cui Calenda e gli altri indignati dovrebbero fare i conti. Ai media non importa stabilire se Vannacci abbia ragione o torto, né sottoporre il programma di Futuro Nazionale a una disamina politica ponderata. Interessa che faccia audience. E su questo, finora, lui è una garanzia.

Il circolo vizioso dei media
Si dirà che il fenomeno vale soprattutto per le televisioni commerciali, ma la distinzione tra pubblico e privato non regge più da tempo. Tutti inseguono gli ascolti e consultano freneticamente le curve dell’audience cercando il volto giusto per farle impennare. Di fronte a queste logiche, il telecomando non distingue tra i canali di Stato e quelli votati al profitto. Così, per i mesi che precederanno le elezioni, assisteremo a uno spettacolo prevedibile. Più Vannacci comparirà in televisione, più cresceranno le accuse di offrirgli una tribuna. Accuse che lo renderanno sempre più appetibile e prolifico in termini di share. I talk show, diventati un’ordalia nei palinsesti della nuova stagione, faranno a gara per strapparselo di mano, innescando un circolo vizioso destinato a ingigantirlo.

Anche i detrattori giovano dello stesso meccanismo infernale
C’è un dettaglio che mette nella vicenda una punta di perfidia: il fatto che di questo meccanismo infernale si giovano anche i suoi detrattori. Se infatti Vannacci produce ascolti, altrettanto fanno coloro che vanno in televisione a dire quanto sia scandaloso che sia onnipresente sul piccolo schermo. Manzoni si accontentava dei suoi venticinque lettori, ma qui il pubblico si conta a milioni e l’indignazione, nel mercato dell’audience, è materia preziosa quasi quanto la provocazione. I detrattori del leader di FN dovrebbero saperlo bene. Non perché abbiano qualcosa in comune con Vannacci, ma perché appartengono anch’essi a quella categoria di politici il cui peso mediatico supera di gran lunga quello elettorale. Vale per Calenda, per Matteo Renzi, per l’ineluttabile duo Bonelli-Fratoianni, per Lupi, persino per Salvini, che l’irrompere sulla scena del generale ha ridotto a percentuali minime.

Addio al manuale Cencelli del consenso
Se distribuissimo gli spazi televisivi sulla base dei voti effettivamente raccolti, i palinsesti cambierebbero aspetto e qualche protagonista del dibattito passerebbe dalla prima serata a un più modesto salottino pomeridiano. Ma nessuno ormai distribuisce le presenze secondo il manuale Cencelli del consenso. I media hanno smesso da tempo di rispettare le vecchie gerarchie della politica: non conta quanti voti rappresenti, conta quanto sei utile alla narrazione. Un due o tre per cento di consenso reale può pesare televisivamente più del 20 di qualcun altro. Basta indovinare la battuta giusta o lo scontro buono a originare una clip a cui i social sono svelti a fare da cassa di risonanza, moltiplicandone a dismisura l’impatto.

Gli effetti della mutazione del politico in personaggio
Nulla di inspiegabile, sono gli effetti della trasformazione del politico in personaggio. Un tempo si finiva in televisione perché si era importanti, oggi ci si va nella speranza di diventarlo. La differenza sembra sottile, ma dentro ci sta tutta la mutazione del rapporto tra politica e media degli ultimi 30 anni, ovvero dall’irrompere di Silvio Berlusconi sulla scena. Vannacci ha capito il gioco, di sicuro meglio di molti che lo denunciano. Non ha bisogno che gli si dia ragione, basta che gli si dia spazio. Anzi, più è attaccato e più gli conviene, perché rafforza l’immagine dell’uomo che va contro il sistema proprio mentre quello stesso sistema se lo contende.

Anche Cernobbio obbedisce al mainstream
E così si arriva al paradosso finale. Mentre l’Anticristo della politica italiana viene accolto nei salotti che dovrebbero tenerlo fuori, gli avversari protestano perché viene invitato e così moltiplicano le ragioni per farlo. I giornali denunciano la sua avanzata dedicandogli pagine, e le televisioni discutono se sia opportuno dargli spazio, dandogliene dell’altro. Chapeau. Cernobbio, da questo punto di vista, non è un’eccezione, ma obbedisce al mainstream. Al Forum, non diversamente che in televisione, gli argomenti contano meno del numero di spettatori disposti a pagare – e profumatamente – per ascoltarli.
