La storia del Salone Internazionale del Libro di Torino è fatta di alti e bassi, con lo spauracchio dello spostamento a Milano più o meno presente. Era successo nel 2017, dopo il fallimento dell’ex Fondazione per il Libro di Torino e la nascita della rassegna Tempo di Libri a Milano, che ebbe due edizioni tutt’altro che memorabili. Nel frattempo, il Salone, con una parte degli editori che spingeva per il trasferimento nel capoluogo lombardo, era stato salvato dai suoi creditori, quei privati che si occupavano degli allestimenti e della parte commerciale. Con l’aiuto delle fondazioni bancarie, hanno acquistato il marchio e hanno creato l’associazione Torino, la città del libro, continuando a organizzare l’evento al Lingotto, sotto la direzione di Nicola Lagioia e poi di Annalena Benini. È stato un successo, che ha scacciato definitivamente l’ipotesi di una “fuga milanese”, fatto non nuovo per le manifestazioni torinesi. Tuttavia, la forte crescita del Salone – 254 mila visitatori all’ultima edizione di maggio – ha posto con sempre più insistenza un altro problema: la sede.

Lingotto inadeguato: sul tavolo possibili altre sedi
Il Lingotto Fiere, quello che dovrebbe essere il principale polo fieristico di Torino e del Piemonte, è ormai inadeguato. Al punto che, ogni anno, il Salone deve spendere circa 1 milione di euro sui 10 del proprio bilancio per costruire bagni aggiuntivi, nuove sale incontri e altri servizi. Oltre a prendere in affitto quasi tutti gli spazi nei dintorni. Il Salone si estende, da qualche anno, anche all’Oval, ex pista di pattinaggio costruita per le Olimpiadi 2006 (di proprietà del Comune di Torino e riconvertita in spazio per eventi come Artissima), poi negli spazi esterni e nei locali del centro commerciale 8 Gallery, storico ex stabilimento Fiat trasformato in galleria con negozi, uffici, il multisala Uci Cinemas e la Pinacoteca Agnelli (a loro volta inclusi negli eventi del Salone). Anzi, ultimamente si parlava anche di prendere in affitto l’auditorium del Grattacielo della Regione Piemonte, a poche centinaia di metri dall’Oval. Pressoché a ogni edizione degli ultimi sei anni, inoltre, gli organizzatori hanno lanciato allarmi sempre più forti, fino a ipotizzare il trasferimento in un’altra sede. Si era parlato di alcune parti dismesse dello stabilimento Fiat/Stellantis di Mirafiori, che con la riduzione della produzione ha lasciato ampi spazi vuoti.

L’accordo per il rilancio del polo fieristico
Negli ultimi due anni, finalmente, il discorso sul Lingotto Fiere non è finito nel dimenticatoio dopo la conclusione del Salone, anche perché è intervenuta la Camera di commercio di Torino. Il polo fieristico interessa alle aziende piemontesi per consentire alla città di competere sul piano nazionale con Milano, Verona o Bologna. La vicinanza con la Francia, inoltre, potrebbe essere sfruttata a vantaggio dell’Italia stessa. L’annuncio è arrivato il 16 luglio: Camera di commercio di Torino e Fondazione Compagnia di San Paolo hanno siglato un Memorandum of Understanding per il rilancio del Lingotto Fiere. È una dichiarazione di intenti: le due realtà hanno aperto la trattativa con i proprietari della struttura, i francesi di Gl Events, da tempo disponibili a vendere. «Siamo aperti alla partecipazione delle altre istituzioni e realtà cittadine», ha detto Massimiliano Cipolletta, presidente della Camera di commercio di Torino, «e di tutti i soggetti che possano essere interessati ad avere un ruolo in questo progetto». Il percorso è tutt’altro che semplice, al netto degli annunci trionfalistici della Regione, che farà la regia, con il presidente Alberto Cirio (sul quale insistono le voci di una chiamata a Roma, nelle vesti di ministro, per un possibile governo Meloni II). Compagnia di San Paolo, intanto, ha affidato a Ernst & Young la redazione di un dossier economico-finanziario sull’operazione: occorre capire quanto costerebbe.

L’operazione avrebbe un costo complessivo di 80 milioni
Gl Events chiede fra i 20 e i 40 milioni ma, come precisano dagli uffici di Camera di commercio, servirà anche una perizia del Demanio per capire il valore reale della struttura, poi si potrà trattare. Nella speranza che qualche altro privato entri nella partita. Il problema grosso riguarda la ristrutturazione, stimata in almeno 50 milioni di euro. Il costo complessivo supererebbe, quindi, gli 80 milioni. «La competitività di una città si costruisce attraverso una visione di lungo periodo e una collaborazione solida tra istituzioni, imprese e comunità», ha sottolineato Marco Gilli, presidente di Compagnia di San Paolo. Se Torino vuole far sentire la propria voce sul piano nazionale deve investire. L’unica strada è coinvolgere i privati, anche perché le istituzioni pubbliche non hanno liquidità; ed è una delle criticità evidenziate giusto il 21 luglio dalla Corte dei conti, che ha approvato il bilancio regionale. Il tema è la sostenibilità, perché il Lingotto Fiere ospita il Salone del Libro, certo, ma solo per una decina di giorni fra la cinque giorni fieristica, gli incontri professionali, l’allestimento e il disallestimento. Che si fa il resto dell’anno? La soluzione è attrarre altri eventi di peso – oltre a quelli, pur rispettabili ma di portata inferiore, che già si fanno al di là del Salone – ma questo non è possibile senza una profonda ristrutturazione. «Alla prossima edizione del Salone del libro scadrà il contratto di affitto, quindi vogliamo certezze sul futuro», ricorda Silvio Viale, presidente dell’associazione Torino, città del libro. «Spendiamo molto per adeguare la location a ogni edizione e salutiamo il Memorandum con felicità. Il territorio se ne vuole occupare». Nessuno, però, ha voglia di dire qualcosa di più, vista la trattativa in corso.

Al lavoro per coinvolgere il ministero della Cultura
Come nelle migliori tradizioni, tutto è rimandato a settembre. La sensazione è che, almeno per un anno, non cambierà nulla, ma entro il prossimo Salone, atteso dal 13 al 17 maggio 2027, una risposta dovrà arrivare. Sullo sfondo, resta l’ipotesi di consentire al ministero della Cultura l’ingresso nella gestione del Salone, il che porta con sé uno stuolo di polemiche. Giulio Biino, presidente del Circolo dei lettori di Torino, ente controllato dalla Regione che collabora alla parte culturale del Salone, ha avuto l’incarico preciso di favorire la ricerca di una soluzione giuridica per l’ingresso del ministero. Non se n’è letteralmente più parlato, l’incarico di Biino scadrà in autunno e il governo, ora, appare molto più impegnato su altri fronti. E poi il ministro Alessandro Giuli non è più nelle grazie della sua maggioranza.

