Fake commuter, i disoccupati cinesi che per vergogna simulano di andare al lavoro

Uscire prima che comincino le domande, tornare quando la giornata di lavoro dovrebbe essere finita. Nel mezzo ci sono biblioteche, caffè, centri commerciali, parchi. In Cina anche la disoccupazione ha un orario d’ufficio: alcuni giovani rispettano gli orari di un impiego che hanno perso o non hanno mai avuto, senza comunicarlo alle famiglie. A casa, intanto, si può continuare a credere che tutto proceda come prima. È il cosiddetto fake commute, il pendolarismo simulato che permette di rimandare conversazioni difficili e conservare l’apparenza della stabilità.

Consigli sui luoghi gratuiti dove trascorrere la giornata

Il fenomeno sta emergendo in una fase di difficoltà per i giovani, preoccupati per il loro futuro a causa di una crescita economica che rallenta e per l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione. Sui social cinesi circolano consigli sui luoghi gratuiti dove trascorrere la giornata dopo licenziamenti o dimissioni. Si confrontano orari delle biblioteche, collegamenti, possibilità di mangiare nei dintorni. Alcune guide prendono in considerazione persino i parcheggi. Il problema è trovare un posto dove poter restare a lungo senza consumare continuamente e senza dover giustificare la propria presenza. Le biblioteche offrono riparo, una postazione e il ritmo degli altri: studenti che preparano esami, persone che leggono, qualcuno che cerca lavoro. Gli spazi gratuiti permettono soprattutto di contenere le spese, mentre i risparmi diminuiscono.

Fake commuter, i disoccupati cinesi che per vergogna simulano di andare al lavoro
In Cina aumenta il fenomeno dei fake commuter (foto Unsplash).

La finzione può richiedere piccoli accorgimenti quotidiani. C’è chi porta con sé il pranzo come si fa andando a scuola o in azienda, chi conserva partenze molto anticipate, chi evita le videochiamate dei genitori durante il presunto orario d’ufficio. Condividere la casa, come capita più spesso a una generazione che fatica a permettersi di comprare o affittare un’abitazione propria, obbliga a organizzare le assenze. Il momento di comunicare le dimissioni viene talvolta rinviato fino all’arrivo di un nuovo impiego. Il periodo senza lavoro scompare dal racconto della propria carriera.

La paura di aggiungere preoccupazioni ai propri genitori

Dietro queste precauzioni ci sono ragioni diverse. C’è la paura di essere rimproverati per aver rinunciato a un posto, oppure per averlo perso. C’è il timore di deludere dopo anni di studi, il desiderio di non aggiungere preoccupazioni ai genitori. Per molte famiglie cinesi, la stabilità resta il criterio con cui misurare una scelta professionale. Le collaborazioni intermittenti e il lavoro autonomo possono sembrare poco più di un’attesa, anche quando producono reddito. L’ufficio, l’orario e l’uscita quotidiana offrono una rassicurazione che un’attività svolta davanti al computer di casa fatica a garantire. Anche chi lavora può quindi sentire il bisogno di conservare i segni di un impiego tradizionale.

Fake commuter, i disoccupati cinesi che per vergogna simulano di andare al lavoro
Pendolari verso il posto di lavoro (foto Unsplash).

Da questa esigenza è nato un piccolo mercato. A Pechino, Shenzhen, Shanghai e Hangzhou si affittano scrivanie pubblicizzate come postazioni dove «fingere di andare al lavoro». Una trentina di yuan al giorno è il prezzo ricorrente nelle offerte più economiche; in altri casi si arriva a 50 o 60, secondo la città e i servizi. Connessione internet, bevande, sale riunioni, qualche volta un pasto. Alcuni annunci aggiungono fotografie alla scrivania e promettono un capo che passa a controllare. Il cliente paga per entrare in un ambiente dal quale, fino a poco tempo prima, riceveva uno stipendio.

Negli uffici condivisi si possono scambiare contatti

L’ironia della formula copre anche necessità molto concrete. Le biblioteche richiedono silenzio, mentre un colloquio a distanza o una telefonata a un cliente hanno bisogno di uno spazio diverso. Negli uffici condivisi si possono scambiare contatti, parlare con persone nella stessa condizione, provare a costruire un’attività. Alcuni nascono dal riutilizzo di postazioni rimaste vuote in studi professionali e piccole aziende. Il pubblico comprende freelance, aspiranti imprenditori e lavoratori in transizione. La promessa di simulare una giornata produttiva finisce per vendere anche le condizioni necessarie a renderla tale. Resta una spesa da valutare quando manca un reddito. C’è chi preferisce la biblioteca proprio perché il prezzo di una scrivania, ripetuto per settimane, diventa un peso. E il segreto può aggiungere tensione a quella già prodotta dalla ricerca di lavoro. Ogni giornata fuori casa deve risultare plausibile, ogni domanda può costringere a inventare una risposta.

Fake commuter, i disoccupati cinesi che per vergogna simulano di andare al lavoro
Giovani nel tragitto casa-lavoro (foto Unsplash).

Non esiste un conteggio nazionale dei fake commuter, anche se le testimonianze pubblicate su media (soprattutto locali) e social cinesi sono ormai molto numerose. I problemi di mancato lavoro hanno invece dimensioni precise. A settembre 2026 la disoccupazione urbana fra i 16 e i 24 anni, esclusi gli studenti, era al 18 per cento, mentre il tasso complessivo era del 5,2 per cento. Nel 2026 circa 12,7 milioni di diplomati e laureati cercano l’ingresso nel mondo del lavoro: il flusso di nuovi candidati incontra una creazione più lenta di impieghi qualificati, accentuando lo scarto fra competenze acquisite e richieste delle imprese. La crisi immobiliare, la prudenza delle famiglie e l’incertezza sui redditi hanno ulteriormente indebolito le aspettative. E, per una parte dei giovani, studiare e lavorare duramente non sembra più garantire il miglioramento sperimentato dalle generazioni precedenti.

La scelta dei giovani: ridurre ambizioni e consumi

Da qui una serie di tendenze emerse negli ultimi anni. Su tutte il tangping, lo “sdraiarsi” che accompagna la scelta di ridurre ambizioni e consumi, rinunciando all’ambiente lavorativo ultra competitivo magnificato dalle Big Tech cinesi. Chi simula il tragitto verso l’ufficio prende tempo continuando a mostrare di partecipare alla corsa. Questa fatica trova ora spazio anche nella cultura pop. La serie animata Yao–Chinese Folktales e il film Nobody affidano ai piccoli demoni, subordinati e marginali, una prospettiva solitamente riservata agli eroi.

Fake commuter, i disoccupati cinesi che per vergogna simulano di andare al lavoro
In viaggio verso il (finto?) ufficio (foto Unsplash).

La canzone rap Guo Lai Ren, «chi ci è già passato», ha raccolto oltre 100 milioni di riproduzioni complessive sulle piattaforme. Realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale dal videomaker Wang Kunzhe, mette virtualmente al microfono figure storiche e mitologiche che raccontano sconfitte, precarietà e attese. Situazioni che molti giovani cinesi di oggi conoscono bene. Tanto da uscire di casa ogni giorno per fingere un tipo di vita che non stanno vivendo.