Di Antonio Manzo
“Non so dirvi se sia un dipendente comunale, o un assessore o qualcosa di simile. Ma vi posso dire che a loro bastava alzare il telefono per risolvere i problemi”. Ma loro chi? I camorristi che condizionavano il Comune di Eboli. A partire da Paolo e Massimo Esposito di Eboli ora agli arresti e dopo ben sedici anni di indagine al vaglio nel lungo tempo di ben sei sostituti procuratori antimafia di Salerno impegnati ad indagare sul clan che ha sostituito l’egemonia criminale dopo gli anni del clan Maiale. Ora c’è stato il sì del giudice per le indagini preliminari che ha portato agli arresti dei due pregiudicati, ritenuti dagli investigatori al vertice di un’associazione criminale che avrebbe preso in ostaggio perfino quindici anni di gestione amministrativa del comune di Eboli. A loro si accoppiano gli uomini dell’altro clan guidato da Roberto Procida che opera in una frazione di Eboli protagonista di uno scambio politico elettorale nelle consultazioni amministrative del 2010 e del 2015 con pagamento di voti a 50 euro a elettore, accertato dai carabinieri, e quelli dei titolari di un noto caseificio, con l’occupazione dell’area Pip e operazioni di presunti abusi edilizi rilevati dalla polizia urbana che avrebbero perfino compromesso la revoca dell’assegnazioni di un lotto e la risoluzione del contratto allo studio del settore attività produttive del Comune. Ma è stata la volontà investigativa e inquisitoria di due Pm antimafia salernitane, Maria Benincasa e Elena Guarino, a tornare a chiedere gli arresti di Paolo e Massimo Esposito che erano stati negati in prima istanza, a luglio scorso. Perché i procedimenti penali, con decine di persone indagate, risalgono al 2020 divenuti diversi fascicoli di indagine che non avrebbero condotto, secondo il giudice delle indagini preliminari ad una valutazione piena di una serie di condotte (dall’usura, estorsione, truffe, riciclaggio, attività economiche legate alla pubblica amministrazione) inscindibilmente connesse, legate tra loro da un comune filo conduttore che avrebbe dovuto portare ad un insieme unitario da valutare, analizzare e spiegare. Per questo si arriva solo agli arresti di Massimo e Paolo Esposito nonostante la platea di indagati, alcuni anche archiviati nel corso dei procedimenti, che secondo le due pm erano da arrestare. Ad Eboli si vivono i giorni dell’ennesimo commissariamento del comune. E’ il terzo in sedici anni, tutti legati alla fragilità politica di disammministrazione, ma mai legati a provvedimenti di scioglimento per fenomeni di infiltrazione e condizionamento da parte della criminalità organizzata. Ora, però, arriva la conclusione dell’inchiesta dell’Antimafia salernitana con un capitolo molto consistente del rapporto del pregiudicato Paolo Esposito con amministratori del comune di Eboli che si affianca alle indagini del reparto operativo dei carabinieri e della sqadra mobile della questura di Salerno su altri capitoli (gestione del Palasele, gestione bar della stessa struttura, gare per l’illuminazione pubblica, parcheggi nella zona litoranea e zona centrale in buona parte gestiti da titolari attenzionati e indagati originari di Eboli, o di Caserta e collegati ad amministratori locali. Ora la parola passa al ministro degli interni Matteo Piantedosi, già destinatario di una lettera aperta pubblicata da questo giornale, e al prefetto di Salerno Francesco Esposito per valutare se esistono i presupposti per commissariare il comune di Eboli per infiltrazioni mafiose con la gestione di una commissione di straordinaria che entri nei misteri ebolitani. Il che comporterebbe anche la prosecuzione dell’attuale gestione commissariale rinviando il voto di almeno diciotto mesi. L’ipotesi emerge anche dalle dichiarazioni dell’ex sindaco Gerardo Rosania, già consigliere regionale. Il comune di Eboli fu già “miracolato” nel 1992 quando il consiglio comunale non fu sciolto per infiltrazioni mafiose emergendo nell’inchiesta sul clan Maiale una diretta connessione tra le attività criminali e la gestione amministrativa del tempo. In quei giorni la bozza del piano regolatore in vigore dal 1972 fu ritrovato nella villa del boss della camorra campana Pasquale Galasso. Il graduale allentamento dei controlli della macchina amministrativa non ha prodotto necessariamente condotte penalmente rilevanti, ma con una prassi di comodo si collocano in una zona grigia tra la semplice irregolarità e illegittimità. Come tenne a descrivere la secretata relazione di un commissario prefettizio di inizio Duemila, la dottoressa Vincenza Filippi, contenente una serie di episodi su un diffuso sistema di affidamenti diretti in favore dello stesso operatore per lo stesso servizio criminale. O come la non esecuzione di ordinanze di demolizione. Tutti casi che alla gestione ordinaria del Comune non hanno assicurato una rimozione reale dei fattori d condizionamento, particolarmente da quelli governati da segmenti della criminalità locale. Il risultato più eclatante è che i rinnovati scioglimento dei consigli hanno colpito amministratori estranei a qualsiasi condotta illecita, ma inadempienti rispetto al dovere di vigilanza sull’apparto amministrativo. ‘ per questi motivi che nella città impegnata in una campagna elettorale prossima ventura, l’impegno del commissario prefettizio Gaetano Tufariello è unanimemente apprezzato per l’avvio di opere pubbliche già finanziate dalla giunta Conte ma rallentate nella fase esecutiva, la revoca della concessione per l’area ex Pezzullo e quella di qualsiasi disegno di un impianto di cremazione al cimitero anche questi nelle mire del clan Esposito. L’investimento dell’impianto di cremazione non si farà, accanto a colossi della impiantistica funeraria emiliana compariva una impresa locale con un capitale sociale di appena 100 euro. Ma l’ordinanza commissariale più eclatante è quella che ha messo fine al bancomat dei fondi comunali per iniziative culturali. Ora si percepiscono contributi con la regola della rendicontazione. Cioè quanto spendi ti viene certificato e ti viene in parte rimborsato e non come avveniva non sempre con sistemi trasparenti per i contributi pubblici spesso erogati fon finalità parapolitiche. O clientelari alcune volte mascherati da convegni culturali del tutto inutili e dispendiosi che assicurano solo budget sostanziosi a chi li promuove senza controllo. A Eboli, per decenni, hanno perfino silenziato il sito del Comune di Eboli sugli stipendi e gettoni di presenza degli amministratori locali. Forse per eccesso di privacy inesistente il silenzio totale su questo danaro pubblico. E’ questo il commovente risvolto della lotta fratricida in atto per conquistare un posto in consiglio comunale e garantirsi una sorta di reddito di cittadinanza.
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